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sabato 7 marzo 2026

E se... (Allargare il presente)

E se esistessero infiniti mondi, un universo a misura di ciascuno, con noi protagonisti del nostro e attorno miliardi di comparse, a loro volta soggetti principali nel loro, d'uno spazio.
Oppure se la linea temporale fosse montata al contrario e la vita uno scorrere all'indietro, come nelle pellicole in bianco e nero dei proiettori super otto, con ciò che siamo ora frutto di cosa siamo stati, ma nel futuro, tenendo conto che tutto procede a rovescio. I filosofi direbbero che così prevarrebbe il “determinismo”, ma non sta qui il punto.
Il punto sta che ogni tanto mi capita di pensare alle svariate possibilità di realtà alternative, immaginando spunti per sceneggiature o soltanto semplicemente per il gusto di immaginare scenari, effetti, conseguenze.
È in quei momenti che torno il bambino che ero, che si annoiava un sacco, disteso ad aspettare il pullman della scuola sul bordo di un muretto, guardando le nuvole e cercando di trovarvi una forma, un volto, un disegno.
Dico spesso che giorni, mesi, anni passano più veloci adesso, come se avessero preso l'abbrivio, se somigliassero alla ruota di un gigante ingranaggio che a fatica, con lentezza, si mette in movimento, sfruttando poi l'inerzia e procedendo spedita, quanto un treno.
Una percezione, non un dato oggettivo, sosterrebbe la fisica (anche se i fisici quantistici replicherebbero che, essendo il sistema osservato influenzato dall'osservatore, di oggettivo c'è nulla, tutto è soggettivo). 
Forse il motivo di un ruzzolare tanto svelto, rispetto alle distese di infiniti istanti di quando ero ragazzo, è che il tempo lo adoperiamo tutto, lo farciamo di mille impegni, appuntamenti, scadenze, incombenze, affari, piaceri. Ci siamo pure inventati un termine lieve, che fa diventare gradevole ciò che in verità è una macina che trita tutto e non lascia scampo: il passatempo. E il tempo lo definiamo "libero" soltanto quando c'è da riempirlo.

P.S. La diagnosi c'è, manca la cura. Come fare cioè per invertire la rotta, azionare la leva del freno o, banalmente, riconquistare una parte di quanto va perso.
Forse, anche in questo caso, la soluzione sta nel paradosso: si trova ciò che si perde, si mantiene quanto si è disposti a lasciare. E il segreto è considerare l'orologio che abbiamo dentro noi, non quello sincronizzato sulle lancette del mondo. Chiudere gli occhi, placare l'animo, tornare a riappropriarsi di una dimensione piana, senza vettori, allargare il presente a più non posso, smettendola con il desiderio di anticipare all'estremo il futuro, che soltanto se è già qui, adesso, posso domarlo, controllarlo, eliminare l'incertezza, metterlo al sicuro. In fondo hanno ragione i fisici quantistici: tutto è soggettivo. Dipende da noi. Respiriamo.

sabato 27 dicembre 2025

In tutta coscienza (Libertà e responsabilità)

«La grazia abbonda dove ha regnato il peccato».
Ho masticato per giorni queste parole come fossero foglie di coca, gustandone il sapore e provando una sorta di eccitazione, quale soltanto la «rivelazione» comporta.
Mi tornano in mente ora, per introdurre un distinguo.
Un conto è il peccato, la scelta deliberata del male, un’altra l’accettazione catatonica di un precetto, l’adeguarsi ad una regola senza domandarsi se e quanto sia giusta, quanto e se essa sia in linea con il principio che l’ha ispirata, introdotta, imposta.
Che è poi la traduzione dell’ammonimento evangelico al sabato (la legge) che deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio del sabato. Una deriva antica, connaturata a qualsiasi organizzazione o società, sempre in tensione tra due poli, due esigenze opposte: libertà individuale e responsabilità collettiva.
Il discrimine, in tutto questo, è uno: la coscienza. Il luogo di ciascuno più intimo, dove ha voce l’autentico, nel quale non esiste menzogna, a patto che vi sia un ascolto reale, limpido.
Un buon proposito per l’anno che viene potrebbe essere questo: valutare e decidere ogni volta «in coscienza», rifiutando pigrizie di ragionamento e omologazioni e accettando che pure gli altri facciano altrettanto.

P.S. A un giudizio superficiale potrebbe essere un argomento da poco, faticandone a comprendere l’urgenza, oltre che il senso. Per come la vedo io, in una società sempre più regolata, qual è la nostra, sarà tema essenziale per vivere bene, in futuro. Un’avvisaglia l’abbiamo già avuta, durante la pandemia, mentre ora è il dilemma tra guerra e pace ad essere sfidante e divisivo. Ma se ci si pensa bene, ogni nostro atto - dal codice della strada alla morale sessuale, dalla fiscalità al gioco del calcio - naviga tra la Scilla della libertà (la possibilità di scegliere, di fare) e la Cariddi del vincolo (la necessità di obbedire, di sottostare). 

martedì 3 ottobre 2023

Dubbio magistrale (Ciò che conta davvero)

È vero, penso spesso alla fortuna di chi ha scelto un percorso di studi che sfocia in professioni in cui c'è molta richiesta d'impiego (ingegneria, chimica, medicina, infermieristica...), mentre tu hai deciso per il campo largo della filosofia, d'una materia che portando dappertutto non trova sbocco in nessun luogo specifico.
Poi però mi ritrovo sdraiato accanto a te, come ieri sera, mentre mi spieghi la differenza tra ontologia e metafisica, imitando con bonomia il tuo professore, quando dice che "la metafisica, la metafisica è tutto!", potendo discutere delle risposte di Papa Francesco ai "dubbia" di cinque cardinali, contando sulla capacità di comprendere e affrontare qualsiasi ragionamento, per amore di conoscenza, senza altro fine o scopo.
Ed è in quei momenti che il piatto della bilancia assume un altro peso e comprendo che se anche non ne ricavassi un euro, grazie a ciò che hai imparato e stai apprendendo sei certo più ricca e d'una ricchezza che non teme disoccupazione né inflazione o scherzi d'investimento.

P.S. Il percorso di laurea magistrale che hai scelto, in lingua inglese, per me è difficile da pronunciare e impossibile da ricordare a memoria, per esteso: "Philosophical Knowledge: Foundations, Methods, Applications". Hai cominciato a frequentare da un paio di settimane e, rispetto all'anno di lavoro che hai fatto, nella mia percezione è come se fossi tornata al liceo. Basta tuttavia un istante, un attimo, sentendoti parlare, per comprendere che no, che la ragazza di allora s'è già trasformata in donna e che nulla è più lo stesso, tranne l'essenza della persona che sei, curiosa e desiderosa di capire sempre tutto, a fondo.

domenica 7 maggio 2023

Figli (Vicini e lontani)

Ogni suo ritorno “a casa” è un regalo grande e pure un piccolo intaglio di emozioni, sentimenti, anche insegnamenti, su cosa significhi essere genitore, su un legame così forte che fa sentire i figli sempre vicini, anche quando scelgono rotte d'alto mare invece d'un ormeggiare quieto, sotto costa, al riparo da bonacce e fortunale.
Abbraccio Giacomo ogni volta che sbarca in Italia da Dublino, mettendomi in punta di piedi e “arrampicandomi” fino alle sue spalle forti, stringendolo per un istante che ha i contorni del sempre.
Gli dico spesso che ha cuore sensibile e testa cocciuta, tale e quale alla madre, eppure non le è “eguale” perché i figli prendono in dote qualcosa dall’una e dall’altro, sono sempre addizioni. Di più. Moltiplicazioni. Per fortuna più di virtù che di vizi, fragilità, debolezze.
Ci preoccupiamo per loro nei più svariati modi e “proteggere” è verbo che vorremmo declinare in tutte le accezioni possibili e immaginabili, costantemente, dimenticando troppo spesso che renderli liberi, indipendenti, fare in modo che ragionino con la loro testa e camminino sulle loro gambe è il solo compito a cui siamo attesi e, anche se a volte costa fatica, soltanto così dimostriamo di amare loro e non noi stessi.

P.S. Diversi. Diversi tra loro, da noi. Una sorprendente varietà di gusti, abitudini, attitudini, desideri, comportamenti, aspirazioni. Pur se chi li osserva da fuori individua in essi un filo rosso, caratteristiche che li accomunano - dal modo in cui sorridono o salutano alla gestualità, ai tratti somatici - è proprio la diversità che li rende unici. E anche se non ce ne accorgiamo, poiché ci manca la giusta distanza, perché risultiamo troppo distanti o troppo vicini, già ora ad essi appartiene il mondo e il mondo, grazie a loro, è un posto migliore.

lunedì 16 gennaio 2023

Il disegno (Una matassa di fili senza bandolo)

Ci giro in giro a lungo, sperando di passarci attraverso semplicemente lasciando scorrere il tempo, spostando ogni giorno la pietra d’inciampo più in là, tendendo i fili delle relazioni umane lo stretto necessario, rispondendo a chi bussa alla porta senza cercare per primo nessuno.
È una bolla, una risacca, un mulinello di sentimenti quello in cui sono finito, senza che i più lontani se ne accorgano, perché per notare certi stati d’animo occorre tenere il palmo della mano sulla guancia dell’altro, con in più la fortuna di cogliere il momento esatto del fremito, quell’istante in cui il disagio emerge, nitido, a dispetto della copertura di normalità spalmata sul resto.
È trascorso un anno esatto da quando te ne sei andato e - vengo al punto - non riesco ancora a guardare dritto nel vuoto che hai lasciato, allo sgomento che provo tuttora, quel misto di indifferenza e cinismo necessario per andare oltre, avanti almeno un passo. Quella forra di senso la sfioro, la accarezzo, la sondo, la assaggio, ma dentro non ci butto gli occhi mai, tenendo al riparo pure il cuore, come dietro un recinto.
È trascorso un anno esatto e proprio in corrispondenza di questo anniversario mi trovo aggrovigliato in una matassa di fili senza bandolo, conscio di essere così poco lucido da girare spesso a vuoto, incapace di comprendere ciò che io per primo voglio.
Aveva ragione la Deledda: siamo “canne al vento”. Chi più, chi meno, ci passiamo tutti, così come ciascuno di noi prima o poi deve affrontare il dilemma di Primo Levi: perché lui, perché lei e non io? Cosa ho fatto per meritarmi la fortuna di sopravvivere e cosa faccio per esser degno di essere sopravvissuto, per non sprecare o sciupare il dono ricevuto?
Domande a cui non trovo risposta, limitandomi a mettere un piede dopo l’altro, avanzando, confidando che alla fine, a distanza di mesi o di anni, guardando indietro, unendo i puntini, il cammino appaia tanto chiaro da prendere la forma di un contorno, l’immagine di qualcosa di buono, forse pure di bello.

P.S. Annoto qui una sensazione - poiché di ciò si tratta: un sentire, un sentore, un intuire, non un sapere, non un averne piena certezza, che è come il sogno, che sfugge quando nel dormiveglia si pensa di averlo acciuffato del tutto - che traspare con maggior lucidità proprio nel tempo più opaco. È la percezione esatta, lucida, che esista proprio un “disegno”, che capitino eventi, occasioni (qualcuno li chiama Provvidenza, altri destino, altri ancora semplicemente colpi di c… fortuna), come la sceneggiatura di un romanzo, come se qualcuno stesse tramando per noi, tessendo fili a prima vista invisibili ma che uniti danno sostanza a un tessuto, a qualcosa che ci comprende, quasi che tutto l’universo si pieghi per scrivere una storia in cui noi, ciascuno di noi, è al centro, protagonista in assolo di un’orchestra in cui siamo contemporaneamente musica e spartito, uditore e strumento.

lunedì 17 ottobre 2022

Vocal (Coach, di me stesso)

“La velocità è cosa buona, ma l'accuratezza è tutto.”
Wyatt Earp

Ho scoperto di recente l'ovvio. Una delle tante ovvietà, meglio, cioè che esiste una velocità di crociera - quattro chilometri all’ora - superata la quale è più difficile pensare, riflettere, ragionare.
Camminare è un ottimo modo per concentrarsi, per elaborare pensieri, pure per dialogare con l'altro, farlo a passo sostenuto è più difficile, se poi si corre addio del tutto.
Una condizione, quella della lentezza, dell'andare adagio (ad agio), non sufficiente ma necessaria per far funzionare a pieno regime il cervello. Il nostro almeno, di noi esseri umani a cavallo di questo scorcio di millennio, il primo che introduce la velocità non soltanto dal punta di vista fisico, ma pure mentale, grazie alla tecnologia, ai computer, alla rete. Una rapidità tonante, un guizzare di informazioni di cui non sempre ci accorgiamo, se non indirettamente, essendoci immersi, continuamente sollecitati a risposte che siano all'altezza di tale stimolo, allenandoci a nostra volta ad essere svelti, lesti, spicci, pronti.
Me ne sono accorto ieri l'altro, notando che sempre più spesso evito di rispondere ai messaggi in forma scritta, optando per i vocali, che accorciano i tempi necessari ad esprimere un concetto, senza la scocciatura - la perdita di tempo - del conversare tradizionale, al telefono.
Però, per quel barlume critico che mi resta appiccicato addosso, nonostante il rischio di diventare noioso per primo a me stesso, non riesco a ignorare in questa modalità un rischio, un pericolo.
Esattamente come se si corresse sempre, togliere il tempo dell'attesa imposto dalla scrittura non è esente da limiti, presenta sempre un conto, fa perdere qualcosa, cambiando la forma stessa del comunicare e non  facendoci soltanto risparmiare qualche secondo.

P.S. Sono ovvietà, lo so. Esperti e studiosi ben più competenti avranno già riflettuto (senza fretta, spero), meditato, scritto, dibattuto. Io però lo appunto qui lo stesso, come promemoria, come sempre, primo per me stesso.

venerdì 26 novembre 2021

Le parole giuste (Contro la violenza e non solo)

Lo debbo a te, a voi, che fate parte della mia vita, che alla vita di tutti date origine e senso, consapevole che la giornata contro la violenza sulle donne non era soltanto ieri, ma ogni giorno, e che vi dobbiamo assai più di un'assenza - seppur di ferocia, crudeltà, brutalità, aggressività, sopruso, abuso, prepotenza, maltrattamento, sopraffazione, costrizione, violazione, persecuzione, oppressione, offesa, stupro - bensì parità ed eguaglianza, di fatto.
Ve lo dobbiamo non come concessione, semmai come riconoscimento, un dato di realtà a cui va dato corso, partendo dalle piccole cose, innanzi tutto dalle parole, che sono pietre, non foglie al vento.
Me lo hai ricordato tu, dedicando la tesi di laurea proprio a questo, al linguaggio e all'importanza che esso ha nel dare forma alla realtà, spesso senza che ce ne accorgiamo, ponendo "l'uomo, il maschio, come centrale, dominante, e rafforzando stereotipi maschili e femminili, che non fanno male soltanto alle donne, ma all'intera società in cui viviamo".
Sono profondamente convinto che un cambiamento reale sia possibile e passi da qui, dal verbo che si fa carne, dalle parole che scegliamo e dalle persone che siete voi, le generazioni più giovani, con l'occasione di non ripetere gli errori di chi vi ha preceduto e nel contempo giovarvi delle lezioni migliori, degli esempi di coloro che prima di voi hanno avuto chiarezza di visione, certezza nel distinguere giusto e sbagliato.


P.S. Chiedo scusa, figlia mia, se per spiegarmi meglio prendo a prestito il finale della tua tesi, che discuterai a breve e che contiene in poche righe ciò che mi pare il nocciolo, quanto in così estrema sintesi non riuscirei a scrivere io.

Usare un linguaggio corretto non è un vezzo o un'ulteriore passo verso l'appiattimento, verso il pensiero unico dell'omologazione, verso un essere asessuato, in cui le diversità vengono eliminate in nome dell'eguaglianza.
Semmai è proprio il contrario: usare un linguaggio corretto evidenzia e rimarca ancor di più le differenze, rendendo proprio per questo dirimente il tema dell’eguaglianza, evitando di confondere i due piani concettuali, quello dell’essere medesimo e quello dell’essere uguale.
L’opposto dell’uguaglianza è infatti la disuguaglianza, non la differenza: lavorare per contrastare la disuguaglianza non significa eliminare le specificità di ognuno, bensì costruire un ambiente inclusivo che valorizzi le diversità, che permetta la libera espressione delle originali singolarità e che realizzi, in un'ultima analisi, un mondo migliore in cui vivere, tutti, insieme.

venerdì 5 novembre 2021

La montagna incantata (Auguri Giovanni)

Dodici mesi fa i tuoi diciott'anni li hai festeggiati da recluso: tre settimane nella tua stanza, contagiato dal virus che ha condizionato questo scorcio di secolo, a sorpresa.
Questo giorno, pur se nulla di eccezionale, al confronto è stato comunque un compleanno lieto, pur senza picchi né abbondanza di festa.

Tralascio la contabilità minuta dei regali e messaggi, passo lesto a ciò che più mi sta a cuore, oltre al ribadirti la felicità che porti ogni giorno nella nostra vita.

Il messaggio che ho per te, oggi, è in un'immagine.

Una montagna. Una vetta all'orizzonte, non importa quale, se spoglia, aguzza, brulla, irta, bianca di neve o avvolta nella nebbia.

Una montagna a cui tendere lo sguardo, che sia per te chiarezza di visione, aspirazione, desiderio di approdo, pur lontano che appaia o che sia.

Nessuno può esserti accanto sempre o caricarsi sulle spalle i tuoi fardelli e farti sorridere, darti fiato e gioia di vita, ma potrai farlo tu, se saprai individuare un obiettivo, una "montagna" appunto, compiendo ogni giorno un passo, piccolo o grande, purché orientandolo a una direzione, a una meta.

Il desiderio e l’ambizione buona non mettono infatti al riparo dalle delusioni occasionali, dalle paludi momentanee, dal buio che cala la sera, ma sono antidoti naturali alla frustrazione continua, alle amarezze profonde, al senso di vuoto o stagnazione opprimente che a volte punteggia l'esistenza.

Intendiamoci. La vita non è la montagna, né tanto meno la vetta. La vita è tutto ciò che sta sotto, attorno, lungo il cammino anche, spesso a distanze siderali dalla cima.

Proprio per questo - se posso darti un consiglio - scegline una alta, elevata.

Perché più sarà alta, più a lungo ti terrà impegnato il cammino, più ti si gonfierà il cuore, più ampio sarà il paesaggio, più varrà la pena ogni sacrificio, fatica, rinuncia.


P.S. Di montagna può essercene più d'una e non è mai troppo tardi per scegliersela, scoprirla, adottarla. Vale per te e i tuoi diciannove anni, come per chi di primavere ne ha sulle spalle una carriola.

A cominciare da me, che di montagne ne ho sempre avute, spesso inconsapevolmente, talvolta dimenticandole, altre ignorandole di proposito o rifiutando l'ipotesi di avvicinarmi, per timore, miseria, vigliaccheria. Anche quest'ultime, tuttavia, non le ho cancellate del tutto, restano lontane all'orizzonte, ma presenti, pronte ad accogliere il mio primo passo, quando che sia.

lunedì 11 ottobre 2021

Come un aquilone (Per sempre accanto)

I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.
(Madre Teresa)

È vero, hai ragione: di notte, in questi tempi, spesso non dormo.
Mi sveglio di colpo, i pensieri inceppano il sonno, mi giro e rigiro finché alla fine mi arrendo, rinunciando al buio, alla speranza di riaddormentarmi subito, all'evitare di fare i conti con pensieri, tarli, preoccupazioni.
Una di esse, lo ammetto, riguarda te, il tuo futuro, la paura da un lato di metterti troppa pressione e dall'altro di non comunicarti quanto sia importante il tempo attuale per costruire qualcosa, per gettare le fondamenta di una felicità che raramente casca dall'alto, quasi sempre è invece fatta di responsabilità, di sacrificio, di impegno.
Sei stato bravo nell'affrontare il liceo, non dandomi eccessivi pensieri, facendo il tuo dovere senza che la scuola diventasse troppo.
Ora però è necessario crescere, fare un gradino in più, comprendere cosa cambia dopo le superiori e applicarcisi con tenacia, impegno.
Credo ti sia goduto una buona estate, che abbia staccato la mente e vissuto più possibile amicizie, passatempi, svago.
Non ti chiedo di rinunciarvi, però - da oggi in poi - di mettere in cima alle tue priorità l’università, lo studio.
Io so quanto può essere difficile, quanto a volte il futuro spaventi o ci si senta schiacciati, anche dall'incertezza, dal timore di non farcela. Ci sono passato.
Alla tua età non avevo punti di appoggio o strade segnate, vagavo spesso a vuoto e ho aspettato due o tre anni, dopo il liceo, prima di mettermi in asse e imboccare un percorso certo, mio.
Non ti chiedo di non ripetere i miei errori, men che meno di dover riuscire a tutti i costi.
Ti chiedo soltanto di provarci, di concentrarti su ciò che conta, di non farti scivolare tra le dita questo tempo senza tentare di metterlo a frutto.
Ti chiedo di provarci non per me, per le mie paure o le mie ansie forse eccessive, ma per te stesso, perché l’uomo che diventerai dipende dal ragazzo che sei, da quanto semini adesso.
Perdonami dunque queste parole invadenti, questo richiamo “all'ordine”, questo condividere una preoccupazione che ho e che non dipende esclusivamente da te, ma richiama le mie di paure, le incertezze, le fragilità della persona che sono.
Non voglio che ti senta schiacciato, semmai soltanto spronato, a fare meglio, a volare alto.
Sapendo che comunque ti voglio un bene infinito, che non c’entra nulla con ciò che fai o farai, ma riguarda ciò che sei e proprio per questo non mi deluderai mai, a prescindere da tutto.
Coraggio allora, non temere nulla, né i quiz, né i test, né gli esami, né il futuro.
Una strada la troverai, questo è certo.
Da oggi mi aspetto soltanto che ci provi, che ti metti in cammino, d’impegno, sapendo che con me non dovrai nascondere o temere nulla, poiché ti sarò sempre accanto.

P.S. A Giovanni. 10 settembre 2021

sabato 7 agosto 2021

Sulle tue spalle (Viktor)

Ti chiami Viktor e sei nato un giorno d’agosto che per noi italiani farà rima con “vittoria” a lungo, consegnandoci una gioia e una lezione che idealmente - proprio come il testimone nella staffetta - ti affido, qui sotto.
Quella più bella però l’hanno data a me i tuoi genitori, Milan e Dina, raccontandomi quanto e come ti hanno desiderato, cercato, voluto.
Vederti in foto, ieri, in braccio a tua madre, luminosa come il sole, dopo averti partorito, scorgere il lampo di tenerezza negli occhi di quel gigante di tuo padre, lo ammetto, mi ha commosso.
Ho pensato che davvero ha ragione Renzo Piano, l’architetto, quando dice: “Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai.  Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere”.
Le vivrai tu, allora, Viktor. E ne sono pienamente lieto, poiché io, grazie a te, ne ho viste già un pezzetto.

P.S. L’ho dichiarato all’inizio: voglio affidarti una lezione che con gli anni ho imparato, affinché il male, il dolore, la sconfitta - nei quali ogni essere umano prima o poi inciampa, sappilo - non siano mai ostacolo, bensì molla, leva, trampolino.
La dimostrazione viene dallo sport di queste settimane, con l’Italia del calcio che tre anni fa non aveva potuto partecipare ai Mondiali, ma da quella sconfitta ha messo seme e tratto forza per vincere i recenti Europei, e con la squadra di atletica, sempre italiana, che nelle Olimpiadi di cinque anni fa non aveva vinto neppure una medaglia, mentre in questi giorni, a Tokyo, di successi ha fatto il pieno, come mai nella propria storia, un vero e proprio record.
Un esempio per te ancora più fulgido viene proprio dai tuoi genitori, cresciuti sotto le bombe e in parte da profughi, conoscendo terrore, povertà, separazioni forzate, ma che da quella radice di dolore hanno tratto linfa per crescere robusti e costruirsi un futuro di benessere, soddisfazioni, di cui tu, oggi, sei il frutto più dolce, bello, unico.

sabato 31 luglio 2021

Il cielo d'Irlanda 2 (Il trapezista ostinato)

Hai spiegato le ali, sette mesi fa, prendendo il volo e svoltando ad angolo acuto la tua vita, accelerando in curva, senza deragliare.
Ti ho rivisto venerdì scorso, per la prima volta dopo la mattina in cui ti avevo accompagnato all'aeroporto, in tasca un biglietto di sola andata per l'Irlanda e l'entusiasmo incosciente di chi non ha paura di osare, mettersi in gioco.

Venirti a trovare non è stata una mia idea, pigro come sono e riottoso a mettermi in moto, preferendo viaggiare con la mente, come spesso mi capita, tuttora, nonostante gli anni.

A insistere è stata piuttosto tua madre, con l'ostinazione e la tenacia che la distingue, premiata da quell'abbraccio nel ritrovarti che mi ha fatto sentire grande e al tempo stesso piccolo, rispetto al bene che lei ti vuole (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che infatti apro, sul nodo che lega due creature che hanno condiviso uno stesso grembo, un sentimento che in natura, per intensità e frequenza di vibrazioni, non ha pari, schianta qualsiasi paragone con il resto).

Ho archiviato tutto ciò nel seminterrato dei ricordi, assaporandolo di tanto in tanto, consapevole che ogni giorno qualcosa si perde, ma alla fine, per decantazione, resterà il meglio, il nocciolo delle emozioni, cioè il piacere di averle provate.

Se ne scrivo qui è proprio per lasciare un segnaposto, un pro memoria per i giorni a venire, abbinato all'orgoglio di aver visto lì una parte dell'Italia migliore, i tuoi amici di Caserta e di Salerno e di Bari, che in quel paese dove per gran parte dei giorni piove e tira vento si guadagnano un poco più del pane e lo fanno senza fanfare né medaglie, impegnandosi, in silenzio.


P.S. Mi hanno insegnato che "chi si loda si imbroda" e che "ogni scarrafone è bell' 'a mamma soja", perciò non mi sfiora neppure il pensiero di caricarti sulle spalle elogi fuori luogo.

A differenza di chi parte per necessità tu lo hai fatto per scelta, con la rete del trapezista ben spiegata sotto. Non è un dettaglio trascurabile, accessorio.

Però misurare la distanza che ogni mattina alle sei e mezza fai in bicicletta per recarti al lavoro; immaginare il maltempo che quasi sempre c'è lì e quanto arrivi zuppo, prima ancora di cominciare il turno; notare i calli, le fiacche, le cicatrici sul palmo e sul dorso delle mani, mi hanno fatto sentire fiero di te, degno erede - più di me - di chi ti ha preceduto.

giovedì 1 luglio 2021

Non finiscono mai (Tranne questo)

L'hai superata d'un balzo, con un tuffo anzi, come quando ci si getta in acqua e si trattiene il fiato, annaspando per risalire in superficie, per rivedere luce e orizzonte attorno.
Cinque anni senza encomio, ma pure senza fallire un colpo, senza dare preoccupazioni eccessive, se non quelle legate alla tua età, alla fortuna di un ragazzo cocciuto ma altrettanto solare, brillante, limpido.
Una maturità ridotta negli esami, guadagnata tuttavia sul campo, con gli ultimi ventiquattro mesi vissuti a regime ridotto, spesso prigioniero di quattro mura, privato dei compagni di classe nel banco accanto, costretto in casa proprio negli anni in cui la natura umana spinge a uscire, a slacciarsi le cinture di sicurezza del nido domestico.
Non sono mai stato accondiscendente, ho cercato di non prestare il fianco all'autocommiserazione, convinto come sono che ogni evento è una prova e la chiave per superarla è sempre dentro noi, mai fuori.
Nemmeno però sono ottuso o cieco, ammetto che ti è stato tolto qualcosa e quel qualcosa era unico, poiché diciott'anni si hanno soltanto una volta nella vita e la tua è una generazione che al rigo tra addizioni e sottrazioni può presentare un conto.
Come sai non mi importa il voto, non mi è mai importato. I voti, ho scoperto da poco, nella storia scolastica sono introduzione relativamente recente, prima si valutava soltanto l'abilità o meno, se eri considerato preparato oppure no.
Assai più per me conta la passione che alcuni tuoi docenti ti hanno instillato, la curiosità sollecitata, l'apertura mentale, l'educazione all'approfondimento, al ragionare con la propria testa, lo spirito critico.
Non so ancora cosa farai, quale strada imboccherai, sei rimasto con tutti abbottonato, probabilmente lo sei persino con te stesso e anche questo è normale: raramente a diciannove anni si cammina in un solco segnato, con una meta chiara in testa.
Quando avevo la tua età mio padre, tuo nonno, mi dettò una regola stretta e ampia al tempo stesso: "O studi o lavori".
"Tertium non datur" avrebbero detto i latini.
Per lui infatti era essenziale questo: che non si restasse sospesi, senza fare nulla, con la mani in mano.
Allora mi pareva una banalità, più tardi ne ho apprezzato la saggezza, poiché rimanere in moto, aggiungere passo dopo passo, porta sempre da qualche parte, anche quando non si sa bene dove andare e c'è nebbia o neve o caldo o gelo.

P.S. Sulla fotografia scattata fuori dal liceo, insieme al disegno di un cuore, t'hanno scritto "Fine". Invece è un inizio.


venerdì 15 gennaio 2021

Il cielo d'Irlanda (Buon vento)

Ci siamo abbracciati così, di sfuggita, di fronte alla porte chiuse di una parentesi aperta, l'aeroporto che ti ha portato via.
Sei partito all'alba, destinazione Irlanda, per qualche mese, scegliendo un lavoro che non c'entra nulla con la tua recente laurea, ma che mi rende fiero di te, perché mestieri di manovalanza hanno dato terra alle radici della famiglia di cui sei fronda e, in futuro, quando magari seguirai percorsi diversi, saprai sulla tua pelle cosa significa l'umiltà di una mansione, il sudore che si accompagna al pane e come gira il mondo quando si nuota nella parte meno a galla.
Nella tasca del giaccone ho la busta che mi hai lasciato in mano, dopo esserci salutati, aggiungendo soltanto: "Questa è per te e per la mamma".
Credo che la diga si sia sgretolata lì, nell'istante esatto in cui mi sono voltato per tornare alla macchina.
Un groppo in gola che non era timore né tristezza. Resti un ragazzo fortunato, con un paracadute ampio sulle spalle, per cui anche una sola lacrima versata avrebbe il sapore del melodramma.
Se mi sono commosso, piuttosto, è poiché nel tuo andare ho avvertito il senso di un distacco, di ogni distacco, del destino di qualsiasi essere umano che, a dispetto di tutto, resta sempre e soltanto una linea retta.
Non voglio però essere greve. Ogni nube si è dissolta velocemente e ora che le vele sono spiegate l'unico desiderio è che tu abbia buon vento, consapevole che, per quanti porti ti attendono, qui avrai sempre casa.

P.S. No, non l'ho letta. Ce l'ho ancora nel giaccone, quella lettera. Sono curioso per mestiere e per natura, ma non è indirizzata soltanto a me, per cui saprò aspettare, almeno fino stasera.

giovedì 17 dicembre 2020

Guardarsi, in prospettiva (La rivoluzione esaurita)

Facciamoci un regalo: tiriamo le somme degli ultimi dieci anni e guardiamoci, in prospettiva.
Senza giudicarci. Semplicemente osservando il punto di partenza e dove siamo arrivati, talvolta consapevolmente, nella maggior parte dei casi invece - compreso il mio - senza accorgersene, condotti dalla vita e trascinati dagli eventi, barca in mezzo al mare, Ulisse che cerca un'Itaca senza conoscerne nome proprio e punto esatto sulla cartina.
Abbiamo compiuto passi, macinato chilometri, intravisto mete e orizzonti, siamo tornati indietro, spesso cambiando direzione, altre riprendendola, in alcune circostanze trovandoci di fronte un’autostrada, altre perdendoci nella nebbia, restando invischiati senza orientarci, confusi come i lotofagi.
Se mi metto a sedere e volgo lo sguardo alle spalle fatico a distinguere eventi epocali miei, personali, pietre miliari di quello che è per tutti un peregrinare.
Lo stato non è mutato, ad esclusione delle rughe del volto e di alcune convinzioni profonde, composte o rinsaldate dalle esperienze accumulate. La sensazione è di aver avuto accanto - per tratti lunghi o brevi - persone meravigliose, compiendo un viaggio straordinario, quasi sempre senza accorgermene.
Faccio eccezione oggi, in questo anno strano e straniante, ponendo nero su bianco queste righe, mettendo a fuoco la consapevolezza della fortuna che ho, i gradini percorsi, le lezioni imparate, le persone godute, l’essere stato dono e un dono averlo ricevuto, nel bene o nel male, da tutti.

P.S. Lo metto qua, come postilla, poiché non ho pretese di saggista né conclamate capacità di comprendere ciò che oltre il pelo d'acqua sta capitando: nuoto, in qualche caso annaspo, a fatica riesco di tanto in tanto ad allungare il collo e ancor meno di frequente ho la lucidità per analizzare il quadro generale e trarre uno spunto di senso.
Faccio un'eccezione poiché mi pare di cogliere un ciclo che si chiude, uno degli eterni cicli delle rivoluzioni che si aprono, scorrono (spesso senza piena consapevolezza, senza coglierne la portata piena) e poi si chiudono, con l'inizio segnato dalla rottura delle regole e la fine con l'imposizione di nuove regole, che non sono più quelle precedenti la rivoluzione ma un ritorno allo stato di equilibrio infranto prima.
Ciò che è avvenuto centinaia di volte nel passato dell'evoluzione umana sta succedendo ora, con la rivoluzione introdotta da Internet e la sensazione che sia generalmente assestata, ingabbiata quasi.
Le sterminate opportunità che in principio presentava si sono moltissimo ridotte, il denaro, la finanza sono tornate a farla da padrone, riprendendo potere e guida dopo averla smarrita per anni a favore della creatività, della libertà, dell'intraprendenza.

martedì 10 novembre 2020

Il giorno più bello (Sogno o son desto)

È stato semplice, spartano. Il più semplice, il più spartano e insieme il più bello, vissuto senza imprese straordinarie, a contatto fisico o mentale con le persone a cui tengo, godute di persona oppure tramite messaggio, al telefono.
Oggi, meglio di così, non potevo immaginarlo, comprendendo alla fine che sono diventato più grande davvero, più vecchio, maturo, anche più contento.
Pur bravo che possa essere, le parole non potranno mai raccontare appieno lo stupore, la scoperta, il valore dell'incontro, le emozioni, le sensazioni, le esperienze che ho provato. Quelle esistono soltanto nel presente, nell'istante in cui si provano, poi fatalmente scivolano, si polverizzano, svaniscono, esattamente come all'alba un sogno, i cui contorni man mano si dileguano, tessere di domino che cadono ad una ad una, scenografie di teatro che man mano affondano nel mare sterminato dell'oblio.
Resta nella carne il ricordo di qualcosa di piacevole, bello, senza tuttavia un contorno definito.*
È una memoria di etichetta, di copertina, non di sostanza.
Accettarlo, rinunciare a trattenere ad ogni costo, essere consapevoli che comunque tutto passa, badare piuttosto a vivere l'attimo, è sapienza antica e insieme mai compresa del tutto.
Oggi però l'ho fatto. Domani non ricorderò bene tutto, nel dettaglio, ma che almeno qui rimanga traccia che oggi, per il mio cinquantaquattresimo compleanno, sono stato felice, a casa tutti insieme, al telefono o per messaggio - visti i tempi - con le altre persone che amo, il pomeriggio in giardino, a piantare erica e curare le aiuole in vista dell'inverno, guardando "Fargo" (il film) la sera, scartando molti regali e andando a letto sereno, cominciando un altro sogno, non sapendo dire in tutta onestà se più vago o reale di quello vissuto a occhi aperti, durante il giorno.


* Abbiamo timore della demenza, di diventare anziani e di incappare in quel male che ci riporta all'incapacità di ricordare tutto, come bambini di pochi mesi o come le piante, senza renderci conto che così lo siamo già, nella sostanza. È una questione di misura della memoria, di differente approssimazione, non di differente destino. Una constatazione che non mi mette tristezza. Al contrario, è così che affronto con più ottimismo il futuro.

giovedì 29 ottobre 2020

Bravi dopo (Lo siamo tutti)

Dovevano fare così, era meglio cosà, se ascoltavano quello, dovresti sentire quell'altro, là però, qui invece, su d'altra parte, giù tuttavia...
Ne sappiamo tutti una pagina più del libro. Dopo.
Dopo. Quando i buoi sono ormai scappati dal recinto, quando la  realtà s'è palesata nella proprio sconcertante e adamantina evidenza.
In questi giorni di contagio e provvedimenti per prevenirlo ne abbiamo una gigantesca prova provata, ma la predizione postuma è pratica antica e diffusa ad ogni latitudine e longitudine, con molti saccenti che spiegano cosa e come sarebbe stato meglio fare, dettagliando persino la virgola.
Una tentazione da cui non sono esente, salvo riconoscere qui, pubblicamente, che ho il fiuto di un cane da caccia con la sinusite cronica, azzeccando raramente chicchessia. 
Esistono dei fuoriclasse, anche nel vaticinio, coloro che sanno leggere i segni dei tempi, che anticipano gli eventi, scorgono segnali dove il resto dell'umanità nota soltanto nebbia. Ma sono pochi, rarissimi, e di solito non scrivono su Facebook né vanno in tv, a farsi tirare per la giacca.
Mettiamoci il cuore in pace allora e smettiamola di alzare il dito indice come fosse una baionetta.
Bravi dopo lo siamo tutti, ma esser "bravi dopo" non conta.
Un poco di umiltà dei "tribuni da partita finita", un pizzico in meno di faccia tosta, lo ammetto, in mesi come questi conforterebbe una cifra.


lunedì 26 ottobre 2020

Compresi noi (I bordi frastagliati delle cose)

I bordi frastagliati delle cose. Potrebbe essere il titolo di un libro, è una frase che mi porto appresso spesso, specie in questi giorni di incertezze assolute, in cui il baccano sovrasta ogni lucidità, ogni possibilità di pensiero, di ragionamento.
I bordi frastagliati delle cose. Una sensazione tattile, come quando percorro con i polpastrelli il foglio di carta strappato di fresco, il granito della soglia d'ingresso, il ramo nodoso del larice, le rughe sul viso di mia madre e ormai anche del mio, sempre più simile a mio padre, quando mi guardo allo specchio.
Nulla è liscio, nulla è limpido, chiaro, scontato. Il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero, la testa e la coda si intrecciano, si confondono, mi costringono a scegliere tra la mannaia che separa tutto o il mal di testa per tenerlo unito, per dare una direzione a ciò che invece va dappertutto.
Rimangono gli affetti, le persone che ho care, i sentimenti d'amore, d'amicizia, di stima, la curiosità, il desiderio di conoscenza, la volontà di non giudicare troppo duramente l'altro e insieme me stesso, di concedermi le attenuanti generiche e anche quelle specifiche, considerando la maggior parte degli errori involontari, commessi per colpa ma senza volontà di dolo.
I bordi frastagliati non sono soltanto delle cose, li abbiamo pure noi, dentro.

venerdì 23 ottobre 2020

Tutto questo (Pure quest'anno)

Doveva essere "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso". Sbagliavo.
Lo è pure quest'anno.
Con una differenza: nove mesi fa ci siamo cascati mani e piedi, almeno a Bergamo, picchiandoci il muso; stavolta fatichiamo a distinguere se sia un "al lupo, al lupo" oppure il lupo è già tra noi, davvero.
Anche da quassù, dalla tolda di quella che dovrebbe essere una corazzata dell'informazione, fatico a discernere il vero dal falso, l'esagerato dal giusto.
Buon senso e verità d'altra parte hanno quasi sempre voce flebile, mentre il clangore della cronaca sparata a volume massimo elimina le differenze di tono, i rumori di fondo, tutti quei dettagli che formano un'opinione ragionevole e non una sensazione da sposare o rinnegare del tutto.
A futura memoria, di questi giorni disorientanti, annoto:
  • il dispiacere per mio figlio Giovanni, il suo diciottesimo da compiere tra poco e gli ultimi due anni di liceo - irripetibili - gettati nel fosso;
  • l’impressione che per molti, per troppi, il contagio da virus equivalga ad una colpa, al non aver rispettato ogni precauzione, invece che un accidente, una sfortuna, qual è ogni malattia da che mondo è mondo;
  • la certezza che il sistema sanitario italiano funzioni decentemente in condizioni normali, ma appena il livello di stress aumenta si trova ovunque confusione e torniamo in balia del caso;
  • la sensazione che per quanto serio possa essere, il virus farà meno vittime dello scorso inverno, poiché qualche nozione in più l'abbiamo;
  • il timore che tutto precipiti all'improvviso, con il lutto e il dolore che molti hanno già provato;
  • il disagio per tutte le chiacchiere e le sentenze dei Soloni che ne sanno sempre una pagina più del libro, scordando che prima di dare consigli sulle competenze altrui dovrebbero dare buon esempio loro;
  • la lentezza di alcuni - specialmente nel settore pubblico, ma non solo - nello sbrigare pratiche o svolgere un banale compito, in contrasto con la prodigiosa rapidità degli stessi a dire "Ciao ciao" all'ufficio e piazzarsi in smart-working sul divano, senza alcun controllo, al primo soffio di vento;
  • la responsabilità e l'efficienza dei miei colleghi in tv quando lavorano da casa e fanno più e meglio di quando hanno me dietro il collo;
  • la perfidia, mista a vigliacco godimento (lo scrivo ironicamente), con cui ieri l'altro ho appreso del coprifuoco serale, immaginando così di poter tornare a vedere tutti insieme un film in famiglia, come dopo il "liberi tutti" di aprile non abbiamo più fatto;
  • la paura che il patto tra cittadini e autorità, tra individui e Stato, a forza di tirare la corda venga meno, specialmente per le generazioni più giovani, quelle meno ammalate dal virus e che più pagano dazio in conseguenza dei provvedimenti per contenerlo.
  • La percezione che decidiamo poco o nulla e sia piuttosto il destino, il caso, a determinare se supereremo tutto entro breve oppure andrà gambe all’aria pure quest’autunno / inverno.
  • Per oggi mi fermo qua. Se mi viene in mente altro aggiungerò un post scriptum, poco sotto.

domenica 18 ottobre 2020

Essere educati (Educando)

Debbo molto a tutti, a Paolo Ferrari di più, almeno per ciò che attiene il rapporto con i ragazzi, i giovani.
Un modo di vederli, di apprezzarli, di interagire cambiato radicalmente negli ultimi anni, quelli in cui ho avuto la fortuna di collaborare con lui, imparando innanzi tutto a puntare su di loro, a fidarmi, a coglierne le potenzialità, la ricchezza che hanno.
Se dovessi descrivere il nocciolo di quanto ho compreso, direi che Paolo mi ha insegnato questo: la possibilità di formare i ragazzi, di accompagnarli, di condurli, di educarli, è al tempo stesso un'occasione unica, preziosa, per essere formati a nostra volta, di essere condotti noi, educati dagli stessi ragazzi, in un percorso, una relazione che non è mai univoca, ha sempre una doppia direzione, è circolare.

P.S. I tempi grami che stiamo vivendo, con la pandemia e le conseguenze negative sull'economia, rischiano di spazzare via le esperienze meno collaudate, robuste. Eppure sui progetti di Paolo mi sento di scommettere e li considero una cartina di Tornasole: se riusciremo a fare capire quanto valgono, come possono essere importanti, se verranno compresi, sostenuti, vorrà dire che staremo investendo sul futuro, che ci stiamo preparando al meglio. Altrimenti... Niente. Buonanotte.

domenica 11 ottobre 2020

Senza misure (Dio è quella cosa lì)

Lo faccio di rado, per non dire mai, sapendo quanto lusinga la tentazione di vestire i panni dei mestieri altrui, diventando solitamente negligenti verso il proprio.
In famiglia poi si è sempre guardato con sospetto a chi vuole fare il prete senza esserlo ("Pret fàls" li chiamava mio padre)
Il Vangelo di oggi però, quello della liturgia ambrosiana almeno, continua a rodermi dentro e suscitarmi pensieri che chiedono di uscire in qualche modo, anche a costo di essere depositati qui, senza eccessiva pubblicità, ma neppure nascosti e chiusi a doppia mandata nel cassetto.
Il passo è quello di una parabola, raccontata da Matteo, in cui si fa l'esempio dell'agricoltore che getta abbondante il proprio seme, senza curarsi che vada nel terreno fertile oppure si perda tra i rovi o nei sassi e porti poco frutto o nulla del tutto.
Dio è quella cosa lì. Dio è quell'abbondanza cieca lì, quel continuo creare, germogliare, seminare appunto.
Dio è "hével", che come ha insegnato Erri De Luca in ebraico si può tradurre come spreco ed è ripetuto come una litania nel libro del Qoèlet.
Dio è il contrario di ciò che facciamo spesso noi, cioè misurare, contare, calcolare, programmare, pianificare, risparmiare.
Quando mi si dice che ci stiamo sempre più allontanando da Dio io penso a questo, al nostro continuo "selezionare" piuttosto che "generare", all'uso continuo del bilancino, del braccio corto, del tornaconto immediato, individuale, senza visione abbondante, generosa per il futuro.
L'umanità non si distinguerà per un evento cosmico, apocalittico, bensì per consunzione.
Andremo incontro al peggio quando saremo diventati bravissimi a selezionare il meglio.

P.S. Chi è suscettibile e non crede in un creatore può sostituire la parola "Dio" con "Natura": il pensiero dovrebbe filare lo stesso.