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domenica 9 agosto 2020

La conversione di un pigro (Mettersi in viaggio)

Due ore di andata, due di ritorno, tre di sosta, con pranzo alla buona, incluso: oggi hai fatto quasi tutte le tue ferie ed è comunque molto.
Questione di generazione, di necessità, di carattere...
Il tempo della vacanza lo hai sempre speso tra le mura domestiche e il giardino, nella casa in cui hai dimora tuttora, costruita mattone su mattone insieme con tuo marito e che per quindici anni è stata l'unico obiettivo. Un sacrificio enorme, ripagato da un altrettanto gigantesco compenso: aver sempre vissuto nel posto desiderato, dove volevi stare, meglio di qualsiasi residence, appartamento, albergo.
Ho preso da te la pigrizia dello spostamento, la mancanza di entusiasmo per ogni partenza, il desiderio dopo breve tempo di tornare al proprio nido, forse perché abitiamo in un bel posto, forse perché sono i nostri geni poco propensi ad esplorare il mondo.
È parlando con Giorgia, in questi giorni, che mi sono reso conto di quanto potente sia questa ritrosia "ereditaria", che intacca le generazioni che seguono, ma che proprio grazie a loro, ai tuoi nipoti, può essere compresa, accettata, smussata, comprendendo che la vita è anche fatta d'altro e che non è un caso se poi i momenti belli, memorabili, sono quelli in cui si fa come oggi, prendendo e andandosene, vivendo un'esperienza insolita, godendo un tempo che è uno squarcio alla normalità, al blando e rassicurante ripetersi del giorno dopo giorno, sempre identico a se stesso.
E siccome a Giorgia (e a me stesso e a Isabella) voglio dimostrare che non è mai tardi per cambiare e che migliorare è sempre possibile, basta volerlo, dopo cinquanta e passi anni di esistenza ammetto di sentirmi mutato anch'io, di considerare sotto una luce nuova la vacanza, la gita, il viaggio.
Vorrei che davvero la gita, il viaggio, la vacanza diventassero ciò che più di ogni altra cosa sono: un'occasione. Il pretesto, la scusa, lo spunto per vivere esperienze d'insieme o in solitaria, rompendo la monotonia delle pagine che scorrono e rendendole vive, scrivendo in ognuna di esse un paragrafo, un capitolo.

P.S. Oggi siamo andati a trovare Roberta e Loris, in baita, sopra Pianello, sul lago di Como, presentandoci a sorpresa e organizzando una grigliata veloce quanto squisita, anche con Giorgia, Laura, Roberto. Più di una volta, mentre percorrevamo la strada costiera, senza farmi notare, ho sorriso, perché non hai smesso di parlare e non c'era frazione, grumo di case o anfratto di cui tu non conservi memoria, per qualcosa che nei tuoi ottant'anni di vita hai fatto o saputo.
Lì vi siete fermati con papà a mangiare le alborelle tornando dalla Valtellina quell'anno, qua il risotto con il persico per il compleanno di uno zio, qui avevano la villa accanto a quella di Adenauer i parenti di tua nonna paterna, là andavano in villeggiatura i cugini ricchi, su c'è un crotto che gestiva quel tale, giù sei andata l'anno scorso col battello...
Di vacanze ne hai fatte pochissime o punto, è vero, però mi sono reso conto che non hai smesso di "viaggiare", di interessarti e di toccare con mano ciò che di bello e buono esiste fuori dal tuo cancello.

domenica 13 ottobre 2019

Benedetta pianta (La lezione di Lisbona)


La città è per gran parte una vecchia dama, che il trucco da lontano mantiene bella, mentre da vicino mostra le rughe e gli acciacchi dell'età, insieme con una certa indolenza.
Gli appunti di viaggio su Lisbona li riservo a chi ha talento e passione per raccontarla, io mi limito al pensiero fisso che mi ha accompagnato nei due giorni in cui ci sono stato, riflettendo sull'alba e il tramonto di una potenza, sui motivi, sulle differenze tra popolo e popolo, città e città, persona e persona.
Un pensiero che mi è venuto accostando due periodi storici, uno del secolo scorso, l'altro a cavallo tra Cinquecento e Seicento.
Per decenni, in seguito della scoperta dell'America, delle rotte commerciali che si aprivano e della posizione strategica, il Portogallo ebbe gloria, prestigio, potere, ricchezza. Un tesoro che ha saputo capitalizzare assai meno di altri Stati, con in dote minor fortuna ma più fame, più determinazione, più grinta.
A metà degli anni Quaranta del Novecento invece, mentre mezzo mondo bruciava nel rogo della Seconda guerra mondiale, lo stesso Portogallo ne restava pressoché intonso, dichiarando una neutralità che ha evitato perdite, non una decadenza risparmiata invece a chi un tributo altissimo di vite e sogni aveva sacrificato prima.
Morale (una morale che cerco di trasporre ed applicare alla persona singola): non sempre le fortune sono una benedizione e non sempre le disgrazie una fonte di rovina. Ciò che conta è il nerbo, il fusto della pianta, che se è sano e generativo porta germogli a prescindere da ciò che accade attorno, così come se è stinto e sterile prima o poi si rinsecchisce e affloscia.

P.S. Mi fanno notare che i riferimenti bucolici sono frequenti in questo blog. Ne riporterò uno anche ora, raccontando la sorte del "ficus beniamina"di Loris e Roberta, che l'anno scorso vollero tenere all'esterno pure d'inverno, il un luogo che pareva riparato ma il freddo non lo sapeva, così non mancò la classica gelata di stagione, che parve essere fatale alla pianta. Quando tutto pareva perduto, potato decisamente e lasciato all'aria aperta della primavera, qualche fogliolina verde alla base è cominciata a spuntare, finché ora è tornato che sembra un ragazzino, pronto a crescere e diventare come prima.

giovedì 17 novembre 2011

Banche aperte e chiese chiuse

E' un governo di banchieri, viene detto a più riprese, per screditare le scelte del primo ministro Mario Monti.
Se ci pensate bene, fa già specie questo: che i "banchieri" possano "screditare" il governo, ch'è un po' come se gli idraulici capissero un tubo o i cuochi fossero dei bolliti.
Non sono contro le banche: le evito con cura. Ci sono entrato sì e no una mezza dozzina di volte in vita mia ed è sempre stata una sofferenza. Ciò non toglie che abbia amici bancari (bancari, non banchieri) che stimo moltissimo. Penso all'Arnaldo, a Dino, ad Augusto. E a mia cugina Roberta, che ha seguito le sorti del padre Gianni, l'unico fratello di mia madre (a proposito, oggi ho scoperto che proprio lo zio Gianni fu assunto all'allora Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde dallo zio di Monti, che era a sua volta parente di una mia zia, Carlotta. Loro tre, una sessantina di anni fa, andarono a trovare il comune zio a Milano, portando una lettera di referenze. "Ci fermammo a cena - ha spiegato mia mamma, in rigoroso dialetto lombardo - e ricordo che mangiai per la prima volta i cavoletti di Bruxelles impannati").
Torno a bomba (metaforicamente, ci mancherebbe) sull'argomento banca.
Non ho un rapporto di simpatia e nemmeno di cordialità, direi. Mi fido dell'Arnaldo, non della banca in sé. Di qualsiasi banca, visto che ne ho avute un paio e sono stato gabbato da entrambe (azioni Cirio e obbligazioni Argentina), per non parlare della famiglia di Isabella, ch'è stata addiruttura spolpata con manovra da mozzo di filibusta.
Premesso ciò, credo siano l'effetto e non la causa di buona parte dei mali.
La conferma l'ho avuta oggi. Ero in una grande città della Lombardia, e avendo una mezz'ora di tempo verso mezzogiorno ho bighellonato per il centro pedonale.
In trenta minuti non sono riuscito a entrare in una chiesa. Tutte con le porte serrate, o perché in disuso o per la pausa di metà giornata. In compenso non c'era una banca chiusa, con le loro sedi lussuose, le porte scorrevoli, un'opulenza dozzinale ed ostentata.
In fin della fiera, la morale è questa: abbiamo chiuso le chiese e aperto sempre più banche.
La non è loro la colpa, bensì nostra. Che abbiamo privilegiato il dio denaro a dispetto di quello fatto uomo, persona. Finché non torneremo a ribaltare i piatti della bilancia, dando valore ai beni immateriali, alla parte più intima, spirituale, che c'è in noi, è scontato che il primato spetti alla banca. Nel frattempo, prendendo atto dello stato delle cose e decretando questo come un tempo d'emergenza, avrei una proposta: non chiudiamo le banche ma almeno lasciamo aperte le chiese, riscoprendo la virtù del silenzio, dell'ascolto, dell'accoglienza.

Foto by Leonora

martedì 4 ottobre 2011

Un dono sempre "presente"

Sostiene il motto popolare che c'è più gioia nel dare che nel ricevere. Però dare resta più difficile. Questione di tasche e con i tempi che corrono soprattutto di testa: bisogna pensarci.
"Non so che regalo fare" è la frase che ricorre spesso, anche nelle discussioni in famiglia.
Ne parlavo con Roberta, la mia cugina preferita e non per il fatto irrisorio e accidentale ch'è anche l'unica (il mio cugino maschio preferito è invece suo fratello, Fabrizio).
Natale, compleanno, anniversario, matrimonio, battesimo, prima comunione, cresima...
Mille circostanze in cui a volte basta il pensiero. Il problema è averlo.
Per fortuna ora ci sono i social network, infatti ieri su Facebook ho chiesto un parere ai numerosi conoscenti e in un paio d'ore m'è arrivata una carovana di suggerimenti.
Ora non so ancora cosa regalare, ma mi sono fatto un'idea guida. Due anzi.
Primo: la sobrietà.
In un tempo di crisi, di incertezza per il futuro, spendere molto è più che sbagliato: è immorale.
Secondo: l'immaterialità.
E qui il discorso si complica. Provo a spiegarlo.
Nel passato certe circostanze (il battesimo, la cresima, i diciotto anni, cioè il passaggio all'età adulta, il matrimonio, ma anche Natale e così via) erano l'occasione per regalare gioielli, monili, preziosi, oppure - più recentemente, dagli anni Settanta diciamo - oggetti tecnologici di valore, come macchine fotografiche, televisori, computer.
La rilevanza del regalo era data dall'eccezionalità e si sceglievano cose che durassero nel tempo, che fossero un piccolo patrimonio.
L'epoca dell'abbondanza e della pancia piena, in cui viviamo, ha fatto perdere a queste cose l'importanza, perchè possiamo averle non soltanto in particolari ricorrenze ma in qualsiasi giorno dell'anno o comunque con maggiore probabilità rispetto al passato.
Cosa invece è rimasta unica, rara? L'emozione di ricevere un pensiero. Ed è questa la chiave di volta. Il futuro (e anche il presente) dei regali non sta tanto nell'oggetto, bensì nell'occasione che crea e che rimane unica. Di qui la scelta di oggetti immateriali (viaggi, corsi, biglietti di partita, teatro...). "Ma non durano, svaniscono nel volgere di pochi giorni, di ore persino?" potrebbe essere l'obiezione. Invece è l'esatto contrario: durano una vita, custodite nel cuore e nella memoria, perciò più al sicuro di qualsiasi cassaforte o caveau di banca e più disponibili all'uso della maggior parte degli oggetti che custodiamo in casa.

Foto by Leonora