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martedì 17 agosto 2021

Il cielo in una stanza (Trovarsi, discutere, faccia a faccia)

Abbiamo l’illusione di essere freccia, l’epilogo di una storia: ne siamo soltanto parte, linea d’arco, traiettoria.
Milioni di anni ci precedono, altri ne seguiranno. Una consapevolezza che schianta, tanto che rimango sospeso ogni volta a dondolarmi tra l'eccesso di impotenza e quello di importanza, tra l'illusione del tutto e l'intuizione del nulla.
Il silenzio. Il silenzio è la risposta.
Non in assoluto: la mia.
La risposta che ho trovato, che mi pare giusta, che applico in questo periodo della mia vita, in nove casi su dieci, specialmente sulle grandi questioni, quelle in cui ciascuno si sente in dovere di esprimere un'opinione, un punto di vista.
Come combattere la pandemia?
Vaccinarsi è un'opportunità oppure un dovere, un obbligo?
La democrazia si può esportare?
Cosa insegnano vent'anni di presenza militare in Afghanistan?
E la pace? Come si ottiene la pace?
E il riscaldamento globale?
E la destra? E la sinistra?
Invidio chi ha una certezza sempre pronta, in tasca.
Da parte mia arranco, corridore a corto di fiato, in salita, faticando a mettere in fila le domande, figuriamoci le risposte.
Me ne accorgo ogni giorno, attirato da ciò che viene espresso sui social, incapace di tirarmene fuori e al contempo di buttarmi a capofitto nella mischia.
Lo scrivo, oltre che per giustificare un'assenza, anche per lasciare una traccia, la pietra miliare di una sensazione che da mesi ha preso forza, cioè la necessità di trovare nuove (anzi, vecchie) forme di discussione, di confronto, di espressione, quelle del piccolo gruppo, del fianco a fianco, del faccia a faccia, del seduti in cerchio o in ordine sparso, in una stanza.
Un bisogno e un piacere, il ritrovarsi e discutere, che accompagna gli esseri umani fin da quando sedevano in una grotta, giù giù o su su fino a noi, passando per le assemblee delle civiltà antiche, i consigli comunali medievali, le aule delle prime università, i salotti della borghesia, le stalle dei contadini, le tavole conviviali tra amici o in famiglia.
Una tradizione da non trascurare, un buon proposito per i mesi e pure i giorni a venire, superando la pigrizia.

P.S. Tempo fa ho letto che se la storia del pianeta terra, dall'origine ad oggi, fosse un film di due ore, l'essere umano comparirebbe nell'ultimo mezzo secondo di pellicola.
Mezzo secondo. Su due ore. Abbastanza per non sciupare l'eccezionalità di una presenza, ma anche per evitare di darsi troppe arie, di confondere l'oceano con un bicchier d'acqua.

sabato 14 aprile 2018

Eravamo quattro(mila) amici al bar


https://www.flickr.com/photos/lyonora/8568192638/in/photolist-e49brW-e43zqz-e49dCA-e43zYi-e49cCL-e43Axc-e49cJ7-e49e2b-e43yvK-e49d5E-e49dJJ-e49eah-e49bHS-e49eAG-e49bNL-e49ekf-e49bDo-e43zhV-e43z3F-e43y1V-e49cQU-e49ceb-e49dsw-e49cv9
Baglioni e i suoi occhi scuri sono diventati grandi insieme e negli ultimi dieci anni mano nella mano si sono accompagnati pure i social network e questo blog.
Un bar. Così Pierluca Santoro descrive Facebook. Un bar, un luogo dove passare spesso o raramente o di tanto in tanto, per incontrare gente, per dire la propria, per sapere cosa pensano gli altri, come vanno le cose, quali gli argomenti più discussi.
In quel bar mi sono trovato bene e per anni ho accettato che diventasse più grande, con un'ampia cerchia di amici (conoscenti, sarebbe la definizione corretta), andando d'accordo con alcuni e limitandomi a osservare gli altri, proprio come in un bar, dove attorno al tuo tavolo sono pochi, molti quelli che sbirci e ogni tanto incappi in qualcuno di nuovo o scambi due parole, mentre ti alzi per andare al banco e ordinare un'altra bibita.
Un paio di mesi fa, per la prima volta, ho cambiato registro e accompagnato idealmente alla porta del "mio" bar chi non sopporto più, comprese persone che conosco di persona e di cui mi ritengo amico ma che lì - in quella bolla che molti si ostinano a ritenere vita ma rimane sempre e fondamentalmente un bar - mi risultano fastidiose come mosche nella minestra.
Breve elenco.
I negativi. Gli odiatori. Coloro a cui non va mai bene niente. I detentori della verità assoluta. Chi tifa contro (in maniera seriale, senza usare leggerezza e ironia). Quelli che hanno la puzza sotto il naso. I saccenti. I diffusori di falsità, bassezza, violenza.
Prima li tolleravo, adesso li cancello, talvolta con amarezza, altre con soddisfazione, come quando ci si libera da una zecca.
Alcuni, rarissimi, invece li conservo, pur appartenendo a una o addirittura a più delle categorie indicate qui sopra. Lo faccio non per masochismo, bensì per ricordare che il pensiero unico è comunque pericoloso, che l'omologazione è rischiosa e per continuare ad indurre, però in dosi omeopatiche, un moto di reazione, di indignazione, di ribellione alla stupidità umana.
P.S. Perché come mi ripete spesso Paolo Ferrari: "A dire sì siamo capaci tutti, ma sono i no che fanno crescere, perché marcano una differenza e costringono a un cambio di rotta".

mercoledì 11 settembre 2013

Gli occhi degli altri

Foto by Leonora
Quanti sbagli, quante meschinerie eviterei se solo guardassi a me stesso con gli occhi con cui osservo gli altri. L'ho scritto così, sinteticamente, un paio di giorni fa. Ci torno sopra ora, per spiegarmi meglio, per condividere una riflessione fatta su due piedi, vedendo una coppia che discuteva animatamente in mezzo alla strada. Quanta pena nell'essere spettatore di quella scena, quanto disagio nell'impotenza di non mettere becco tra un uomo e una donna che, pur senza passare la soglia della violenza fisica e neppure verbale, manifestavano senza pudore la rabbia, il rancore dell'uno verso l'altro.
Non è la prima volta che succede, spesso capita quando di mezzo ci vanno i bambini, rimproverati, spaventati, sballottati in nome di un'educazione corretta, giusta, sacrosanta.
"Perché lo fanno?" è la domanda che mi pongo io, dall'alto del muro che li divide, osservatore distaccato ma non disinteressato, sgomento nell'assistere a una reazione così prepotente per un motivo che visto al di sopra delle barriere divisorie appare minuscolo, superabile, banale persino.
Invece no, attorno a quell'appiglio si attorciglia l'edera dell'incomprensione, affonda le radici l'indignazione, la rabbia. Chi ragiona a senso unico non può comprendere come sia possibile e si limita al biasimo. Io tuttavia so che non di rado dalla parte del rompiscatole, dell'irriducibile caparbio, c'è il sottoscritto, incapace di tendere la mano per fare la pace e neppure dotato di quella sensibilità intelligente che si traduce nel rimandare a un tempo più propizio la discussione, pur senza tralasciare nulla.
E' capitato che con Isabella, pur essendo in pubblico (e per pubblico intendo in mezzo la gente, anche se non in compagnia di amici), il tono della voce si sia fatto aspro, alto, o che la mia parte offesa, invece di "essere tagliata" - come suggeriva ironicamente mio padre: "Ti sei offeso? Taglia via la parte offesa" - fosse esaltata, tenuta in gran conto. E lo stesso vale per i figli, per Giacomo, Giorgia, Giovanni, che quando mi fanno arrabbiare non hanno un padre quieto, pacato, tollerante, bensì una furia, soprattutto se il fatto in sé si somma alle tensioni di giornata, alle preoccupazioni contingenti, al nervosismo. Eppure quel Giorgio gretto è il medesimo Giorgio che a vedere gli altri comportarsi così resta basito, sconcertato.
Misteri della natura umana o debolezze dell'individuo, che indossa i panni del dottor Jeckyll ma ha sempre la biancheria di un mister Hyde sotto il vestito.