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giovedì 5 ottobre 2023

Tre pere (Così va il mondo)

Tra i beni che mio padre in eredità ha lasciato ci sono decine di alberi, alcuni cresciuti spontanei, altri piantati da lui medesimo.
Tra questi, nel terreno a due passi dalla casa dove vivo, c’è un pero.
Non un’essenza dal tronco possente, la chioma folta, i rami protesi a sfiorare il cielo: un “pirus communis”, lo dice il nome stesso, nulla di eccezionale, poco più di un arbusto (del resto, anche se molti lo ignorano, appartiene alla stessa famiglia delle rose), alto appena un palmo più della mia testa, tanto che a mani protese se ne può cogliere il frutto.
E così è stato fatto, anche quest’anno, con buona pace di mia madre, che per quella sentinella tremula nel mezzo dell’orto ha un legame speciale e fa eccezione persino alla preferenza per i nipoti rispetto al figlio, visto che conserva per me ogni sparuto frutto, cogliendolo in anticipo e conservandolo con cura, finché arriva a maturazione, con l’inizio dell’autunno.
Un rito laico, celebrato pure quest’anno, grazie a tre pere, non una di più, né una di meno.
E se ne parlo qua, con un lungo preambolo - più buccia che polpa, sarebbe da scrivere - è perché mentre le assaporavo non ho potuto fare a meno di riflettere sulle differenze tra ognuna delle tre e il paragone con i figli, i miei, ma pure tutti i figli e le figlie e le persone del mondo.
Perché, pur provenendo dallo stesso albero e cresciute apparentemente con le stesse riserve di acqua e di luce, ciascuna pera aveva un proprio gusto, originale e diverso.
La prima dolcissima, zuccherina, succosa e deliziosa come nettare, la seconda asciutta e compatta, con sapore sciapo e allappante (“questa pera sa di rapa” avrebbe sentenziato, disgustato, mio padre), la terza migliore della seconda ma non della prima, una via di mezza senza infamia e neppure lode.
Ora, certo un motivo scientifico ci sarà per comprendere il perché delle differenze, ma le spiegazioni qui non interessano.
A importarmi invece è che la pianta sia la stessa, che i geni non siano differenti e che dunque la causa consista in altro.
Vale per me genitore, che le discrepanze in ciascuno dei miei figli le noto.
A me pare di esser fortunato, cioè tutti hanno in comune del dolce, del buono, tuttavia neanche qua sta il punto.
Il punto è che non tutto dipende da me, da noi, poiché esiste qualcosa di più grande, di più forte, che orienta carattere, preferenze, ideali, gusto…
Siamo albero, è vero, ma il frutto, pur partorito da noi, risulta essere “altro”, differente, perché così va il mondo (“va”, nel senso proprio che avanza, muta, si evolve, sopravvive, cioè “vive sopra” anche noi, che l’abbiamo generato).
Una ragione in più per mettersi il cuore in pace e considerare la diversità un valore, qualcosa di buono, bello.

P.S. Piantare alberi. Un gesto antico, che nella civiltà contadina era appannaggio di tutti, mentre ora si delega per di più all’esperto di turno, il giardiniere o la persona - per lo più anziana - che cura l’orto. Piantare alberi tuttavia ha un significato profondo, poiché legato a filo doppio all'aspettativa di futuro, alla volontà di costruirlo o, quanto meno, prepararlo. Vale per i popoli e pure per il singolo, per chi mette a dimora un seme non per sé, bensì lasciandolo in eredità e dunque a beneficio di qualcun altro.

domenica 2 ottobre 2022

Due libri (Buoni propositi inclusi)

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.”
(San Bernardo di Chiaravalle)

Primo: stare più a contatto della natura, immerso proprio.
Secondo: farsi domande, ragionare sulle domande che chiamiamo “filosofiche” e che distinguono l’essere umano.
Sono soltanto due propositi, ma è un mondo.
Un universo, anzi, vasto e profondo, carburante sufficiente non per una stagione, bensì per un millennio, per il susseguirsi infinito delle generazioni, senza steccati a far da recinto.
Le buone intenzioni, quelle di cui si dice lastricato l'inferno e che rivolgo per primo a me stesso, sapendo che pace, serenità, felicità persino, passano dal punto esatto di quell’incrocio.

P.S. “La saggezza degli alberi” di Peter Wohlleben è un libro bellissimo, che ho appena letto e su cui tornerò, cogliendo l'infinità di spunti che ha dato..
“Il problema Spinoza” di Irvin D. Yalom mi propongo di acquistarlo e leggerlo, presto, ritagliando ore nelle tregue dal lavoro, avendo esaurito il bonus concessi dalle vacanze e che non rimpiango, come tutto ciò che è stato goduto appieno.

martedì 26 ottobre 2021

Foglie e rastrello (La scelta)

Ognuno dovrebbe trovare il tempo per sedersi e guardare la caduta delle foglie.
(Elizabeth Lawrence)

In giardino di questi tempi vado poco, sempre però traendo osservazioni curiose o vere e proprie lezioni  dal grande disegno che offre la natura, come da ogni piccolo dettaglio.
Nel fine settimana, ad esempio, rastrellando le foglie disperse sotto il faggio, ho riflettuto sul fatto che nessun albero evita la pena di prestarvi cura, se insieme ad esso si pretende pure un bel prato.
L'eterno dilemma della botte piena e della moglie ubriaca, virata però sul vegetale.
Se si tratta di piante comuni, infatti, a cavallo tra ottobre e novembre daranno filo da torcere, disperdendo per due mesi fogliame ovunque, costringendo almeno a un intervento settimanale.
Se invece ci si illude di faticare meno, optando per i sempreverde, siano essi aghiformi, come l'abete o il tasso, sia a falda larga, come la magnolia o il pungitopo, è vero che non occorrerà cimentarsi con messe autunnali abbondanti, ma sarà uno stillicidio senza esclusione di rastrello in alcun mese dell'anno.
La somma del tempo e dell'impegno sarà dunque identica, a prescindere dalla specie messa a dimora in giardino.
Morale: scorciatoie non ce ne sono. In natura e pure in ciò che più conta per la donna e per l'uomo (i sentimenti, gli affetti, la conoscenza, l'esperienza, l'amicizia, l'amore...).

P.S. Mi sento in colpa, lo ammetto, con le molte persone a cui sto dedicando poco tempo, non tanto quanto vorrei, non come meriterebbero. Se non posso essere come il giardiniere d'autunno, che si applica tanto per un tempo limitato, cercherò di essere almeno come quello delle pinete, che un poco alla volta, si prende cura di continuo. Promesso.

sabato 16 aprile 2016

La pazienza del corniolo (Non diamoci troppa importanza)

Il "cornus rubra" in fiore
I colori sgargianti hanno il sopravvento in questa stagione di principio ch'è la primavera, con le giornate che si allungano, la luce che si distende come vernice, senza bisogno di pennello.
Lascio da parte le misere preoccupazioni quotidiane, concentrando l'attenzione su una pianta messa a dimora a lato del giardino. E' un "cornus rubra" (chiamato comunemente "corniolo") ed era stato scelto quattro o cinque anni fa per la fioritura splendida, un rosa acceso e impertinente, uno spesso ricamo della natura, che lo adorna da cima a fondo.
Rari erano però finora i boccioli e rachitici i petali, fragili persino i rami, tanto che talvolta non nego mi sia passato per la testa di dargli un taglio, netto.
Quest'anno invece, in un aprile all'apparenza come tutti gli altri, forse un po' più caldo, forse un filo più umido rispetto a quello passato, ecco che il cornus s'è ammantato di quei fiori stupendi che invano negli anni scorsi avevamo aspettato e ora fa bella mostra di sé, tra lo smeraldo dei prati, il rosso dell'acero, il verde carico del faggio e quello più tenue del fico.
Lo osservo ogni volta che torno a casa e me ne compiaccio, pur non avendo io alcun merito, con la natura che semplicemente ha fatto il suo corso. Lo fa sempre, la natura. Semmai siamo noi figli frettolosi e impazienti del creato a pretendere di dettare i ritmi, a incapricciarci se il corso degli eventi è differente da ciò che desideriamo. Una consapevolezza che mi prostra e nel contempo porta conforto: se infatti esiste uno scorrere più imponente di qualsiasi nostro sforzo, eccessivo è allora ogni affanno e tanto vale abbandonarsi al fluire placido del tempo, che tutto modella, tutto plasma, a proprio piacimento. Ciò non significa disinteressarti di tutto, bensì non darsi eccessiva importanza, comprendere la giusta portata del nostro impegno, accettandone i limiti, sapendo che tutto non inizia e non finisce con noi, ma c'è stato sempre un prima e ci sarà sempre un dopo.

mercoledì 23 febbraio 2011

L'uomo che ascolta le piante


Niente. Ci voleva anche il vento artico ad allontare l'annuncio di primavera, in questo inverno cocciuto, ch'è iniziato presto e pare non finire mai. Confido sia un colpo di coda, perché di freddo e giornate corte ne ho piene le tasche, anche se il mio amico Fabio Rovelli, che di mestiere si prende cura delle piante, dice che a parte le gelate di tardo autunno, non è stata una stagione terribile. Fabio era mio compagno di classe alle medie, forse il più sveglio tra noi, e non parlo dei libri di scuola, bensì della vita, cioè di ciò che più conta. Oggi è stato qui perché Isabella non s'accontenta dei cipressi che abbiamo in giardino. "Troppo bassi" ha sentenziato. Neanche a farlo apposta il cipresso cresce lentissimo. "E' l'albero del ricordo" ha detto Fabio, che mi ha affascinato per la sapienza nel capire chi non ha voce e neppure gambe per camminare o braccia per lamentarsi. Lui però guarda le foglie, osserva i rami, e ha una risposta per tutto. Mi ricorda Emilio Trabella, vero saggio e conoscitore di tutto il creato. Con Isabella intanto ho raggiunto un accordo: ne metteremo altri due, di cipressi, sul pendio davanti a casa. Non ora però. Ad aprile, quando farà più caldo e anche quelli attuali si potranno potare e togliere i semi, che rallentano ulteriormente la crescita.

Foto by Leonora