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giovedì 27 luglio 2023

Mario Landriscina (Il non ancora sindaco)

Tutto passa, tutto se ne va. L'ho scritto allora, vale altrettanto adesso.
È passato anche lui, da sindaco di Como, ma questa è un'altra storia e forse pure lui un altro uomo rispetto a quando l'avevo intervistato.
E io, che lavorando nel frattempo a Bergamo non ho potuto seguirlo nell'esperienza amministrativa del capoluogo lariano, non saprei dire se abbia fatto bene oppure male, anche se certo la fine del suo mandato ha sancito un’abdicazione o, a leggerla con occhi altrui, un fallimento.
Come mai sia successo, cosa sia veramente accaduto, quale sia lo snodo dirimente tra amministrare bene - per giudizio quasi unanime - un'unità operativa fondamentale nel comparto pubblico ed essersi invece incartato nella gestione di giunta comunale e consiglio, non sapremmo dire.
Soltanto la storia, forse, potrà farlo, restituendo un giudizio meno miope e presbite, sia sul dritto, sia sul rovescio. Certo è che mi piacerebbe incontrarlo di nuovo e di nuovo chiacchierare con lui, senza filtri, da uomo a uomo, per sentire la sua versione della storia, prestando ascolto per una volta al lupo e non alla versione della storia narrata dal cacciatore e da Cappuccetto Rosso.

La mano sicura al volante. Brezza che sfiora il viso, fa socchiudere gli occhi e i capelli scompiglia. Liberi e leggeri. Senza paura né meta. Padroni di sé, del proprio destino, del mondo. Rombano il cuore e il motore. Una curva. Il cigolio dei freni sulla strada, le ruote che strisciano. Terrore, in un colpo. Lo schianto. Buio e silenzio.
Poi le luci, che brillano, lampeggiano, accecano. Rumori. E voci. Cento voci, confuse. Gente che urla, ordina, grida, invoca, si lamenta, piange, implora, prega, impreca.
Una vita, legata a un filo di speranza. Quel filo è in mano loro: gli uomini del 118. Mario Landriscina ne è il capo.
«Sono stato nominato da altri - dice - ma ho la convinzione di essere stato scelto da loro». I suoi ragazzi, volontari compresi. Una squadra.
È chiamata “unità operativa” e non è un caso. La coesione è palpabile. «Devo dire che siamo un buon gruppo». Famiglia, suggeriamo noi. «No, non siamo una famiglia» ribatte lesto lui. «Sarebbe un errore. Uno sbaglio che per primo ho fatto io. Quando sono arrivato avevo l'illusione che si potesse andar tutti d'amore e d'accordo, ma non è stato così. Con gli anni ho capito che è giusto rispettare le amicizie individuali e le personali antipatie. Ciò che conta è la disponibilità a lavorare insieme per un obiettivo».
Non occorrono molte domande per farlo parlare. Riflette a voce alta. Intimo e dolce, nell'istante in cui dimentica di aver accanto un interlocutore in carne ed ossa o quando intravede avanti a sé non il cronista, ma l'uomo che ascolta. In altri momenti, più lezioso. Quasi retorico. Una retorica, però, fatta di lettere minuscole. Che bandisce il motto e l'iperbole linguistica.
«Credo nell'autorevolezza che viene dall'esempio. Dobbiamo avere l'ambizione di porre l'uomo al centro dell’attenzione, affinché il singolo individuo cambi atteggiamento e il “sistema popolazione” cresca in cultura».
Cultura della vita. Un'espressione che usa sovente, associandola a un’altra: prevenzione.
«Ho girato molte scuole, con l’amico Roberto Campisi, comandante della Stradale, per sensibilizzare sull'importanza di essere prudenti, di usare il casco. Uno sforzo che comincio a pensare inutile. Lo scriva pure».
Una constatazione amara. Gli incidenti continuano ad accadere e nella quasi totalità dei casi sono gravi proprio perché non sono rispettate le norme minime di sicurezza.
Man mano che il suo discorso procede, tuttavia, si comprende che sull'altare della prevenzione Landriscina è disposto ad immolarsi ancora, continuando nella vita di tutti i giorni a professarne il verbo.
«Ho visto che è arrivato con il casco in testa, bravo. Sarei più tranquillo se usasse quello integrale».
Per quanto possa essere sprecato, ogni parola di buon senso fa valer la pena di impiegare il fiato. La sua non è una resa, bensì una provocazione.
Un modo di pungere. Proprio come fa per argomenti che conosce altrettanto da vicino. A cominciare dalla sanità.
«Sul futuro del Sant'Anna i politici non hanno progetti poiché assorti in altri pensieri e dominati da un male terribile: il pensare al quotidiano».
«Bisognerebbe avere il coraggio di interrogare i bravi medici che dai vari reparti se ne sono andati, per capire le ragioni di una scelta che, son certo, è stata sofferta».
«Dei nostri stipendi bassi non parlo, ma posso assicurare che qui nessuno si ferma per denaro. Esiste piuttosto uno sconosciuto motivo che ci tiene legati a questa struttura. Se però mi fosse chiesto in cosa questo motivo consiste, non saprei cosa rispondere».
«Sventurato è l'ospedale che non ha studenti e che non investe in ricerca».
Grande e grosso, sotto gli spessi baffi, Landriscina sa esser burbero.
«Ci sono state persone che hanno deciso che la nostra unità operativa non era il loro posto» esclama a un certo punto, non sorridendo nemmeno dell'eufemismo usato.
«Nel nostro servizio non possiamo permetterci un difetto di disciplina. Insieme stabiliamo le regole, a me spetta il compito di verificare che siano rispettate».
Severo. Persino duro, quando serve. O, meglio, rigoroso. Come suo padre.
«Sono nato poco dopo la fine della guerra. Vivevamo, a San Donnino. Mio papà era un insegnante. Fu maestro elementare, poi diventò professore alle superiori. Aveva un altissimo senso del dovere e voleva bene alla sua gente. Un tumore se l'è portato via, ma ricordo con piacere anche il tempo della sua malattia. Parlavamo a lungo».
Tutto passa, tutto se ne va. Alla precarietà Mario Landriscina è abituato. Precaria è la vita di chi viene soccorso dal 118 ogni giorno. Precaria la sua occupazione, primario non di ruolo. Precario il posto in cui lavora, una scatola prefabbricata, con pavimento che scricchiola sotto i piedi e pareti di latta che tremano quando l'elicottero, pur distante, si alza in volo. Eppure, in nessun altro luogo in cui siamo stati, abbiamo avvertito tanto nitido il senso dell'ordine e dell'efficienza. Il servizio di emergenza è un lavoro di frontiera e non ammette distrazioni o debolezze.
«Ho scelto la facoltà di medicina per una visione romantica di questo mestiere. Per quanto riguarda la specializzazione, è stata un caso. Un'amica del nostro gruppo di giovani rimase coinvolta in un incidente e io ebbi il compito di accertare come stava. Così conobbi il dottor Cesare Matteucci, il mio maestro».
Una cerchia, quella dei maestri, a cui non ci stupiremmo se venisse iscritto lo stesso Landriscina. Un ruolo che non è codificato sulla carta, bensì conquistato sul campo, mettendo in discussione sé stessi. Un titolo che appartiene a pochi: tutti coloro che hanno imparato come, nella vita, non si smetta mai di imparare.

17 settembre 2000

lunedì 3 luglio 2023

Lino Gelpi (Il sindaco memorabile)

La memoria umana è un setaccio fine e curioso: filtra tutto, scorda molto, conserva pochissimo, senza criterio logico, a dimostrazione che non siamo processori elettronici, bensì un tiro di dadi sul tappeto verde dell'esistenza.
Capita così che a distanza di anni ricordi come fulgido un dettaglio a cui - tra parentesi - lì per lì non avevo dato peso, tanto da ometterlo nel resoconto comparso sul giornale.
Se chiudo gli occhi di Lino Gelpi rammento infatti che leggeva soltanto le tragedie greche, perché «in esse è già stato scritto tutto, ciò che nella vita dell'essere umano conta davvero».
Memorabile è anche il titolo che l'allora esimio direttore, Adolfo Caldarini, scelse per l'intervista: "Prima che arrivassero le volpi".
Le "volpi" erano gli amministratori degli anni Settanta, quando la classe dirigente forgiata dalla guerra e scelta in base a un merito acclarato, fu sostituita da politici di carriera, avvezzi ai corridoi e alle anticamere, assai diversi da chi si era messo "al servizio" anni prima.
Una classe dirigente di piccolo cabotaggio che ora qualcuno rimpiange, con nostalgia della prima Repubblica, ma chi ha abbastanza anni e memoria per averli conosciuti non può non ritenerli la causa di molti mali. Licaoni, più che volpi, al cui cospetto Lino Gelpi come un vecchio leone spiccava, confermando la regola aurea secondo cui "in tempi grami nascono e crescono uomini e donne forti, donne e uomini forti favoriscono tempi floridi, in tempi floridi si svezzano uomini e donne deboli, donne e uomini deboli causano tempi grami".

Auto, semaforo, colonna; scorciatoia, ingorgo, sosta. Accelerare, frenare, sterzare; parcheggiare, scendere, camminare. Suonare, salire, bussare; salutare, ascoltare, telefonare. Impaziente attesa. Minuti. Veloci, preziosi, irrinunciabili.
Avevamo un appuntamento, ma non lo ricordava affatto. Comprendiamo più tardi che non si è trattato di sbadataggine, né di senile smemoratezza. Semplicemente un metro diverso di ponderare gli eventi, di dare importanza alle cose.
Il mondo fuori corre, ma Lino Gelpi, otto fratelli e otto figli, ottantacinque anni, avvocato, primo cittadino della città di Como dal '56 al '70, ha smesso di rincorrerlo da un pezzo.
Non già perché dell'esistenza umana ha trovato tutte le risposte. Semmai, nello sguardo incantato e nelle lunghe pause prima di udirlo proferir parola, c'è sembrato di intuire la consapevolezza delle troppe domande ancora aperte, che non permettono illusioni al tramonto di una vita.
Perseguitati dalla nostra occasionale premura, lo distogliamo per qualche minuto dal lavoro. Ancor oggi, che potrebbe farne a meno, dedica cinque o sei ore al giorno a fascicoli e documenti che tiene ordinati su una scrivania sobria, nel suo minuto studio. Il resto della giornata lo trascorre in famiglia, abbandonandosi sovente alla lettura dei testi biblici sapienziali («i salmi sono un fonte inesauribile di pensiero, di bellezza e di poesia»).
Enzo Biagi ha scritto: "È stato subito domani, è passato tutto molto in fretta".
«Com'è vero. È trascorso quasi un secolo e non me ne sono nemmeno accorto».
Cosa ricorda dei quasi quindici anni di amministrazione comunale?
«Rammento con piacere tutti gli anni della mia amministrazione e qualcuna delle maggiori opere realizzate in quel periodo. Il trasferimento dello scalo merci delle ferrovie, il forno di incenerimento, la copertura del Cosia. E così pure le scuole, gli asili, i giardini pubblici, la strada a lago».
Eppure non fu tutto rose e fiori. Proprio per la strada a lago le polemiche furono asprissime.
«Non in consiglio comunale. Al tempo in cui ero sindaco, anche decisioni difficili erano solitamente prese all'unanimità. Non mancavano le discussioni, anche aspre, ma rimanendo su un piano squisitamente amministrativo, fuori da ogni ideologia politica. Se l'opposizione, a proposito di un determinato progetto, riteneva di apportare qualche sensata modifica, si accettava il parere diverso. Ad osteggiare la strada a lago furono i fondisti, tutti i proprietari dei terreni che arrivavano fino a riva. Non fu cosa da poco. La loro protesta sfociò anche in cause civili, che però mi onoro di aver composto amichevolmente e con soddisfazione reciproca. Li convinsi facendo loro comprendere che l'interesse per la città andava tutelato maggiormente del loro interesse particolare di avere uno sbocco privato che portasse al lago».
È ancora oggi il tempo del coraggio nelle scelte amministrative?
«Non seguo più attentamente la vita amministrativa per rispondere seriamente. Quando sono uscito dal comune ho tirato giù la saracinesca e il mio punto di osservazione è quello di un qualsiasi semplice cittadino. Comunque non vedo scelte coraggiose. Mi pare un periodo negativo per tutto il paese. Como non si distingue, né in meglio, né in peggio. Manca il senso civico e il senso della collettività, per dirla in due parole. Ognuno guarda ai propri interessi. Ed è questo che mi ha spinto, qualche tempo or sono, dopo un lungo silenzio, a lanciare un allarme».
Secondo l'opinione di alcuni, un tempo il consiglio comunale era composto dal meglio delle famiglie comasche. Questa presenza è andata via via estinguendosi, fino ad arrivare al pallore attuale. È d'accordo?
«Posso confermare che, in ognuno dei tre consigli da me guidati, potevo contare su persone eccezionali, che ricordo con simpatia, senza differenze tra maggioranza e minoranza. L'impressione di un graduale, ma irrefrenabile allontanamento di persone particolarmente significative è anche mia. Non ho una ragione per spiegarne il perché. Costato una disaffezione alla politica e all'amministrazione locale. Siamo troppo in mano ai professionisti».
C'è qualche opera importante per la città di Como che ha il cruccio di aver dovuto lasciare nel cassetto?
«La cittadella della cultura, che volevo realizzare nel quartiere dov'era e dov'è attualmente l'Intendenza di Finanza. Avevo già concordato questo progetto, che avrebbe dovuto iniziare con l'insediamento della biblioteca, con l'allora responsabile dell'Intendenza e con il ministero, ma non ebbi il tempo di rendere realmente concreti gli accordi con atti amministrativi e con il mio abbandono l'intero progetto finì nel nulla più assoluto. Mi è altrettanto spiaciuto non aver portato a termine la tangenziale sud, di cui tuttora si parla e che, tra il '65 e il '70, auspice l'allora assessore ai lavori pubblici Spallino, era stata progettata, finanziata e il cui mutuo era già stato contratto. Poi arrivò il centro sinistra e non se ne fece nulla. Personalmente, ebbi la fortuna di andarmene prima, quando i partiti non avevano ancora cominciato a far sentire il loro fiato sul collo. Politicamente, con l'avvento dei Fanfani e dei Moro non mi sentii più a posto. Non ho mai avuto la tessera di un partito. Ero stato indicato dall'Azione Cattolica e alla politica mi sono sempre sentito prestato».
Don Ferdinando Citterio, docente di morale a Venegono, sostiene che la responsabilità di tutti i mali non è da imputare soltanto ai politicanti invadenti, ma anche a coloro che vent'anni fa trattavano con orrore la politica (Azione Cattolica compresa) e lasciavano campo libero agli altri. I cattolici hanno fatto ciò che era possibile o qualcosa meno?
«Forse potevamo fare di più. Nella Democrazia Cristiana hanno assunto sempre più potere le volpi, che guardavano prima al loro interesse di bottega piuttosto che al bene comune e i principi dell'Azione Cattolica, cui ho avuto l'onere di aderire, quella dei Luigi Gedda e dei Piergiorgio Frassati, furono completamente dimenticati».
Cosa manca a Como?
«Se mi è consentita una critica molto sommessa, vi è una carenza di uomini validi.
La preparazione professionale non basta, occorre una maggiore formazione umana».

14 dicembre 1997

martedì 11 ottobre 2022

Ius vitae (Viva l'Italia)

“Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese, con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti.”
(Enzo Biagi)

Tra un paio di giorni si radunerà il nuovo parlamento, il centro politico di un Paese che spesso, noi per primi, italiani, denigriamo.
Abbiamo molte responsabilità, altrettante colpe, come comunità, come popolo. Prima di tutte, forse, il cuore chiuso per la troppa abbondanza, per una ricchezza diffusa che mai abbiamo avuto, anche se la memoria dei contemporanei è sempre corta, guarda miope alle spalle, preferendo la punta del naso.
Di contro, proprio per questo, giusto non fare di tutte le erbe un fascio. Alla sordità che impedisce di udire il grido di dolore di chi emarginiamo fa eco la grandezza di gesti apparentemente scontati, banali, ma che banali e scontati non lo sono affatto.
Prendo esempio da parte di uno scritto ritrovato per caso, a narrazione della festa finale dell'anno scolastico nel mio paese, Lurate Caccivio. È di dodici anni fa, potrebbe essere di ieri l'altro. 
Le maestre "Mariella, Luisa, Manuela e Maria hanno portato quest'anno a termine il ciclo delle elementari in una scuola pubblica, organizzando uno spettacolo finale per tutte le classi quinte. Per due ore e mezzo bambine e bambini hanno intrattenuto la platea di un teatro. Se ne sono viste di tutti i colori, con ragazzi venuti dalla Tunisia e dal Ghana che hanno ballato sulle musiche di Michael Jackson ed altri che hanno preparato scenette in dialetto comasco, qualcuno s'è esibito in un'appassionata 'O sole mio, il tutto farcito di diapositive che hanno riepilogato cinque anni insieme, fianco a fianco. A un certo punto, a metà serata, tutti insieme hanno cantato l'inno di Mameli e noi, a cui viene il prurito per ogni retorica, siamo rimasti ugualmente stupiti e commossi di quell'andare in coro: bambini dai colori differenti ma accolti e cresciuti dalle insegnanti nello stesso modo. Ognuno sa da dove proviene, se da Trapani, dal Senegal o da via Umberto. Le radici per fortuna non sono recise di netto, ricordandoci che siamo frutto di una tradizione, di una cultura differente, che può essere d'ostacolo ma anche arricchire l'un l'altro. Su quel palco, cantando quell'inno, ognuno dichiarava un'appartenenza condivisa, che non rinnegava le differenti radici, semmai le radunava. Lo diciamo schietto: non ci siamo mai sentiti così orgogliosi di essere italiani, figli di un paese che offre una scuola e insegnanti capaci di far sentire ogni bambino a casa. La sua, la nostra".

P.S. Chiedo perdono per interesse privato in racconto d'ufficio se cito una contraddizione che conosco e vivo, da vicino. L'Italia è quel Paese che non riconosce a K., nato nel nostro paese e cresciuto qui, secondo le nostre tradizioni, senza metter mai piede oltre confine, diritto di avere una cittadinanza e un passaporto o anche una semplice carta d'identità valida per l'espatrio, fosse una vacanza in Spagna o accompagnarmi a camminare a sette chilometri da casa nostra, dove la Lombardia diventa Svizzera, Ticino. Al contempo, è lo stesso Paese che ha permesso a K. non soltanto di studiare, ma pure di vivere una vita dignitosa, assumendosi la maggior parte delle spese, in certi casi gravose, per farlo crescere, accudirlo.

venerdì 29 ottobre 2021

Cambiare il mondo (Passione o pastina)

“Non può comprendere la passione chi non l'ha provata.”
(Dante Alighieri)

Ci sono persone che ci accompagnano per mano tutta una vita, altre soltanto per un lampo d’occhi, altre ancora per un tratto di cammino, scambiando opinioni, confidandosi a vicenda, mostrando un pezzetto di sé scontato o che non è mai stato rivelato ad alcuno prima.
A tutti sono grato, poiché ciascuno ha messo almeno un mattone all’uomo che sono, alla persona che non sarebbe nulla senza relazione con gli altri, un po’ come la realtà secondo la fisica quantistica.
Anche quando scrivo qui, quasi ogni volta, per non dire sempre, tutto parte da un incrocio, da linee che si incontrano o da uno dei tanti nodi della rete che agli altri mi lega.
Come stamane, scorgendo la fotografia di Peter Bardaglio poco più di un anno fa, mentre tiene una bottiglia di spumante in mano e un tappo e sorride, avendo ricevuto una notizia tanto attesa.
Ero a casa sua, a Trumansburg, New York, nel luglio del 2016, alla vigilia di una campagna elettorale che si sarebbe rivelata sorprendente e per lui, come per molti altri, amara.
Peter e sua moglie Wrexie restavano già ore a discutere, a leggere, a guardare notiziari in tv, facendo previsioni e supposizioni su come sarebbe andata e così sono certo abbiano fatto in tutta l'era Trump, passando dallo sgomento alla speranza, masticando spesso sconforto, delusione, rabbia.
Non voglio ripercorrere tutta la storia, soltanto dire che mi immagino la loro gioia, quando dodici mesi fa la consapevolezza che gli Stati Uniti avessero svoltato è diventata certezza.
La loro passione, il loro entusiasmo è lo stesso dei miei figli e delle persone a cui più tengo, anch’esse capaci di partecipare emotivamente a ciò che accade loro attorno, costringendo anche me a non restare freddo, indifferente, come invece tenderei a fare, con quel distacco che mi viene metà dalla professione che ho scelto, metà dalle esperienze maturate nella vita e che mi mostrano le sfumature di grigio e mai bianco o nero, buono o cattivo, di qua o di là della staccionata.
Se non fosse per loro, per tutti coloro che mi fanno da esempio, il mio distacco diventerebbe cinismo, il buon senso una minestrina tiepida, di quelle che nutrono poco e intristiscono qualsiasi tavola.

P.S. "Tu non mi dai mai ragione" mi dice, mentre parliamo di politica.
"Io ti do ragione praticamente sempre - rispondo - tranne quando la fai facile, quando dici che basterebbe poco, un decisione, un ordine, una regola. Invece no, non basta mai poco. Ogni scelta ha le sue conseguenze, le sue linee d'ombra, le controindicazioni...".
"Vabbè non mi dai mai ragione".
Fine del discorso.
(Non della passione).

domenica 4 aprile 2021

Coltivare (Il silenzio)

Un rumore di fondo, indistinto. Un precipitare di parole continuo, incalzante, un frastuono, un ronzio.
Per toglierlo dalle orecchie, che non hanno tappo, devo chiudere gli occhi, concentrarmi su altro, cercare nuove frequenze, una sintonia che riduca il baccano.

Chiudo gli occhi davanti alla tv dei “talk show”, del reiterato teatrino recitato a soggetto; chiudo gli occhi nei discorsi di chi parla più di un minuto; chiudo gli occhi persino in chiesa, dove mi pare si moltiplichino le parole per colmare il vuoto di un’istituzione che fatica a leggere i segni del tempo.

La faccio breve, per non esagerare anch'io: il luogo in cui mi trovo meglio, in questi mesi, non per caso è il giardino. Che ha due meriti: allena al silenzio e mi ammaestra alla pazienza, a una crescita non percepibile con lo sguardo.


P.S. In giardino gli occhi occorre tenerli aperti per la causa (gli atti di cura dell’uomo, il coltivare), non per l’effetto, il mutare della natura, che ha un altro passo, inarrestabile e inafferrabile, così lento che i nostri sensi non riescono a coglierne il mentre, il presente, ma soltanto un prima e il dopo, il non ancora avvenuto e il già successo.


martedì 2 febbraio 2021

Il silenzio, come rifugio (Poi c'è lui)

Scrivo poco, quasi nulla. In questi giorni buona parte delle energie risparmiate da affetti e lavoro se ne va nel portare pazienza, masticare amaro, mordersi la lingua per non replicare a tutti coloro che parlano a vanvera, che ostentano sicurezza mentre di sicuro c'è soltanto la loro ignoranza e la presunzione di avere ragione su tutto.
Il contagio da Covid, le elezioni americane, la situazione politica in Italia...
Chiacchiere. Anche da parte di uomini e donne per molti versi stimabili, con l'unico torto di abdicare all'uso della ragione, per brandire invece il maglio del tifo, come allo stadio.
Chiacchiere. Sui social soprattutto, perché di sedersi attorno a un tavolo e discutere non si contempla neppure la possibilità: ogni predica accetta soltanto il pulpito.
Chiacchiere. Senza competenza alcuna, lasciando che a prendere posizione sia la pancia, evitando di comprendere le ragioni reciproche, limitandosi a sputare fiele e sentenziare, su questo o su quello, per partito preso.
Un vortice di stati emotivi che si riversa su di noi ogni giorno, con qualsiasi mezzo: radio, giornali, tv, social...
A superficialità, ignoranza e arroganza sto diventando allergico, fatico a restare lucido, perciò ho scelto la via del silenzio, del non ti curar di loro, passando e guardando senza muovere un dito.

P.S. Poi c’è lui. Giovanni Bachelet. Una persona per bene, che si ostina a replicare uno ad uno ai commenti più o meno sensati, compresi quelli insulsi, beceri, grevi. Puntiglioso ma mai pignolo, ne ho ammirato fin da subito il senso civico, l'ostinazione con cui persegue il vero, astenendosi da qualsiasi supponenza o tracotanza, con quella passione cocciuta che hanno i giardinieri, nel coltivare fiori, alberi, prato.
Una scoperta piacevole, una boccata d'ossigeno, e insieme l'implicito sprone per me ad essere diverso, a non usare il silenzio come scudo, al dovere del prendere posizione, non essere tiepido.
Con la consapevolezza che proprio i Giovanni Bachelet, tutti i Giovanni Bachelet di questo mondo, sono l'unico vaccino al virus della retorica, della faziosità, del muro contro muro e del ginocchio piegato dei fatti oggettivi - chiaramente accertati - di fronte alle emozioni e convinzioni di chi urla di più e più fa caos.

sabato 22 agosto 2020

Ho molto taciuto (Sbagliando)

Viviamo attimi intrecciati come un canestro di vimini: a guardarli da lontano sembrano un tutt'uno, da vicino invece si notano giunture, spazi, fessure, intagli, rammendi.
Osservo con questo spirito le migliaia di immagini pubblicate in questi giorni da amici e conoscenti e persino da sconosciuti nei più disparati luoghi di vacanza.
Me ne curo poco, guardo e passo, senza invidia o, peggio, astio.
Propenso per natura a godere delle gioie altrui e sapendo che in ogni caso, come ho scritto all'inizio, non tutto è oro ciò che luccica, sono sinceramente contento per chi è in villeggiatura, per chi gusta appieno il proprio tempo e anche per chi bleffa, trovando in quel bluff la sua coperta di Linus.
Per quanto mi riguarda evito di mettere eccessivamente in piazza i momenti lieti, un po' perché non sono memorabili, un po' per una sorta di pudore iniettatomi nelle vene fin da piccino, quando il riposo e ancor più la vacanza erano un lusso imparentato stretto alla colpa, visto che il pane si guadagna col lavoro e ogni giorno senza fatica era considerato una sorta di mangiare a ufo.
Astenersi, non ostentare, passare inosservati, evitare di proferire verbo. Ottimi modi per farsi voler bene da tutti, per scansare critiche, per non collezionare maldicenze a grappolo.
Come ricordava Franca Valeri poco prima di lasciare questo mondo, dall'alto dei suoi cent'anni appena compiuti: "Io sono molto benvoluta e mi chiedo il perché, se me lo merito. Poi, riflettendo, qualcosa ho fatto: ho taciuto molto. Non è poco".
Una verità assoluta, che tuttavia non preclude la possibilità di stimare chi invece rema contro, chi ogni giorno si schiera, prende posizione, rompe l'omertà, indossa una casacca, persegue qualcosa in cui crede, si ribella alla condizione di eunuco.
Lo scrivo per chi la pensa come me e per quanti mi sono distanti anni luce, per coloro che espongono le loro tesi col fioretto e per chi usa clava e megafono, per chi credo abbia ragione e ancor più per chi ha torto marcio.

P.S. Ci ho girato attorno, avrei potuto mettere un nome fin dall'inizio: Marco.
Marco Migliavada, il mio amico Marco, con cui sono d'accordo sul nocciolo di tutto ciò che nella vita conta davvero, anche se lui ha una capacità non comune di mettere ovunque i distinguo.
Marco ha deciso di proporsi come consigliere comunale del proprio paese, Casnate con Bernate, in provincia di Como.
Di Marco so che è il politico meno bravo del mondo, se per politico si intende colui che dà ragione a tutti, che mette al primo posto il consenso, che trova su ogni scelta un compromesso, ma se dovessi affidare vita e portafoglio a una persona scrupolosa, limpida, capace di mediazione e intellettualmente onesta, su lui punterei senza batter ciglio.
Non so come andrà a finire alle elezioni di metà settembre, però di una cosa sono grato a lui e a tutti gli altri che si candidano, a prescindere dallo schieramento: di metterci la faccia, di non aver "taciuto", espiando le molte, troppe volte in cui avrei potuto farlo e non l'ho fatto io.

giovedì 25 giugno 2020

A Thousand Days (In tre settimane)

Ne ho letto una pagina, poi due, quindi la prefazione intera. Ci ho preso gusto e l'ho terminato, ieri.
"A thousand days", mille giorni, il racconto della presidenza di John Fitzgerlad Kennedy, scritto a caldo da uno dei suoi consiglieri più fidati, Arthur M. Schlesinger Jr., vincitore del premio Pulitzer.
L'avevo sugli scaffali da almeno una dozzina d'anni, regalatomi dal mio amico Angelo. L'ho considerato poco o nulla prima, non perché l'argomento non mi interessasse, tutt'altro. Però era in inglese, in americano anzi, e mille erano non soltanto i giorni, ma pure le pagine.
Tre settimane fa invece - a conferma che i libri necessitano di un "kairos", di un tempo propizio, per essere letti con gusto - mi è ricapitato tra le mani e me lo sono goduto proprio, apprezzandone argomento, stile e storia.
Quando Angelo me ne fece dono aveva presente una lezione che lì vi passa, cioè che in ogni decisione ad essere importante è il metodo, poiché gli esperti, seppur bravissimi, possono prendere delle cantonate. Così Kennedy, appena insediato alla Casa Bianca, venne tradito dall'eccesso di confidenza e subì un clamoroso tonfo con il fallimento dell'attacco alla Baia dei Porci, facendo tuttavia di quella batosta tesoro, così due anni più tardi condusse magistralmente l'azione che debellò l'installazione dei missili nucleari sovietici a Cuba, mettendo di fatto la parola fine a ciò che è ricordata come "guerra fredda".
Di lezioni tuttavia, scorrendone le pagine, se ne possono trovare a decine, ciascuna gustosa, compresa quella forse maggiore, cioè che la vita e i fatti che ne derivano sono assai più complessi di come di solito li riduciamo e le divisioni tra "bianco" e "nero" sono sbagliate, prima ancora che stupide.
Non aggiungerò nulla a quanto letto, se non che ho scoperto un Kennedy pragmatico, senza dogmi, pienamente figlio del proprio tempo, né santo né demonio. Un politico insomma, come dovrebbero essere tutti i politici, oggi come allora.
Una considerazione però la voglio fare sulla sensazione avuta quando ho concluso l'ultima pagina.
Una grande amarezza. Sì, una desolazione piena, vasta, profonda, istintiva, per l'odio che accompagna gli esseri umani e che nonostante secoli di civiltà ristagna tuttora nelle nostre teste, nei cuori, nell'anima, ammesso che se ne abbia una.
Un male che intacca la vita sociale, non soltanto la politica. Un male che personalmente non voglio provare, per nessuno.
Trovare ciò che unisce, comprendere le ragioni degli altri e tollerarne le idee, quand'anche siano in totale contrasto con le proprie. E nel caso estremo esse intacchino i principi fondanti dei propri convincimenti, opporsi soltanto in maniera non violenta.
Questo è ciò che voglio essere, che vorrei i miei figli abbiano a cuore, come un solco, un punto cardinale, una stella.

mercoledì 14 agosto 2019

Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)


Mi chiedi spesso di parlartene, lo faccio raramente, poiché la politica è un fuoco e occorre attecchisca da sé, altrimenti si estingue presto oppure soffoca, per mancanza di ossigeno o eccesso di combustione.
Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.

P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.

venerdì 5 luglio 2019

Meno teoria (Imparare, dalla vita)


Imparo sempre, da tutti. Da coloro con i quali cammino accanto, fianco a fianco, per scelta, così come da quanti incrocio per caso, in un istante che illumina la strada.
Nei giorni scorsi sono stato testimone di storie che per motivi differenti hanno offerto lezioni di vita.
La prima ha per protagonista Mustafà, il portiere della squadra di calcio del San Carlo, che ha vinto il torneo dei rioni al mio paese. Mustafà viene dal Senegal, ha poco più di vent'anni e la pelle colore della notte, ma non la nostra, la sua, quella di quando in Africa non c'è la luna. Mustafà non doveva giocare, qualcuno aveva storto il naso e sulla scia di quanto avviene per questioni simili la discussione sui principi stava portando al muro contro muro o al tavolo ribaltato, della serie: "Se è così ciascuno per conto suo e non facciamo nulla". Poi la squadra in questione non aveva il portiere, la necessità è diventata virtù e quello che la teoria impediva s'è trasformato nei fatti in un'opportunità di comprensione, di integrazione, di crescita. Il San Carlo ha meritatamente vinto il torneo, anche grazie alla bravura di quel ragazzo che non ha cittadinanza italiana ma un talento utile per gli altri e chi prima storceva il naso alla fine ha festeggiato con lui, come meritava.
La seconda riguarda il tennis, tre ragazze del Circolo Città dei Mille di Bergamo, sconfitte l'anno scorso davanti al pubblico di casa nella finale dei playoff nazionali e che quest'anno la stessa finale l'hanno vinta, a Messina. Un successo che corona una stagione intera ma che personalmente mi ha impressionato per la varietà delle giocatrici e nel contempo la possibilità di fare leva proprio sulle diversità per centrare un obiettivo, dimostrandosi una squadra.
Ksenia è una professionista, gioca per denaro, gira mezza Europa per tornei ed è una macchina. Lo sport per lei è uno scalino, uno strumento, e lo approccia con lo stile con cui i suoi avi pescavano nei laghi del Kirghizistan, con metodo e costanza, poca fantasia, molta efficienza, puntando al risultato, senza fronzoli o filosofia.
Chiara, la più giovane del gruppo, è colei che mi ricorda più i miei figli, Giacomo soprattutto. Lo scrivo perché così come per lui ho l'impressione che invece di essere sottoposta a pressione per giocare al meglio abbia bisogno di mente sgombra, di tranquillità, di lasciare che il braccio e le gambe ragionino, non la testa. Il talento non le manca (come ha dimostrato nel tie-break finale e decisivo del doppio), è lo sprone altrui, la carica a molla che per lei rischia di diventare una briglia.
Infine Stefania, una persona speciale, che conosco e ammiro da anni ed è una dimostrazione infinita di cosa significhi non mollare mai, andare oltre l'ostacolo, avere cuore, anima, grinta. Non per caso in due campionati di fila non ha perso una partita, portando a casa pure il singolo di Messina. "Sul campo do tutto, non sempre seguo la ragione, agisco d'istinto e sono impulsiva" ha scritto su Instagram. E' vero, per questo ogni volta che gioca mi emoziona ed è diventata per me un esempio, nel lavoro, nella vita, tanto che quando sono tentato di lasciare perdere - mentre sto scrivendo un articolo oppure quando corro sotto il sole cocente e avverto forte la fatica oppure quando affronto una discussione che non mostra traccia di soluzione alcuna... - me la immagino in campo, con la sua faccia seria, la postura che la fa sembrare più imponente di quanto in realtà sia, e stringo i denti, tengo duro anch'io, scoprendo che per imitazione si possono apprendere doti preziose quanto rare, quali la determinazione, la tenacia, la perseveranza.

P.S. "Gli innocenti non sapevano che quella cosa era impossibile e la fecero". La fecero. Fatti, non parole. Storie, non teoria. Lo appunto qui, poiché anche io corro il rischio di arrovellarmi sulle idee, di incaponirmi sui principi. Nella vita però è importante sì fissare alto lo sguardo, ma altrettanto tenere i piedi saldi per terra, sporcarsi le mani anche, impastare le idee con il sudore della fronte, i sacrifici, la fatica, l'esperienza. Lasciando che tutto ciò sia come il greto di un torrente, di un fiume, che non lascia mai tali e quali i ciottoli che incontra, ma li leviga, modella, trasforma.

venerdì 11 maggio 2018

Nel mezzo del discorso (La politica spiegata ai miei figli)


Seduti alla stessa tavola, per cena, stiamo di rado. Soltanto noi, intendo, senza avere per ospiti parenti o amici vari.
Imploro le vostre scuse perciò se ieri l'altro vi ho annoiato organizzando tra i primi piatti e il companatico una sorta di comizio, inalberandomi e non poco, quasi avessi davanti un pubblico vasto e ostile, mentre voi ascoltavate con vago interesse persino.
Così dopo mesi di un ruminare in solitaria per evitare le bagatelle di chi ai ragionamenti preferisce il tifo da stadio, non mi è parso vero di potermi ergere su un trespolo (che non avevo) e fare un discorso in famiglia come fossi tra gli scranni del parlamento.
Chiedo perdono a te, per prima, Isabella, se cinque volte hai tentato di inserirti nel discorso e per cinque volte sei stata rimbalzata, che una simile veemenza dovevano contrastarla neppure le suffragette di inizio Novecento.
Domando venia a te, Giacomo, con il quale pure parlo spesso di politica e l'altra sera, dopo i primi dieci minuti di attenzione, in tre occasioni hai cercato di sgattaiolare dalla cucina alla zona giorno e per altrettante volte sei stato richiamato, in un paio di circostanze anche con malcelata stizza da parte mia, come colui che sta decidendo i destini della nazione e teme che coloro che gli sono vicini non si rendano conto dell'ora "segnata dal destino" che stiamo vivendo.
I miei rispetti a te, Giovanni, unico che, dati i tuoi sedici anni e una serata che ti vedeva particolarmente su di giri, hai visto tollerato un interesse evidentemente parziale e hai sbirciato continuamente il telefono e cercato di far ridere di sottecchi tua sorella, con smorfie buffe e ammiccamenti per prendermi in giro.
Onore a te, Giorgia, la sola a sembrare colpita davvero, con domande che a tratti mi hanno infervorato, a tratti invece indispettito (per l'ingenuità o perché spesso non capivi e così dovevo ripetere, assumendo lo stesso atteggiamento - tra l'altro - che aveva la mia odiatissima professoressa di matematica al liceo!).
Ho esagerato, lo so, cercando di compensare con voi una sorta di aventino che per eccesso di razionalità o per cinismo o per codardia, sui temi politici, in questi mesi mi sono cucito addosso.
Ma ciò sarebbe nulla se non confessassi la vera colpa e il motivo autentico per cui ho scritto tutto questo: approfittando del vostro fuggi fuggi, durante la prima pausa del mio accorato comizio, ho finito tutto il mezzo chilo di fragole con il succo di limone che c'era sul tavolo, approfittando del fatto che nessuno nella mezz'ora successiva ha osato riaffacciarsi nelle vicinanze. E ciò vi serva da lezione: sei voi non vi interessate di politica, la politica si interessa di voi e fa sparire le cose che contano.

P.S. "Fragole a parte, qual era il nocciolo del discorso che l'altra sera hai tenuto, Giorgio?". Qualcuno, qualche sconsiderato, se lo sarà chiesto. E se così non fosse, come temo, io non vedo comunque l'ora di dirlo. La premessa era questa: non siate negativi o pessimisti, dimenticate per un momento nomi e volti e storie personali e proclami e polemiche di questi mesi, poiché il teatro di oggi è nel nocciolo identico a quello a cui da decenni assistiamo, mentre dovremmo essere interessati a comprendere se esiste qualcosa di nuovo, di epocale oserei dire, che merita di essere sottolineato con un pennarello rosso e studiato con la cura e la passione con cui l'entomologo osserva un coleottero mai prima visto. La risposta è: sì, c'è a mio parere qualcosa di inedito, di curioso, interessante, di potenzialmente in grado di segnare una svolta e una rottura con il passato. Magari, la prima volta che tornano in tavola le fragole, fatevi invitare a casa mia e ne riparleremo.

sabato 20 gennaio 2018

Il filo ingarbugliato delle cose (Nessuno è perfetto, per fortuna)


Imparo ogni giorno dalle piccole cose, pur se resto uno zuccone e per capire non basta mai una lezione.
Ieri l’altro la scoperta più recente, estraendo dalla tasca della giacca per la millesima volta gli auricolari del telefono e constatando con sorpresa che quando le ripiego con ordine poi si ingarbugliano e intrecciano e fanno nodi, mentre se le ripongo alla rinfusa nove volte su dieci, quando le riprendo, in un battibaleno sono pronte.
Così va la vita, in cui non sempre uno più uno fa due e raramente ciò che consideriamo perfetto porta frutti.
Penso al terreno senza sassi, alle camere sterili, ai panorami piatti, all’utilità degli insetti, alle relazioni prive di contrasti, al picco di gioia dopo le preoccupazioni, alle soddisfazione partorite dalle fatiche, al sollievo esaurite le paure, a quanto mi hanno reso migliore le persone peggiori, paziente con gli altri in ragione delle mie debolezze, a quanto mi sono servite le cadute, costringendomi ogni volta ad alzarmi.
Tendere all’ideale non significa disprezzare storture e dissonanze.
Credo sia utile ricordarlo pure in questo tempo di schieramenti ed elezioni, in cui differenze di pensiero e di atteggiamento si fanno più evidenti. Da parte mia faccio esercizio di tolleranza ogni giorno, evitando di farmi contagiare dal malumore cronico e dallo scandalizzarsi continuo di coloro a cui non va bene niente e si siedono sempre dalla parte della ragione. La vita è troppo breve per passarla in un continuo scontento.

sabato 3 dicembre 2016

Sì e No (Il coraggio della responsabilità)

Foto by Leonora
Faccio un mestiere che mi ha insegnato molto, soprattutto a comprendere "le ragioni degli altri", di coloro che non la pensano come me. Per questo mi torna difficile riassumere tutto in un "sì" o in un "no", tuttavia capisco l'esigenza di fare delle scelte, essendo cresciuto in una famiglia pratica, da cui ho imparato che a un certo punto occorre fare sintesi, senza perdersi nei distinguo.
Domani si andrà a votare per il referendum e confido che ciascuno decida in base alle proprie convinzioni, entrando nel merito della questione e non affidandosi alle indicazioni dei vari leader di partito, considerando che ognuno di loro - da Renzi a Grillo, da Berlusconi a Salvini - ha un tornaconto politico, un interesse particolare e privato, pur se legittimo.
Questo è dunque l'invito che rivolgo per primo a me stesso: usare la propria testa, in piena serenità di spirito, sapendo che il voto è importante ma non ci saranno carestie o invasioni di cavalette a seconda che vinca l'uno e l'altro, la differenza infatti la fanno sempre le persone, mai le regole o le leggi, neppure quelle costituzionali.
Premesso questo, anche se è forte la tentazione di non aggiungere altro, lascio scritto qui nero su bianco chi mi ha convinto di più. O meglio, coloro che mi hanno convinto meno e in questo molti sostenitori del "no" hanno vinto per distacco.
Anche i sostenitori del "sì" spesso l'hanno fatta fuori dal vaso, tentando di spacciare per panacea di tutti i mali una riforma che per molti versi resta un salto nel buio, tuttavia il maggior numero di bufale, inasettezze e grossolane falsità le ho registrate nello schieramento opposto.
Cito tre esempi, che mi hanno particolarmente impressionato.
1. Un volantino fatto girare da persone pie e devote spaventate e a loro volta "spaventanti", che proclamano una vera apocalisse se vincesse il sì, mentre la riforma non c'entra nulla con eutanasia infantile, teorie dei gender, droghe e uteri in affitto.
2. Un disegno con illustrata la composizione del parlamento prima e dopo e la scritta: "Così capisce anche un bambino", mentre così al massimo un bambino lo si può imbrogliare, visto che lo schema è falso (a differenza di quanto scritto in tale manifesto, è il Parlamento attuale ad avere parlamentari votati al cento per cento in base alle indicazioni dei partiti - la legge elettorale cui è stato eletto prevedeva infatti liste bloccate, senza preferenze - mentre il possibile Parlamento futuro non sappiamo come sarà composto, poiché non è la riforma in discussione oggi che lo decide, bensì la prossima legge elettorale, cioè una legge ordinaria, non sottoposta a referendum confermativo).
3. I commenti di tante persone che pur stimo e che persino sono preparate, ma prese dalla fregola di convincere le hanno sparate più grosse di Pinocchio (cito il commento su Facebook di un'amica - per di più avvocato e che dunque dovrebbe usare le parole con cognizone di causa - che ha scritto: "Dopo ampia riflessione mi sono convinta che la riforma costituzionale non può esser accettata. E poi, quantomeno, vorrei che fosse stata proposta da un governo regolarmente eletto". Regolarmente eletto? Ma questo è un governo "regolarmente eletto"! Posso dire che non mi piace, che non lo condivido, che lo vorrei diverso, che mi fa schifo, ma scrivere che non è "regolarmente eletto" è una falsità che grida vendetta agli occhi del cielo e del senso civico.
Concludendo, le convinzioni principali a cui sono arrivato sono queste:
  • la legge ideale non esiste;
  • l'attuale Costituzione ha punti contraddittori e faraginosi, così come quella nuova, proposta dalla riforma;
  • la Costituzione è stata già modificata molte volte negli ultimi settant'anni, per fortuna mai nella prima parte, quella dei diritti e doveri fondamentali, che rimarrà immutata anche dopo questo referendum;
  • votare sì va nel solco del cambiamento e io del cambiamento non ho mai avuto paura, anche se confesso che l'incertezza che ne consegue mi mette ansia, agitazione, preoccupazione, disagio;
  • troppi decidono non perché sono convinti cosa è giusto o cosa è sbagliato ma perché ci si fida di questo o di quel leader politico, scordando ciò che ho scritto qui sopra: ognuna di loro ha un tornaconto politico e giudica la riforma non dai benefici o dai danni che produrrà all'Italia, ma da quelli che comporterà per sé e per il proprio partito/movimento.
  • la riforma non è quella che avrei voluto, tuttavia - come sta scritto all'ingresso della sede di Facebook: "Done is better than perfect", cioè una cosa fatta è meglio di una cosa perfetta, e votare "sì" è un passo in avanti verso quella che considero l'ideale, cioè una maggiore governabilità, esattamente come già avviene per Regioni e Comuni.
Questo è quanto. Lo scrivo senza smania di convincere nessuno, rispettoso di chi è giunto a conclusioni diverse, convinto soprattutto del fatto che occorra portare il peso delle proprie scelte, assumendosene la responsabilità, specialmente in Italia, dove la vittoria ha molti padri e la sconfitta nessuno.
E domenica sera, a prescindere da come andrà, troviamoci idealmente a brindare, insieme, accettando qualsiasi risultato e ripartendo per avere un Paese meno diviso, più unito.

P.S. Al di là delle opionioni del sottoscritto, chi fosse tuttora indeciso può comprendere un poco meglio le cose ascoltando il presidente della Regione, Roberto Maroni, per il "no" o il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per il "Sì", intervistati dal sottoscritto.

giovedì 7 aprile 2016

Sereno è (passione non fa rima con astio)

Foto by Leonora
"La politica è importante, ma la vita è più importante della politica". Lo ripeteva spesso una persona che considero tuttora un maestro, anche se è da qualche anno che se n'è andato.
"La politica è importante, ma la vita è più importante della politica". Non l'ho mai dimenticato, cercando di distinguere sempre la passione dalla foga, la razionalità dall'istinto, il confronto dallo scontro, i principi ideali dal tifo, le ragioni degli altri dai torti, compresi i miei.
"La politica è importante, ma la vita è più importante della politica". Sarà per questo che rimango basito, quasi sconcertato, osservando le reazioni scomposte, violente persino, quando si tratta di argomenti riguardanti il bene che dovrebbe essere comune e che invece ciascuno considera proprio.
Lo noto nelle questioni nazionali, con un livello di astio e volgarità da scandalizzare Attila l'Unno, e pure in quelle più banali del paese dove abito, anche da persone che considero amiche e con le quali non dovrebbe essere difficile trovare un punto di incontro.
Serenità. Serenità è ciò che manca, che serve, che cerco. Serenità di giudizio, serenità nel dialogo, serenità nella consapevolezza che per quanto le decisioni possano essere delicate nulla attiene la vita e la morte e tutto si può cambiare anche senza mostrare i muscoli o alzare della voce il tono.

sabato 23 gennaio 2016

Famiglia al plurale (Contro gli steccati)

Foto by Leonora
Famiglia. Ne avevo una quando sono nato, la mantengo anche se nel frattempo ne ho formata un'altra e formandone un'altra mi sono intrecciato ad altre famiglie a cui sono legato.
Ed è proprio questo mischiarsi, questa gemmazione continua che esiste da che mondo e mondo, il tratto caratteristico della famiglia rispetto al singolo individuo. Non la chiusura, non l'idea di recinto, di steccato, che diamo quando la disegniamo delineandone i bordi in modo preciso, specialmente se lo facciamo per scopo propagandistico o politico.
La famiglia è un'istituzione naturale, prescinde e comprende tutto. "Senza famiglia" è il titolo di un libro (quanto ho pianto da ragazzo, vedendone in tv la versione cartone animato) ma senza famiglia non lo è nessuno.
Ecco perché oggi rifuggo le polemiche sia pro sia contro il Family Day, dichiarandomi fieramente neutro, non avendo bisogno di brandirlo come spada né di combatterlo ritenendolo un ipocrita feticcio.
Piuttosto sono lieto che Giacomo oggi, come dono per il suo compleanno, abbia chiesto di cenare tutti assieme, a casa, non soltanto noi cinque, ma anche nonna, zii, cugini, amici persino. Lui il Family Day non sa neppure cos'è, credo, però il significato positivo di famiglia lo ha stampato nel cuore ed è forse il più bel regalo che lui fa a me e a noi, ogni giorno.

P.S. Tanto per rimarcare il concetto, è famiglia quella a tinte pastello del Mulino Bianco e pure quella nero lutto evocata nel Padrino. C'è chi scrive che "famiglia" è dove ci sono persone felici e io obietto pure su questo, perché mai mi sono sentito parte di una famiglia più di quando volavano urla e c'erano attriti e dolore o pianto. Ognuno può chiamare "famiglia" ciò che vuole, però nulla cancella la sostanza di quella che è la famiglia davvero e che non ha mai pronome singolare, mia o tua o sua, ma soltanto plurale, nostra, vostra, loro.

giovedì 12 novembre 2015

Chi difende Abele (Appello per restare umani)

Foto by Leonora
“Nessuno tocchi Caino”. Affermazione stupenda, divina in tutti i sensi, ripresa non a caso da un'organizzazione non governativa il cui principale obiettivo è l'abolizione della pena di morte.
Nessuno tocchi Caino, giusto, giustissimo. Ma chi difende Abele?
Chi protegge il mite, il quieto, il cittadino comune? Chi si prende cura di tutelare il debole quando si tratta di una persona non ai margini della società, ma che anzi della società è la pietra portante, la fetta più consistente?
Una domanda che mi faccio spesso, in questi mesi, non volendo cedere alla deriva giustizialista di chi vorrebbe regolare i conti fuori dalla legge, ma anche incapace di chiudere occhi e orecchi di fronte alla palese evidenza che la nostra legge e l'applicazione che se ne fa è inadeguata per proteggere chi invece lo meriterebbe.
Abele è Cloe, bastonata a morte da ladri senza scrupoli entrati in casa per portar via un magro bottino, in provincia di Ferrara, una sera di inizio novembre. Abele sono Roberta e Fabio, lei uccisa e lui ferito gravemente dal fidanzatino della figlia, che aveva annunciato il crimine senza che nessuno però intervenisse. Abele è la coppia di Ponte San Pietro, aggredita e malmenata dall’ex fidanzato di lei, accecato dalla gelosia ma libero di farsi vendetta da sé, terrorizzando un intero quartiere. Abele è Angelo, che ha sposato Gloria per amore e s’è ritrovato in casa una moglie aggressiva, che minaccia e usa violenza tuttora, nonostante la separazione, senza che carabinieri, agenti di polizia o alcun giudice possano impedire un assedio del genere.
Abele sono loro, Abele è la maggior parte di noi, non esenti da vizi e difetti, ma che rispetta la legge e appena non lo fa paga salate le conseguenze. Abele è colui che non cede alla tentazione di armarsi contro chi è armato, né di farsi giustizia da solo, eppure è frustrato dal fatto che la giustizia in Italia, per come funziona, non lo tutela per niente. Abele è chi è ben disposto verso l’accoglienza dello straniero, ma si trova esasperato quando nota che al bussare alla porta per chiedere di entrare si sostituisce la prepotenza di chi vuole farla da padrone.
Se lo scrivo non è per una durezza maturata nottetempo o per un ispessimento della coscienza, come un callo cresciuto su un piede. Piuttosto voglio continuare a credere che la convivenza civile non possa fondarsi su due opposti estremismi; voglio pensare che su un tema del genere anche le forze politiche che si definiscono moderate la smettano di voltare lo sguardo dall'altra parte e trovino risposte adeguate; voglio evitare che i tanti Abele smettano di confidare in una giustizia superiore e si trasformino a loro volta in Caino; soprattutto voglio evitare che nel disinteresse generale siano i furbi, i prepotenti, gli infingardi a guadagnarsi un’opportunità e che i tanti Abele esasperati chiudano le loro porte, lasciando fuori chi invece avrebbe più bisogno, cioè i più fragili tra i fragili, i più piccoli tra i piccoli, i più poveri tra i poveri.

venerdì 16 maggio 2014

La vita è più importante della politica (ma onore a chi si impegna)

Foto by Leonora
Osservo Isabella mentre avvolge al collo il suo foulard d’ordinanza, saluta i tre figli ed esce di casa. In queste sere io non ci sono mai, ma lei nemmeno: io perso per la Brianza a raccontare la campagna elettorale, lei a farla, a Lurate Caccivio, dov'è nata e cresciuta. A volte rientro prima io e la sento arrivare contenta, altre volte invece è delusa, non avendo il callo per le accuse fatte a prescindere o per il partito preso, che non guarda in faccia e ti giudica dal colore del volantino, dimenticando che sei una persona.
Penso spesso a chi gliel’ha fatto fare e sono preoccupato per lei, poiché conosco i meccanismi della politica e l’ostilità della gente, che raramente è contenta. Però ne sono anche orgoglioso e mi piace un sacco la sua ingenuità, il suo impegno pieno e disinteressato. Io, cinico, prevedo i fastidi a cui andrà incontro, i problemi che dovrebbe affrontare nell’ipotesi in cui dovesse entrare in consiglio comunale, mentre lei pare ignorare tutti i possibili grattacapi e si butta a capofitto, convinta davvero che un paese migliore sia quello che si costruisce insieme e che tutti debbano fare la loro parte, lei per prima. Mi piace che riesca ad andar d'accordo con tutti e che con i rappresentanti delle altre liste abbia un buon rapporto, compreso con il sindaco uscente, dimostrando nella pratica ciò che Martinazzoli sosteneva in teoria: "La politica è importante, ma la vita è più importante della politica".
Non so quanti voti riuscirà a prendere Isabella, temo nella medesima misura la cesta vuota e la messe piena. Nel primo caso si sentirebbe sconfortata, la prenderebbe come una sconfitta personale, un non essere all’altezza, mentre nel secondo i fastidi di cui ho scritto finirebbero per trasformarsi presto in montagna.
In ogni caso la ammiro perché si è candidata, perché non è rimasta con le mani in mano, perché ha dato un esempio ai suoi figli e pure a me, dimostrando che il “bene comune” non sono due parole con cui riempirsi la bocca, bensì una scelta concreta, che va fatta.

sabato 15 febbraio 2014

Il filo (positivo) di Arianna

Foto by Leonora
A fronte di tanto, troppo pessimismo che si avverte in questi giorni di politica convulsa (con un tasso di ipocrisia e retorica imbarazzante da parte dei vecchi politici, delle gran parte dei commentatori e anche di molte persone comuni, scontente comunque di tutto e di tutti) mi ostino a pensare che ce la faremo, che questo non è il capolinea, che c'è un Italia migliore di come viene dipinta e di come sembra.
È l'Italia che sorprende, quella dello short track o dello slittino, gente che non si vede e non si sente per mesi e medi e poi si nota, si distingue, si impone come eccellenza mondiale e dimostra quanto valga il talento, il sacrificio, la fatica. È l'Italia di Arianna Fontana, bronzo pure oggi alle Olimpiadi di Sochi, che guadagna fama e copertina, con un sorriso furbo e l'espressione sfrontata. Mentre la guardavo scivolare in tondo come una trottola, rapidissima, sul ghiaccio, pensavo a tutte le mattine in cui si sarà alzata all'alba, a quante privazioni avrà affrontato, quanti dettagli curati, che meticolosità con i suoi allenatori per affinare la tecnica, quanta passione messa, il dolore per superare gli acciacchi, l'attenzione al cibo, al bere, le rinunce... Lei è la punta, ce l'ha fatta, ma identica è l'impresa per le decine di italiani che sono lì, che fanno sport in un Paese in cui lo sport spesso è chiacchiera, senza lamentarsi delle poche strutture, più forti di ogni ostacolo e avversità. Non meritano forse loro una medaglia? E se sì, se la meritano, se dimostrano che il risultato si può raggiungere e bando a qualsiasi scusa, che diritto ho io di lamentarmi, di alzare il sopracciglio ed eccepire, di brontolare soltanto e criticare chi si dà da fare, chi almeno ci prova?
Non voglio farlo, non mi voglio accodare ai profeti di continua sventura, voglio insegnare ai miei figli ciò che ho imparato da mio padre, che il lavoro, la fatica, il sudore alla fine paga, sempre. Anche qui, in Italia.
P.S. Per la cronaca, sia Arianna Fontanna sia mio padre sono nati in Valtellina, di più, sono di Berbenno di Valtellina, ma credo che valga per qualsiasi borgo della penisola.

sabato 20 aprile 2013

Democrazia potenziata (come cambia la politica)

Foto by Leonora
Spremuto come un limone per il lavoro e in affanno mentale su tutto il resto torno a questa sorta di diario personale di bordo per lasciare una traccia nel futuro, cercando di interpreare quanto sta oggi avvenendo nella politica italiana, con lo stallo del parlamento, l'incapacità di formare un governo e le difficoltà a eleggere un presidente della Repubblica (quest'ultimo è un fatto non epocale: già in passato capitò che si dovettero attendere decine di giorni affinché le intenzioni di voto si coagulassero attorno a un nome solo, ma allora era un impasse di personalismi, all'interno dei partiti, oggi ha un seme diverso).
La mia premessa è che "destra" e "sinistra" siano categorie superate e il confronto / scontro sia trasversale ad esse, tra "vecchio" e "nuovo". La destra reagisce meglio perché ora non ha un partito bensì un leader senza rivali di pari carisma e a cui tutti obbediscono come a un capo, mentre la sinistra esplode perché i contrasti sono evidenti già al pian terreno.
Ma ciò non basterebbe per spiegare la paralisi, il blocco di questi giorni.
Occorre comprendere che siamo anche al primo vero momento in cui la tecnologia e i nuovi strumenti di partecipazione incidono nella politica, interrompendo e sovvertendo un sistema (quello dei maître a pensée e dei giornali) che prima costituiva l'opinione pubblica e che i politici usavano come confronto per maturare strategie e prendere decisioni.
L'accordo Bersani - Berlusconi su Marini e ancor più la scelta di puntare su Prodi fallisce non perché non condivisa dai grandi elettori o dai mega giornali, bensì perché il Paese (la parte più tecnologica almeno) comincia un tam tam che impatta su ogni singolo grande elettore e parlamentare, sgretolando certezze, insinuando dubbi. Potremmo chiamarla "democrazia diffusa" o, meglio, "democrazia potenziata", cioè quella in cui la delega non è più totale ma può essere direttamente influenzata da ogni singolo elettore, facendo arrivare la propria voce al proprio rappresentante e anche all'avversario.
Una visione che meriterebbe di essere approfondita, magari partendo dal tentativo di risposta ad alcune domande (Quanto è rappresentativa del Paese la parte di esso che arriva a farsi sentire ai piani alti tramite Twitter e Facebook? A mio parere "molto" ma magari mi sbaglio. Quale destino per i grandi giornali e delle televisioni se perdono il monopolio dell'opinione pubblica? Qui invece sospendo il giudizio ma lunedì dovrò parlare ad alcuni studenti di filosofia dell'università Vita e Pensiero del San Raffaele e magari mi faccio aiutare da loro).
Per ora mi fermo qui, non scordando un'imprescindibile aspetto: sono già passate le otto e non ho ancora fatto colazione. Il futuro può attendere un poco.

sabato 23 marzo 2013

Il coraggio di casa

Foto by Leonora
Il coraggio della conoscenza. Capire, non voltare la testa dall'altra parte, non fare finta di nulla, non negare la malattia come prima regola per respingerla, curarla. Mi ha aperto gli occhi Nando Dalla Chiesa, l'altra sera, anche se la prima a darmi la sveglia era stata Federica con la sua tesi di laurea sulle donne della n'drangheta. Un morbo che s'insinua subdolo, poco per volta, un paese della Calabria che colonizza e attacca uno della Germania, del nord Italia, della Lombardia, compresi quelli più piccoli, non escluso il mio, contando sul fatto che nessuno se ne accorge, che tutto avviene in silenzio, sotto traccia, fino a che è troppo tardi per prevenire e l'unica risposta è quella più dolorosa: la convivenza con la malattia e il tentativo di estirparla, lacerando la propria stessa carne, come sta accadendo nei paesi dove è diventato palese che la criminalità aveva messo le mani sui consigli comunali, nell'urbanistica, nelle attività produttive prese per uno sputo, sfruttando la difficoltà economica, e fatte diventare contenitori vuoti, esattamente come fa la vespa con il frutto che attacca.
Non sono parole e vorrei interrogarmi se il mio paese, Lurate Caccivio, è immune al contagio, se l'ha già preso oppure se esiste il rischio che lo subisca. Mentre lo scrivo penso alle parole di un amico, una persona d'un'onestà cristallina, che l'anno scorso mi aveva raccontato un episodio capitatogli nel comune accanto al mio, di alcune pressioni per mettere in lista con il suo partito un certo personaggio senza apparente radici né storia, arrivato pochi mesi prima proprio dalla Calabria, senza lavoro ma con amicizie potenti nel mondo della politica locale. Allora non avevo dato peso alla cosa, sciocco e ignorante che sono stato, mentre ora il due più due mi viene naturale e vorrei approfondire la vicenda. La scintilla c'è stata, come dicevo, l'altra sera, ascoltando in un teatro di Monza la testimonianza scientifica del professor Dalla Chiesa, che raccontava come in un piccolo borgo della Germania nel giro di pochi mesi si erano trasferiti un'ottantina di persone provenienti da San Luca, tutti imparentati in un modo o nell'altro con il boss locale. "Riescono a colonizzarci perché sono organizzati e non lasciano nulla al caso, mentre noi non abbiamo anticorpi, non siamo abituati a combattere e bisognerebbe prendere lezioni da chi la n'drangheta la combatte là dov'è nata, in Calabria" ha detto Dalla Chiesa. A prescindere che abbiamo tempo o che sia troppo tardi, io quel coraggio voglio sforzarmi di averlo. Sono impreparato, è vero, e affrontando questi temi ammetto di farlo con pudore, forse anche paura, ma questa è casa mia, è la terra in cui vorrei vedere crescere i miei figli, i miei nipoti, e non voglio un giorno non riconoscerla più soltanto perché oggi preferisco occuparmi di altro e farmi una gran dormita.