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domenica 8 novembre 2020

Da brivido (E non per il freddo)

In questi giorni vederti con la maglietta a maniche corte mentre raccogli le foglie del faggio e dell'acero, mette i brividi e non soltanto per una questione di temperatura, per quel tuo avere freddo raramente.
I brividi vengono dal sentimento, dall'osservarti preciso, solerte, giudizioso, mentre svolgi un compito che nessuno ti ha chiesto, che ti sei auto assegnato, mostrando spirito di intraprendenza da ragazzino, abbinato a meticolosità e ostinazione da adulto.
L'unico merito, se possono ascrivermene uno, è quello di aver imitato mio padre, che mi dava fiducia, che lasciava mi mettessi alla prova con tutto, non tenendosi la parte più interessante con la scusa che ero un bimbo.
Sono sprazzi, non voglio vincolarti alla reiterazione costante dell'impegno, non resterò deluso se domani non vorrai continuare ciò che hai completato ieri e oggi, poiché so che a dodici anni ci si stanca con la medesima velocità con cui ci si mette alla prova su tutto.
Anche così, pure se tornerai a interessarti del cellulare o della playstation più delle faccende in giardino, so che quel contatto ti ha segnato, che il lavorare la terra, prendersene cura, è stato piantare un seme nel tuo, d'un giardino, quello interiore, che richiama inconsciamente a qualcosa di utile, gioioso, buono.
E quando sarai adulto, dimentico di me e del ragazzo che sei stato, sentendo il profumo delle foglie d'autunno o la sensazione del terriccio sul polpastrelli, lo assocerai a un momento felice, un istante in cui gli altri ti hanno guardato con ammirazione e tu sei andato a letto la sera sereno, con una pace dentro, dovuta all'aver portato a termine, bene, un lavoro.
Quel giorno forse un brivido lo sentirai, ma ancora una volta non sarà per il freddo.

martedì 20 ottobre 2020

Gettare in mare (Con poco riguardo)

Ti sei coperto con le mani il volto e lì ho compreso che avresti ceduto. Mi hai colto di sorpresa, era un discutere da poco, sull'aver fatto i compiti o meno e su un'insufficienza in matematica che credevo fosse risaputa, invece era una confidenza che mi avevi fatto.
Ti devo chiedere scusa, non l'avevo capito.
Così come non ho capito che una vicenda per me banale fosse per te spina nel fianco, peso greve sul tuo torace da dodicenne che sta diventando robusto, ma dentro rimane bambino.
Il pianto che n'è seguito ha dato la portata di quale nervo avessi toccato.
È stato Giacomo a farmelo notare, con quel fare burbero e insieme protettivo che ha di solito. "Papà, basta!" è sbottato. Ad essere onesto però mi ha scosso più il silenzio di Giorgia e soprattutto Giovanni, che raramente con te è tenero.
Io avrei continuato il discorso, cercando di sdrammatizzare, di farti intendere che non era nulla di grave, che se ne parlavamo lì, attorno al tavolo dove stavamo cenando, era proprio perché potevi sentirti tranquillo.
Sbagliavo.
A volte i padri, i maschi adulti, meglio, sono così: gettano in mare per far imparare a nuotare, si preoccupano poco di delicatezze, riguardi, attenzioni, sanno che il mondo è duro di per sé e che l'unico modo di proteggere non è mettere sotto una campana di vetro, bensì esporre fin da subito a intemperie e inciampi, sgambetti e schiaffi che riserva il destino.
Non dico sia giusto. Però capita, a che mondo è mondo.
L'abbraccio che ci siamo dati, mezz'ora dopo, quando il magone è rientrato, ha chiuso la parentesi e aperto di nuovo un reciproco credito, come avviene sempre tra persone che si vogliono bene e insieme superano tutto, il poco e il tanto.

sabato 26 ottobre 2019

Ultima fila (Lì c'è Paolo)


Mai dire "Te l'avevo detto", sempre stare accanto.
"Un modo di essere, uno scegliere di metterci al fianco, senza rinunciare ad esprimere cosa vediamo da quel punto di vista, a raccontare la nostra esperienza, sperando che possa essere illuminante, evitando imposizioni, assumendosi un rischio".

Lo spiega Paolo Ferrari, una persona fuori dal comune, con cui ho la fortuna di collaborare da qualche anno, contribuendo a realizzare qualcosa di nuovo, utile, bello.
Il piacere maggiore, per me, è proprio stargli accanto, perché non è mai banale e ha una capacità unica nell'individuare il percorso educativo e un rigore fermo nel mettere sempre al centro il ragazzo, il suo cammino.
Il bello invece è che da un paio di settimana, invece di limitarsi a "fare", ci si ferma anche per "dire", per mettere nero su bianco i principi che lo ispirano, le lezioni che a sua volta ha imparato, ciò che l'esperienza nel bene e nel male ha partorito.
Per chi ha figli adolescenti, ma non solo, mi permetto di consigliare una sbirciatina, ogni tanto, ai suoi articoli, che di tanto in tanto posterò anche qua, linkandoli.
Questo ad esempio è il primo e afferma il principio secondo cui gli adulti sono sempre e comunque educatori ed il punto non è cosa facciamo, bensì se siamo credibili o meno.
Il secondo è quello che ho citato all'inizio e che qua si trova in versione integrale, garantendo che è corto e si legge in un fiato.

P.S. Il suo blog si può leggere anche se L'Eco di Bergamo e ha un nome curioso: "Ultima fila", poiché  generalmente soltanto se ci si siede in fondo si riesce ad avere uno sguardo ampio, attento, su tutto.

domenica 22 dicembre 2013

Il tempo di crescere

Foto by Leonora
Giacomo torna tardi e (se so dov'è) comincio a non restare più sveglio ad aspettarlo. Vive il suo tempo, com'è giusto che sia, come tutti noi abbiamo vissuto il nostro.
Ci sono delle differenze, ovvio, anche se mi sorprendo più delle similitudini.
Nonostante questa sia l'era di Internet e dei telefonini, al nocciolo ciò che fa (e mi pari desideri) Giacomo non è diverso da quello che facevo e desideravo io: cercare e tessere relazioni, condividere il più possibile con i propri coetanei, staccarsi dal cordone ombelicale dei genitori.
Capita spessissimo che osservandolo riveda me stesso, così come nei suoi amici ritrovo i miei di allora.
Sulle differenze sono meno preparato, procedo per ipotesi, per azzardo. Immagino, più che altro. Nel tentativo di farlo provo a calare i miei sedici anni di allora in questo mondo, con le possibilità di comunicazione attuali. Uno sforzo goffo, perché dentro sono e resto analogico e tendo a minimizzare le differenze e a dimenticare come la mia epoca fosse diversa (se mi piaceva una ragazza prima di dichiararmi passavano mesi, dovendo trovare il coraggio di farlo viso a viso, così come dei compagni di scuola ignoravo tutto, tranne una cerchia strettissima di tre o quattro, per non parlare delle attese infinite e della casualità degli incontri, non potendo mettersi d'accordo con un sms o un messaggio su Whattsup).
Differente però era anche la pressione. Allora, da figlio, credo avessi più regole da rispettare ma meno stress. Ora mi pare che pretendiamo che gli adolescenti diventino adulti troppo in fretta, che assaporino ciò che noi assaporiamo, scordando che siamo diventati adulti molto più tardi rispetto alla loro età, che pigrizia e indolenza erano connaturate in noi (in me almeno), che i nostri padri si facevano gli affari loro, non si curavano dei bambini (come spiega Michele Serra) ma neanche degli adolescenti. Ho la sensazione che persino i professori fossero più severi ma meno esigenti, meno incalzanti di quelli attuali. Abbiamo avuto il tempo di crescere insomma. Quel tempo che ora stentiamo a concedere, salvo poi rimpiangere perché "diventano grandi" troppo in fretta.

domenica 6 maggio 2012

Ogni cosa a suo tempo (pro memoria per me stesso)

Parlavo ieri l'altro con un amico, un bel ragazzo di trentasei anni (dovrei scrivere "uomo" ma sembra proprio un ragazzo), che è ai ferri corti con la fidanzata ventottenne e sta decidendo se lasciare o raddoppiare. Di solito non sono tipo da raccogliere gran confidenze, soprattutto maschili. Con le donne sì, mi piace mettermi in ascolto, mentre con gli uomini mi sento più in imbarazzo, quasi a disagio. Sta di fatto che essendo entrati per vie traverse in argomento (complice la mia domanda: cosa fai di bello quest'estate?) non ho potuto svicolare accampando scuse o fingendo di perdere i sensi accasciandomi al suolo.
Non è questo tuttavia il motivo per cui lo scrivo, bensì per una risposta che mi ha dato. Questa: "
La mia fidanzata è una tipa tranquilla. Le piace stare sul divano, faccio fatica a farla uscire di casa e a portarla da qualche parte". Ma come - ho pensato - questi hanno venti o trent'anni e giocano a far la coppietta pucci pucci, a recintare la propria intimità tra le mura di un soggiorno, a indossare i panni del pensionato, senza altra pretesa di un televisore acceso, un plaid caldo e magari pure una tisana verso sera, alle dieci e mezzo?
È allora che m'è suonato in testa un campanello: vuoi vedere che la linea continua che conoscevamo - dall'infanzia alla vecchiaia - s'è geneticamente modificata e non si capisce più un cavolo? Il cavolo, anche quello amaro, si comprende eccome. Basta osservare i molti giovani (molti, non tutti) che giocano a fare gli adulti avendo come orizzonte soltanto divano e telecomando. Di contro, esistono moltissime donne e altrettanti uomini dell'età di mezzo (dai quarant'anni in poi) che sono tutti un ribollir di emozioni, che nei casi più disperati non perdono un brunch o un happy hour e in quelli migliori hanno una predisposizione naturale a godersela, a sparar le (ultime) cartucce senza pensarci troppo, perché "la vita è una sola e tutto il resto può andare al diavolo". In questa fascia, ovviamente, ci sto anch'io, non esente da questo piano inclinato che m'è dolce persino, quando riesco tutto sommato a tenere un equilibrio cioè a non scordare che non sono vecchio bacucco o votato soltanto alla casa e al lavoro ma nel contempo neppure pretendo di scalciare come un puledro e imitare Fabrizio Corona nell'eccesso.
Morale: non so se esista una morale. Però al mio amico trentaseienne ho ricordato che il proverbio "ogni cosa a suo tempo" suggerisce di non impigrirsi troppo sul divano, men che meno scimmiottando il gioco "della mamma e del papà" che invece di anni ne hanno sessantuno. Lo stesso vale per me stesso e per i molti miei coetanei (e coetanee), ricordando che un conto è vivere appieno la vita, evitando noia e appiattimento, un altro trasformare lo svago, il divertimento, il piacere di sentirsi vivi, tuttora giovani, in una fuga patetica dalla realtà che termina dieci volte su dieci in un ancora più patetico risveglio.

Foto by Leonora