Visualizzazione post con etichetta bellezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bellezza. Mostra tutti i post

sabato 7 maggio 2022

Così bella (Così fragile)

La pace dei sensi è soggettiva, quasi sempre armata, dovendo fare i conti ad ogni età con una tensione, che è la stessa dell’esistenza umana, degli esseri animati, che pensano se stessi come osservandosi da fuori, rispondendo agli istinti ma pure a una coscienza.
È facile essere attratti dalla bellezza di ceramica, quella della stagione migliore, della gioventù al suo apice di pienezza.
Si resta eterni adolescenti quando ci si ferma lì, non si va oltre, non si diventa adulti e si finisce per cercare sempre compagni e compagne senza rughe, scolpiti e perfetti, almeno all’apparenza.
Se si è fortunati invece si cresce, si impara ad apprezzare altro, a considerare un bello che somiglia più all’arte che alla ginnastica d’estetica.
I segni del volto, le naturali imperfezioni del corpo, la diversa struttura dei tessuti, una fragilità tutta umana, che tuttavia ha per riflesso altre virtù, la forza d’animo, la capacità di resistenza, la tenerezza dei sentimenti, il sapere (e il saper fare) dell’esperienza.
Ciò non significa lasciarsi andare, prendersi poca cura di sé, giustificare trasandatezza, pigrizia, sciatteria.
Piuttosto è continuare a volersi e voler bene accettando il limite, la fragilità, dando valore al “vulnus”, alla ferita, il modellare che ha fatto per ciascuno di noi il tempo, la vita.

P.S. Vale anche per la mente, che è come un giardino, pretende di essere curata, coltivata, alimentata, sempre, anche se a differenza del corpo soffre meno la decadenza, ha il vantaggio di poter crescere non a parabola, bensì in linea retta.

giovedì 18 novembre 2021

La marcia in più (Complimenti Alberto)

La laurea è in fisioterapia, ma vederti così elegante, professionale, sicuro di te mentre esponevi l'argomento della tua tesi, dal podio, mi ha fatto pensare che dovresti fare televisione al posto mio.
Si dice che "ogni scarrafone è bello a mamma soja", io non sono tua mamma, soltanto suo cugino, anzi, mia cugina è lei, l'unica che ho, una sorella in tutto e per tutto, per cui dovrei essere al riparo da critiche eccessive se dico che ieri, su quel palco, eri proprio bello.
Bello, non soltanto in senso estetico, che la bellezza è frivola e passa e pure opinabile, per cui tirarla per la giacca è sempre sconsigliato.
Bello per la tua gioventù, per la perseveranza ai limiti dell'ostinazione che hai avuto nel raggiungere l'obiettivo prefissato, per la calma che hai saputo ostentare anche se in questi mesi devi tenere la barra dritta mentre attorno crolla tutto e posso soltanto immaginare ciò che provi, dentro.
Al di là di questo, degli studi e del centodieci che ti sei meritato, lasciami dire che a farmi più piacere è stato il seguito di sostenitori che in una simile circostanza ti ha voluto essere vicino.
Decine di persone, tra parenti stretti e larghi - ogni riferimento a mia madre sarebbe tendenzioso
 - ex compagni scuola, di squadra, ragazzi e ragazze, amici e amiche di lunga e di corta data, tutti con una luce negli occhi che esprimeva orgoglio e insieme affetto.
Hai poco più che vent'anni, caro Alberto, ma ciò che hai seminato è già moltissimo e "continua così" nel tuo caso non è una frase retorica, bensì la certezza di un futuro luminoso, limpido, in cui potrai a volte sentirti solo, senza mai esserlo del tutto.

P.S. Potevi scegliere qualsiasi corso universitario, hai deciso uno dei più "pratici", che orienta a imbuto su una professione specifica e non qualsiasi.
Il perché non sia una professione qualsiasi l'ho scritto in tempi non sospetti, esattamente dieci anni fa (ma guarda il caso...), in questo post, da cui ritaglio la parte centrale, sempre attuale e che riletta oggi ha ancora più significato.
"Ogni mestiere ha il buono e il gramo, ma deve esserci un motivo se tra i fisioterapisti la percentuale di bravi uomini e donne sfiora il cento per cento. Sarà il contatto con la sofferenza altrui che ne affina il carattere. Sarà che per spronare gli altri ad impegnarsi a tornare quello che erano o a migliorare le prestazioni devono crederci per primi loro. Sarà che stare a contatto con le persone non li aliena affatto, ricevendo in cambio un pizzico della molta energia che infondono. Sarà per tutto questo e per molto altro, ma la maggior parte dei fisioterapisti ha una marcia in più e va dato loro atto".

venerdì 15 ottobre 2021

Sì, è vero che… (Ma quanta bellezza)

“Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice.”
(Anna Frank)

Sì, è vero che siamo ancora nella coda della pandemia, che le preoccupazioni persistono, che l'incertezza è tuttora sovrana… Ma quanta bellezza abbiamo attorno, in questo scorcio d'ottobre, in queste mattine pungenti e limpide, in questi giorni di sole basso, che scalda la pelle, il cuore, le ossa, fino al midollo.
Sì, è vero che sembriamo divisi su tutto… Ma a ben guardare è una minoranza risicata che si accapiglia per poco, strilla per nulla, mentre altre, moltissime altre si sanno ascoltare e riescono ad avere idee diverse, senza essere offensive, evitando la clava e la scimitarra.
Sì, è vero che ci sono le giornate no e anche quelle boh e quelle forse e quelle non so… Ma pure quelle sì e quelle sì sì e quelle alla grande e quelle in cui tutto profuma di scorza di limone e torta di mela.
Sì, è vero che riusciamo a frequentare poco gli amici… Ma quel poco ce lo godiamo appieno e tutti gli altri possono perdonarci, chiudere un occhio, tenderci ugualmente una mano, perché questo in fin dei conti è l'amicizia: dare più di quanto si riceve.
Sì, è vero che stiamo troppo sui social, che la realtà virtuale è un'attrazione pericolosa, uno sterminato bar in cui sovente ci sentiamo a disagio, come se fossimo stati catapultati lì da Plutone, senza responsabilità alcuna… Ma con il trascorrere degli anni quel bar stiamo imparando a riordinarlo, a costruircelo su misura, a mettere i buttafuori all'ingresso oppure a non presentarci noi, quando non siamo a nostro agio con il resto della compagnia.
Sì, è vero che a tavola non si dovrebbe parlare di calcio e di sport, politica, sesso, religione, soldi, pettegolezzo… Ma che esistenza sciapa sarebbe la nostra, se per timore del confronto ci appiattissimo sulle frasi fatte, sulle posizioni preventive, sui pensieri preconcetti, senza dare spazio al talento, al carisma, alla contrapposizione alta, quella che incalzando ci migliora.
Sì, è vero che abbiamo ciascuno le nostre ombre, i vuoti, i problemi, le ferite, i graffi… Ma sono proprio quelle esperienze che danno spessore alla vita, che ne rimarcano i bordi, che impediscono che si appiattisca, che si atrofizzi, che muoia di indigestione, di abbondanza, di noia.
Sì, è vero che il futuro incerto rende irrequieti e persino spaventa… Ma io ricordo sempre la frase di un grand'uomo, diventato pure santo, la prima volta che s'è affacciato al balcone, di fronte a migliaia di persone con il naso all'insù, esclamando: "Non abbiate paura".

P.S. Sì, è vero che andare a correre costa fatica, specie se per farlo occorre sacrificare la pausa pranzo e la prima mezz'ora è tutta in salita… Ma poi, superata porta San Giacomo, se si volta a valle lo sguardo, ciò che si ammira lascia senza fiato. E non per la corsa.

venerdì 16 ottobre 2020

Dritto negli occhi (Guardarci, meglio)

Quello che le donne non dicono lo si legge dagli occhi, quegli stessi occhi che Modigliani non dipingeva poiché - si dice - gli era impossibile cogliere l'anima dell'altro.
Se c'è un dito di bicchiere pieno, in tutto il vuoto che le attuali restrizioni, imposizioni, precauzioni, prevenzioni impongono, credo sia questo: il risalto degli occhi nel viso dalle mascherine coperto.
Mi capita di pensarci spesso, in questi giorni, incrociando gli altri per strada, al bar, nei corridoi, in foto, facendo caso a ciò che prima era soltanto un dettaglio. La forma, il colore, il taglio, l'intensità dello sguardo, la profondità, la sensualità, la varietà, l'unicità, il magnetismo, l'essenza che gli occhi rappresentano.
Potrei dire che ora capisco meglio civiltà che per tradizione velano il volto, lasciando scoperto soltanto tra fronte e naso o, per eccesso di zelo, coprono pure quello.
Non è così.
Che lasciando esposti soltanto gli occhi il concetto di bellezza sia più uniforme, più egualitario, lo sapevo già e non era comunque sufficiente per farmelo preferire alla libertà di mostrarsi completamente, all'accettazione di sé totale, senza usare scorciatoie o l'espediente di ridurre i tratti distintivi ad uno.
Semmai la consapevolezza che questi giorni ardui consegnano è che per conoscerci, per capirci, per intenderci, non soltanto dobbiamo parlarci di più, ma guardarci negli occhi, meglio.

P.S. Gli occhi seducono. Conducono a sé, portano a noi l'altro e all'altro noi, collegano intimamente impiegando un tempo infinitesimale, una frazione di secondo.
La chiamiamo "magia" poiché siamo incapaci di spiegarlo in alcun modo, né con la chimica, la fisica, qualsiasi altra disciplina che studiamo nel libri o applichiamo in laboratorio.
Gli occhi siamo noi, interi, ridotti in un centimetro quadro.

giovedì 1 gennaio 2015

Quattro tracce (per non smarrire il cammino)

Foto by Leonora
Sono fortunato e questo inizio d'anno l'ha confermato, trasformando alcune assenze (giustificate) in altrettante occasioni di incontro, in tavole allargate all'ultimo momento, in visite a sorpresa, gesti semplici, sorrisi spontanei, senza bisogno di infingimento.
Ogni anno è un mattone di vita che si aggiunge. Sta a noi far sì che sia utilizzato per issare muri oppure per allargare la campata di un ponte.
Nel mio caso vale ciò che congiunge ed è un'eredità che ho ricevuto, frutto di fondamenta antiche, non riguardanti soltanto il sottoscritto, ma generazioni intere e un popolo vasto, che in questa terra lombarda, italiana, ci ha preceduto e merita di essere ricordato.
"Cultura" sarebbe giusto definirla o "tradizione", se si preferiscono parole meno altisonanti e di significato egualmente profondo. Valori che - lo dico senza salire su un podio - andrebbero insegnati nello scuole o ancor meglio raccontati, lasciando alla narrazione un ruolo pedagocico spoglio da retoriche e leziosismo.
Ne lascio quattro tracce qua, svolgendo il mio compito di testimone, riportando ciò che io stesso ho ricevuto, affinché siano chiare a me, a chi mi vive accanto - parenti, amici, vicini di casa, concittadini, conoscenti e anche sconosciuti - e possano essere tramandate, evitando che l'inevitabile cambiamento comporti una perdita di ciò che dovremmo invece avere caro, assai più del potere, della fama, del denaro.
Se penso ai miei genitori, agli zii, ai nonni, ai loro coetanei, ai loro vezzi, alle abitudini di una classe sociale bassa ma dignitosa, distinguo nitidi alcuni stili di vita, di comportamento.
Il primo è l'attenzione ad evitare ogni spreco. Figli di un'era agra, essi badavano a non sciupare nulla, sia cibo, sia vestiti, scarpe, utensili... Abili ad aggiustare ogni cosa, è in cucina e conseguentemente a tavola che dimostravano attenzione, limitando all'osso gli avanzi e adoperando persino quelli, per nutrire quegli animali che nel ciclo della catena alimentare diventavano a loro volta nutrimento. Sorrido ora pensando alla raccolta differenziata, che altro non è di un ritorno alle origini, mentre mi intristisco quando noto l'esatto opposto, il buttar via senza ritegno, degenerazione dell'abbondanza, a calpestare anni, decenni, secoli di salita gradino su gradino. Ho in mente particolarmente mia zia Angelina, che riutilizzava le bustine del tè, venendo presa in giro da noi per quella sua esagerazione, che tuttavia traeva spunto da stagioni passate senza metter sotto i denti per giorni un boccone decente, andando a letto con i morsi della fame e ingurgitando di tutto pur di placare il borbottare dello stomaco. Meno drasticamente ricordo mia madre, che in pattumiera non ha mai gettato un pezzetto di pane o mio padre, che mangiava il grasso del prosciutto scartato dal sottoscritto e rosicchiava volentieri la carne che lasciavo attorno all'osso del pollo.
Il secondo è il senso di ordine, di pulizia, di decoro delle abitazioni, del giardino e anche dell'esterno, dei marciapiedi fronte casa e dello spazio pubblico limitrofo al proprio indirizzo. Augusto, il padre di alcuni tra i miei migliori amici, mi ha fatto sempre da esempio, ma potrei citare a memoria decine di uomini e donne di Lurate Caccivio - Gino, Luigi, Adele, Rosa... - che ramazzavano il cortile o il tratto di via a cui si accedeva dal loro portone.
Il terzo è un'innata propensione alla bellezza, smarrita a cavallo del Novecento, specie tra gli anni Sessanta e Ottanta, forieri di orribili case squadrate e elementi architettonici indegni di tal nome. Pure in quel tempo tuttavia un barlume di buon gusto si è conservato, forse perché secoli di "italianità" non si potevano cancellare del tutto e lo stile è ormai connaturato con questi luoghi e con chi vi abita. Un segno evidente c'è ad esempio nei giardini, nella disposizione di alberi ed arbusti, e persino nell'orto, in quella geometrica disciplina con cui vengono tuttora seminati ortaggi di ogni tipo. Vedere per credere il pezzo di terra che coltiva Sandro, a un passo da casa mia, oppure Giulio, il mio vicino, o ancora Ambrogio, così diversi dall'accozzaglia di certi spazi pubblici dati in concessione dal Comune e che non hanno né capo né coda, a dimostrazione che se un'arte c'era si è persa in troppi concittadini, sradicati in tutto e per tutto.
Il quarto è una disposizione naturale all'accoglienza, all'accettazione dell'altro, indipendentemente dalla condizione sociale, dal reddito. Mia bisnonna Lucia Baldelli in Bardaglio, ad esempio, era nota per non negare ad alcun vagabondo o mendicante o storpio una tazza di minestra, la stessa minestra che mangiavano loro, e un tozzo di pane, offrendo ospitalità nel fienile o d'inverno nella stalla, per dormire al caldo. Lo stesso faceva, poco lontano, il bisnonno di Isabella, "ul Nièl", e in ogni corte del paese, possiamo dire, c'era qualcuno che si incaricava di questo compito, una carità sostanziale, senza troppe domande, né lezioni di morale, così differente dalla pietà pomposa di parole e vuota di sostanza che offro in analoghe circostanze ora, io.

martedì 16 dicembre 2014

Educare al bello (eleganza, stile, fascino e dintorni)

Foto by Leonora

Ho sempre ritenuto la bellezza un dono ricevuto, mentre lo stile, il fascino, l'eleganza caratteristiche connesse alla cultura, agli ideali di riferimento, al contesto in cui si cresce e che creiamo, dunque che si potessero "costruire". Un dilemma che ha diviso nel corso dei secoli parecchi filosofi, sociologi, studiosi del comportamento umano, scrittori e registi (compreso un film che sotto Natale viene riproposto spesso, "Una poltrona per due") e su cui ho poche certezze anch'io. Specialmente dopo esser stato messo alla prova, qualche giorno fa, grazie a diversi pareri raccolti su Facebook.
In particolare hanno marcato una differenza Lara ("Lo stile te lo puoi anche creare, ma l'eleganza e il fascino sono doti innate. Nessuno può imparare e insegnare il fascino perché se lo hai non ne sei nemmeno conscio, in quanto è un'aura che diffondi e solo chi ti sta attorno percepisce), Mariagrazia , Elda, Marianna, Patrizia, Oriana ("Il fascino è innato, è qualcosa che attrae come una calamita già da quando sei piccolo e non scompare con l'avanzare dell'età), Grazia ("L’eleganza ce l’hai o no, puoi costruirla ma non ha lo stesso risultato. Lo si nota camminando per le strade, in qualsiasi ambiente, le persone si assomigliano tutte, e come vedere una bellissima cucciolata di cagnolini, li guardi e tra tanti noti quello più prepotente o più simpatico") e Silvia ("Forse un po' di eleganza la puoi "imparare" ma, essendo uno stile di vita e di comportamento, è difficile... nasce da una lavoro di ricerca interiore. Il fascino è una malia, un modo di guardare, di camminare, un gesto. Impossibile definirlo ma certamente è tale proprio perché istintivo e quindi assolutamente spontaneo").
 Altri invece sono d'accordo con la tesi iniziale. In particolare Lisa ("L'eleganza è un'attitudine di poche delicate anime che può certamente manifestarsi anche col tempo, con la maturazione del gusto, delle esperienze, dell'osservazione. Non credo si nasca necessariamente eleganti, credo più nel processo che conduce all'acquisizione della consapevolezza di qualcosa che sta già dentro se stessi, come per molte cose della vita) e Serena ("Secondo me esiste un'educazione allo stile, al buon gusto ed all'eleganza. I nostri genitori ci hanno insegnato a stare a tavola, a salutare, a cedere il posto sui mezzi pubblici, a vestirci, a leggere un libro piuttosto che un'altro, etc. Alla base c'è un'educazione che si arricchisce con qualcosa d'innato e con gli esempi dell'ambiente che ci circonda").
Personalmente, pur rispettando le idee di tutti, mi trovo d'accordo con questi ultimi due commenti. Ipotizzare che non si tratti soltanto di un dono naturale, bensì che ci si possa formare, educare al bello (così come al "buono") mi fa stare più tranquillo, generando la speranza che possa realizzarsi una società migliore in base alle scelte che si fanno, al contesto in cui si vive - e che creiamo - e non per una bizza del destino.
Non discuto che esistano persone che, per talento naturale, abbiano una propensione maggiore all'eleganza, allo stile, al buon gusto, persino al fascino, ma resto altrettanto convinto che tutti possano incrementarlo. Sia direttamente, cioè pensandoci, razionalmente, consciamente, sia semplicemente vivendo in un ambiente piuttosto che in un altro.
Comunque sia, coltivando per forma mentale il dubbio, nelle prossime settimane cercherò di osservare con più attenzione le persone che conosco e che considero belle o eleganti, affascianti, di stile, per capire se "ci fanno" o "ci sono".
P.S. Di bellezza avevo scritto anche qui, un paio d'anni addietro. L'ho trovato oggi, per caso.

sabato 15 giugno 2013

La sera più bella dell'anno

Foto by Leonora
Sere come questa ce ne sono, bene che vada, un paio all'anno. Quiete, serene, lunghe, calde ma senz'afa, luminose. Sere in cui cenare sul terrazzo e poi leggere in poltrona, che tanto viene buio che sono quasi le dieci e in strada non passa nessuno; gli unici rumori sono quelli di qualche foglia che si muove e del prato.
Sono sere piene, anche se in casa oltre a me non c'è nessuno, sere in cui l'unico rimpianto è per le pipe che non fumo e i bicchieri di Porto o di Cherry che mi deliziano nei romanzi ma non ho in casa e non ho mai bevuto. "Posso offrirle un bicchierino di Cherry?". Quante volte l'ho letto, nelle pagine ingiallite di un libro.
Non ne ho mai avuto voglia di berne uno più di stasera, che ormai s'è fatto buio ma la calma è identica e sembra che sia lo stesso mondo a tenere il fiato.
Penso molto in questi giorni. Pochissima musica, zero tv. Avverto sottopelle, per istinto, che è l'ora di una nuova consapevolezza, l'istante in cui un uomo deve fare delle scelte e quelle scelte altro non sono che il tirare le somme, l'annodare i fili sparsi tessuti tutto attorno. Se sto in silenzio è proprio perché non me ne sfugga nessuno, perché le asole riescano e tutto venga collocato al proprio posto, pigiando il tasto "reset and restart" sul lavoro, mettendo a frutto i tanti spunti che nei mesi recenti ho ricevuto.
Sento la terra fermarsi, percepisco il vuoto che si fa attorno, come il nuotatore che resta sospeso trattenendo il fiato prima che i piedi si stacchino dallo scoglio e in un battibaleno si finisca nel mare ghiacciato, pronto però a nuotare di nuovo.
Scrivo tutto ciò perché nonostante le premesse è stata una bella giornata, ho ricevuto sul finire un'ottima notizia e sono cosciente di avere la forza, la determinazione, per affrontare ciò che mi attende e che va fatto. Non so se ci siano anche la capacità, ma questo è un altro discorso.
Intanto mi godo questo cielo immobile, come di cemento, e il frinire dei grilli. "Domani è un altro giorno" direbbe Rossella O'Hara, ma io preferisco Rhett Butler e il suo: "Francamente me ne infischio" che mi libera il cuore e mi lascia godere l'attimo.