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sabato 29 aprile 2023

Super Mario (Bros.)

Ci sono luoghi del cuore e persone che nel cuore altrui trovano dimora e ritagliano - spesso inconsapevolmente - un gheriglio di noce, un nido di presenza, un filamento di bene continuo, incondizionato.
Per averne conferma, per comprendere che sono speciali veramente, esiste una prova, un piccolo test, alla portata di tutti: basta chiudere gli occhi, dedicarvi un pensiero e notare se agli angoli del volto ci si disegna un sorriso, spontaneo come il sorgere del sole.
Una di quelle persone, per me, si chiama Mario ed è un collega giornalista che ho conosciuto a "Il Cittadino", con cui ho avuto l’onore di lavorare e che non sento da anni.
Ieri però, per uno di quei riccioli del destino che dimostrano quanto la realtà sia più varia e sorprendente di qualsiasi fantasie, ho ricevuto sue notizie, da un’amica - Mara - che lo incontra spesso a spasso con il cane al parco di Monza e me lo ha descritto tale e quale a come lo ricordo, una pasta d’uomo, in apparenza burbero ma soltanto per protezione.
Mario, da dopo che se n’è andato un altro collega, Angelo, resta per me il più “monzese” che conosca, colui che incarna della città uno spirito indomito e antico, lo stesso che seppe erigere il Duomo ma scacciare dalle sponde del Lambro prima Sant’Ambrogio, poi San Carlo, non proprio due mammolette.
E sapere che sta bene, che sorride e che condivide un buon ricordo reciproco è stato per me un regalo immenso, della stessa portata - immagino - che per lui ha avuto la promozione in A del Monza e questo campionato di calcio navigato a vele gonfie, dopo un inizio difficile.

P.S. Ho ricordato Mario Bonati, il “monzese” (poiché ce n’è uno anche a Bergamo, di Mario Bonati, che stimo molto, pure per motivi differenti) e Angelo Longoni.
L’elenco di colleghi o collaboratori legati a Il Cittadino e a cui sono grato e affezionato sarebbe tuttavia lunghissimo e se non faccio nomi è soltanto perché qualcuno o qualcuna finirei per scordarla e non me lo perdonerei.
Ciascuno di quei visi, di quelle menti, di quelle storie professionali mi ha dato assai più di quanto io sia riuscito a restituire, perciò sarò loro grato, sempre.
Così come riconoscente resto per una città, Monza, e un territorio, la Brianza, legati da secoli ad asola, eppure profondamente diversi, entrambi ricchissimi, di cultura e umanità prima ancora che di denari.
Nel tempo trascorso lì, nell’esperienza di direttore di una testata storica, ho commesso molti errori (di alcuni me ne sono reso conto, di altri no, e me ne scuso se hanno comportato conseguenze), tuttavia d’un fatto sono certo, senza timore di smentite: ho sempre guardato tutti dritto negli occhi, vedendo sempre, prima di tutto, delle persone, uomini e donne.

sabato 19 ottobre 2019

Sono giornalista, dunque Scavo (Onore a Nello)


Del mio mestiere parlo poco: lo faccio e non sento il bisogno di ostentarlo o di usarlo come pretesto ricamandoci sopra, filosofeggiando.
Oggi mi concedo un'eccezione, soltanto per rendere omaggio a un collega che stimo e che sta pagando a caro prezzo le notizie scovate, gli articoli che ha pubblicato.
Ho conosciuto Nello Scavo quindici anni fa, quando ero in televisione, a Como e lui aveva scelto la città affacciata al lago come dimora, pur lavorando a Milano, già allora ad Avvenire.
D'istinto ne avevo apprezzato la serietà, testimoniata fin dallo sguardo, da quell'espressione del volto, mi verrebbe da scrivere "tragica", amara, tipica di molti suoi conterranei, anche quando sorridono, abbinata a una raffinitezza culturale, a una preparazione, a una meticolosità che ne fanno il tratto distintivo e la ragione prima per cui li ammiro (uso il plurale poiché Nello non è il solo di quell'idealtipo, che comprende un ampio spettro, che va da Pierangelo Buttafuoco a Claudio Fava a Gianni Riotta fino a un altro siciliano "adottato" comasco, Dario Campione).
In un tempo in cui il giornalismo viene posto sulla graticola e ci si interroga su quale sia il futuro, Nello insieme a molti altri indica una strada, facendo altresì da argine a quanti - compreso qualche illustre collega - imputano di cialtroneria e pressapochismo e trombonaggine l'intera categoria, considerando tutta l'erba un fascio.
Onore dunque a lui e a quanti come lui considerano il proprio mestiere un sacerdozio e non cedono di un metro e testimoniano nei fatti, oltre che con le parole, l'utilità del giornalismo, di chi si pone domande e cerca risposte, senza protervia ma coltivando sempre il dubbio.

P.S. L'inchiesta che ha portato alle minacce e conseguentemente sotto tutela Nello Scavo riguarda il traffico di migranti, ma un suo pallino riguarda Papa Francesco, per "smontare" molte delle accuse che gli rivolgono. Su questo tema lo avevo intervistato, un paio d'anni fa, a Bergamo, definendolo già allora un "cronista scomodo" (che scomodo poi è l'aggettivo che ad ogni cronista degno di tal nome dovrebbe essere abbinato).

giovedì 27 novembre 2014

Un uomo solo al comando (in bocca al lupo Martino)

Foto by Leonora
Lo leggo tutte le settimane, senza l'apprensione con cui lo facevo quando lavoravo lì, ma con il medesimo piacere e in più la sorpresa di trovarvi notizie che non conoscevo, oltre che uno stile che per alcuni aspetti è ancora il mio, mentre per altri è cambiato, com'è giusto che sia, essendo il giornale fatto giorno per giorno, adattandosi ai tempi che corrono e non un sepolcro imbiancato.
Esaurito il mandato del sottoscritto (qui ciò che avevo scritto allora) e concluso il Losa Due, che come tutti i governi balneari aveva un raggio limitato, a "il Cittadino" da questa settimana c'è un direttore nuovo, giovane: Martino Cervo.
Non conosco Cervo di persona, professionalmente me ne hanno parlato bene alcuni colleghi milanesi che stimo e persino Vittorio Feltri, incrociato con Giorgio Gandola sotto i portici all'inizio di via Zambonate, a Bergamo, e del cui fiuto giornalistico nel distinguere i puledri di razza dai ronzini mi fido.
Evito di aggiungere altro, tranne un consiglio. Non a lui, che mi dicono abbia già le idee chiare e può e deve far di testa sua, senza bisogno che nessuno dia fiato ai tromboni, bensì ai lettori, alle moltissime persone che vogliono bene al Cittadino, che lo considerano voce preziosa e imprescindibile per il territorio.
Il consiglio è questo: stategli accanto, seguitelo, fategli sapere quando dà il giusto risalto a una notizia o scrive qualcosa di azzeccato e anche quando secondo voi stecca, stona o, peggio, si accoda al coro sbagliato. Il senso di solitudine è infatti una tra le lezioni più brucianti che ho imparato sulla mia pelle, nei quasi tre anni in cui sono rimasto lì, in cima alla piramide.
Il direttore, qualsiasi direttore di giornale, è un uomo solo al comando, pur senza avere la maglia biancoceleste e non essendo in fuga sui cinque colli alpini che portano a Pinerolo.
P.S. Ho scelto non a caso le parole della radiocronaca di Mario Ferretti, che raccontava il momento più alto dei cento e novantadue chilometri di Fausto Coppi in solitaria, nella terz'ultima e decisiva tappa del Giro d'Italia. Quel giro si concluse infatti a Monza, sessantacinque anni fa giusti giusti. E lo vinse proprio Coppi, l'uomo solo al comando.

sabato 16 novembre 2013

Tutto scorre (God bless America)

Foto by Leonora
Leggo Erodoto e non per tirarmela. Tanto per cominciare, mi piace moltissimo e in più è un "memento homo", un ricordare che tutto è effimero, passa, ciò che è vitale per noi non conta nell'infinità dell'universo più di un battito d'ala della farfalla. Eppure per mille cose mi batto, non dormo, resto inquieto, come se caricarsi sulle spalle tutti i crucci potesse spostare di una virgola il mondo a cui appartengo o determinare in meglio o in peggio il destino. Non la forza tuttavia giova allo scopo, né l'astuzia, la potenza, il denaro. Piuttosto la conoscenza, la saggezza, la fortuna, la capacità di intuire e perseguire le cose che contano, alzando lo sguardo e rallentando, invece di tenere il naso schiacciato a terra e correre come un forsennato.
Un pro memoria personale e anche per il Paese in cui vivo, sempre più diviso, conflittuale, confuso, intimorito. Tutti tratteniamo il fiato, come sperando che alla fine tutto si risolva, i nodi si sciolgano e la vita a cui eravamo abituati torni di nuovo. E' possibile. Può darsi che si tratti di una crisi di sistema profonda ma passeggera, come ce ne sono state molte, nel 1929, nel 1974, nel 1987... Magari invece è un infarto più profondo, l'inizio di uno degli infiniti ribaltamenti negli equilibri del mondo, con la civiltà occidentale giunta al capolinea e l'alba di una nuova era, con tutte le sorprese e le incertezze del caso.
Lapidaria ed efficace in questo senso è la frase che si trova all'inizio delle Storie proprio di Erodoto: "Proseguirò la mia narrazione, trattando delle città degli uomini, senza differenza, sia piccole sia grandi. Poiché quelle che un tempo erano grandi, ora per lo più sono diventate di scarsa importanza; mentre quelle che ai tempi miei sono grandi, prima erano trascurabili. Essendo persuaso che la prosperità umana non rimane mai fissa nello stesso luogo, io ricorderò allo stesso modo sia le une sia le altre".
P.S. A questo proposito, mi ha emozionato un brano (qui il video) tratto dalla serie televisiva "The newsroom" ("La redazione") in cui un giornalista parla a un gruppo di studenti, attacca pesantamente la presunta superiorità americana e in genere occidentale, concludendo poi così: "Non c'è alcuna evidenza che siamo la più grande nazione al mondo. Siamo settimi nell'alfabetizzazione, ventisettesimi in matematica, ventiduesimi in scienze, quarantanovesimi nelle aspettative di vita, centasettantottesimi per la mortalità infantile (...). Siamo primi al mondo in tre categorie: numero di detenuti pro capite, numero di adulti che credono che esistono gli angeli e nelle spese per la difesa, dove investiamo più della somma delle spese delle 26 nazioni che ci seguono in classifica, di cui per altro 25 sono alleate(...). Certo, eravamo la più grande nazione del mondo. Difendevamo quello che era giusto, combattevamo guerre per ragioni etiche, facevamo la guerra contro la povertà, non ai poveri. Ci sacrificavamo, ci preoccupavamo dei nostri vicini, eravamo sinceri e coerenti e non ci lamentavamo. Costruivamo grandi cose, facevamo grandi progressi tecnologici, esploravamo l'universo, avevamo grandi artisti e la più grande economia del mondo. Arrivavamo alle stelle comportandoci da uomini. Aspiravamo all'intelligenza, non la disprezzavamo: non ci faceva sentire inferiori; non ci definivamo secondo chi avevamo votato e non eravamo spaventato così facilmente. Eravamo tutto ciò perché eravamo informati (...) da dei grandi giornalisti, da dei grandi uomini, uomini che erano rispettati e venerati. Il primo modo per risolvere un problema è riconoscere che c'è un problema. L'America non è più la più grande nazione al mondo".

mercoledì 3 agosto 2011

D'Avanzo e un ritratto fuori dal coro

L'altro lato della medaglia. Ieri, dopo aver scritto il post sulle regole di D'Avanzo, m'è venuto in mente di scrivere a una persona che conosco e di cui mi fido come di me stesso, per avere un parere del giornalista appena scomparso lontano dall'elogio immancabile al momento del commiato. Stamattina m'è arrivata la mail di risposta, che riporto qui, poiché pur essendo graffiante non la ritengo priva di rispetto.

Ottimo cacciatore di notizie con agganci solidi al Viminale. Problemi insormontabili di scrittura, tanto che fu costretto a farsi affiancare da Bonini. Così Bonini e D'Avanzo erano nel giro come Gianni e Pinotto. Schivo, non simpatico, paraculo il giusto, molto fazioso, tendeva a mostrare coraggio contro Berlusconi e a vivere le guerre nelle hall degli alberghi (incrociato a Durazzo, a Kukes, a Valona, rivolte albanesi). Buon inventore, ogni raffica di kalashnikov che avvertiva in lontananza era una pagina. Degno compare di Franco di Mare. Se non avessero fatto i giornalisti sarebbero diventati ricchi fregando i turisti al gioco delle tre carte negli autogrill. Però era vicedirettore di Rep, quindi si addobbi per lui un funerale di prima classe. Amen.

Adoro la sincerità. Specialmente quand'è fuori dal coro. Vorrei che qualcuno, quando sarà il mio turno, senza esser mosso da invidia o da rancore, potesse scrivere di me con la medesima lucida e graffiante arguzia di questo brevissimo ritratto di D'Avanzo. Lo applaudirei io stesso. E a quel paese tutto il resto...
P.S. Comunque le regole di D'Avanzo sono fantastiche. Vorrei esser capace di applicarle ogni giorno senza sgarrare, io stesso

lunedì 16 maggio 2011

Politici in tv: nessuno a pranzo


Faccio eccezione all'anno sabbatico da telespettatore della politica, infilando tutto d'un fiato La 7, Sky tg 24 e, latte alle ginocchia in fundus, Porta a porta. Per buona creanza nei confronti della categoria a cui appartengo, tralascio ogni commento sull'arredamento in fotocopia dei vari uffici dei direttori dei giornali (a parte le esposizioni di mobili in Brianza, l'unico luogo dove le enciclopedie fanno bella mostra di sè), passando direttamente a loro, ai politicanti per professione, gente che frequenta parlamento, governo e famiglia nelle pause delle comparsate televisive. Video ergo sum. Gasparri, La Russa, La Torre, Enrico Letta, Bocchino, Luppi, Buttiglione (c'è ancora Buttiglione!!!): tutti a spiegare ch'era ovvio, che l'avevano detto, tutti a discettare in punta d'eloquio non solo le finissime strategie del loro partito, ma soprattutto come la penso io, proprio io, l'elettore. A sentirli loro mi conoscono benissimo, sanno cosa voglio, cosa penso, ma se così fosse dovrebbero ammettere che non gli affiderei un centesimo, figuriamoci il futuro di mio figlio. Sono mestieranti sazi e usurati, che al di là del teatro messo in scena, danno l'idea di badare soltanto ai fatti loro: la barca, la casa in centro, le vacanze ai Caraibi, le scarpe Tod's, pranzo e cena al ristorante dove l'antipasto viene venti euro. Per fortuna arriva la pubblicità, a interrompere trenta minuti di chiacchiere inutili e banali, associati a un florilegio di numeri in cui già alla prima tabella mi perdo. "L'Udc, dov'é l'Udc?" grida Vespa alla giornalista che legge i dati. Ovunque sia, l'Udc non lo trovano. Non me ne faccio un cruccio. Riparte la sfilata dei direttori, novelli Re Magi in visita al bambinetto Bruno: invece di oro, incenso e mirra, offrono come gentile cadeau la prima pagina del loro quotidiano. Schiaccio il tasto "spegni" del telecomando, mentre il mio mito de Bortoli, uno che hanno stirato da piccolo e non fa un plissé cascasse il mondo, s'aggiusta il ciuffo. Mi pento. Riaccendo. De Bortoli (come la scrivo la d minuscola, se è in principio al periodo?) s'è congedato. C'è invece Sallusti, stranemente basso, quasi incassato nella sedia, con il piano della scrivania che gli arriva alle ascelle. Sembra Gollum. Rispengo. Mi preparo per andare a letto e mentre spazzolo i denti (con i capelli non lo faccio più da un pezzo) penso che fuori dallo schermo c'è altro, tante persone serie che ancora ci credono, che non si accontentano del bla bla bla e ogni mattina vanno nel loro Comune o anche in Parlamento, cercando di combinare qualcosa di buono. Nelle orecchie ho ancora il gracchiare di Luppi, La Russa, La Torre, Buttiglione, Donati... Mi vengono in mente le loro facce: non ce n'é uno con cui andrei volentieri a pranzo. Ci sarà pure un motivo...

Foto by Leonora

giovedì 8 maggio 2008

"Il Giornaletto" (ovvero il giornale letto)


Ho poco tempo, ne approfitto soltanto per segnalare un post di qualche settimana fa, ma che non finisce di stupirmi (per i contenuti innovativi e soprattutto perché è un'idea work in progress della mia azienda 2.0 preferita).

A chi non importa nulla del futuro della carta stampata o anche del futuro a tutto tondo, il consiglio è di passare oltre. Ci sono un mucchio di post interessanti in giro.


Foto by Leonora

sabato 26 aprile 2008

Il grillo e il riccio


Noto che in questa tutto sommato piccola ma ben frequentata isola che sono i blog, il secondo Vaffa Day promosso da Beppe Grillo fa assai parlare, anche perché principale bersaglio del comico genovese (io mi ostino a giudicarlo tale) sono stati editori, giornalisti e più in generale il mondo dell'informazione in Italia.
Tra i blog che seguo quotidianamente, ne hanno parlato sia Mauro (non uno, ma due post), sia Gaspar (uno solo).
Pur se non richiesto, esprimo un parere personale: ben venga Grillo, anche che se non mi assomiglia per radicalità di concetto e temperamento caratteriale, ben vengano i suoi dubbi sulla effettiva libertà dell'informazione.
Premesso che non ho verità in tasca, premesso che chi conosce anche soltanto un poco della storia della stampa nazionale e internazionale sa che i problemi gravi di oggi non sono maggiori di quelli di ieri, ritengo che un "Grillo" parlante sia utile a prescindere, come direbbe Totò, e che il suo fustigare, instillando dubbi e denunciando storture sia il minimo che un paese civile possa permettersi se vuole continuare a definirsi tale.
Diffido delle chiusure a riccio e delle difese ad oltranza di una categoria. Preferisco che il dibattito ci sia, considerando sempre utile la voce fuori dal coro o quella che risponde con un contro canto.

Foto by Leonora

giovedì 17 aprile 2008

Paese reale


Avrei tante cose da dire sulla recente tornata elettorale. Ne scelgo una, che riguarda noi giornalisti e che trovo ben riassunta in un post di Alessandro Gilioli, de "L'Espresso". Gilioli, riflettendo su politica, società e mass media, dice tra l'altro:

"La realtà è che esiste un’Italia massiccia, lontana dal piccolo e chiuso mondo di chi parla e si parla sui giornali e in Rete: è un’Italia che non conosciamo e le cui reazioni ignoriamo, l’Italia degli operai del nord che votano Lega e dei siciliani che eleggono compatti Lombardo, l’Italia che si vede poco o nulla nei media ma poi tracima quando è chiamata a votare.
Ed è anche l’Italia a cui non fotte proprio nulla di Giuliano Ferrara, icona attorno cui invece si schiera - esaltandolo o maledicendolo - il piccolo e autoreferenziale mondo dei media".


E' questo paese che, senza pregiudizi, mi piacerebbe saper raccontare...

Foto by Leonora

domenica 6 aprile 2008

Dove andiamo? Ci sarà posto?


Mercoledì sera, complice Palmasco, c'è stato il secondo pizza blog comasco. Rimando a ciò che ha scritto Giovanni sulla serata e alle foto messe on line da Elena.

Non voglio né potrei aggiungere nulla allo scontato, dicendo che si tratta di persone speciali, che mi fanno sentire ottimista per il futuro.
In questi giorni poi non sono molto presente, con la testa intendo. Vivo un po' nel mio mondo. Capita.
Ciò non toglie che in un momento di lucidità, meditando su quel benedetto futuro dell'informazione che mi sta a cuore, riflettevo su questo:


  • La logica di sviluppo e di propagazione delle informazioni “in rete” non conosce verticismi, bensì coordinate orizzontali. Per dirla con un esempio che mi pare efficace: in Internet vince non chi ha un megafono più potente, bensì chi è abile a creare un passaparola più rapido e autorevole.

  • Ciò che nella carta stampata ha perso smalto (citare le fonti, non “addomesticare” le notizie, accettare il confronto e se si è sbagliato chiedere scusa) in Internet é una necessità, pena la gogna e la perdita di ciò che distingue tuttora il potente strumento di informazione dal blogger, cioè l’autorevolezza, la certezza di serietà nel reperire, verificare, presentare la notizia.

E cosa centra il Pizza Blog con tutto questo? Nulla forse, se non per un aspetto: giovedì sera mi sono trovato attorno a un tavolo, con persone che stanno preparando la tesi, o che si occupano di grafica, che fanno i commercialisti e i docenti universitari, i consulenti d'informatica e gli addetti del settore tessile, i "responsabili della comunicazione nelle situazioni di crisi aziendale" e i fotografi, e ho compreso più cose sul futuro dell'informazione che stando a contatto per giorni con la maggior parte dei giornalisti.


Forse siamo troppo presi dal mettere un piede dopo l'altro, dal continuare passo dopo passo il cammino, per comprendere dove ci stiamo dirigendo e qual è l'intero itinerario.


Mi viene in mente una vecchia battuta "esistenziale" di Woody Allen: "Chi siamo? Dove andiamo? Ci sarà posto?"


Foto by Leonora

mercoledì 26 marzo 2008

L'equilibrio nell'informazione


Lo so, questo post avrei dovuto scriverlo 4 giorni fa. Recupero ora, anche se in questi giorni noto che l'umanità ne ha fatto serenamente a meno.
Argomento: informazione. Semplicemente per rimandare a tre blogger che ne parlano.

Il primo è Andrea Beggi, che argomenta sul "giornalismo partecipativo".
Il secondo è Roberto Dadda, che riflette sul futuro dei giornali.
Il terzo è Charles Cooper, che (in inglese) parla dell'impatto della tecnologia sui media tradizionali.

L'idea generale che mi sono fatto è questa: il futuro porterà dei cambiamenti, ma essi saranno meno rapidi di quanto si supponeva qualche anno fa e, soprattutto, i media tradizionali non saranno soppiantati, bensì sopravviveranno, trasformandosi ed adeguandosi, senza perdere il nucleo della loro specificità.
Foto by Leonora

martedì 18 marzo 2008

"La Provincia" on line: un parere


Da oggi "La Provincia", il quotidiano di Como, Lecco, Sondrio e Varese, ha una nuova versione on line.

Facendo questo mestiere e avendo a cuore il mio territorio, nella convinzione che la crescita di un mezzo d'informazione sia di per sé una "buona notizia", anche per gli altri, chiedo a chiunque passa di qui un parere.

Vorrei sapere da voi cosa ne pensate, virtù e difetti, limiti e opportunità che offre. Consideratelo un regalo che vi chiedo per "festeggiare" i cento post di ieri.


Foto di Leonora

Pro memoria per spiriti liberi


Mario Missiroli, che dirigeva il Corriere della Sera ed era un giornalista sopraffino, ma non cuor di leone, soleva lamentarsi delle ingerenze dei potenti di turno, confidando a Montanelli: "Ah, se avessi un giornale!".
A volte ne vorrei uno anch'io, per dare voce a chi meriterebbe di essere un giornalista e invece si occupa (probabilmente con soddisfazione) di altro. E' il caso di Massimiliano, il cui racconto del comizio di Veltroni, che ha fatto in questo post, è migliore di qualsiasi altro reportage sull'argomento che abbia letto sui giornali in questi giorni.
Lo segnalo perché merita e per dimostrare due cose: non importa l'opinione politica personale quando c'è onesta intellettuale e amore per il vero; la sinistra si distingue dalla destra per l'autoironia e il disincanto, ottimi antidoti contro ogni retorica e tentazione di potere fine a se stesso (attendo smentite con esempi concreti, che non siano articoli di quell'eccezione che è Pietrangelo Buttafuoco).
Foto by Leonora

venerdì 7 marzo 2008

L'ottimismo dell'emù


Premessa prima: lavoro nel campo dell'informazione. Prima facevo altro (mi occupavo di servizi sociali, o servizi alla persona, per chi ama la definizione più raffinata) ma da una decina d'anni il giornalismo è a tempo pieno il mio mestiere.
Essendo tale, è ovvio che quando si parla se esista o meno, in futuro, lo spazio per professionisti pagati per raccogliere notizie, la mia posizione è di parte. E' un po' come se duecento anni fa avessero chiesto a un dodo o all'emù cosa pensassero del rischio di estinzione che correvano. A prescindere dal fatto che uno sia sopravvissuto e l'altro no, entrambi se la facevano sotto ma in fondo in fondo speravano di scamparla e in nessun caso si potevano definire obiettivi.

Così stando le cose, e volendo campare ancora a lungo, ovvio che faccio il tifo perché la risposta sia: "Sì, esisteranno ancora per un pezzo professionisti pagati per trovare e rendere pubbliche le notizie".
Purtroppo, la volontà dell'ottimismo non sempre tiene a galla i naufraghi aggrappati ai marosi.

Premessa seconda. La pubblicità non può essere considerata l'unica fonte di entrata di un'impresa editoriale, neppure sul web. Però neppure è facile immaginare di farne completamente a meno.

Domanda da un milione di dollari (io però non li ho e chiedo una risposta gratis): che forma di pubblicità saremmo disposti non dico a gradire, ma almeno a tollerare?

Mi piacerebbe che questo quesito, anche a rischio di diventare fastidioso come una catena di Sant'Antonio, fosse fatto circolare sul web. Giuro di non essere al soldo di alcuna compagnia di pubbliche relazioni e dichiaro solennemente che lo scopo della curiosità è puramente accademico.

Risposta personale: quella che quando clicco su un sito di informazione compare su schermo (anche intero) per 2 secondi e poi scompare.

Spiegazione: quando il New York Times (sempre sia lodato) decise di mettere l'archivio on line consultabile gratis, ebbi quasi un moto di commozione misto a sincera gratitudine quando prima dell'articolo selezionato mi si aprì una pagina di pubblicità (Toyota, se non ricordo male) per scomparire un lampo dopo.
Foto by Leonora

martedì 4 marzo 2008

Clicca che non ti passa



Occupandomi di informazione (pur se ammetto che in questo tempo sarei tentato di dedicarmi ad altro, addirittura di cambiare mestiere, e chi conosce quanto mi appassiona il giornalismo probabilmente riconosce l'eccezionalità del momento) mi interessa tutto ciò che riguarda il "sostentamento" del sistema dei media.


Propongo qui un'elementare e forse banale riflessione sulla “pubblicità on line”, che prende spunto dal recente dibattito in rete e, in particolare, a "State of the Net".





Le posizioni radicali potremmo sintetizzarle nel modo seguente.





  • “Talebani” (ciao Gaspar): la pubblicità on line non se la fila nessuno; i banner delle aziende vengono cliccati soltanto da chi ha poca dimestichezza con la tecnologia (il 2 per 1000 dei visitatori); sempre più persone utilizzano filtri che “bloccano” la pubblicità (“ad block”).

  • "Entusiasti": la pubblicità on line è la frontiera del futuro; ogni anno il budget degli investimenti pubblicitari sul web si moltiplica nell’ordine di decine di punti percentuali; attualmente il 4% degli investimenti pubblicitari viene orientato su Internet, stime ottimistiche giungono a ipotizzare che nel 2010 sarà il 10%.




Se proviamo a "scartare" gli estremi, sarei orientato a sostenere quanto segue.






  1. Se Internet è il “medium” del futuro, la pubblicità attraverso di esso ha una funzione strategica, non marginale.

  2. L’aumento percentuale di investimenti pubblicitari non cesserà, ma è difficile che continui un trend d’incremento a due cifre come lo registriamo in questi anni.

  3. Il banner è uno strumento forse superato, ma non è corretto valutarne l’impatto conteggiando quante volte viene “cliccato”. Non dimentichiamo che la funzione dirompente della pubblicità è quella di “mettere in vista” il prodotto ovvero di far passare un messaggio. L’interattività è un vantaggio in più, ma non bisogna confondere l’optional con il mezzo stesso.

  4. Studiare forme “intelligenti” e poco invasive di pubblicità, adatte allo strumento Internet, dovrebbe essere uno dei primi punti nell’agenda dei pubblicitari

  5. Pensare alla pubblicità come unica fonte di entrata è limitante e persino pericoloso nell'economia di un "medium" degno di essere definito tale

Foto by Leonora

mercoledì 13 febbraio 2008

Io corro da solo (o del "vero miracolo italiano")

Ne vorrei fare a meno, vorrei per una volta "sfangarla", vorrei che tutto fosse già passato, ma il senso del dovere civico è un masso che mi porto appresso greve e così, trattenendo il fiato, mi sono lasciato lentamente e consapevolmente scivolare in quella cariddi che è la campagna elettorale.

Un vortice insidioso quanto il primo scoglio che mi si è parato innanzi: Bruno Vespa e Berlusconi a "Porta a Porta". Lo ammetto, fino alla scrivania di ciliegio non sono arrivato (un conto è il senso civico, un altro il masochismo) ma per un'ora abbondante ho tenuto duro, impedendo a me stesso gesti inconsulti o plateali forme di indignazione, che per altro nessuno avrebbe raccolto, essendosi già la mia famiglia ritirata da un pezzo.


L'antipasto alla serata era stato servito in tavola per traverso, allorché nello zapping mi ero imbattuto in Tremonti a "Ballarò". "Calma" mi ero detto, "non roviniamoci la quiete domestica sentendolo ridire che in questi due anni l'Italia è stata devastata", come se quando ce l'ha lasciata lui era perfetta, smaliante e senza una ruga come il contorno occhi di Berlusconi. "Calma! Fa parte del gioco. Sono tutti uguali. Anche dall'altra parte mica scherzano". Ho pigiato il tasto del decoder e dopo due lunghi respiri sono tornato a gustarmi il Dottor House su Sky.


La resa è giunta mezz'ora dopo. Berlusconi, più giovane che nel 1994 e meno arrogante del solito, era lì, seduto di fronte a Vespa. Mi veniva il nervoso, ma meno che con Tremonti e così ho ceduto, congedando per per precauzione anche la mia consorte e dichiarando aperta la personalissima campagna elettorale.



Tutto 'sto preambolo per sfogare un po' di frustrazione e per aggiungere un contenuto ai temi politici che mi pare meriti d'essere accennato.


Tutti d'accordo, sembra, a voler tagliare le tasse. Bene, bravi, bis. Ci mancherebbe altro che qualcuno si alzi in piedi e proclami: "No! Io di tasse ne voglio pagare di più!".

Se ci penso bene, però, che diano una spuntatina alle imposte (perché di ciò si tratterebbe, a meno di dare per assodato che gli asini volino) a me importa poco davvero. Quanto mi rimane in tasca? Pochi euro, che magari se ne vanno con le imposte locali maggiorate.


Insomma, a me questa storia del taglio delle tasse non prende proprio. Io, se fossi Berlusconi o Veltroni (di faccia, a settant'anni suonati, preferirei il Berlusca, d'animo e core non c'è proprio corsa, Walternone tutta la vita) avrei un'unica preoccupazione economica: tenere a bada l'inflazione. Tenere bassi i prezzi, dare più potere d'acquisto per i salari.


Come gli anziani, che ricordano benissimo la stessa storia ma non di averla già raccontata alle stesse persone, anch'io ho un aneddoto personale. Quando ho cominciato a lavorare qui in tv (1999) andavo con due Mauro e un Marco a mangiare tutti i mezzogiorno da Rino, ristorante toscano, in via Vitani a Como, spendendo dieci, undici mila lire per un primo con i fiocchi, acqua e caffè. Ora di Rino non mi posso nemeno permettere l'odore delle pappardelle al sugo d'anatra e resto a mangiare da solo in redazione o, quando è bel tempo, mi godo sole e lago su una panchina di viale Geno.


Nel frattempo si sono alternati governi di tutti i colori e non pretendo certo, ora, di tornare ai lauti pasti di un tempo. Però, visto l'andazzo in picchiata libera, vorrei tra altri dieci anni non ritrovarmi a rimpiangere persino la piadina con annessa panchina.


P.S. La frustrazione a cui accennavo prima è dovuta al fatto di voler intervenire o ribattere agli ospiti che siedono in televisione, senza ovviamente poterlo fare. E' inutile che mi dibatta sul divano o mostri cenni di concreto stupore: nessuno, nella penombra della sala, li raccoglie. Ieri sera, ad esempio, quando ùl Berlusca nicchiava su Dini e Mastella, non ammettendo che faranno parte della sua coalizione, ma neppure potendo mentire spudoratamente dichiarando il contrario, per un paio di volte mi sono aggrappato al televisore gridando: "Diglielo!!! Abbi il coraggio di dirlo che gliel'hai promesso a Mastella di portarlo con te se faceva cadere Prodi!!! Digli che adesso, se potessi, lo lasceresti ibernato a Ceppaloni ma che ormai non puoi, che ti tocca ingoiarlo 'sto rospo!!!". Berlusconi, è inutile aggiungerlo, non l'ha detto. Io invece giuro che, se l'avesse detto, se avesse dichiarato: "Mi consenta, caro Vespa, di dire che a Mastella gli ho promesso il cadreghino, ma in verità mi fa venire il voltastomaco, perché già una volta mi ha tradito e così stasera, quella scrivania di finto ciliegio io la userei per firmare una cosa seria, cioè che mi rimangio la promessa che gli ho fatto e che un posto alla Camera e tanto meno al Senato può scordarselo", ecco, se avesse detto questo, io Berlusconi stavolta l'avrei votato. Sarebbe stato il vero "miracolo italiano".


(Foto by Lyonora)

lunedì 4 febbraio 2008

Concorrenza leale (2)


Nessun “medium” è perfetto.
Lo scrivo come premessa a un ragionamento che avevo cominciato un paio di giorni fa, senza il tempo di renderlo compiuto.
Mauro, per un tempo gramo e insieme fecondo che gli capita, ha creato un blog che è anche un esperimento e un laboratorio. Ha scelto un fatto di cronaca a cui viene dato ampio risalto dai mezzi d’informazione sia locali sia nazionali (il processo alla così detta “strage di Erba”) e lo segue da “blogger”, mettendo a disposizione le proprie competenze, senza vincoli editoriali.
In questo modo assistiamo a un unico evento, seguito da più mezzi: televisione, giornali e blog.
Un’analisi dettagliata del fenomeno potremo averla soltanto tra un paio di mesi, quando il processo si concluderà e saremo dunque in grado di risalire a ritroso ciò che è accaduto, valutando criticamente tempi e modi in cui la notizia, le notizie sono state messe a disposizione di un pubblico. La mia speranza è che questa occasione non vada sprecata.

Nel frattempo, aggiungo il punto di partenza, cioè i “pregiudizi” da cliente di informazione, sottolineando da un punto di vista personale limiti e risorse e aspettative di ogni mezzo.

Giornale: per leggere ciò che è accaduto devo attendere generalmente il giorno dopo, ottenendo però in cambio un approfondimento maggiore e in molti casi il piacere della buona lettura. Il piacere di avere tra le mani la carta è una sensazione per taluni (per me, ad esempio) affascinante, che vale prezzo e attesa. Si dice che è la televisione ormai a “dettare l’agenda”, ma è altrettanto vero che per “pesare” la medesima agenda si attende l’uscita in edicola e la lettura del giornale. In ciò conta una qualità che, pur scemando per diverse ragioni, la carta stampata ha mantenuto negli anni: l’autorevolezza. C’è un altro aspetto, apparentemente marginale, ma che a mio modo di vedere rende il giornale unico: si può conservare, intero o a ritagli. Se rovisto in casa mia, non è raro che da un cassetto o dalle pagine di un libro o da una cartelletta dimenticata da qualche parte spunti un rettangolo di carta ormai ingiallita, che in qualche maniera ho reputato un giorno meritevole di esser messo da parte, conservato. Rimanendo alla “strage di Erba”, il giorno dopo ho atteso il Corriere di Como per leggere ciò che aveva scritto Dario Campione (di cui conservo l’inizio di un suo pezzo su un paese del lago:“Un grumo di case, appeso alla montagna”) cioè di un buon giornalista prestato alla “nera” e confrontarlo con il lavoro di Paolo Moretti e Stefano Ferrari della Provincia, ovvero due “neristi” puri che fanno del buon giornalismo. Così come sono rimasto incantato a leggere il resoconto della stessa giornata fatto da Natalia Aspesi, per Repubblica.


Televisione: ha tre vantaggi non da poco: la velocità di comunicazione, una diffusione estesa e la potenza dell’audio-video insieme. Tre carte che costituiscono una potenza di fuoco micidiale. Non c’è evento significativo che non venga seguito in presa diretta, trasformando lo spettatore in attore e l’evento stesso in patrimonio comune. Di contro, è costretta ogni volta a ripetere sé stessa, come se le cose “comunicate” fossero scritte sulla sabbia e ovviando appunto con la continua ripetizione, in modo da aggiornare chi si collega in quel momento, ma finendo con l’annoiare facilmente il telespettatore attento. Una regola che ne rende meno incisivo anche l’approfondimento, poiché se è vero che ci sono programmi intelligenti, capaci di fornire tagli di lettura non banali, è altrettanto vero che il percorso lineare non facilita la comprensione. Un limite che è compensato dall’offerta di immagini (“Ho visto, è vero”) che si stampano nella memoria più facilmente di un ragionamento. Restando alla “strage di Erba”, con tutta la stima che ho di giornali, carta stampata e nuovi mezzi di comunicazione, credo che i due spezzoni di audio-video scelti da Marco Romualdi e mandati in onda dal tg di Espansione non abbiano pari per spiegare chiaramente i differenti obiettivi che accusa e difesa hanno nel processo. In poco più di tre minuti e mezzo, perfettamente distribuiti tra l’intervento del pubblico ministero Massimo Astori e dell’avvocato difensore dei Romano, Enzo Pacia, abbiamo appreso senza intermediari il punto nodale del processo. Non male. Così come, a sentenza emessa, la trasmissione della Rai “Un giorno in pretura”, autorizzata dalla corte a mandare in onda il tutto, sarà quanto di più simile alla realtà di aver partecipato da spettatori a quel processo.


Blog: potenzialmente il mezzo più completo, capace di produrre più contenuti che giornali e televisioni insieme, essere più rapido della stessa televisione, senza neppure il limite del trascorrere fluido e “inafferrabile” del messaggio informativo, poiché con Internet il messaggio rimane a disposizione, come e quando preferiamo riceverlo. Il limite semmai, potrebbe paradossalmente essere l’estrema abbondanza di informazioni, non facili da gestire e in cui è facile perdere l’orientamento. In questo senso il blog sulla strage di Erba è un esperimento e un laboratorio, assai più efficace se in corso d’opera, come credo, Mauro riuscirà a svincolarsi dalla logica in cui siamo stati formati (l’informazione “da uno verso molti”) per intraprendere nuovi percorsi, nuove vie (l’informazione “da molti verso molti”). In altre parole, mi interessa scoprire se il blog è un’evoluzione naturale di giornali e tv oppure può rappresentare qualcosa di completamente nuovo, in cui la dimensione orizzontale sostituisce quella verticale non soltanto nella fruizione della notizia ma anche in quella della sua acquisizione.


P.S. Questo post non ha alcuna ambizione, se non quella di esporre pensieri in ordine sparso, nella logica di una “concorrenza leale” tra diversi “medium”, nella convinzione che concorrenza non è altro che il nome con cui possiamo chiamare la massima forma di collaborazione.

sabato 2 febbraio 2008

Dietro la porta chiusa

Oggi ho pianto. Ho pianto a lungo, in silenzio, senza vergogna ma con pudore, chiudendo la porta della stanza e nascondendo gli occhi con l'incavo del braccio.
Ho pianto leggendo le parole di Mario Calabresi e del suo "Spingendo la notte più in là", che mi ha dato ieri mia madre e che racconta la storia della sua famiglia e di altre vittime del terrorismo.
Sono arrivato a pagina 30 e l'ho riposto sul comodino. Almeno per oggi sono io a non spingere la notte più in là e voglio conservarle care quelle pagine, la testimonianza di un dolore e di una redenzione. Ha quasi la mia età Mario Calabresi, solo qualche anno più giovane, come Antonia Custra, figlia di Antonio, ucciso da un colpo di pistola nel 1977, mentre faceva il poliziotto in Via De Amicis a Milano. Entrambi non hanno conosciuto il padre e a me torna in mente il mio. Ho pianto oggi e non me ne vergogno, anche se ho cercato di fare piano, e ho chiuso la porta della stanza e mi sono coperto gli occhi con il braccio.

venerdì 1 febbraio 2008

Concorrenza leale (1)


Vorrei prendere spunto da un blog - esperimento - laboratorio del mio amico Mauro, che ha deciso di seguire la strage di Erba da "blogger" per un pensiero su differenze / similitudini dei mezzi d'informazione (giornali, radio, tv, internet) ma la mia pausa pranzo è scemata senza quasi me ne accorgessi.
Prometto di tornarci sopra, magari nel week-end.
Intanto segnalo un post che introduce bene il tema e una due giorni imperdibile, che affronterà questi argomenti e che si terrà venerdì 8 e sabato 9 febbraio, a Udine. Si intitola "State of the Net" e qui la introduce bene Luca De Biasi.

giovedì 17 gennaio 2008

The membership perspective


Per natura ed indole non sono invidioso, soltanto mi è spiaciuto non essere andato con Mauro, ieri, ad ascoltare De Bortoli, De Biasi e Caio (con tutto questo fiorire di De, volevo scrivere De Caio, ma forse s'arrabbia) alla libreria Feltrinelli di Milano. Argomento: l'economia della felicità, dal titolo del bel libro di Luca De Biasi. Attenderò che lo stesso Mauro ne riporti qualche spunto.
Tutta 'sta premessa, per consigliare un post sulla rete e i suoi "adepti", che ho letto un paio di giorni fa e che a mio parere merita di essere condiviso. E' di Gaspar e lo trovate cliccando qui. Buona riflessione.


P.S. Il titolo di questo post, The membership perspective, deriva da un ricordo d'università, quando il bigio Villa (David, sai di chi parlo!) riuscì a portare a Milano niente meno che il professor Robert Constable, della Loyola University di Chicago, autore di una teoria chiamata in quel modo. Gliene sono ancora grato, poiché la usai a piene mani per la tesi, giocando sul fatto che nessuno dei docenti, a parte lo stesso Villa, si era poi preso la briga di capire cosa diavolo fosse.