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sabato 27 dicembre 2025

In tutta coscienza (Libertà e responsabilità)

«La grazia abbonda dove ha regnato il peccato».
Ho masticato per giorni queste parole come fossero foglie di coca, gustandone il sapore e provando una sorta di eccitazione, quale soltanto la «rivelazione» comporta.
Mi tornano in mente ora, per introdurre un distinguo.
Un conto è il peccato, la scelta deliberata del male, un’altra l’accettazione catatonica di un precetto, l’adeguarsi ad una regola senza domandarsi se e quanto sia giusta, quanto e se essa sia in linea con il principio che l’ha ispirata, introdotta, imposta.
Che è poi la traduzione dell’ammonimento evangelico al sabato (la legge) che deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio del sabato. Una deriva antica, connaturata a qualsiasi organizzazione o società, sempre in tensione tra due poli, due esigenze opposte: libertà individuale e responsabilità collettiva.
Il discrimine, in tutto questo, è uno: la coscienza. Il luogo di ciascuno più intimo, dove ha voce l’autentico, nel quale non esiste menzogna, a patto che vi sia un ascolto reale, limpido.
Un buon proposito per l’anno che viene potrebbe essere questo: valutare e decidere ogni volta «in coscienza», rifiutando pigrizie di ragionamento e omologazioni e accettando che pure gli altri facciano altrettanto.

P.S. A un giudizio superficiale potrebbe essere un argomento da poco, faticandone a comprendere l’urgenza, oltre che il senso. Per come la vedo io, in una società sempre più regolata, qual è la nostra, sarà tema essenziale per vivere bene, in futuro. Un’avvisaglia l’abbiamo già avuta, durante la pandemia, mentre ora è il dilemma tra guerra e pace ad essere sfidante e divisivo. Ma se ci si pensa bene, ogni nostro atto - dal codice della strada alla morale sessuale, dalla fiscalità al gioco del calcio - naviga tra la Scilla della libertà (la possibilità di scegliere, di fare) e la Cariddi del vincolo (la necessità di obbedire, di sottostare). 

mercoledì 18 agosto 2021

Tagliati fuori (Un cavolo)

"Pensavo che a voi adulti non succedesse".
Lo dice sorridendo, mentre finiamo di cenare, il sole si eclissa e il caldo dà tregua, sul terrazzo.
"Fomo. Si chiama Fomo. Fears of missing out. La paura di essere tagliati fuori. Ma sì che te ne avevo già parlato! L'ho studiata qualche mese fa, per l'esame di psicologia della comunicazione".
Giorgia lo dice d'un fiato, mentre la guardo con sguardo un poco ebete, cercando di rammentare ciò che ignoro. Mi pare quasi di sentire la ruggine delle rotelle che stentano a ingranare, stridono.
Un lampo. Un barlume di memoria squarcia il buio e rivela che in effetti l'avevo già sentito, ne avevamo già discusso, salvo dimenticarlo quasi subito, tra le molte curiosità che mi ripropongo di riprendere e invece dimentico, del tutto.
Il discorso è riemerso a tavola, mentre tra un tozzo di pane e un pomodoro confessavo di provare un certo disagio ogni volta che in questi giorni do una sbirciata a Instagram o Facebook.
"Sai Giorgia, vedo tutte queste foto di posti splendidi, volti sorridenti, gente felice, in forma, che legge, viaggia, fa cose fighe e mi sento uno schifo, uno sfigato, appunto, come se tutti corrono, vivono intensamente e io rimango fermo".
Fomo. Ora so che si chiama Fomo e non la provo solo io.
Ne scrive pure la Treccani, citando una definizione che mi pare centri esattamente il punto: "il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che sto facendo io".
Una sensazione comune e per la quale numerosi esperti, ho scoperto, hanno escogitato risposte, metodi, trucchi, persino un decalogo, tipo quello di Mosè, ma meno enfatico.
Ci provo anch'io, limitandomi a un paio di annotazioni.
Primo: ignorare a lungo il telefono, evitare di essere connessi ai social troppo spesso, specialmente nei mesi estivi e durante le feste comandate, ponti inclusi.
Secondo: ricordare ciò che diceva mio padre, riguardo l'invidia e la percezione distorta secondo cui gli altri stiano sempre meglio o siano più fortunati di noi. "Se tutti portassero i propri guai e ne facesse una pigna, in piazza - diceva - ciascuno tornerebbe a casa scegliendo ancora i suoi".
Vero. Ricordiamolo.

P.S. Vale per le foto e anche per i racconti, tipo questo. Se qualcuno fosse tentato di pensare: "Ma guarda che bravi, guarda di cosa parlano a cena, ammazza che dialogo tra genitori e figli...", sappia che erano due giorni che non ci parlavamo e avevamo rimbrotti vicendevoli e umor nero, ciascuno per conto proprio. Nessuno, per fortuna, è perfetto. Io e la mia famiglia men che meno.

giovedì 10 marzo 2011

Stinco di santo e piede di porco: Berlusconi e la questione morale


Morale. E' quando si ha paura delle parole che il pensiero diventa debole. "Morale" è una di queste. La uso anch'io con pudore, come si fa con le cose che si sanno necessarie, ma di cui in fondo un poco ci si vergogna e si vorrebbe non mostrare. Lo stuzzicadenti, la carta igienica, le mutande. In parte per colpa dell'accezione da positiva a negativa che la società tende a darle. La "questione morale" è un po' il servizio da tè di certe anziane signore: impolverato e che quando si toglie dalla credenza rischia di andare in frantumi. Il "rigore morale" poi sa di barbe lunghe e discorsi pedanti, anch'esso riesumato da epoche antiche e in fondo ipocrite. "Far la morale" infine, da lodevole esercizio pedagogico è diventato riprovevole e sconveniente, come mettersi le dita nel naso o ruttare, al ristorante. E se anche fingessimo di ignorare questo modo attuale di intendere la morale, l'esitazione è dovuta alla constatazione (amara) che non solo non possiamo scagliare alcuna prima pietra, ma che se portassimo i nostri errori in piazza verremmo abbandonati da tutti gli amici e da buona parte dei famigliari. Fuor di metafora: non mi drogo, non stupro né ammazzo bambini, non rubo e nemmeno rapino arzille vecchiette fuori dalla Posta, però - per rimanere all'anatomia - finisco comunque per somigliare più al piede di porco che allo stinco di santo. Perciò taccio. Fischietto, fisso lo sguardo altrove, fingo di essere sordo, mi guardo bene dall'espormi, specialmente in pubblico, dove c'è sempre chi potrebbe alzare un dito, chiedere la parola e dire: "Ma ti sei visto allo specchio?".

"Cosa diavolo sta dicendo, dove vuole andare a parare?". E' probabile che ve lo stiate domandando. Rispondo subito. Berlusconi. No, calma, non il politico. Neanche l'imprenditore. L'uomo, sto parlando dell'uomo. Perché è vero che ognuno di noi ha qualche scheletro nell'armadio (i suoi sono sovente in carne, ossa e silicone, ma non è questo il punto) però anche se da ragazzo aspettavo che arrivasse Postal Market per rifarmi gli occhi con la collezione primavera - estate di reggiseni e intimo e pure da adulto ho sulle spalle il mio bel fagotto di peccati in pensieri, parole, opere e omissioni, ciò non può esimermi dal dire che quello di cui abbiamo notizia è una corposa vergogna (l'aggettivo non è scelto a caso).

Ne parlavo con Beppe, che non è Severgnini, l'altro giorno. Qualcuno prima o poi dovrà alzarsi in piedi e dire che qui non ci sono soltanto il problema politico e la vicenda giudiziaria, ma anche la questione morale. E se pubblicare le intercettazioni che non hanno rilevanza penale è una barbarie giuridica, mettere nero su bianco i colloqui telefonici vale più di qualsiasi rapporto Istat per descrivere come la società sia cambiata. A me i nomi non interessano, non m'importa che quel padre o quel fratello si chiamino Tizio o quella ragazza abbia nome Caia piuttosto che Sempronia (beh, se è proprio Sempronia un po' per lei mi spiace), mi sconvolge invece che delle ventenni dicano ai genitori che a scopo di lucro si stanno concedendo a un quasi coetaneo del loro bisnonno e invece di uno schiaffone ricevano in cambio consigli, approvazioni e incoraggiamenti a darsi da fare (soprattutto 'a darsi'). Ora, io non so se come dicono molti tutto ciò sia colpa del consumismo, della televisione commerciale e dunque alla fine sempre del solito Berlusconi. Non so se egli sia causa, effetto o, come credono i suoi sostenitori, vittima del sistema. So che questo sistema fa schifo. Ecco, ho alzato il dito, e l'ho detto.


Foto by Leonora