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giovedì 18 agosto 2022

A mani vuote (Il dono senza sfide)

“Busso alla tua porta, a mani vuote, tue e mie.
Mie, considerato che poco o nulla ho da offrirti, se non la mia presenza, un bocciolo d’amicizia con i petali chiusi e il gambo esile della simpatia istintiva, non temprata da prove.
Tue, poiché nulla mi aspetto in cambio, zero pretendo, niente architetto, se non il farmi ‘da specchio’, l’essermi da ispirazione e destinatario di una busta della quale sono mittente”.
Queste parole avrei dovuto scriverti, le molte volte in cui mi sei comparso di fronte, nelle foto in cui sorridevi e provavo un sentimento di vicinanza, di affinità, pur senza conoscerti.
Non l’ho fatto, lasciando che sulla bilancia delle intenzioni il pudore pesasse più dell’audacia, che l’educazione alla riservatezza facesse premio sul sentimento della condivisione, che la possibile congettura di un tornaconto cancellasse il valore della gratitudine.
Ed ora che non posso più farlo, a mani vuote resto davvero, imparando però una lezione: quando il cuore suggerisce, la testa non si metta sempre di mezzo. Meglio di un solo rimpianto, infatti, mille rimorsi.

P.S. Torno sulla “maledizione del misurare”, non per ostinazione, bensì con desiderio di completezza, rilevando come il conteggio, il computo puntuale, metta limite a ciò che confine non dovrebbe avere.
Scrive Umberto Galimberti: “Accettiamo il dono con una sottile insinuazione di sfida: il dono va ricambiato. Bisogna donare, accettare, restituire. Se poi il dono oltrepassa la qualità della relazione, cioè è più grande di quanto non sia la sostanza della relazione, subito ci allarmiamo, o ci mettiamo in una condizione di sospetto. In ogni dono c’è comunque una sfida simbolica”.
È vero, ma soltanto se il criterio è il calcolo, il misurare, e siccome il misurare, il calcolare, è diventato per l’essere umano prassi, normalità, quasi quanto il respirare, difficilmente usciamo da questa logica, gustando il dono per ciò che è, che dovrebbe essere: testimone di gratuità, biglietto di sola andata, concessione unilaterale che prevede un ritorno di riconoscenza, non necessariamente il ricambiare.
Siamo talmente abituati a non ricevere nulla senza dover pensare a ciò che si aspetta l’altro o a cosa dobbiamo dare in cambio noi, che pure i gesti più semplici, quali il saluto, una parola garbata, un messaggio gentile, un gesto cortese, inducono diffidenza, sentore di equivoco, maligna insinuazione.

venerdì 30 dicembre 2011

Cento di questi anni

Domani è un altro giorno ma dopo domani è un altro anno.
Archivio quello che sta passando con qualche ora di anticipo, grato del molto che ho ricevuto e senza rimpianti per ciò che non è accaduto. Continuo ad essere un uomo fortunato, raccogliendo assai più di quanto ho seminato.
Se riesco, domani metto in fila uno dietro gli altri i motivi principali per cui ricordo volentieri il 2011 e le speranze per cui confido nel 2012 che sta arrivando. Oggi mi accontento di lasciare qua un pensiero, sulle persone che non ci sono più, che negli anni scorsi ci hanno lasciato.
Tra pochi giorni ad esempio saranno quattro anni che mio padre è morto. Mia madre lo piange ancora e anche se sono giorni in cui non è simpaticissima, ieri mi ha fatto tenerezza perché mi ha detto: "Mi manca e a volte sembra anche a me di morire, vorrei solo potergli parlare, ogni tanto".
Ogni tanto vorrei potergli parlare, anch'io, e in realtà lo faccio. E' lui che parla a me, meglio.
In mille cose che faccio, nelle decisioni che prendo, negli oggetti che sono stati suoi e sopratutto nei moltissimi ricordi che ho di lui, nel fatto di averlo goduto così tanto pur se non siamo sempre stati appiccicati, essendo stato bravo lui a recidere il cordone ombelicale, a non voler imporre le sue scelte, a farmi camminare con le mie gambe, anche quando imboccavo una strada impervia o inciampavo. Per questo non lo rimpiango e sono anzi lieto che se ne sia andato così, presto, eppure senza rimorsi o rimpianti lui stesso. Pur s'è dura ammetterlo, credo che non sia importante spostare l'asticella qualche tempo più in là, bensì poter dire "tutto è compiuto".
Detto ciò, mi preparo a "compiere tutto" nei prossimi cento anni. Come minimo.

Foto by Leonora