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mercoledì 26 luglio 2023

Viviana Ballabio (L'atleta tenace)

La prima atleta che in vita mia ho intervistato, ben prima dell'incontro per questo articolo. La più "normale" tra le speciali che hanno vinto tutto. Una donna che dell'esistenza ha sperimentato il dritto e pure il rovescio. A Viviana Ballabio sono legato da più motivi e se scelgo la data odierna per ripubblicarne il suo "ritratto" è perché oggi compie gli anni, volendo così con queste parole fare un regalo, per primo a me stesso.

Per incontrarla, siamo tornati a casa. Seduti fianco a fianco, sulle tribune di un palasport che per anni abbiamo frequentato. Il tempo non si è fermato, ma basta un sorriso, una parola, uno sguardo per riattivare il circuito delle relazioni umane.
Viviana Ballabio, capitano della squadra femminile di pallacanestro del Pool Comense. Viviana Ballabio, ovvero l'elogio della normalità. Perché un talento eccelso la natura in dono non le ha portato. Niente polmoni capaci di sbuffare come caldaie o il fosforo di uno stratega geniale, né la mira infallibile di un formidabile cecchino. Di straordinario Viviana ha soltanto la forza della volontà. Ed è ciò che l'ha condotta lontano.
Nulla le è stato regalato. Quel che ha, se l'è preso sul campo. Giocando ogni partita come fosse l'ultima e terminando ogni volta fiacca e molle come un sacco svuotato. Ecco perché, a trenta tre anni compiuti, ammiriamo ancor più il suo stare al gioco. Abituata fin da ragazzina a competere con chiunque per ritagliarsi un posto in squadra, Viviana tra i due canestri non ha mai cercato il risparmio. E nemmeno riesce a farlo ora, che pure gli acciacchi e la stanchezza consiglierebbero prudenza e parsimonia. Potesse almeno imitare Mario Corso, che aveva nei piedi un tesoro e per gran parte dei novanta minuti si permetteva di cercare l'ombra in un prato dove gli alberi non crescono. Ma tirarsi indietro non può e non deve. Fosse nata uomo e avesse giocato a calcio il destino di Viviana non poteva essere che quello del mediano. Cuore grande e vita breve. Sportivamente parlando, si intende. Invece è ancora lì, ad inseguire ragazzine e a tirar manate ad un pallone. Stanca e rassegnata, ma non sconfitta.
«Con il nuovo allenatore si lavora molto e dopo ogni allenamento o partita che sia, mi accorgo di fare una gran fatica a recuperare. In più, non sto benissimo fisicamente. Mi tormentano cento fastidi, ma non mollo. Voglio riuscire a concludere la carriera in bellezza. La stagione scorsa non è stato possibile, spero avvenga quest'anno».
Stringe i denti, come sempre. Si rimbocca le maniche, abbassa la testa e pedala. Pure senza bicicletta pedala. Nei suoi occhi la luce splende ancora, anche se ormai è quella del tramonto.
«Penso sempre più spesso a cosa farò dopo, come impiegherò il mio tempo, che lavoro sceglierò. Non ho deciso ancora nulla. L'idea di rimanere nel settore, pur con un altro ruolo, non mi dispiace, ma neppure mi entusiasma. Certo alla Comense sono legata, ma non è scontato che nei piani futuri della società rientri io. Chissà, forse potrei esaudire qualche sogno. Come andare a curare le foche monache, in qualche fiordo lontano».
Mentre parla si torce i capelli. Distrattamente infila tra le ciocche e i riccioli scuri le dita. Un vezzo che ha sempre avuto. La concessione più civettuola di una ragazza poco abituata ai belletti e ai fronzoli della vanità. C'è infatti un'unica gara che vede Viviana sconfitta in partenza: la corsa all'estetista o al parrucchiere. Eppure in poche altre donne traspare una femminilità tanto intensa e vera. Una femminilità fatta di contrasti. Fragile e forte insieme. Tenera e tenace. La prima volta che l'intervistammo, dodici anni fa, scrivemmo che era dolce. Non abbiamo cambiato idea.
«Eppure cambiare idea è un segno di maturità. Io, ad esempio, quando è arrivato Aldo Corno, l'allenatore con cui abbiamo vinto tutto, ero disperata. Avevo una pessima opinione di lui e non lo sopportavo. Un'antipatia contraccambiata, tant'è vero che lui voleva cacciarmi via. Poi ci siamo conosciuti, chiariti, spiegati. È servito del tempo, molto tempo, ma alla fine ci siamo compresi a vicenda e credo che non potevo avere maestro migliore».
Guarda il campo vuoto e sorride. Ne ha viste e sentite tante il PalaSampietro, ma non ne racconta nessuna. Conserva geloso i segreti che vi sono custoditi.
Come nella favola del Re Leone, la storia di ognuno rientra nel cerchio della vita che, chiudendosi, ogni volta si rinnova.
«Quando ho iniziato a giocare non vedevo nulla oltre la pallacanestro. Respiravo, mangiavo, vivevo per il basket. Negli anni '90 è venuto il tempo della maturità. Eravamo un gruppo omogeneo, compatto e motivato. Non erano sempre rose e fiori e a volte si creavano forti antipatie, come tra Fullin e Gordon. Ognuno però voleva vincere e ciò faceva appianare qualsiasi contrasto. L'attuale gruppo è formato da giovani, che cercano di ritagliarsi con le unghie e con i denti un po' di spazio e da atlete come Zara e Paparazzo, consapevoli del loro valore e che hanno raggiunto uno standard altissimo di qualità. Infine ci sono io, che ho il futuro ormai alle spalle, ma che credo ancora di poter rendermi utile».
Beata modestia. Non finta, però. Brianzola autentica, abituata a contare le monete e a misurare le parole, Ballabio non è il tipo da portarsi appresso i numerosi trofei che ha vinto, tanto meno tutti i giorni, come fossero caricati su un carretto.
«No, non penso mai ai campionati o alle coppe che ho vinto e tanto meno al fatto che verrò ricordata in futuro».
L’ora dell’allenamento si avvicina. Dallo spogliatoio si affacciano le prime cestiste in braghette e canottiera. Dalla tribuna si sente guaire. Per tutto il tempo se n’è stato silenzioso, ma ora reclama un po’ di attenzione anche per sè. Si chiama Douce, è un barboncino. Da dieci anni la accompagna ovunque. Nessuno conosce Viviana meglio di lui, ma non può parlare. Anche stavolta ci dovremo rassegnare. Peccato capiti a noi di scrivere da cani, ma non il contrario.

22 ottobre 2000

mercoledì 15 luglio 2020

Le bionde trecce (Ciao Laura)

Nelle fotografie sbiadite in bianco e nero il biondo non si vede, ma si intuisce. Ti si distingueva così, anche da lontano, quando avevi vent'anni e giocavi uno sport che non era ancora lavoro, che non lo sarebbe mai stato, perfino nelle stagioni in cui i soldi per giocare te li davano davvero.
Tu appartenevi alla generazione precedente, quella degli allenamenti in palestre spesso diverse, prese in prestito, alle otto di sera, per consentire a tutte, commesse e impiegate, di arrivare in tempo.
Sei sempre stata così, in bilico. Tra un ruolo e un altro, tra un'epoca e l'altra, nella vita, come nella pallacanestro.
Quando ieri l'altro ho letto che te ne sei andata, oltre al dolore, allo sgomento, ho pensato che questo è proprio un anno strano, in cui tutti abbiamo avuto il timore di morire e debbo salutare persone mai godute appieno, eppure apprezzate, che hanno lasciato qualcosa di indelebile, nel tempo.
Ricordo gli infiniti momenti insieme, prima che la Comense diventasse il colosso che è stato e che poi crollasse, in uno schianto che non cancella le imprese sul campo.
In quella squadra tu sei stata l'anello di congiunzione, riuscendo a esserci sia quando si lottava per non retrocedere, sia nel momento in cui si puntava a coppe e scudetto: una giocatrice di sostanza, più di volontà che di talento, messa alla prova dalle fuoriclasse che all'inizio degli anni Novanta arrivavano, capaci tra mille distanze di fare gruppo e lasciare qualcosa di buono.
Eri bionda, ma non dentro. Per entrare in confidenza ci ho messo parecchio, nonostante ti vedessi praticamente ogni giorno e non ci fosse una gran differenza di età. Avevi parole misurate, spesso la durezza del volto, che si illuminava soltanto a tratti e in quel caso era come uno sciogliersi, un commuoverti pure quando ridevi, di gusto.
Ti ricorderò sempre così, Laura, con la tuta da basket o in piedi, al chiosco di Viale Varese e poi di Brunate. Come l'ultima volta che ti ho incontrato e non hai voluto lasciarmi andare prima di aver chiacchierato, prima di avermi parlato di Alice, di avermi offerto la colazione e ricordato qualcosa di buffo.
L'ultimo "terzo tempo" l'hai concluso con un'uscita di scena senza palleggio, lasciando tutti noi con il naso all'insù, a guardare la retina vuota del canestro, con però nel cuore l'esempio della lottatrice che sei stata e che dobbiamo essere anche noi, per andare avanti quando invece la tentazione sarebbe di fermarsi, guardando soltanto indietro. 


martedì 16 agosto 2011

Bridgette Gordon e la teoria dell'acchiappo

Sono passati quattordici anni e mi sembrava ieri. L'ultima volta che ho visto Bridgette Gordon, Giacomo non era ancora nato, la mia Mazda rossa era appena uscita dal concessionario e portavo jeans Armani alti in vita, modello Don Johnson.
Bri, per chi non lo sapesse, è stata una campionessa di basket, ha vinto con gli Stati Uniti le Olimpiadi di Seul nel 1988 e con la Comense 1872 ben sei scudetti, due coppe dei campioni e molto altro.
Oggi l'ho rivista, a casa di Angelo Migliavada, che per lei sono stati rispettivamente una seconda casa e un secondo padre. Bridgette è sempre la stessa, più dolce però, più distesa. Anche le forme sono più morbide ma lo sguardo è rimasto lo stesso, quello di una ragazza che è partita da zero, a cui nessuno ha regalato nulla e che per ottenere ciò che vuole deve essere furba, scaltra, con il cervello sempre in azione, mai addormentato. Bridgette era innanzi tutto intelligente. Non era la più talentuosa, la più palestrata, quella dotata di miglior fisico, di senso tattico e di un talento unico, raro. Aveva ottima tecnica, quello sì, ma sul campo da basket faceva valere anche altro: la duttilità, la sostanza. Se anche l'occhio vuole la sua parte, lei la sua se la prendeva con il cervello. Non era spettacolare, in sua vece piuttosto parlavano i numeri, le statistiche sempre positive. E poi sapeva stare a galla, in qualsiasi condizione, sapendo perfettamente quando era il momento di brontolare e quando invece era preferibile stare zitta, strisciare accanto ai muri per non incappare nell'ira del presidente Pennestrì o dell'allenatore di turno.
L'ho rivista volentieri, stasera, pur se per una mezz'ora scarsa, il tempo per qualche chiacchiera e un gelato con gli amici di sempre, Marco e Mauro. Mi ha fatto pensare a un tempo felice e forse mai apprezzato abbastanza, non goduto appieno.
Era la mia giovinezza e vivevo fianco a fianco con ragazze e ragazzi della mia età, con però una serietà da uomo maturo. Avrei dovuto essere più lieve, più coraggioso, più intraprendente. Nulla di che, ci mancherebbe. Qualche serata in discoteca, qualche cena o serata in compagnia in più e qualche paturnia in meno. Lo penso adesso, a conferma che le lezioni importanti s'imparano sempre quando la campanella della ricreazione è suonata. Ecco, avrei dovuto pensare più alla ricreazione e meno al compito in classe o all'esame di fine anno.
Ormai però è inutile piangersi addosso, anche quando - come nel mio caso - sono proprio due lacrime, niente di travolgente, il seme di un dubbio più che un tormento.
A parziale risarcimento so che, invece di badare a ciò che era e non è stato, meglio sarebbe evitare di fare errori adesso. Godermi più questo, d'un tempo. Prometto che lo farò, che non lascerò scivolarmi addosso le cose senza neanche pensare di acchiapparne qualcuno al volo.

mercoledì 13 aprile 2011

Abiola, la Comense e la verità in retromarcia

Cos'è la verità? Diceva Sciascia che è come la luna che si specchia nell'acqua di un pozzo. Tu la vedi, splendida, nitida, chiara, ti ci butti, per prenderla, ed ecco cosa resta in quell'acqua buia e fredda della verità. Lo scrivo perché invece, ogni giorno, io la verità ho l'impegno di cercarla, capirla, raccontarla. Può capitare di ignorarla, non di spacciare per essa una bugia. Qualche giorno fa scrivevo su questo blog - ch'è nato proprio per comunicare, nella massima libertà, senza condizionamenti se non quelli della mia coscienza - della vicenda di Abiola Wabara e dei cori che l'avrebbero bersagliata al Palasampietro. Passo al condizionale perché, con il passare dei giorni, le certezze granitiche di quei giorni si sono via via sgretolate. Tutto era basato sui resoconti della stampa, una parte della stampa, che tuttavia offre garanzie di credibilità, tanto che anche un giornale serio come quello in cui lavoro li ha ripresi. Pian piano però, sentendo le testimonianze, dando voce alle fonti ufficiali (arbitri, commissari di campo, carabinieri, Digos), guardando filmati e documenti fotografici, di quei cori beceri e razzisti non c'è traccia. L'episodio, a quanto sappiamo nel momento in cui scrivo, è circoscritto semmai a un esagitato, un pirla, che ha insultato la ragazza, ricevendo in cambio pan per focaccia. Può essere crocifissa per questo una città intera, una società che, come scrivevo, in quasi centotrentanni di esistenza, ha unito più di chiunque altro il bianco e il nero, diventando modello di integrazione, di convivenza? No, non è possibile. E mi spiace che dopo l'indignazione generale dell'inizio, molti moralisti abbiano preferito dare per assodata una versione dei fatti parziale e ingiusta, piuttosto che fare marcia indietro, alzare la mano e dire: "Scusate, ci siamo sbagliati". Non giudico gli altri, io però non posso essere complice, il mio lavoro è distinguere il grano dalla gramigna, anche a costo di prendere qualche cantonata. Quando capita, come in questo caso, chiedo scusa. E dico grazie a Francesco, che per primo mi ha instillato il dubbio, spingendomi a cercare la verità, anche a costo di finire nel pozzo e picchiare la faccia.







Foto by Leonora

giovedì 7 aprile 2011

Abiola, la Comense e gli insulti razzisti al Palasampietro


La teste di cavolo mettono fiore in tutte le stagioni. "Insulti razzisti alla giocatrice" titola il sito web del giornale per cui lavoro, riportando un episodio accaduto ieri sera, durante la partita di basket femminile tra Comense e Bracco Sesto San Giovanni, con un gruppo di ultras con i colori del Como Calcio che ha insultato Abiola Wabara, una ragazza di colore, avversaria in campo ma evidentemente per loro un nemico. Leggo quello ch'è successo ieri sera al Palasampietro, che per anni è stata la mia seconda casa, e non so se ridere o piangere. Piango. Perché bastano un pugno di imbecilli per prendere a schiaffi una città intera, una tradizione gloriosa, la storia. Il moto di sdegno è già partito, asfaltando tutto e tutti, nel tritacarne mediatico che non distingue l'eccezione dalla regola, il branco bastardo di passaggio per caso dal palasport dalle migliaia di persone che negli ultimi vent'anni hanno partecipato con orgoglio, sportività, affetto, alle imprese della squadra di pallacanestro che ha raccolto scudetti come fossero fragole, a maggio. A quegli imbecilli che hanno profanato un tempio sportivo e calpestato la dignità non soltanto di Abiola, bensì del genero umano intero, non dedico un rigo: non lo meritano. Per condanna proporrei di mostrar loro le imprese che, grazie alle tante giocatrici di colore, hanno reso fama a Como. Mi vengono in mente Valerie Still e Bridgette Gordon, ma potrei stilare un elenco sterminato. Penso a Cherubina, la tifosa per eccellenza della Comense, una donna talmente buona che anche un pezzo di pane, al confronto, pare un coccodrillo spietato. E' per lei, per Angelo Migliavada, per Stefano Daverio, per Franco Rossetti, per tutti i dirigenti, i tifosi e le giocatrici che hanno messo cuore al Palasampietro, che scrivo queste righe. Non posso condizionare le reazioni di sdegno di cui parlavo, però posso non essere complice di chi farà di tutta l'erba un fascio. Quel che è successo è gravissimo, ma lo sarebbe ancora di più se per stigmatizzare la stupidità di chi ha teso un agguato si gettasse la croce addosso a una società che nei fatti ha contribuito a creare una cultura di tolleranza, di rispetto tra i popoli e che, fin dai colori sociali, unisce da sempre il bianco e il nero.


Foto by Leonora