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sabato 7 marzo 2026

E se... (Allargare il presente)

E se esistessero infiniti mondi, un universo a misura di ciascuno, con noi protagonisti del nostro e attorno miliardi di comparse, a loro volta soggetti principali nel loro, d'uno spazio.
Oppure se la linea temporale fosse montata al contrario e la vita uno scorrere all'indietro, come nelle pellicole in bianco e nero dei proiettori super otto, con ciò che siamo ora frutto di cosa siamo stati, ma nel futuro, tenendo conto che tutto procede a rovescio. I filosofi direbbero che così prevarrebbe il “determinismo”, ma non sta qui il punto.
Il punto sta che ogni tanto mi capita di pensare alle svariate possibilità di realtà alternative, immaginando spunti per sceneggiature o soltanto semplicemente per il gusto di immaginare scenari, effetti, conseguenze.
È in quei momenti che torno il bambino che ero, che si annoiava un sacco, disteso ad aspettare il pullman della scuola sul bordo di un muretto, guardando le nuvole e cercando di trovarvi una forma, un volto, un disegno.
Dico spesso che giorni, mesi, anni passano più veloci adesso, come se avessero preso l'abbrivio, se somigliassero alla ruota di un gigante ingranaggio che a fatica, con lentezza, si mette in movimento, sfruttando poi l'inerzia e procedendo spedita, quanto un treno.
Una percezione, non un dato oggettivo, sosterrebbe la fisica (anche se i fisici quantistici replicherebbero che, essendo il sistema osservato influenzato dall'osservatore, di oggettivo c'è nulla, tutto è soggettivo). 
Forse il motivo di un ruzzolare tanto svelto, rispetto alle distese di infiniti istanti di quando ero ragazzo, è che il tempo lo adoperiamo tutto, lo farciamo di mille impegni, appuntamenti, scadenze, incombenze, affari, piaceri. Ci siamo pure inventati un termine lieve, che fa diventare gradevole ciò che in verità è una macina che trita tutto e non lascia scampo: il passatempo. E il tempo lo definiamo "libero" soltanto quando c'è da riempirlo.

P.S. La diagnosi c'è, manca la cura. Come fare cioè per invertire la rotta, azionare la leva del freno o, banalmente, riconquistare una parte di quanto va perso.
Forse, anche in questo caso, la soluzione sta nel paradosso: si trova ciò che si perde, si mantiene quanto si è disposti a lasciare. E il segreto è considerare l'orologio che abbiamo dentro noi, non quello sincronizzato sulle lancette del mondo. Chiudere gli occhi, placare l'animo, tornare a riappropriarsi di una dimensione piana, senza vettori, allargare il presente a più non posso, smettendola con il desiderio di anticipare all'estremo il futuro, che soltanto se è già qui, adesso, posso domarlo, controllarlo, eliminare l'incertezza, metterlo al sicuro. In fondo hanno ragione i fisici quantistici: tutto è soggettivo. Dipende da noi. Respiriamo.

sabato 8 novembre 2025

Due rimpianti (Per tacer del cane)

Viviamo una stagione in cui dominiamo tutto, soltanto il “tempo” sfugge al nostro controllo. Pur sembrando infinito ne abbiamo poco, è limitato, così cerchiamo di piegarlo, ingabbiarlo, comprimerlo, forzarlo, sottometterlo, suddividendolo, frazionandolo. La rivoluzione industriale ha imposto un modello "a ore" che portiamo tuttora tatuato nel cervello. Un’altra rivoluzione, quella digitale, potrebbe ribaltare le carte sul tavolo e sgretolare la gabbia in cui ci siamo rinchiusi oppure sublimarla, dare un altro giro di vita alla morsa, mascherando per liberazione ciò che in verità è schiavismo.
Di certo è l’unica risorsa limitata, dunque preziosa, che esista al mondo. Assai più dello spazio, per dire. Eppure, non per il tempo, bensì per un lembo di terra i popoli si annientano, per cento metri quadri di casa sacrifichiamo buona parte della nostra esistenza, per accaparrarci materie prime si è disposti a lotte spietate e il denaro, da comodità, è diventato misura e padrone di tutto.
Se penso al mio, d’un tempo, riscontro che faccio cose che fino a ieri l’altro trascuravo. Una  dimensione più contemplativa, la definirei, senza rammarico per esserci arrivato soltanto adesso. “Ogni cosa a suo tempo” è sentenza ineluttabile, prima ancora che buon proposito.

P.S. Ieri l'altro, da qualche parte, ho letto questa frase: “Nessuno, sul letto di morte, si pente di aver passato troppo poco tempo davanti allo schermo di un telefono".
Credo sia vero. Il punto però è: cosa rimpiangerò io?
L'elenco potrebbe essere lungo. Provo a citare le prime due cose che mi vengono in mente, d'istinto.
Primo: sedere a tavola con persone amiche, vivere maggiormente la convivialità, le chiacchiere, le risate, la condivisione dei pensieri, i confronti. Ed essere più audace nel tessere relazioni, bussare alle porte, importunare chi merita di essere ascoltato.
Secondo: stare più a contatto con la natura, lasciarmi ammaestrare da colei che è maestra per antonomasia, in tutto; respirare più pollini nonostante sia allergico, potare più alberi, imparare ad aver cura delle piante, avere cura dei fiori, godermi più Larry, stare con lui sotto il faggio, che specie in questi mesi è uno spettacolo (la foto qui sopra ai dubbi non lascia scampo), tenermelo accanto mentre leggo, vivere quella relazione unica che si instaura tra essere umano e animale, invece di rinviarla colpevolmente, quando appunto avrò più tempo.

sabato 24 agosto 2024

Chi ha tempo (Non aspetti tempo)

Scusate s’è tardi, ma si fa presto a dire: “Tempo”.
Quale tempo? Non il meteo e neppure il kairos, il momento opportuno, propizio. Proprio il tempo, il kronos, quello che scorre e che siamo abituati a considerare “uno”. Sbagliando.
Sì, perché non c’è soltanto il nostro, di tempo, quello che siamo abituati a conteggiare con le lancette dell’orologio o i minuti in evidenza sul telefono.
Il tempo al singolare non esiste, esistono i tempi.
C’è quello infinitesimale, per il quale persino il “secondo” è unità di misura a grana troppo spessa per coglierlo. Pensiamo alle cellule che si dividono, alle molecole che si abbinano, agli atomi che si aggregano e scindono… Sembra fermo, invece è tutto un movimento, anche adesso, mentre scrivo: le unghie, i capelli, i fili d’erba, le foglie d’albero, stanno crescendo o regredendo, modificandosi insomma.
Poi c’è quello enorme, degli astri, delle ere geologiche, dell’universo che si espande…Tredicimila e rotti miliardi di anni. Tredicimila. E rotti. Miliardi di anni. Miliardi.
Anche ad impegnarsi, una dimensione tanto estesa che la nostra mente non può cogliere.
In mezzo, tra il grande e il piccolo, ci siamo noi, abituati a pensarci al centro forse proprio perché ci troviamo “in mezzo”.
Sì, vabbè, e allora? Cosa vuoi dirci?
Nulla. Non ho lezioni da impartire, soltanto pensieri da condividere. Ciascuno può prenderli per intero o coglierne un pezzetto, aggiungendone dei propri o semplicemente mettendoli da parte, conservarli in un cassetto o masticandoli come si fa con il nocciolo dell’oliva, prima di sputarlo.

P.S. Le coincidenze. Anche ad esse facciamo poco caso, dando tutto o quasi per scontato, mentre la nostra vita non è che un continuo, incessante, verificarsi di sincronismi, simultaneità, concomitanze. La maggior parte non le governiamo, accadono da sé, qualcuna invece possiamo combinarla. Come decidere di trascorrere qualche ora di qualità con le persone che amiamo. O prendere il telefono e chiamare qualcuno che non sentiamo da un pezzo. O scrivergli. O cominciare un progetto a lungo rimandato. Buoni propositi di fine agosto, che non lasciano soltanto il tempo che trovano.

venerdì 23 ottobre 2020

Tutto questo (Pure quest'anno)

Doveva essere "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso". Sbagliavo.
Lo è pure quest'anno.
Con una differenza: nove mesi fa ci siamo cascati mani e piedi, almeno a Bergamo, picchiandoci il muso; stavolta fatichiamo a distinguere se sia un "al lupo, al lupo" oppure il lupo è già tra noi, davvero.
Anche da quassù, dalla tolda di quella che dovrebbe essere una corazzata dell'informazione, fatico a discernere il vero dal falso, l'esagerato dal giusto.
Buon senso e verità d'altra parte hanno quasi sempre voce flebile, mentre il clangore della cronaca sparata a volume massimo elimina le differenze di tono, i rumori di fondo, tutti quei dettagli che formano un'opinione ragionevole e non una sensazione da sposare o rinnegare del tutto.
A futura memoria, di questi giorni disorientanti, annoto:
  • il dispiacere per mio figlio Giovanni, il suo diciottesimo da compiere tra poco e gli ultimi due anni di liceo - irripetibili - gettati nel fosso;
  • l’impressione che per molti, per troppi, il contagio da virus equivalga ad una colpa, al non aver rispettato ogni precauzione, invece che un accidente, una sfortuna, qual è ogni malattia da che mondo è mondo;
  • la certezza che il sistema sanitario italiano funzioni decentemente in condizioni normali, ma appena il livello di stress aumenta si trova ovunque confusione e torniamo in balia del caso;
  • la sensazione che per quanto serio possa essere, il virus farà meno vittime dello scorso inverno, poiché qualche nozione in più l'abbiamo;
  • il timore che tutto precipiti all'improvviso, con il lutto e il dolore che molti hanno già provato;
  • il disagio per tutte le chiacchiere e le sentenze dei Soloni che ne sanno sempre una pagina più del libro, scordando che prima di dare consigli sulle competenze altrui dovrebbero dare buon esempio loro;
  • la lentezza di alcuni - specialmente nel settore pubblico, ma non solo - nello sbrigare pratiche o svolgere un banale compito, in contrasto con la prodigiosa rapidità degli stessi a dire "Ciao ciao" all'ufficio e piazzarsi in smart-working sul divano, senza alcun controllo, al primo soffio di vento;
  • la responsabilità e l'efficienza dei miei colleghi in tv quando lavorano da casa e fanno più e meglio di quando hanno me dietro il collo;
  • la perfidia, mista a vigliacco godimento (lo scrivo ironicamente), con cui ieri l'altro ho appreso del coprifuoco serale, immaginando così di poter tornare a vedere tutti insieme un film in famiglia, come dopo il "liberi tutti" di aprile non abbiamo più fatto;
  • la paura che il patto tra cittadini e autorità, tra individui e Stato, a forza di tirare la corda venga meno, specialmente per le generazioni più giovani, quelle meno ammalate dal virus e che più pagano dazio in conseguenza dei provvedimenti per contenerlo.
  • La percezione che decidiamo poco o nulla e sia piuttosto il destino, il caso, a determinare se supereremo tutto entro breve oppure andrà gambe all’aria pure quest’autunno / inverno.
  • Per oggi mi fermo qua. Se mi viene in mente altro aggiungerò un post scriptum, poco sotto.

domenica 8 marzo 2020

"Tutto questo si chiamerà l'anno scorso"


Ho scritto poco, anzi nulla, adempiendo a un disorientamento, che mentre tutti sembrano maestri io mi sento ancora più allievo.
Non giudico gli altri, preferisco per me stesso il silenzio, anche perché "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo".
Vivo ciò che sta accadendo, come tutti, navigando a vista, a volte illudendomi di intravedere una rotta già nota, altre comprendendo che per ciascuno di noi è un mare aperto, inesplorato, e anche i marinai più esperti (virologi, medici, statitistici, funzionarii, scienziati, politici...) ne conoscono al più un breve tratto, quello che riguarda le loro competenze, ma scenari, scelte complessive e possibili ricadute sono simili a un tiro di dadi, appartengono all'azzardo.
Pesco il buono, come cerco di fare sempre, per tutto, astenendomi dalla facili critiche e trovando gusto nello scoprire del bicchiere il mezzo pieno, provando a essere positivo, aggrappandomi alla storia, alle prove che le porzioni di umanità hanno vissuto in passato e che hanno condotto fin qui, cavando sempre del bene anche dal gramo.
E quando proprio sono in difficoltà, quando l'incertezza ha la meglio, quando l'apprensione o lo sgomento o la confusione prendono il sopravvento, mi porta conforto il proverbio bosniaco che recita: "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso".
Già. Passerà, come passa ogni cosa, per epocale che possa essere questo tempo diventerà soltanto un ricordo.

P.S. Diventerà soltanto un ricordo, è vero, e proiettarsi oltre l'ostacolo del tempo è una consolazione e insieme un appiglio. Tuttavia la dignità con cui lo affrontiamo, le prove che supereremo, l'esempio che in ogni istante diamo ci accompagneranno e definiranno di noi stessi un profilo, l'immagine che vedremo a lungo, guardandoci allo specchio. Poterlo fare, fissandoci negli occhi, confessandoci di essere stati coraggiosi ma al tempo stesso responsabili, credo debba essere la stella polare, per ognuno.

venerdì 31 agosto 2018

Sono io (La vita, il McDonald's e lo specchio)


Sono io quel volto scavato dentro lo specchio, gli occhiali e la barba sempre più bianca e i capelli anche, quelli che restano. Sono io quelle rughe, lo sguardo severo, che si osserva, stupito, sorpreso, non trovando traccia del bambino che cerco, del ragazzo che sono stato e che tuttora mi sento.
Vorrei avere la perseveranza insistente del glicine o del gelsomino, che protraggono incessanti le fronde in cerca di appiglio, di un punto di appoggio per espandersi, per allargarsi più che possono, all'infinito. Constato in essi la vita che avanza incalzante, senza mai fine, neppure quando cade un ponte o c'è un terremoto e pure se dovesse cadere un meteorite dal cosmo.
Sono io che mi fermo, è la natura del singolo che ha passo breve e fiato corto.
Lo accetto, ma non mi rassegno: continuo a guardare quegli occhi che mi osservano dentro lo specchio, la pupilla che a differenza del resto del corpo non muta, rimane identica nel bimbo come nel vecchio.
E' in quel nocciolo che cerco riparo e pure il segreto di ciò che rimane senza età, eterno.
Lo capirai e lo cercherai anche tu, figlio mio, ne sono certo, quando avrai i miei anni e continuerai a percepirti diverso da come sei diventato, fermo a un tempo indefinito, a una gioventù superata soltanto quando ci si fa caso, davanti allo specchio.

P.S. Ad essere onesto, ci ho fatto caso anche in un altro preciso momento: in fila, al McDonald's, che mi ostino a chiamare così mentre per te, per tutti i tuoi coetanei è semplicemente il Mac, il Mèc, anzi, che si fa prima a dirlo. E' successo ieri: me ne stavo quieto quanto un bradipo con il naso all'insù, cercando di capire il gelato da ordinare, venendo superato bellamente dalla massa di ragazzi dai quali ero circondato e che con la rapidità del Velociraptor si palesavano alla cassa, ordinando in un nanosecondo vassoi stracolmi di cibi e bevande, mostrando semplicemente lo schermo del telefonino. Ecco, in quell'istante mi sono sentito come Troisi e Benigni in "Non ci resta che piangere", ma al contrario: ero io quello restato indietro, nel tempo. Così ho mandato un messaggio (scritto) a tua sorella, che lesta me ne ha mandato un altro (vocale) per dirmi che "quelle sono le offerte del Mèc" e che "se tipo usi la loro app risparmi" (ha detto proprio così, "se tipo usi la loro app"), "invece di un menù a sette euro te lo fanno pagare tipo tre euro" (ha detto proprio così, "tipo tre euro") e che "tipo a Natale ne fanno un sacco ed è bellissimo" (ha detto proprio così, "tipo a Natale" ed "è bellissimo"). Le ho risposto con un vocale anch'io, per sentirmi meno superato: "Grazie Giorgia, è bellissimo, tipo bellissimo, tipo davvero".


sabato 16 aprile 2016

La pazienza del corniolo (Non diamoci troppa importanza)

Il "cornus rubra" in fiore
I colori sgargianti hanno il sopravvento in questa stagione di principio ch'è la primavera, con le giornate che si allungano, la luce che si distende come vernice, senza bisogno di pennello.
Lascio da parte le misere preoccupazioni quotidiane, concentrando l'attenzione su una pianta messa a dimora a lato del giardino. E' un "cornus rubra" (chiamato comunemente "corniolo") ed era stato scelto quattro o cinque anni fa per la fioritura splendida, un rosa acceso e impertinente, uno spesso ricamo della natura, che lo adorna da cima a fondo.
Rari erano però finora i boccioli e rachitici i petali, fragili persino i rami, tanto che talvolta non nego mi sia passato per la testa di dargli un taglio, netto.
Quest'anno invece, in un aprile all'apparenza come tutti gli altri, forse un po' più caldo, forse un filo più umido rispetto a quello passato, ecco che il cornus s'è ammantato di quei fiori stupendi che invano negli anni scorsi avevamo aspettato e ora fa bella mostra di sé, tra lo smeraldo dei prati, il rosso dell'acero, il verde carico del faggio e quello più tenue del fico.
Lo osservo ogni volta che torno a casa e me ne compiaccio, pur non avendo io alcun merito, con la natura che semplicemente ha fatto il suo corso. Lo fa sempre, la natura. Semmai siamo noi figli frettolosi e impazienti del creato a pretendere di dettare i ritmi, a incapricciarci se il corso degli eventi è differente da ciò che desideriamo. Una consapevolezza che mi prostra e nel contempo porta conforto: se infatti esiste uno scorrere più imponente di qualsiasi nostro sforzo, eccessivo è allora ogni affanno e tanto vale abbandonarsi al fluire placido del tempo, che tutto modella, tutto plasma, a proprio piacimento. Ciò non significa disinteressarti di tutto, bensì non darsi eccessiva importanza, comprendere la giusta portata del nostro impegno, accettandone i limiti, sapendo che tutto non inizia e non finisce con noi, ma c'è stato sempre un prima e ci sarà sempre un dopo.

domenica 9 novembre 2014

A tempo guadagnato

Foto by Leonora
C'è un effetto della crisi, della modernità, del desiderio di efficientismo o decidete voi che altro, capace di erodere un valore fondamentale per fare le cose per bene: il tempo. Specie quello che a un occhio distratto pare perso e invece è essenziale quanto il lievito per il pane o l'azzurro per il cielo.
Torno in basso, facendo esempi terra terra, quali il poliziotto, l'insegnante, il medico e tutti quei mestieri, giornalista compreso, che non si possono misurare a ore o a prestazioni singole, bensì presuppongono un investimento ad ampio raggio.
Prendiamo il commissario Maigret o Montalbano, se preferite. Nessuno può negare siano personaggi positivi eppure "perdono" un sacco di tempo, fumando la pipa, passeggiando per i boulevard di Parigi, o nuotando "a ripa di mare", a Marinella, concedendosi lunghe e abbondanti pause pranzo, con tanto di caponatina e sarde a beccafico.
Cosa fa la differenza? Perché siamo propensi a concedere loro ciò che invece negheremmo al funzionario pubblico che abita sul nostro stesso pianerottolo o al collega della scrivania a fianco?
Semplice: il risultato. Maigret o Montalbano alla fine il loro lavoro lo fanno, acchiappano il ladro o l'assassino o lo acchiappano quasi sempre in virtù dei ragionamenti, delle intuizioni, dei contatti sia relazionali, sia cerebrali, che si creano mentre stanno facendo tutt'altro rispetto a quello che in senso stretto è il loro lavoro.
Non la faccio lunga, volevo solo dire questo: l'efficienza è importante ma non si può misurare unicamente a ore o a prestazioni, con un modello fordista, da catena di montaggio.

mercoledì 29 ottobre 2014

Il gioco (guardare il dritto delle cose, pensando a rovescio)

Foto by Leonora
C'è sempre un altro lato della medaglia e spesso è quello che brilla di più. Basta accorgersene.
In questi giorni che richiamano al letargo mi diverto a pensare a rovescio, ribaltando il giudizio sulle situazioni, cominciando da quelle in apparenza negative, ma che non sempre lo sono. Almeno non in tutto e per tutto.
Qualche esempio pratico, per spiegarmi meglio.
  • Per andare al lavoro impiego, quando tutto va liscio, un'ora e un quarto (ho un sacco di tempo per pensare, ascoltare buona musica o i discorsi d'attualità, alla radio).
  • Vedo poco mia moglie e i miei figli (li apprezzo di più, quando sono a casa, ed essendoci poco mi sforzo di essere più comprensivo, meno nervoso).
  • Quel tale progetto doveva già essere ultimato e invece siamo in alto mare (possiamo modificarlo in modo che sia al passo con i tempi, correggendo gli errori che invece avremmo fatto se fosse partito in anticipo).
  • Trattare con figli adolescenti non è facile (costretto da loro imparo un nuovo equilibrio).
  • Non so se sono all'altezza e adatto al mio nuovo ruolo (mi sto conoscendo meglio, mi si è svelato un uomo che affronta le proprie fragilità e che trova risorse che non immaginava di avere).
  • Il futuro pare sempre più incerto (però non è qualcosa che mi viene banalmente incontro e che l'unica scelta consiste nello scansarlo o meno, invece posso costruirlo, plasmarlo a mio piacimento).
  • Mio padre non c'è più (ho scoperto di essere padre a mia volta, un uomo, adulto, e non più un figlio, e poi di lui ho sedimentato il ricordo, trasformando in dolce l'amaro, smussando gli spigoli e valorizzando le lezioni più belle che mi ha lasciato).
  • Ogni tanto avverto qualche acciacco, specie quando corro (proprio correndo ho imparato a conoscere il mio corpo, a riconoscere la fatica "buona", a gestire i fastidi, sapendo che possono essere subdoli ma che prima o poi passano).
  • Leggo meno libri (sono sempre tanti e poi li scelgo meglio e quelli buoni li faccio decantare con calma, come assoporando del vino).
Se mi sforzo sono certo di trovare altri esempi, anche meno banali, tuttavia mi pare di essere stato chiaro: il problema non è ciò che ci accade, bensì come lo affrontiamo. Un atteggiamento positivo fa la differenza, in meglio.
P.S. Ho scritto che mi diverto a pensare a rovescio, ma spesso è una forma di sopravvivenza, sul serio.

venerdì 29 novembre 2013

Un secolo, una vita (elogio del tempo attuale, contro tutti i pessimismi)

Foto by Leonora
Giacomo a gennaio compirà diciassette anni e benedico il secolo che ci separa da un altro tempo, da un'altra epoca. Gennaio 1914. Non c'erano play-station né computer, ma questo senza dubbio è il meno. Era la pace che vacillava e nel volgere di pochi mesi l'Europa si sarebbe infiammata in una guerra che un anno dopo avrebbe contagiato pure l'Italia.
Ci pensavo ieri l'altro, mentre leggevo la biografia di Adriano Olivetti, guardando mio figlio sdraiato sul divano ("Gli sdraiati" è l'ultimo libro di Michele Serra, che parla proprio degli adolescenti), quieto e beato, senza neanche quei crucci esistenziali che assillano molti suoi coetanei, sazio di serenità e indolente come lo ero io, alla sua età, ma con la stessa curiosità per le vicende politiche, per lo sport, le amicizie, gli svaghi.
Mi immaginavo il suo trisavolo Giovanni, cento e venti anni prima, o Ermenegildo Bardaglio, il papà di George, appena sbarcato in America, dopo un viaggio infinito in un piroscafo che non somigliava affatto a una nave da crociera, senza sapere una parola di inglese e con scarsissimi quattrini in tasca.
Se fosse nato cent'anni prima Giacomo, il mio Giacomo, tra poco più di un anno sarebbe stato abile e arruolato per la guerra, sarebbe partito per il fronte, lasciando me, sua mamma, sua nonna e i suoi fratelli con un groppo alla gola e un giogo pesantissimo, che ci avrebbe tenuti svegli la notte e si sarebbe dilatato durante il giorno, come un'ombra.
In quella guerra mondiale, la prima, morirono dieci milioni di soldati, moltissimi dei quali poco più che ragazzi. Altri milioni restarono feriti, segnati nel corpo e nello spirito da un'esperienza disumana.
Cosa resta di quel falciare vite con la facilità di una mietitrebbia?
Qualche monumento ai Caduti, alcune lezioni, molte pagine di storia. Nulla tuttavia che mi faccia anche soltanto prendere in considerazione che di morire in una guerra valga la pena. Benedico allora i passi che abbiamo compiuto, le scelte che sono state fatte, i recenti settant'anni di pace e pure la condizione attuale, che può sembrare fosca e grama, ma nella peggiore delle ipotesi non assomiglia nemmeno lontanamente all'inferno che allora cominciava.
Gennaio 1914, gennaio 2014. E' trascorso un secolo non invano. Lo vorrei ricordare ogni mattina che mi sveglio con la luna storta e scuoto il capo sussurrando tra me e me: "Che tempo maledetto, questo della crisi". Per quanto maledetto sia, rispetto a un secolo fa, è comunque sciambola.

domenica 11 novembre 2012

Casa Bardaglio

Foto by Leonora
Quarant'anni, un giorno. Era l'11 novembre 1972 e (come ho già raccontato cinque anni fa, in questo post) ci trasferimmo nella casa dove tuttora abito e che è sempre stata la mia, anche nei dieci anni in cui - appena sposato - abitai in via Varesina, a quella giusta distanza che secondo i vecchi occorre mettere tra nuora e suocera, "non troppo lontano, non troppo vicino, abbastanza per vedere il fumo dell'altrui camino".
Le mura sono le stesse di allora ma molto è cambiato, interpretando i tempi e marcando le differenze con il mondo rurale in cui i miei genitori sono cresciuti e che è scomparso da un pezzo. Mio padre poi non c'è più e con lui, oltre alle braccia che l'avevano creata, se n'è andato lo spirito autentico, quel bisogno di avere un posto tutto per sé, dove se vuoi mettere un chiodo nella parete nessuno può impedirtelo. Un orgoglio che io mantengo, perché l'ho vissuto sulla mia pelle, che mi ha marchiato a fuoco, ma capisco di essere comunque anni luci distante dall'ostinazione, dalla caparbietà che aveva lui, uomo di un'altra stoffa e di un altro tempo. Una determinazione che i miei figli - lo so - avranno ancor più diluita e i figli dei miei figli probabilmente neppure avvertiranno ed è per questo che due giorni prima di morire, in uno di quei dialoghi che abbiamo avuto la fortuna di avere e in cui ci siamo detti tutto l'essenziale che c'era da dirsi, con lui sono stato onesto: "Papà, lo sai che ti ho visto tirar su questa casa, conosco i sacrifici che hai fatto e quanto ci tieni anche se adesso non sembra importarti di nulla perché tutto sembra perso, ma voglio prometterti lo stesso che finché ci sarò io farò di tutto per tenerla, perché non sia sciupato ciò che hai fatto. Ed è una cosa che cercherò di far capire anche a Giacomo, Giorgia, Giovanni, anche se, lo sai, non posso assicurarti che lo faranno, e poi accada quel che accada, perché tanto in eterno non dura nessuno". Lui sorrise. Non un sorriso amaro, un sorriso disteso. "Và ben". Va bene, disse, in dialetto. Lo considerai un testamento.
Tra le molte cose di cui mi sono pentito, invece, c'è la pigrizia con cui me ne occupai quando lui era in vita. Ero più giovane, pensavo ad altro e soprattutto pagai il carattere tendente al rimando. Quante volte, in questi cinque anni, ho sistemato qualcosa (il tetto del garage, la recinzione, l'aggiunta di un nuovo pezzo di prato, il cancello elettrico...) rimpiangendo di non averlo fatto prima, quando lui ancora c'era e avrebbe potuto vedere, sapere che anche senza di lui ce la saremmo cavata, avremmo migliorato le cose e non fatto andare in malora tutto. La cosa di cui andrebbe più fiero sono le tredici tessere di ceramica con altrettante lettere dell'alfabeto che abbiamo incollato all'entrata, accanto al cancello. C'è scritto "Casa Bardaglio" e in due parole è detto tutto.

giovedì 29 marzo 2012

Il tempo brucia tutto: cogliamo l'attimo

Gli "occhi di Gesù" vengono chiamati dalle mie parti ma non credo sia il nome corretto per i fiorellini azzurri che riempiono i prati in questi giorni. Sabato ho tagliato l'erba ed è stata la prima volta quest'anno. Mentre passavo avanti e indietro con il falciatore pensavo a una cosa che avevo già scritto qui, su questo blog, chissà quando, chissà dove, sulle differenti erbe che crescono a seconda delle stagioni. "Ogni cosa a suo tempo". Vale per il prato, vale per la fantastica magnolia nel giardino di Monza dove lavoro e vale anche per noi, che ci ostiniamo a correre. In verità qualche momento me lo godo, come lunedì, quando tutti assieme stavamo finendo di vedere "Thor" in televisione. Erano quasi le undici di sera, l'unica luce era quella dello schermo e vedevo Isabella con in braccio Giovanni, Giorgia sdraiata sul parquet, Giacomo come al solito padrone del divano, lungo e disteso, e io seduto poco distante, che li inquadravo tutti, come fossero un quadro. La perfetta felicità esiste, ho pensato, ed è racchiusa nelle piccole cose, in momenti all'apparenza banali. In un secondo tutto è svanito, è partita la sigla finale, Isabella ha gridato perché era tremendamente tardi, i ragazzi si sono defilati a preparare la cartella, mettersi il pigiama, lavarsi i denti, mentri me ne sono rimasto lì, un po' interdetto, badando più a quell'istante passato che al tempo declinato al presente.
"Il tempo brucia tutto" mi ha detto Stefano ieri. Ha ragione. E io pensavo agli amici che per fortuna vedo e a quelli che invece è più difficile incontrare, pur se ne avrei una gran voglia. A Piero, ad esempio, che chissà dove sarà, se a Roma o in giro per l'Italia, a parlare agli industriali. O ad Angelo, che mi ha cercato anche stasera al cellulare senza che potessi rispondere. O a Massimo, che fa l'architetto a Mantova e non è proprio dietro l'angolo da andarlo a trovare quando mi pare. Domenica forse però lui lo vedo. La volontà c'è, basta darsi una mossa e sapersi organizzare.

Foto by Leonora

mercoledì 8 giugno 2011

La goccia d'ambra


I grandi temi lasciano in ombra gli intimi affetti. Solo qui, sul blog. Nella vita reale è diverso e pur se il lavoro in questi giorni si mangia gran parte del tempo, riesco a dividere quel che resta del giorno con le persone a cui voglio bene. Stasera ad esempio sono riuscito ad arrivare poco dopo le nove, riuscendo a vedere un film insieme al resto della famiglia. Giorgina ci teneva più di tutti. Erano sei giorni che insisteva. Complice qualche contrattempo non eravamo mai riusciti a combinare. Oggi s'è seduta sulle mie ginocchia e abbiamo guardato la tv così, vicini vicini. E' una coccolona, Giorgia. Come Giovanni, tanto dolce quanto sa far disperare se s'impunta e frigna per un nonnulla. E anche Giacomo lo è, pur se ormai è in quell'età in cui ostenta spacconeria e si vergogna di svelare il lato tenero ch'è in lui. Ieri l'altro, mentre mia madre era in ospedale per una serie di esami, a differenza di quanto avviene a casa non si è vergognato di abbracciarla, di baciarla, di salutarla e anche quando se ne stava andando, prima di uscire dalla porta, s'è girato e ha fatto ciao con la mano. Poco più di un dettaglio, che mi ha fatto piacere, orgoglioso di una minuzia come soltanto un genitore può essere. A proposito di orgoglio, domenica Giovannino ha parato tre rigori, permettendo alla sua squadra, il San Luigi, di battere l'Itala e arrivare terza al torneo del nostro paese, mentre Giorgia si è esibita nel saggio di fine anno di ginnastica. Scrivo tutte queste cose per una sorta di riscatto, perché non appartengo alla schiera di coloro che scattano migliaia di foto o video per immortalare momenti da ricordare. Temo che un giorno me ne pentirò, eppure non soltanto la pigrizia è più forte, anche la consapevolezza di questo tempo che fugge e che nonostante i nostri sforzi non riusciamo a trattenerlo. Però lo sforzo dell'uomo spesso porta a un risultato magico, oltre che meraviglioso: bloccare l'istante, esattamente come l'ambra fa con l'insetto. Ecco, queste righe vogliono essere una goccia d'ambra, una di quelle da tenere sempre al collo e non farci per anni caso e un giorno qualsiasi, per un ghiribizzo, ci si sofferma a guardarla più attentamente , si fa caso al segreto che ha imprigionato e per un istante la barriera del tempo di frantuma e il passato e il futuro scompaiono, esiste soltanto l'adesso, un eterno guardare la tv con i miei figli rimasti piccoli, sul divano.

Foto by Leonora