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mercoledì 19 ottobre 2022

Bandiera rossa (Il mondo capovolto)

"Nelle grandi aziende il divario salariale tra lo stipendio medio dei dipendenti e il top management è passato da venticinque volte tanto del 1975 al duecentosettantadue volte dei giorni nostri".
Mehlman Castagnetti, "De Global: Ten Trends Defining The New World"

"La lotta di classe è morta e hanno vinto loro" sostiene Barbero. Loro però sono altro rispetto alla contrapposizione in compagnia della quale sono cresciuto, con gli imprenditori da una parte e dall'altra l'operaio, l'impiegato.
Loro sono la finanza, i grandi patrimoni, una ricchezza sempre più grande nelle mani di sempre meno persone.
Tutto il resto, sta sotto. Ed è quel sotto che occorre avere l'ambizione di mettere in dialogo, a confronto, dando ad essi voce, a prescindere se si trovino sull'ultimo gradino o sul primo: la scala è comunque la stessa e non separa granché né porta in paradiso.

P.S. Raccontare, conoscere, mettere in dialogo è la costante di questi mesi del mio lavoro, nei programmi che conduco o dirigo, nelle iniziative a cui partecipo.
Lo spunto me l'ha dato Valentina Boschetto Doorly, che nel suo saggio "La terra chiama" ha scritto una pagina intitolata: "Una nuova par condicio in televisione".
La riporto per intero, anche se il suo invito si potrebbe riassume in: occorre dare voce a intellettuali, scrittori, politici, ma anche chi tiene in piedi l'economia reale del nostro paese.
"Vorrei che qualcuno, invece di preoccuparsi di pesare al nanosecondo il tempo televisivo suddiviso per partiti politici, si preoccupasse di pesare allo stesso modo il tempo televisivo dedicato, da un lato a intellettuali, scrittori e politici e, dall’altro, a chi tiene in piedi l’economia reale del paese: chi produce trattori, chi produce mobili, chi disegna gioielleria, chi disegna moda, chi coltiva zucchine e chi fa le serre idroponiche, chi apre e gestisce alberghi, chi inventa apparecchi elettromedicali, chi controlla la stagionatura del parmigiano. Pensate che non sarebbero abbastanza eloquenti da comparire in televisione? Dategli il microfono, sarete stupiti. Questa è la parte del paese che crea valore, che sta in trincea in mezzo alle pallottole che fischiano, che ipoteca la casa per proteggere l’azienda in tempi di crisi. Ciò nonostante, oggi solo un paio di programmi sulle reti nazionali trovano interesse a farli parlare, raccontare, spiegare i loro mondi - che, incidentalmente, rendono possibile il nostro - e articolare le loro distanze (e comunque mai in prima serata). Eppure, amici, tutti gli altri sistemi dovrebbero essere altro che un supporto a tutto questo. Il resto, davvero, è puro contorno".

domenica 15 maggio 2022

Più o meno (Ciò che vale, davvero)

Alla gratuità si risponde con il dono, non con il prezzo.
(Luigino Bruni)

Un seme. Una visione.
Un pensiero da custodire con cautela, come guscio d’uovo.
In poche righe la direzione, l’auspicio, un traguardo: costruiamo un mondo in cui il denaro non sia misura di tutte le cose.
Arduo, ma bello.
Complesso, però affascinante, profetico.
Più gratuità, meno compenso.
Più eccedenza, meno speculazione.
Più valore, meno conto.
Più dono, meno prezzo.

P.S. Ha ragione il professor Barbero quando dice: “Non è vero che non c’è stata lotta di classe. C’è stata e hanno vinto i ricchi”.
Occorrerebbe aggiungere una postilla: hanno vinto, poiché abbiamo permesso loro di scegliere il gioco, le regole, il campo.
Quello della ricchezza appunto, dei soldi, del continuo ammassare, del capitale finanziario.
Facciamo un passo indietro: rifiutiamo l’idea che i soldi siano un fine, smettiamo di considerarli l’unica risorsa, la forza che piega e a cui piegare tutto.
Sapendo che pure su questo tema, per praticità, esiste un più o meno.
Più lavoro, meno profitto.
Più investimento, meno rendita.
Più redistribuzione, meno accumulo.

lunedì 1 aprile 2013

La vera ricchezza

Foto by Leonora
"Goditi i figli finché sono piccoli perché poi l'adolescenza è una lunga camminata nel deserto: non sai mai come ne esci". Me lo dice Luigi, seduto dall'altra parte del tavolo e con cui parlo di tutto, discutendo spesso, senza nascondere nulla.
Metto la carta nel mazzo dei pensieri di questi giorni, finalmente sgombri da incombenze e compiti urgenti, aprendo la finestra di casa e appuntando che in un mese hanno fatto un Papa ma non un governo, dato una svolta alla Chiesa e restando invece fermi al palo di uno Stato avvitato su se stesso, sempre meno dalla parte dei cittadini e distante anni luce dai bisogni reali di ciascuno. Perciò me ne sento distante, disattendendo un coinvolgimento per le vicende politiche che ho da quando ero piccolo e conoscere onorevoli e senatori in parlamento distingueva il bambino mediocre che ero.
Il Papa mi piace, pur se temo gli osanna a trecentosessanta gradi che sta ottenendo. Conosco gli uomini e so che ai ramoscelli di ulivo di ogni entrata a Gerusalemme risponde un "crucifige" al primo refolo di vento. Credo che lo sappia anche lui, Jorge Bergoglio detto Francesco, la cui serenità che traspare dal volto è testimonianza di fede assai più delle prediche e dei documenti compilati dallo studioso.
Mi interrogo sulla povertà a cui fa riferimento spesso, sul significato che ha, su chi sia veramente il povero e come possiamo fare per stargli vicino, per essergli prossimo. Assodato che la sopravvivenza è il minimo che deve esser garantito a ciascuno, cioè un bicchiere d'acqua e un pezzo di pane, possibilmente con del companatico, cosa altro occorre a una persona per realizzarsi come donna, come uomo. Il denaro? Quanto? Sono mille i fattori che incidono sulla condizione del sentirsi ricco e sovente dipendono dalla formazione, dalle convinzioni personali o banalmente dal caso, da dove siamo nati, da un posto piuttosto che un altro. Per il ragazzo cresciuto a Beverly Hills la povertà è non poter contare sulla servitù, non avere vestiti firmati, l'auto sportiva all'ultimo grido, per quello che cresce nella baraccopoli di Città del Capo o di Rio de Janeiro la ricchezza è uno stipendio fisso da impiegato e un appartamento pulito. Sono i due estremi e li ho scelti perché nel mezzo ci può stare di tutto. Ciò che mi importa ribadire è che non si può tirare una riga e definire che quel che sta di qua è "povero" e di là è "ricco". Il beato Arlatto, uno dei padri che scelse di vivere meditando, nel deserto, sosteneva che la vera ricchezza non sta nel molto possedere, bensì nel poco desiderare. La penso così anch'io. Credo che la vera rivoluzione sia proprio questa, uscire dall'illusione capitalistica che il denaro sia misura di tutto, dando valore a una dimensione comunitaria che via via è scomparsa, secondo cui dare il proprio tempo, le proprie conoscenze, le proprie energie al servizio del bene pubblico è giusto, oltre che buono. Dobbiamo tornare a un'essenzialità che abbiamo perso, a una sobrietà non imposta, ma scelta da ciascuno. Non sono pessimista, i segni di un miglioramento ci sono, è sufficiente coglierli e saperli interpretare per tornare a guardare il futuro sorridendo.

domenica 29 aprile 2012

La tua felicità è la mia (dividendola si moltiplica)

L'ho letta un paio di giorni fa, dipinta su un muro, ma ero certo di essermela appuntata anch'io e infatti l'ho ritrovata, in uno dei sette pensieri scritti nel marzo del 2009. "Happiness is real only when shared". La felicità è autentica soltanto se è condivisa.
Mi frulla in testa in questi giorni di ponte, in cui prenderò il giorno di vacanza che ho rimandato a Natale e che potrebbero essere serenissimi se altri cieli, accanto al mio, non fossero scuri di nubi e tempesta. Troppe le storie di crisi, i nomi, i cognomi, i volti delle persone che conosco, a cui voglio bene, e che hanno perso in questi mesi il lavoro, senza trovarne un altro, dovendo fare i conti sapendo che non tornano. Anche ieri, mentre eravamo a pranzo, ho saputo che il papà di un'amica di Giulia è stato lasciato a casa. Facevano già i salti mortali prima, immagino, visto che aveva un impiego lui solo e ora immagino con che peso andranno a letto, sapendo che il buco della cintura è sempre più stretto. Chiudo gli occhi, ripenso a quanti conosco e che sono in qualche modo in mezzo al guado. Chi non viene pagato da tre mesi, chi non prende i soldi della merce che ha venduto l'anno scorso, chi è in cassa integrazione, chi è stato lasciato a casa dall'oggi al domani e punto. Ripenso alla fortuna che ho, nell'avere un buon posto, ben retribuito (senza contare ciò che più conta, cioè l'essere apprezzato). E' vero, da quando ho cominciato questo mestiere ci sono stati alti e bassi e i bassi hanno sfiorato il logoramento, quando mi sentivo stretto in gabbia, soffocato. Però a fine mese lo stipendio veniva accreditato e anche se non era da nababbo (sui mille e seicento euro al mese) mi consentiva di vivere sereno. Ora, ho saputo dai miei ex colleghi della tv, la situazione è grigia anche lì e tra contratti di solidarietà, ferie forzate e cassa integrazione si barcamenano, sperando in tempi migliori e cercando di non andare tutti a fondo. E io mi sento piccino piccino al loro confronto, quasi non meritassi tanta fortuna, pur se so che è una ruota che gira e per quanto posso restare in equilibrio, ad ogni alto corrisponde sempre un basso: è solo questione di tempo.
Seguendo i miei pensieri sono uscito dal solco che avevo all'inizio tracciato. Ci torno svelto, per dire che non esiste godimento pieno dei propri privilegi e tanto meno felicità se le persone che dicevo prima, quelle che conosco, a cui voglio bene, non lo sono altrettanto. Non è un caso se i politici del dopo guerra hanno attuato politiche di redistribuzione del reddito. Una scelta egoistica più di quanto appaia all'occhio disattento. Anche il ricco, infatti, trae beneficio da una società dove la differenza tra lui e il povero non è abissale, non crea un varco insormontabile, profondissimo. Avere milioni di dollari o di euro ed essere costretto a girare con la scorta o ad abitare in villaggi protetti da guardie armate fino ai denti (come avviene in molti paesi del terzo e anche del secondo mondo - perché anche se nessuno lo definisce mai un "secondo mondo" deve pur esistere visto che c'è il terzo mondo e anche il quarto) è meno allettante rispetto ad avere in banca un conto più striminzito ma poter girare sicuri, non essere definiti soltanto come un bersaglio. Come ben sapeva Christopher McCandless, la felicità è autentica soltanto se è condivisa. Lo stesso mi pare valga per la fortuna, per il lavoro, per la ricchezza: solo dividendole si moltiplicano.

Foto by Leonora