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venerdì 10 gennaio 2025

Come il giorno dilegua (Non è una storia triste)

Sei sempre presente in me, perciò non mi manchi. L’essenza c’è intatta, ma un pezzettino alla volta mi accorgo che te ne vai, i contorni si fanno più sfuggenti, meno nitidi, l’immagine complessiva sfuma, come in quelle foto in cui i pixel mano a mano si staccano, dissolvono.
Diciassette anni. Diciassette anni esatti. “Con dignità, com’era vissuto, è morto ieri mio padre” avevo fatto scrivere sul giornale, il giorno dopo. Poche parole e una fotografia, che quella non doveva mancare e non avevi neppure dovuto ribadirlo, tanto per noi era chiaro, dopo una vita in cui ti arrabbiavi se nel necrologio de La Provincia mancava l’immagine del defunto. Non era curiosità fine a se stessa, bensì desiderio di comprendere l’identità per sapere se lo conoscevi o meno, se meritava una visita, una partecipazione al funerale o nulla, al massimo un pensiero.
Ora tendiamo a farci scivolare via tutto, mentre la tua generazione è stata una delle ultime ad avere dei morti il culto. Io non ce l’ho, semplicemente per ciò che ho scritto allora come oggi: in me tu sei vivo. E pazienza se fatico sempre più a delinearti con precisione. Lasciamo alla tigna del tempo di sbiadire i tratti somatici, teniamo stretti invece i mille momenti insieme, ciascuno dei quali ha contribuito a formare l’uomo che sono. Il buono, soprattutto.

P.S. Giacomo credo ti rammenti bene, Giorgia meno, Giovanni poco poco. Non importa. I tuoi geni sono i loro e, come ruota che gira, hai lasciato spazio per dare nuova linfa. E mi rendo conto che così come stai facendo tu, un giorno quello che si evaporerà sarò io. Non lo scrivo con tristezza, tutt'altro: provando conforto. Che peggio sarebbe se il lutto non si superasse, se la vita non riempisse ogni vuoto, se chi mi vuole bene restasse imprigionato, non guardando avanti, ma soltanto indietro. A caldo infatti tutto brucia, con il tempo invece subentra un sentimento di dolcezza, "naturalmente, come si fa la notte quando il giorno dilegua".

  

lunedì 8 gennaio 2024

Un terno all'otto (Il giorno non qualunque)

Me ne sono ricordato all'ultimo, al termine di una telefonata in coda alla serata, quando il campanile di sant'Agata batteva le undici e già stavo per salutare spiccio mia mamma, curioso di vedere l'ultima bozza della prima pagina.
"Hai cominciato nel giorno del papà" mi ha detto, incrinando d'un tratto la voce, come chi d'improvviso si rattrista.
Il giorno del papà. Lo avevo completamente scordato, non soltanto oggi, che pur ho qualche giustificazione, essendo entrato in un frullatore d'informazioni, nomi, volti, ma altresì in ciascun iniziato degli ultimi due mesi, da che ho saputo che a Brescia avrei iniziato il nuovo lavoro proprio l'8 di gennaio.
Quindici anni fa, una notte di queste fu un'alba d'agonia. Se ne andava colui che più ha inciso nella mia vita, generandomi non soltanto biologicamente e donandomi quella libertà - di essere chi sono, di non adeguarmi a un modello costituito - che considero il vero privilegio tuttora.
Così sono i casi della vita, le coincidenze che sorprendono, dimostrando che la realtà è sempre più creativa della fantasia (perciò aveva ragione Buzzati, che sulla sua macchina per scrivere aveva appiccicato un bigliettino con scritto: "Racconta, non fare il furbo").

P.S. È stato un giorno denso e lieve insieme, una sensazione d'immersione, a metà tra il mare agitato e Gardaland. Qualche breve dettaglio in cronaca: sono arrivato in treno (ecologicamente corretto), ho sorriso molto e cercato di fare un'impressione buona (speriamo), ho voluto esserci all'apertura e restare fino alla chiusura (una sorta di rito di ringraziamento, di iniziazione auto imposta), mangiato da McDonald's (scorrettissimo, eticamente e dieteticamente), chiamato eccezionalmente mia mamma al telefono per rassicurarla che tutto è andato bene (ed è lì che è uscita la vera notizia, anche se poi la data dell'8 ha confuso entrambi, poiché quella esatta sarebbe stata il 10 di gennaio. Però, come pare abbia risposto a un collega scettico l'allora direttore di Repubblica, Ezio Mauro, riguardo una notizia riportata dal suo giornale in prima: "È talmente bella, vuoi anche che sia vera?")


 

venerdì 28 ottobre 2022

Il posto più sicuro (Ora e qui)

"La memoria è vita"
Saul Bellow

Seguo passo passo impronte delle persone a cui tengo e mi trovo a tastare con le dita il loro calco, nel punto esatto in cui s'intrecciano.
È capitato anche oggi, in occasione di un anniversario identico, pur se traslato nel tempo, tra due amiche che non si conoscono e che hanno perso il padre a quindici anni di distanza, lo stesso giorno.
Riporto qui le loro stesse parole, poiché non saprei descrivere meglio il sentimento che provano e ch'è comune a molti, a tutti coloro che hanno sperimentato la vicinanza della morte e l'eco di un dolore affine, gemello ad ogni essere umano.

Un anno senza più vedere il tuo viso, senza più sentire la tua voce, senza che il telefono suoni cento volte al giorno e dall'altra parte senta "Anto...".
Un anno lungo e faticoso, un anno vuoto, nonostante pieno di mille impegni e cose da sbrigare.
Un anno in cui non c'è stato un solo giorno in cui non ti abbia pensato, non Vi abbia pensato.
La sera soprattutto, nel mio letto, dove le lacrime possono scendere liberamente senza che nessuno mi veda.
Mi sento sola anche se sola non sono, piccola anche se piccola non lo sono più.
Vado avanti sì... Per forza... Perché devo farlo e perché il tempo scorre inesorabile e non posso fermarlo anche se lo vorrei tanto.
Ma è tutto diverso, tutto più difficile, tutto più vuoto... Anche i miei sorrisi non sono più gli stessi.
Ho perso il mio ruolo di figlia e non posso più chiamare né mamma né papà.
Invidio chi lo può ancora fare.
Vi porto sempre con me, nel mio cuore, che è il posto più sicuro in cui lasciarvi e da cui non Ve ne andrete mai.

Oggi sono sedici anni che mio papà è mancato.
La sera prima che morisse l’ho visto piangere... Per la prima volta nella mia vita. Ma le sue non erano lacrime di paura per quello che sapeva succedere di lì a poco.
In quelle lacrime c’era il suo tornare “umano”, perché un figlio vede sempre nel proprio padre un supereroe.
Ho trascorso l'ultima notte accanto a lui e le sue ultime ore a carezzargli il viso, cercando di liberarlo dal “peso” di dover essere il nostro supereroe fino alla fine.
Era giusto che potesse sentirsi umano... figlio... bambino... come forse per la vita che aveva vissuto non aveva potuto concedersi di fare fino a quella sera... Non potrò mai dimenticare la lezione che mi ha dato con quelle lacrime.
Non sono triste, perché lui è qui. E qui continua a vivere.

P.S. La morte dispiace sempre e ciascuno l'affronta a modo proprio, senza risposta al perché d'un tale dolore, che resta un mistero. Unica consolazione, pallida e vivida al tempo stesso, è la possibilità che concede la memoria, di tenere chi è caro con sé, nel modo più intimo: un dono inestimabile, che però paghiamo caro, finché la ferita diventa cicatrice e il dolce si mangia l'amaro.

lunedì 3 ottobre 2022

In viaggio (Alla ricerca del buono)

“La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”
(Henry Miller)

I lacrimoni sulle guance, al momento dell'abbraccio, si sono asciugati presto. Almeno così mi piace pensare: che appena superata la porta a vetri dell'aeroporto il dispiacere per il distacco abbia lasciato spazio al desiderio del viaggio e all'apprensione per le ultime pratiche, prima dell'imbarco.
Tre mesi. Probabilmente meno.
Un tempo che ti sei ritagliata con piglio, per viaggiare in lungo e in largo, oltre oceano, “a zonzo", come direbbero i superficiali e i sarcastici.
In verità l'obiettivo - concordato - è assai più alto e consiste nel coltivare la libertà e mettersi alla ricerca del bello, del vero, del buono. Non dell'utile. O meglio, l'utile non per filo diretto, per calcolo, bensì come conseguenza, a specchio, esattamente come chi cerca di creare valore e di sponda ottiene denaro.
"Se non ora, quando?".
Me lo sono ripetuto spesso, per te, che a ventidue anni hai l’occasione giusta per farlo. Lo penso pure adesso, anche se la lontananza non è affatto simile al vento, semmai è una pietra sul petto, un risucchio allo stomaco, una sensazione di perenne nostalgia, placata soltanto dal bene che ti voglio e dalla gioia nel sapere che spieghi le ali, che diventi grande coltivando curiosità, interessi, passioni, entusiasmo.

P.S. Ciò che di più profondo vorrei esprimerti, le parole non dicono. Gli sguardi, forse. Gli abbracci. Il salutarsi o congedarsi stringendosi forte, stretto stretto. Anche così però so che tutto il sentimento che provo non trova descrizione, confine, forma, recinto, alfabeto. Tu sai tutto questo, poiché lo senti a tua volta. Il resto conta, ma zero.

lunedì 11 ottobre 2021

Come un aquilone (Per sempre accanto)

I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.
(Madre Teresa)

È vero, hai ragione: di notte, in questi tempi, spesso non dormo.
Mi sveglio di colpo, i pensieri inceppano il sonno, mi giro e rigiro finché alla fine mi arrendo, rinunciando al buio, alla speranza di riaddormentarmi subito, all'evitare di fare i conti con pensieri, tarli, preoccupazioni.
Una di esse, lo ammetto, riguarda te, il tuo futuro, la paura da un lato di metterti troppa pressione e dall'altro di non comunicarti quanto sia importante il tempo attuale per costruire qualcosa, per gettare le fondamenta di una felicità che raramente casca dall'alto, quasi sempre è invece fatta di responsabilità, di sacrificio, di impegno.
Sei stato bravo nell'affrontare il liceo, non dandomi eccessivi pensieri, facendo il tuo dovere senza che la scuola diventasse troppo.
Ora però è necessario crescere, fare un gradino in più, comprendere cosa cambia dopo le superiori e applicarcisi con tenacia, impegno.
Credo ti sia goduto una buona estate, che abbia staccato la mente e vissuto più possibile amicizie, passatempi, svago.
Non ti chiedo di rinunciarvi, però - da oggi in poi - di mettere in cima alle tue priorità l’università, lo studio.
Io so quanto può essere difficile, quanto a volte il futuro spaventi o ci si senta schiacciati, anche dall'incertezza, dal timore di non farcela. Ci sono passato.
Alla tua età non avevo punti di appoggio o strade segnate, vagavo spesso a vuoto e ho aspettato due o tre anni, dopo il liceo, prima di mettermi in asse e imboccare un percorso certo, mio.
Non ti chiedo di non ripetere i miei errori, men che meno di dover riuscire a tutti i costi.
Ti chiedo soltanto di provarci, di concentrarti su ciò che conta, di non farti scivolare tra le dita questo tempo senza tentare di metterlo a frutto.
Ti chiedo di provarci non per me, per le mie paure o le mie ansie forse eccessive, ma per te stesso, perché l’uomo che diventerai dipende dal ragazzo che sei, da quanto semini adesso.
Perdonami dunque queste parole invadenti, questo richiamo “all'ordine”, questo condividere una preoccupazione che ho e che non dipende esclusivamente da te, ma richiama le mie di paure, le incertezze, le fragilità della persona che sono.
Non voglio che ti senta schiacciato, semmai soltanto spronato, a fare meglio, a volare alto.
Sapendo che comunque ti voglio un bene infinito, che non c’entra nulla con ciò che fai o farai, ma riguarda ciò che sei e proprio per questo non mi deluderai mai, a prescindere da tutto.
Coraggio allora, non temere nulla, né i quiz, né i test, né gli esami, né il futuro.
Una strada la troverai, questo è certo.
Da oggi mi aspetto soltanto che ci provi, che ti metti in cammino, d’impegno, sapendo che con me non dovrai nascondere o temere nulla, poiché ti sarò sempre accanto.

P.S. A Giovanni. 10 settembre 2021

giovedì 22 aprile 2021

Prendersi cura (Aggiustare il mondo)

Ti sono grato, per ogni singola oncia che ti sei caricato sulle spalle, ogni callo sulle mani, ogni ruga del viso.
Non sei mai stato ricco, hai sempre guadagnato quanto un operaio ben retribuito, mi hai lasciato più del necessario, dimostrando quanto un uomo semplice può costruire partendo dal niente, contento di non accontentarti, di non sederti sul comodo, di piegare i sacrifici ad un'aspirazione, un "sogno", come li chiamavi tu, piccoli atti di costruzione del mondo.
Lo hai fatto con gli strumenti che ti sei trovato attorno, pienamente figlio della tua epoca, con i pregi e i difetti dei giorni in cui sei vissuto, ritirando dalle fabbriche e dai privati gli scarti di metallo, carta, plastica e portandoli dove li avrebbero riutilizzati.
Un lavoro sporco, nel senso letterale del termine, che ci si sporcava nel farlo e insieme costringeva alla fatica del corpo, all'esaurimento delle forze fisiche ad ogni tramonto, ma che anticipava una sensibilità al riciclaggio ora scontata, un dato di fatto.
Eri un precursore, senza saperlo, e come tutti gli antesignani, non avendo piena consapevolezza delle tue azioni, è facile ora leggerne gli errori: guardarli con sufficienza, giudicarli con severità o distacco - lo scrivo per i miei figli, i tuoi nipoti - applicando ad essi le coordinate della sensibilità attuale e le ascisse di quel tempo sarebbe irriconoscente, oltre che sbagliato. 
Hai realizzato ciò che hai potuto, ricercando il meglio, indicandomi con l'esempio che il medesimo percorso devo farlo anch'io, non banalmente replicando, bensì aggiungendo ai tuoi valori quelli che io stesso - grazie a te, ma diversamente da te - ho maturato.
È proprio pensando a queste cose che, giorni fa, passando di fronte al vecchio deposito del camion, ho preso la decisione di non lasciarlo abbandonato, di evitare che crolli, costituendo un pericolo e soprattutto la prova evidente di un decadimento, di un non prendersi cura del testimone ricevuto.
Sono pochi metri quadri, che esistono da un tempo immemore e che tu hai messo in regola decenni fa, spendendo quella che allora era una piccola fortuna in oneri e sanatorie, pur di coricarti la sera e alzarti il giorno dopo tranquillo. 
Per questo - quando accadrà - vorrei che per sistemare quel luogo del cuore fosse impiegato tutto il sapere ecologico attuale, l'attenzione per la sostenibilità, l'ambiente, lo sviluppo, ma pure per il bello, il buono.
Soltanto così infatti sentirò di aver dato continuità ad un cammino, prendendo il meglio che mi hai insegnato e ponendo a mia volta mano per riparare le ferite di quanto abbiamo capito fosse sbagliato. A cominciare dalle coperture di eternit che ancora resistono, causa principale del male che ti ho portato via, tredici anni fa, senza scampo.

Eccoti, qui, tu,
lì, di spalle,
come fosse ora,
come ti ricordo

P.S. Per la manutenzione straordinaria di cui necessita la struttura ho presentato domanda, affinché tutto sia regolare e insieme trasparente, limpido (un grazie all'amico Roberto, per l'interessamento paziente). 
Io però, lo ammetto, vorrei di più.
Vorrei che l'iniziativa personale diventasse un volano, affinché molti si prendano cura dell'esistente, specialmente di quello fatiscente, trascurato. Soltanto così, soltanto investendo risorse ciascuno per la propria parte nel ristrutturare eviteremo di usare il poco verde rimasto (e che va tutelato, ad ogni costo), risolvendo uno dei mali del nostro paese, di ampie porzioni del territorio: la prevalenza del brutto, la sciatteria, lo spreco.



domenica 10 gennaio 2021

Un medico, un uomo (I dottori sono bravi se indovinano)

Un salto in lungo, a scavallare l'anno, dalla vigilia di Natale fino ad oggi, che è un giorno speciale, quello in cui tredici anni fa se ne andava mio padre, anche se "andarsene" non è verbo adatto, poiché lo sento accanto a me, ogni momento.
Per uno dei riccioli che ricamano le coincidenze trasformandole in destino, poche ore fa, ieri, è morto Giovanni Sassi, che di mio padre era coetaneo, oltre che medico.
I dottori, si sa, sono bravi se indovinano, e lui con mio padre aveva azzeccato tutto: la prima diagnosi della malattia, l'aspettativa rassicurante di vita dopo il primo tumore, la preoccupazione per il secondo, risultato fatale cinque anni dopo.
Ecco perché alla simpatia personale aggiungo la stima per il professionista che è stato, con i pazienti di poche parole e ieratico, salvo rivelarsi colto, curioso e addirittura civettuolo per certe sue passioni, conosciute soltanto dai famigliari e dagli amici più intimi, con i quali restava asciutto, ma altrettanto sagace, pronto di spirito.
Figlio a sua volta del medico condotto (Roberto) e fratello di un altro storico dottore di famiglia (Ulisse), "Giannetto" ha vissuto l'epopea dei miracoli della tecnica, con l'evoluzione vertiginosa della scienza applicata al campo sanitario, senza però abbandonare il fondamento filosofico e quelle pratiche millenarie che hanno permesso agli uomini di prendersi cura dei loro simili, ascoltando, auscultando, tastando, osservando.
Fino a quando è andato in pensione sono stato suo paziente io stesso e non dimenticherò mai l'odore del suo studio, la concisione garbata delle sue visite, la disponibilità ventiquattr'ore su ventiquattro.
Avevo immaginato per lui una vecchiaia serena, nella sua bella casa in stile inglese al centro del paese, seduto su una sedia a dondolo, sotto un albero, in giardino.
Il destino ha voluto diversamente e voglio ostinarmi a pensare che sia giusto così, anche se per chi gli voleva bene è impossibile crederlo, desiderando di averlo accanto ancora un ventennio. Il Covid ha accelerato tutto, rendendo abisso il solco che un male peggiore aveva già scavato e che lo avrebbe fatto deragliare pian piano, impedendogli di continuare il mestiere che non ha mai smesso e di essere ciò che è sempre stato: un medico, un uomo.

P.S. Al figlio Riccardo, di cui sono amico, ma anche agli altri figli, Maria e Roberto, così come ai molti nipoti e soprattutto alla moglie Camilla va il mio abbraccio. Immagino quanto sarà arduo questo tempo, però so che anche loro, come capita a me con mio padre, passato il turbine del dolore lo sentiranno ancora accanto, ogni momento. 

lunedì 16 novembre 2020

In verticale (Tu, laureato)

A quest'ora le luci si sono spente tutte, tranne quella del tuo sorriso, così ampio, così limpido.
Da oggi sei dottore, la corona di alloro da portare qualche ora, il diploma da appendere al muro, una laurea per la vita, mille ricordi d'università che ti faranno compagnia, in futuro.
Ciò che dovevo dirti di più sincero te l'ho scritto, soltanto per te, consapevole che il meglio di quanto provo non hai bisogno di leggerlo, lo conosci nel cuore, per quel legame insondabile che unisce padre e figlio.
Qui aggiungo un appunto per tutti coloro che pensano di non potercela fare, che si arrendono agli inciampi, che si lasciano tarpare le ali dalle difficoltà e dalle persone ottuse o meschine incontrate lungo il cammino, comprese coloro che dovrebbero essere d'aiuto e invece si dimostrano l'esatto contrario, una zappa sui piedi, pietra attaccata al collo.
Sei nato e cresciuto in una famiglia che ha creduto in te, ma niente ti è stato regalato.
Sei arrivato in cima agli studi con l'ardire e la cocciutaggine degli scalatori in verticale, quelli che hanno una meta nel cuore e proseguono un appiglio via l'altro, senza timore di stare per un istante sospesi nel vuoto pur di aggrapparsi a uno spuntone di roccia o a un solco nella parete e salire oltre il bordo del dirupo.
In passato quello odierno sarebbe stato il traguardo, oggi è una tappa - una pietra miliare - di un cammino di formazione infinito.
Per questo sono orgoglioso di te e felice al tempo stesso. Non tanto per il "pezzo di carta" ottenuto, bensì poiché hai dimostrato in questi anni di essere curioso, capace, intelligente, perseverante. Un uomo, insomma. E non soltanto uno studente modello.

P.S. Ho scelto la foto con tua madre, poiché nessuno più di lei è contenta per questo tuo risultato, nessuno più di lei conosce la resistenza e l'ostinazione di volare alto anche quando la sensazione è di schiantarsi al suolo. Che il suo esempio ti sia sempre utile, nei giorni in cui c'è luce, come oggi, ma soprattutto quando diventa buio.

giovedì 5 novembre 2020

Le tue prigioni (Diciott'anni, oggi)

Sei colui che forse più m'assomiglia - spero soltanto nei pregi - e il tuo compleanno è speciale fin da quando sei venuto al mondo, lo stesso giorno di mio padre.
Il cinque novembre è più di una data.
Il cinque novembre per me è il punto di sutura che trasforma due segmenti in una linea, cucendo a filo doppio il figlio e il padre che ho avuto e il padre e il figlio che resto, tuttora, nonostante da una dozzina d'anni con le dita non possa più sfiorare il palmo duro e il dorso morbido delle mani di tuo nonno, eppure ogni volta che ci penso è come se lo facessi, conservando memoria di lui in ogni cosa che conta.
Nell'esplosione della tua gioventù ricorda sempre questa certezza: coloro a cui vogliamo veramente bene non se ne vanno mai, li portiamo con noi, in un modo tanto essenziale da avvertirlo come esperienza fisica, anche se priva di contorni e materia.
Oggi diventi maggiorenne e anche questa è una notizia.
D'ora in poi per convenzione porterai la responsabilità di pensieri, opere e omissioni, anche se confido di averti insegnato a caricartele sulle spalle prima, così come ogni peso che avrai da portare in futuro sai di poterlo condividere sulle spalle di un'intera famiglia. Siamo unici, mai soli: non è poco.
Per il resto, migliaia sono i ricordi della strada percorsa insieme, altrettanti gli episodi, i momenti, le occasioni di gioia, di pura felicità, talvolta di scontro, incomprensione, sempre di crescita reciproca.
Anche ora, che pur mi hai superato in altezza e al pari di tuo fratello quando ti abbraccio debbo farlo da sotto a sopra, l'attimo che preferisco è quando mi guardi negli occhi, quando ti colleghi con me, senza bisogno di aggiungere parola, riconfermando quell'unione indissolubile che supera le leggi della chimica e che tu sperimenti in uno dei tratti che ti distinguono: il numero di amici, la schiera vasta di coetanei a cui sei legato: il più bel regalo che mi fai tu, testimonianza che sei nato seme e porta frutto di comunità ciò che matura la tua pianta.

P.S. Lo so, avresti voluto e meritato un compleanno diverso, una cena in compagnia, la festa con gli amici, risate, baci, abbracci, baldoria. Da giorni e giorni invece sei confinato in una stanza con bagno, senza possibilità di contatto alcuno, se non virtuale, a distanza, pur se non sei propriamente Silvio Pellico né vivi le sue prigioni. Le tue non hanno stenti, ma restrizioni. Mi spiace ci siano, però voglio essere altrettanto onesto, aggiungendo che non è più né meno di una delle molte prove della vita. È attraverso esse che si cresce, diventando grandi e non soltanto alti. Se riuscirai ad affrontarle con il sorriso ampio che hai avuto finora ti peseranno poco e avrai una vita piena, la migliore avventura del mondo.

venerdì 10 gennaio 2020

Dodici anni (Compleanno e anniversario, intrecciato)


Sei arrivato tre giorni prima che lui se ne andasse, anche se io non lo sapevo.
Il destino incrocia a suo modo i giunchi che raccogliamo lungo il cammino e mentre tu certo piangevi e cercavi il seno materno, mio padre si spegneva pian piano, andandosene la notte tra il nove e il dieci gennaio di dodici anni fa, chiamando nell'agonia due persone, me e suo nonno, cioè chi gli aveva fatto da padre e il figlio.
Le lacrime di entrambi si sono asciugate. Le mie, perché la morte ha rappresentato anche una liberazione dalla malattia e quelle che avevo pianto erano già numerose, come le gocce di pioggia a marzo. Le tue, poiché sei diventato grande e hai altri strumenti per esprimere bisogni e desideri, compresa quella capacità di parlare di te stesso, di esplicitare quanto ti manda in subbuglio, che unita all'empatia e al potere di "aggiustare" ciò che negli altri è rotto credo sia il tuo dono più evidente, prezioso.
Qualche volta ti viene tuttora il magone, è vero, soprattutto pensando al tuo di un padre, che non sappiamo bene dove sia e che tu non sai se ti abbia nel cuore o no, se ti è accanto almeno con lo spirito oppure è una traccia biologica nel tavolozza infinita del creato.
E' successo anche ieri l'altro, quando ti sei seduto a gambe incrociate sul letto, e hai cominciato a raccontare cosa sogni la notte, ciò che ti fa paura e cosa invece ti lascia contento. A un certo punto, mentre parlavi, hai portato le nocche delle mani agli occhi e ti sei fermato di colpo. Ho compreso che piangevi dal singhiozzo e m'è venuto da proteggerti, cingendoti in un abbraccio, piccolo come sei, nonostante abbia ormai un anno in più e sia un ragazzo fatto e finito.
Buon dodicesimo compleanno allora e grazie, perché come al solito il regalo lo hai fatto tu a noi, semplicemente essendoci, ma in quel modo originale, diretto, unico, che anche senza volerlo, ci mette in scacco.

mercoledì 25 dicembre 2019

Nulla accade per caso (In pace, con noi stessi)


Facciamoci un regalo: perdoniamoci. Non c'è pace con gli altri se prima non la concediamo a noi stessi, se non la smettiamo di sentirci in colpa, di mettere a fuoco mancanze, errori, fragilità, debolezze.
È un giorno speciale questo e non lo sarebbe se evitasse di ricordarci lo stupore per ciò che sembra piccolo mentre in realtà è grande.
Quando mi guardo allo specchio o mentre sono a letto e prima di addormentarmi metto in fila i pensieri, rischierei di restare schiacciato da quanto non va, da come non sono stato capace, dagli sbagli commessi, le piccolezze dimostrate.
Ogni volta però mi viene in mente mio padre e il suo sguardo privo di giudizi, la sua umanità profonda, la capacità di comprensione, quasi sempre senza ricorrere a parole, poiché le parole possono curare, ma creare pure imbarazzo, barriere, tensione.
Lui non siede più alle tavole imbandite di questi giorni, i suoi occhi però continuano a guardarmi e dimostrarsi indulgenti, come dovrebbero essere sempre gli occhi degli esseri umani, gli uni verso gli altri.

P.S. Nulla accade per caso. Ne sono convinto ed è una delle mie stelle polari, soprattutto per quanto riguarda gli incontri. "Perché" è la domanda che mi rivolgo e mi viene rivolta più spesso, talvolta in modo esplicito, spesso tacitamente, sia nelle relazioni personali sia nei rapporti professionali, specie quando si passa dai convenevoli a scambi più schietti, a confidenze più intime.
Non lo so. Quasi mai lo so. Eppure ogni volta che capita "sento" che esiste un motivo, pur se poco o per nulla evidente. Potrei dire che è istinto o una proiezione della volontà, preferisco invece pensare che esistono fili e trame già disegnate e che aspettano una risposta, un'adesione e la pazienza di attendere, come "l'arabo avvolto nel barracano bianco" nella poesia di Antonia Pozzi, che "ascolta Dio maturargli l'orzo intorno alla casa".

domenica 20 ottobre 2019

L'ordine cosmico (mi accontenterei del divano)


L'asciugamani arruffato, appallottolato, in bagno.
I giacconi sul divano.
Le felpe sulle sedie del soggiorno.
Le antine del guardaroba e degli armadi perennemente spalancate.
La porta d'ingresso aperta.
Le chiavi "di scorta" non rimesse a posto.
Le bottiglie d'acqua svuotate e non riempite.
La tavola non sparecchiata.
Le scarpe disseminate sulle scale.
Le cartelle lanciate e abbandonate in un angolo della cucina.
L'accappatoio usato e umido appeso alla ringhiera delle scale per non riportarlo di sopra.
Il computer lasciato con la batteria esaurita.
Le ricariche del telefono sparse per la casa.
La carta igienica terminata e non rimpiazzata.
I telecomandi abbandonati dove capita.
La pigna dei vestiti accatastata sulle scrivanie delle camere.
La pinzetta per le ciglia e il tagliaunghie mai al loro posto.
La Coppa del Nonno vuota o il vasetto dello yogurt finito e lasciato su una mensola, con il cucchiaino dentro.
I libri di scuola sul tavolo dove mangiamo.
Il piatto di pietanza servito per il dolce o la frutta sul pavimento, accanto al divano.
I panni sporchi sparsi davanti alla doccia.

Questo e molto altro ci troviamo di fronte, ogni giorno.
Io più assente e paziente, scuoto il capo e brontolo e borbotto e sistemo quel che posso, cercando di essere il signor "Che sarà mai" di cui ho scritto l'altro giorno, vostra madre più presente ed esasperata, ricadendo sulle sue spalle il novanta per cento delle faccende domestiche, si concede pure qualche gesto teatrale, tipo la recente usanza di scaraventare sul tavolo del terrazzo, all'esterno di casa, felpe e giacche che trova su sedie e divano.
Lo scrivo non per un rimprovero, né come certificazione di una battaglia che noi adulti quotidianamente perdiamo, bensì affinché ve ne ricordiate, quando sarete adulti a vostra volta e avrete figli che vi faranno saltare la mosca al naso e con i quali sarete tentati di ricorrere alle maniere forti oppure di farvi scoraggiare, pensando che sono incorreggibili disordinati, incapaci di badare a se stessi.
No, non saranno incorreggibili né incapaci. Miglioreranno, cambieranno, ne sono certo, come sono cambiato io, come cambierete voi, prima o poi (speriamo prima, che poi divento vecchio).

P.S. Una cosa. Non cento, non dieci, non cinque. Una. Almeno una abbiate l'intraprendenza e la costanza di metterla in pratica come la convivenza civile richiede. I giacconi ad esempio. Se invece di gettarli sul divano, appena entrati in casa, dedicherete venti secondi ad appenderli su una gruccia e riporli nel guardaroba all'ingresso, voi - ve lo assicuro - non subirete mutazioni genetiche né perderete occasioni uniche per fare qualcos'altro, evitando soprattutto che a vostra madre venga l'esaurimento nervoso.

venerdì 18 ottobre 2019

A occhi chiusi (Darsi pace, un dono prezioso)


"Sono un paio di giorni che soffro come un cane" mi hai scritto, per il cruccio che ti porti dentro, "non avere figli, il tormento di una vita, la ferita più grande, il desiderio tradito".
Ascolto ciò che dici, incapace di aggiungere altro, sapendo che nessuna parola potrebbe rammendare lo squarcio che hai dentro, consapevole che in questi casi è già molto stare in silenzio, mettere una mano sulla spalla, idealmente o dal vivo, chiudere gli occhi, come mi capita spesso, replicando tale e quale l'espressione di mio padre, come la ricordo.
Di fronte al dolore altrui sto così, a palpebre abbassate, come se il buio possa contenere lo strazio, fare da scudo.
Ti sono vicino, cerco di esserlo con chiunque condivide con me un vuoto, anche se non sempre ho la capacità di comprendere quant'è vasto, profondo.
La sofferenza, pure per me, come per qualsiasi essere umano, resta un mistero, confido però in ciò che hai chiosato, concludendo il messaggio e aprendo le pagine di quello che potrebbe essere un libro: "Devo soltanto dirmelo a voce alta e darmi pace".
Darsi pace. Un dono prezioso, un riaprire gli occhi, dopo avere pianto tanto. Un regalo d'umanità, che ci meritiamo.

domenica 7 luglio 2019

Meno paure (Siamo più grandi dei nostri errori)


Vi osservo, da lontano. Mi hanno insegnato che l'ideale per chi vuole educare è stare un passo indietro, ne faccio anche due, tre, cento, cercando l'acrobazia più improbabile: esserci, pure quando non ci sono.
Non sono perfetto, lo so, lo sapete, ed è un peso al netto, poiché il peggio di me lo tengo nascosto, un po' per proteggervi, un po' per codardia, perché siamo tutti leoni finché non ci inoltriamo nel bosco.
Penso ai maestri che ho avuto, a mio padre soprattutto, ai suoi molti difetti e al pregio di dare raramente ordini, di imporre nulla o poco, concedendo autonomia, mai sostituendosi a me, neanche quando era certo avessi torto. Riusciva a farsi obbedire, con l'esempio, parlando al momento opportuno, non urlando, abbassando semmai di un tono la voce quando voleva essere ascoltato.
 "Si fa così" è una frase che da lui ho sentito di raro, "devi fare così" ancora meno. Non aveva studiato, non era istruito, aveva la saggezza delle persone di spessore, che sentono ciò che non sanno, che sanno anche quanto non conoscono.
Vi osservo, da lontano. Ciascuno con il proprio stile, con un filo tenue che vi accomuna e che colgo soltanto prestandovi attenzione. Non siete migliori degli altri, dei ragazzi della vostra età, ma il meglio di voi credo abbia origine nell'imperfezione di chi vi ha preceduto, di chi non può essere posto su un altare e inciampa ogni giorno, comprese quelle piccolezze che rendono così piccino l'essere umano. Un trampolino, per voi, uno sprone a essere diversi e nel contempo una polizza d'assicurazione, poiché gli sbagli sono il mezzo attraverso cui impariamo ("Ogni errore è una possibilità educativa" ripete sempre Paolo) e di sbagliare non dovreste aver paura mai, se non per il male che si prova quando si sbatte il muso.
Vi osservo, da lontano. E ad essere sempre più "lontano" da voi, dai miei figli, mi alleno. Perché se è vero - com'è vero - che si diventa adulti soltanto quando si resta senza genitori, le nostre generazioni hanno un problema di sfasamento: rischiamo di rimanere figli - con le conseguenze positive e negative del caso - fino ai sessanta o settant'anni, quando ormai le scelte di un'esistenza sono state prese o rinviate, del tutto, senza appello.
Ecco perché occorre trovare un nuovo equilibrio, un coraggio maggiore nel prendersi responsabilità, nell'ottenere autonomia, nello "stare in piedi" da soli, insomma, con meno timori e nessun imbarazzo.

P.S. Ho citato una frase di Paolo Ferrari. Lavorandoci assieme ormai da anni potrei scriverne un libro, se soltanto avessi più intraprendenza e fossi meno pigro. Anche che "per educare è necessario stare un passo indietro" l'ho imparato da lui. Così come questa: "Se io educatore non credo che l'altro sia più grande dei suoi errori, non posso educarlo, perché non esisterebbe lo spazio educativo, di crescita. Lo spazio educativo lo si offre, rischiando, fidandosi del fatto che l'altro possa crescere".
Fidarsi, rischiare, sbagliare, imparare. Vorrei saperli declinare al presente, ogni giorno, con i miei figli e non solo.

giovedì 25 aprile 2019

Dentro me vivi sempre (parlarsi senza usare la voce)


Venticinque aprile. Che sia davvero una "liberazione", dai cattivi pensieri, dagli affanni inutili, dalle distrazioni vane, dalle priorità capovolte, dalle divisioni dannose.
Venticinque aprile e tu non ci sei più, a ricordarmi che i gesti contano più delle parole, che la generosità è moneta che paga sempre, che una mano basta per proteggere i figli, perché con l'altra occorre spingerli.
Venticinque aprile è un vaso vuoto quando perdiamo il desiderio di valori condivisi, quando crediamo di essere migliori degli altri, quando saliamo sul piedistallo e tutti ci sembrano piccini.
Tu non avevi questa tentazione, nessuno ti ha innalzato mai, tanto meno lo hai fatto da te stesso, restando l'uomo a cui non pesava la fatica delle braccia, anche se compravi e leggevi tre giornali e sapevi distinguere i "poveri" da chi banalmente non ha soldi, dai disperati.
Non so perché mi sei venuto in mente, senza un motivo apparente, una ricorrrenza personale.
Forse succede perché se sbando sei la mia stella polare oppure perché attraverso ciò che provo io possano trovare consolazione pure gli altri, coloro che vivono in affanno, che hanno timore di perdere le persone care.
Le persone care non le perdiamo mai. Possiamo non vederle, ascoltare la loro voce, parlarci, ma vivono dentro noi, sempre.
Proprio come te, che ritrovo talvolta allo specchio, nei tratti del viso che cambia e finisce con l'assomigliarti, che nella mia testa parli senza usare la voce, quasi sempre senza chiedere il permesso, spesso facendo capolino con i tuoi motti, le frasi lapidarie.
Dentro me vivi sempre, anche se non ti cerco nelle fotografie, se piango mai o raramente, se non ti nomino di frequente. Tranne oggi, in questo venticinque aprile in cui dovremmo essere tutti uniti invece ci dividiamo e io, per sapere dove andare e come comportarmi, devo ricordarmi da dove sono arrivato, chi mi ha messo al mondo e insegnato a camminare.

lunedì 7 gennaio 2019

Dieci più uno (Un compleanno col trucco)


Sono in tutto undici, con noi è stato il primo.
Un compleanno lungo, durato due giorni, dalla festa con i tuoi amici di ieri pomeriggio al momento insieme stasera, quello che tu hai definito "con i tuoi parenti", che poi sono i miei e in effetti anche i tuoi, ora, che pur conservando la tua originalità fai parte della nostra famiglia al cento per cento.
Ti ho visto contento, spensierato: è stato il più bel regalo. Lo sei spesso in questi giorni e mi si allarga il cuore ogni volta che ti metti a ridere a perdifiato e sembri immemore di ciò che è brutto, come se non ci facessi caso. So che non è sempre così, che quando vai a letto, la sera, e metti la testa sotto il lenzuolo e stai per addormentarti i cattivi pensieri a volte ti accompagnano. Lo intuisco da certi sospiri o forse sono io a dare forma al silenzio, mettendomi nei tuoi panni, ponendo in fila tutti gli inciampi di cui la vita ti ha presentato così presto il conto. Non conosco cosa alberga a tratti nel tuo stomaco, posso immaginarlo, tuttavia so pure che la vita è maggiore di qualsiasi ostacolo, così come la voglia di cielo limpido spazza via le nubi più scure e ti fa crescere sereno.
In più hai un candore, una purezza ch'è uno spettacolo. La si notava quando ti si illuminavano gli occhi - come ormai da noi si illuminano a nessuno - mentre scartavi i pacchetti: una felpa, una camicia, dei calzoni, le carte dei Pokemon, le figurine dei calciatori, il videogioco di Spiderman (quello che Gesù Bambino a Natale "si era sbagliato"), la scatola con i giochi di prestigio.
Per dieci minuti, al centro della sala, ti sei trasformato proprio in un mago, mostrandoci quanto imparato al volo.
E' stata l'unica volta in cui, di fronte a certi trucchi, non ho desiderato di scomparire io.

P.S. Tenerezza infinita ho provato anche in un altro momento: quando tua mamma ti ha chiamato e sei rimasto a parlare con lei un sacco e a un certo punto le hai domandato di tuo padre, di quanto in realtà è alto. "Perché?" ti deve aver chiesto lei e tu, impettito, le hai risposto: "Perché voglio sapere quando diventerò alto io".
Non so quanto diventerai alto, non lo sa nessuno, ma grande lo sei già, adesso.

martedì 6 novembre 2018

Nonni e nipoti (La bussola avuta in dono)


"Gli hai fatto gli auguri?". Me l'ha detto in dialetto, quasi a tempo scaduto, e ho risposto a mia madre di sì, aspettando che gli occhi le diventassero lucidi, come puntualmente è avvenuto.
Ho scritto qui del compleanno di Giovanni un giorno prima e di quello di mio padre uno dopo, oggi, volendo fare da cornice al capriccio del destino che li aveva accomunati nella data di nascita, uno a distanza sessantacinque anni dall'altro.
Il nipote è diventato un virgulto d'uomo, alto quasi quanto me e con gli stessi scatti di carattere, talvolta non mitigati ancora dalle buone maniere che impongono contegno, almeno in pubblico.
Il nonno ci ha lasciati dieci anni fa, ma non se n'è mai andato, essendo vivo tuttora in me, che nei tratti e in alcune espressioni gli sto somigliando come mai avrei creduto.
Molte sono le eredità che ho ricevuto, tanto che ad elencarle tutte impiegherei un pomeriggio.
Ne ritaglio una, che mi pare più attuale di altre e mi fa da stella polare in questo tempo di bussole apparentemente senza magnete: ho imparato da lui ad avere fiducia nel futuro, a considerare i cambiamenti non come accidenti o, peggio, sciagure, bensì come opportunità per fare meglio.
Non che fosse esente dalle seduzioni nostalgiche che sovente riserva il passato, aveva però un approccio sempre pragmatico, positivo, che ai miei occhi lo rendeva giovane pure quando stava diventando vecchio. Perciò lo ricordo non soltanto con amore, ma con rispetto.

sabato 31 marzo 2018

La mano nella tua


https://www.flickr.com/photos/lyonora/7924740076/in/album-72157631399347174/
Mi hai tenuto la mano nella tua, per tutto il tempo, la pelle morbida quanto quella di un bambino e anche sul volto era distesa, liscia, senza un ruga nonostante gli anni e il male che, dice mia madre, ti ha scavato nel profondo.
Non ci vedevamo da anni, sapevo che ti eri ammalata, ma come al solito ho badato più a correre, rimandando di mese in mese, di giorno in giorno.
Oggi mi sono deciso, ti ho trovato nel letto di un ospedale, debole eppure serena, con gli stessi occhi chiari e mansueti e dolci che ricordavo.
Hai l'età di mia mamma, tuo marito è stato il miglior amico di mio padre, sono cresciuto frequentando casa vostra e andando in vacanza insieme, quando ero piccolissimo. Poi i momenti d'incontro si sono diradati, non a scapito della qualità: bastava una visita, un saluto, un bacio, un abbraccio, per riportare quell'intimità che distingue l'amicizia autentica dalla conoscenza vaga, il bene profondo da quello blando. Le occasioni più piacevoli erano le serate in cui vi venivamo a trovare e si chiacchierava tutti insieme fino a notte fonda, io poco più che ragazzo, al pari dei tuoi figli, tuo marito mattatore indiscusso, come sanno esserlo coloro che non conoscono vie di mezzo ed esiste soltanto il niente o il tutto. Tornando a casa, in auto, con mio padre e mia madre commentavamo i discorsi fatti, tornavamo a ridere delle battute, talvolta mi addormentavo, altre invece finivo per cantare con mio papà, che aveva voce di tenore e quando era allegro non risparmiava il fiato.
Mi hai fatto un regalo oggi, ricordandomi che nella vita più di tutto importa perdonare e voler bene, cominciando da chi ci è vicino. Augurio migliore non potrebbe esserci per la giornata di domani, che è Pasqua di risurrezione e ci rammenta che anche se noi prima o poi ce ne andiamo, sempre vivo rimane ciò che c'è di mite, di buono.

mercoledì 10 gennaio 2018

L'anniversario (Dieci anni con te accanto)


Foto by Leonora

Dieci anni oggi, io che con le date non ci azzecco proprio e spesso sbaglio persino questa, che pure mi ha marchiato a fuoco.
Dieci anni con te in un altro modo, perché se scrivessi “senza te” non sarebbe giusto, non corrisponderebbe al vero.
Dieci anni dal giorno in cui hai tenuto chiusi gli occhi più a lungo e sei morto.
Sì, sei morto. Non mi piacciono i giri di parole, le perifrasi, i modi attenuati per dire cos’è successo.
È possibile che tu sia “salito alla casa del Padre”, non è vero invece che ti sia semplicemente “addormentato”, n’è tanto meno che ci abbia “lasciato”.
No, tu non ci hai lasciato. In me, in noi, nelle persone che ti hanno conosciuto vivi sempre e sempre vivrai, finché noi a nostra volta chiuderemo gli occhi per non riaprirli più, portando con noi ogni ricordo.
In tutti questi anni mi sei stato accanto. Rare quanto preziose le occasioni in cui mi sei apparso nitido, infinite invece quelle in cui ti ho nominato, spesso aggiungendo a mente ciò che già ti dicevo in vita, ringraziandoti per avermi insegnato la volontà e il piacere del dialogo, per l’essere stato un esempio, non soltanto nelle cose buone, anche nelle debolezze, nelle fragilità.
Tu non mi hai mai schiacciato, mostrandomi di ogni cosa dritto e rovescio, pure di te stesso.
Persino nella morte, nel modo in cui lo hai fatto, senza nascondere la paura ma neppure ostentandola, affrontandola con dignità, con quella serenità che accetta l’ineluttabile, quasi a proteggere me e le persone più care.
Se ripenso a quelle ore di passaggio mi viene in mente proprio questo: la dignità, la compostezza unita allo sgomento, come chi si arrende a un avversario che non può battere, piegandosi alla forza degli eventi, lasciando la vita senza rinnegarla, accettando il destino, cercando la pace nel sonno.
Dieci anni oggi, papà, un nome che ripeto spesso, con naturalezza, a testimonianza di quanto tu rimanga vivo, avendomi insegnato quasi tutto non di quello che so, ma di ciò che importa davvero.

P.S. Non era una storia triste allora, non lo è nemmeno oggi. Debbo a te pure questo, per avermi permesso di superare la paura del distacco, facendomi diventare uomo senza smarrire il sorriso.

giovedì 5 maggio 2016

M di Maggio (e Meraviglia)

Foto by Leonora
Occhi nuovi. Guardano me, senza vedermi. Sono quelli dei ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni che riempiono il piazzale antistante il teatro di Colognola. Apparteniamo a generazioni differenti e ho imparato ad essere ignorato esattamente come avviene ai rami di un albero, al selciato del marciapiede, alle auto che sfrecciano sulla via accanto: oggetti qualsiasi che esistono e che rientrano nel campo visivo per un motivo che non li riguarda da vicino.
Non è cattiveria o maleducazione, semplicemente non appartengo al loro mondo, sono estraneo nel senso letterale del termine: una persona fuori dal contesto, che resta assente fino all'istante in cui per una coincidenza o un motivo particolare viene inquadrata e classificata nella categoria degli "adulti", esseri umani di una specie simile soltanto vagamente alla loro.
Occhi nuovi sono pure i miei, che invece li osservo meticoloso, scorgendone i particolari, tentando di indovinare che tipi di persone sono, che uomini e donne diventeranno, con la sensazione perfetta di assistere a un passaggio epocale: vagoncini dell'otto volante al culmine della salita e pronti a tuffarsi nel vuoto, farfalle che spiegano le ali uscendo dal bozzolo.
E' uno sguardo di meraviglia il mio e uno sguardo di meraviglia vorrei avessero sempre quei ragazzi, una continua ed inesauribile capacità di stupirsi di fronte a ciò che è grande, diverso, nuovo.
A loro e anche ai miei figli - Giovanni, Giorgia, Giacomo - che hanno più o meno la stessa età, non ho nulla di imprescindibile da dire: so che la strada, qualsiasi essa sia, la troveranno da soli, sbattendo il muso, se proprio proprio, ma confidando in piedi buoni, testa, mani e cuore per affrontare tutto, compreso il momento in cui saranno loro gli "adulti" e si accorgeranno di essere invisibili per chi ha venti o trent'anni in meno.
P.S. In verità una cosa nell'orecchio di Giovanni, Giorgia e Giacomo vorrei dirla. E' una cosa che anche io ho imparato dai miei genitori, pur se non in modo diretto, perché mio padre e mia madre erano grandi davvero: facevano capire le cose senza bisogno di dirle. Proprio in quel modo ho capito che nella vita non mi sarei dovuto vergognare del lavoro più umile, purché fatto con dignità, ma al contempo avrei potuto ambire al posto migliore, fosse anche ciò che gli altri definiscono "sogno": il calciatore di serie A, il presidente della Repubblica, un premio Nobel, il direttore di giornale, uno scienziato... Puntare in alto, poter aspirare al massimo, senza biasimare il basso, con la possibilità di andare avanti e anche indietro: credo sia stata questa la dote più bella che ho ricevuto in dono. Un dono che merita di essere tramandato.