Visualizzazione post con etichetta il cittadino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta il cittadino. Mostra tutti i post

sabato 24 febbraio 2024

Ad alta voce (Elogio d'un puro)

Di nome fa Nicola ed è un puro.
Se ne scrivo qui è per mandargli idealmente un abbraccio, visto che ieri è andato in pensione e l’ho sempre stimato tantissimo, non tanto come cronista, che di colleghi bravi ce ne sono un sacco, bensì come persona, come essere umano.
Chi è poco attento alle vicende extra redazione Nicola Panzeri lo conoscerà a malapena o niente affatto: esordio professionale nella sua Brianza alta, se non ricordo male al Giornale di Merate, poi una vita a La Provincia, con una parentesi a Il Cittadino di Monza, dove l’ho conosciuto.
Un omone alto e grosso, anche di voce, tanto che convivere con lui non è stato facile per chi aveva la scrivania a un passo.
Anche perché, a differenza della maggior parte di noi, che utilizziamo (e spesso abusiamo) di messaggi o mail, lui è rimasto fedele al telefono, alla comunicazione diretta, alla relazione fatta di botta e risposta, spiegandosi a tono, anche se nel suo caso con qualche decibel di troppo.
Un dettaglio marginale, tuttavia, rispetto al motivo per cui ai miei occhi si è sempre distinto: il suo candore di fondo, una bontà d’animo scevra da ogni smanceria o pelosità, e che riassumo in un dettaglio che di lui dice tutto: non l’ho mai sentito parlar male di nessuno. Di nessuno. Mai. Neanche un accenno, un allusione, un pettegolezzo. Al massimo un sopracciglio alzato o un’espressione attonita, di stupore o perplessità, a cui però non aggiungere verbo. E anche quando esprimeva una riserva o un dubbio, era sempre contestualizzato a un fatto, mai alla persona in sé.
Ecco perché Nicola Panzeri mancherà, in un piccolo mondo qual è il nostro. Perché i grandi giornalisti possono scrivere articoli bellissimi, ma sono le persone serie, leali, a fare da colonna a un tempio qual è quello dell’informazione, sempre più a rischio d'esser profanato.

P.S. C’è un secondo aspetto per il quale Nicola ha da insegnare a chiunque, quello della fedeltà nell’amicizia. Se penso a lui non posso infatti prescindere da Ernesto, Ernesto Galigani, che di carattere è assai differente da Nicola, ma che con Nicola s’è sempre completato, esattamente come capita a me con gli amici a cui più tengo. 

sabato 25 novembre 2023

Un fiume più in là (Liscio come l'Oglio)

"Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io".
L'ho scritto dodici anni fa, sempre nel mese di novembre, e lo copio e incollo tale e quale ora, visto che identico è il monito e pure la circostanza di un cambio di lavoro.
Allora lasciavo le sponde del Lario per "sciacquare i panni" in Lambro, attraversando tre anni più tardi la linea dell'Adda, mentre a breve mi spingerò un poco più in là, ancora verso oriente, superando pure il corso dell'Oglio.
Tradotto in spiccioli: dopo esser stato capo redattore ad Espansione Tv, capo cronista a La Provincia di Como, direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza, responsabile a Bergamo Tv, dal prossimo gennaio sarò vice direttore del Giornale di Brescia, TeleTutto e Radio Bresciasette, ritornando ad occuparmi di informazione con diffusione su ogni mezzo, nessuno escluso.

P.S. Lo so, in venti righe si può scrivere tutto, stavolta però nemmeno ci provo, tante sono le ragioni, le sensazioni e i sentimenti che accompagnano il voltare d'una pagina, il principio d'un nuovo capitolo.
Mi limito così a segnare qua soltanto qualche spunto che mi piacerebbe approfondire nei giorni che verranno, nel frattempo annotandolo e concatenandolo, ad uncinetto, passo passo.
Passo da Bergamo a Brescia, nell'anno in cui insieme sono state Capitale della Cultura e si sono definite sorelle.
Sorelle è femminile e donna è pure la direttrice che affiancherò e che stimo da lungo tempo, ma con cui non ho mai avuto occasione di lavorare sul serio.
Serio è uno dei principali corsi d'acqua d'una terra a cui resterò sempre legato, sentendomi - lo confesso - profondamente bergamasco, inteso come appartenente a un popolo, avendo avuto lì occupazione e pure alloggio, sentendomi pienamente accolto, considerato.
Considerato che a breve me ne andrò ed ogni retrogusto viscido di piaggeria è mondato, dichiaro un grazie sincero per il gruppo editoriale nel quale ho lavorato negli ultimi quindici anni e che mi ha dato ciò che per me è la moneta più rara e preziosa: la libertà, di parola e pensiero. Non lo scorderò mai.
Mai altresì cesserò di essere riconoscente nei confronti di chi nelle scorse settimane mi ha cercato, voluto, scelto, senza raccomandazioni o appartenenze a gruppi d'interesse, bensì basandosi soltanto sulla capacità di fare il mio lavoro e avere una visione, un'idea su come affrontare le sfide del presente e del futuro.
Futuro è un'orizzonte ampio, tuttavia sarei disonesto se tacessi che non vedo l'ora di iniziare, di mettermi alla prova, soprattutto di tornare a imparare, di pormi al servizio delle numerose persone che sono certo hanno a cuore la loro terra, il nostro mondo e quello che, per i molti che lo fanno con passione, rimane uno dei mestieri più belli del mondo.


sabato 29 aprile 2023

Super Mario (Bros.)

Ci sono luoghi del cuore e persone che nel cuore altrui trovano dimora e ritagliano - spesso inconsapevolmente - un gheriglio di noce, un nido di presenza, un filamento di bene continuo, incondizionato.
Per averne conferma, per comprendere che sono speciali veramente, esiste una prova, un piccolo test, alla portata di tutti: basta chiudere gli occhi, dedicarvi un pensiero e notare se agli angoli del volto ci si disegna un sorriso, spontaneo come il sorgere del sole.
Una di quelle persone, per me, si chiama Mario ed è un collega giornalista che ho conosciuto a "Il Cittadino", con cui ho avuto l’onore di lavorare e che non sento da anni.
Ieri però, per uno di quei riccioli del destino che dimostrano quanto la realtà sia più varia e sorprendente di qualsiasi fantasie, ho ricevuto sue notizie, da un’amica - Mara - che lo incontra spesso a spasso con il cane al parco di Monza e me lo ha descritto tale e quale a come lo ricordo, una pasta d’uomo, in apparenza burbero ma soltanto per protezione.
Mario, da dopo che se n’è andato un altro collega, Angelo, resta per me il più “monzese” che conosca, colui che incarna della città uno spirito indomito e antico, lo stesso che seppe erigere il Duomo ma scacciare dalle sponde del Lambro prima Sant’Ambrogio, poi San Carlo, non proprio due mammolette.
E sapere che sta bene, che sorride e che condivide un buon ricordo reciproco è stato per me un regalo immenso, della stessa portata - immagino - che per lui ha avuto la promozione in A del Monza e questo campionato di calcio navigato a vele gonfie, dopo un inizio difficile.

P.S. Ho ricordato Mario Bonati, il “monzese” (poiché ce n’è uno anche a Bergamo, di Mario Bonati, che stimo molto, pure per motivi differenti) e Angelo Longoni.
L’elenco di colleghi o collaboratori legati a Il Cittadino e a cui sono grato e affezionato sarebbe tuttavia lunghissimo e se non faccio nomi è soltanto perché qualcuno o qualcuna finirei per scordarla e non me lo perdonerei.
Ciascuno di quei visi, di quelle menti, di quelle storie professionali mi ha dato assai più di quanto io sia riuscito a restituire, perciò sarò loro grato, sempre.
Così come riconoscente resto per una città, Monza, e un territorio, la Brianza, legati da secoli ad asola, eppure profondamente diversi, entrambi ricchissimi, di cultura e umanità prima ancora che di denari.
Nel tempo trascorso lì, nell’esperienza di direttore di una testata storica, ho commesso molti errori (di alcuni me ne sono reso conto, di altri no, e me ne scuso se hanno comportato conseguenze), tuttavia d’un fatto sono certo, senza timore di smentite: ho sempre guardato tutti dritto negli occhi, vedendo sempre, prima di tutto, delle persone, uomini e donne.

sabato 9 ottobre 2021

Un Angelo (Senza retorica)

Le ultime sue notizie le ho avute un lunedì, poco tempo fa, a risposta scritta di un saluto, dalle colline della Valpolicella, dove s’era ritirato.
“Grazie Giorgio, mi sei sempre nel cuore.
Ho passato un anno pesante, ho perso il mio fratellone chirurgo per Covid e mi hanno impianto due stent nella coronaria ma, ringraziando il Cielo, ho tanta voglia di vivere”.
Quella voglia, che già in passato lo aveva salvato - compresa quando raccontava di essere precipitato a bordo di un elicottero, sul monte Bianco - questa volta non è bastata.
Angelo Longoni è uscito di scena con la stessa discrezione con cui il venerdì sera salutava e poi lasciava la redazione: un’uscita di scena garbata, un momento c’era e un’istante dopo se n’era già andato.
Lavorare accanto a lui, come con tutti i colleghi di Monza, è stato per me un onore e un’esperienza umana senza prezzo.
Come coloro rimasti a galla a lungo, conosceva il tempo in cui dare battaglia e quando invece era opportuno ritirarsi, sorridendo pur se in bocca aveva l’amaro.
Appartenuto a una generazione in cui scrivere era ritenuto atto leggero, senza bisogno di eccessiva cautela o di doppia marca da bollo per certificare un aggettivo o un verbo, Angelo aveva una passione civica e un modo tutto suo di relazionarsi con il prossimo.
E quando colpiva lo faceva sempre di stiletto, senza proclami o fiato alle trombe, piuttosto infilzando e poi allontanandosi sorridendo, addirittura fischiettando, come se comparisse sulla scena del delitto per caso.
I rischi di querela maggiori, da direttore, li ho corsi con lui, ed è proprio per questo che mi stava simpatico: un giornale che non azzarda mai è un giornale forse sulla corta distanza più ricco, perché non paga risarcimenti, ma certo più grigio e povero, visto che alla lunga non lo compra più nessuno.
Tra i mille ricordi che lo riguardano, ne scelgo tre.
La serie di articoli che inanellò contro l’allora comando della Polizia Locale.
Le mattinate in piazza a chiacchierare con la gente, il giovedì, all’ombra del camper de “Il Cittadino”.
Il caffè - rigorosamente amaro, senza un grammo di zucchero (“Così cura anche il mal di testa!”) - al bar, mentre parlava della “sua” Juventus.
Buon viaggio allora, Angelo.
Se non detestassi la frasi mielose, aggiungerei che ora lo sei, oltre che di nome, anche di fatto.
Invece ti dovrai accontentare di un abbraccio e di un “grazie”, perché forse non mi hai detto sempre la verità, ma mi hai fatto sentire ogni volta accolto e non mi hai mai negato un sorriso.

P.S. L’amico Massimo mi suggerisce un quarto ricordo: il racconto di quando era stato in coma, a lungo, proprio in seguito all’incidente in elicottero, e si era risvegliato sentendo “un odore buonissimo di torta”.
Chissà se lo sentirà anche ora, dall’altra parte rispetto a dove ci si sveglia di solito.

domenica 12 gennaio 2020

Un gigante, in cinquanta chili d'uomo (Addio don Dino)


Mi ha voluto bene, guardando alla persona che sono più che ai difetti che sommo, difendendomi sempre in pubblico - pur se non mi aveva scelto lui - e dimostrandosi altrettanto indulgente nel privato.
Debbo a Don Dino Gariboldi molto della mia esperienza monzese, soprattutto i colloqui nello studiolo della porzione di appartamento accanto al Duomo, in cui ci trovavamo di fronte uno all'altro, lui con la saggezza degli anni, io con l'entusiasmo e la passione per il mestiere che ho scelto.
Quando giunsi a Monza ebbi la fortuna di non passare inosservato, per un paio di dettagli che con il senno del poi avrei pure evitato, conseguenza dell'aver applicato alla lettera le regole del giornalismo che mi era stato insegnato. Ciò che a Como o a Milano sarebbe stata una pastina insipida, lì si rivelò cibo indigesto, con tanto di mal di pancia e sollevazione di alcuni notabili del posto.
Ricordo il modo in cui ricompose la frattura, dandomi ragione in consiglio di amministrazione e presentandosi in ufficio il giorno dopo. Lo vidi arrivare con quel suo corpo di uccellino, risalendo il vicolo che portava alla sede de Il Cittadino, in centro, cappello in testa e passo leggero. Bussò lieve alla porta e si accomodò senza aspettare che dicessi: "Prego", cominciando a parlare con un sorrisino di ostentata umiltà dipinto sul volto ed elencandomi i punti nei quali secondo lui avevo sbagliato. Parlò cinque minuti, ripetendo spesso una frase che in seguito gli sentii ripetere di rado: "Se io fossi il direttore de Il Cittadino...". Un modo per suggerire un atteggiamento, un comportamento, senza imporlo, senza prevaricare il ruolo. Alla fine del discorso, riprese in mano il cappello e senza che io avessi il tempo di replicare aggiunse un complimento, uno solo, che tuttavia bilanciò nella mia vana gloria tutto il resto: "Comunque hai un'ottima penna. Fanne buon uso".
Monsignor Gariboldi, don Dino, per anni arciprete del Duomo di Monza, se n'è andato alla soglia dei novant'anni, ieri l'altro.
A Monza ha voluto bene, a "Il Cittadino" di più, salvandolo in più di un'occasione e difendendolo da ogni attacco.
Per chi ha sospettato un suo interventismo eccessivo, quasi fosse tessitore di chissà quali trame, dico questo: in tre anni di direzione, non ha fatto mai un accenno sul favorire questo o quello, né chiesto fosse messa o omessa una notizia.
Una sì, ora che ci penso. Una "breve", cioè due righe che si utilizzano come riempitivo di pagina, sovente per segnalare un appuntamento. Riguardava una messa che avrebbero celebrato in Duomo i cattolici fondamentalisti, quelli che non riconoscono le riforme ecclesiastiche degli ultimi secoli. Quella volta lo vidi per la prima volta furente, piccato, con un fuoco negli occhi e una rabbia covata dentro, che chi lo conosceva bene notava non di rado. "Questa no! Questa notizia non la devi mettere! Il Cardinal Scola ha dato il permesso, ma io non sono d'accordo e anzi, quel giorno me ne andrò lontano, perché il cuore non reggerebbe un simile scempio in Duomo!".
Questo era don Dino Gariboldi, un uomo certamente conservatore, ma prete profondamente legato al Concilio Vaticano Secondo. Un gigante, in cinquanta chili d'uomo.

sabato 14 maggio 2016

Grazie Bianconiglio (Punti di sutura e cicatrici)

Foto by Leonora
Punti di sutura. Sono quelli che tocco con mano tra l'occhio e lo zigomo sinistro, ricordo di una rissa quand'ero bambino, la prima e non a caso l'ultima in cui mi sia mai cimentato.
"Le ferite si rimarginano ma le cicatrici restano". Me lo disse, con una nota di asprezza ma con tono benevolo, accalorato, l'amministratore delegato poche settimane dopo il mio arrivo alla direzione del Cittadino. Abituato alla lievità e alla schiettezza di Como mi mancava l'esperienza di comprendere che il contesto ha sempre importanza, oltre che significato. Non mi pento di quei giorni di svolta per il giornale, i lettori apprezzarono e vendemmo più copie di quanto fosse accaduto negli anni immediatamente precedenti, ammetto però che avrei potuto essere meno maldestro, più accondiscendente non nello scrivere e tanto meno nel dare notizie, bensì nel tessere buoni rapporti con tutti, perché - parafrasando una frase che mi è cara - "il giornalismo è importante, ma la vita lo è di più".
L'ho presa larga, come al solito, ma l'immagine dei punti di sutura non m'è venuta in mente guardandomi allo specchio né ripensando ai miei primi giorni monzesi.
La terra. La terra, il luogo dove abito e dove il sabato e la domenica vado a correre o passeggio con il cane, i medesimi posti che mi hanno visto crescere, dove andavo ad arrampicarmi sugli alberi o a giocare a due bandiere quand'ero ragazzo. Le coordinate sono le stesse, il paesaggio visto dall'alto pressoché identico, differente è invece osservandolo da vicino: le piante e il verde hanno ripreso vigore sullo squarcio fatto dalle costruzioni negli anni Sessanta e Settanta, ridotto sensibilmente è l'intreccio di rovi e sterpi causato dall'abbandono della campagna a favore delle fabbriche, sempre in quegli anni, lasciando ora posto a un paesaggio più curato, così come nuove piste e vecchi sentieri sono tornati percorribili, accanto al letto dei torrenti e tra i boschi. Sono questi dettagli che ai miei occhi paiono punti di sutura tessuti con l'ago e il filo di una nuova sensibilità, di una maggiore attenzione all'ambiente e alla possibilità di viverlo appieno, senza farne scempio. Punti di sutura che non hanno cancellato le ferite, medicandole però, dando nuova forma, vitalità, armonia. E lo stesso vale per la città. Ogni volta che vado a correre al parco della Trucca, a Bergamo, mi si apre il cuore. E così in quello di zona Loreto, dove non è raro, mentre si cammina, vedersi attraversare la strada da un coniglio selvatico.
E' stato proprio uno di loro, un animaletto non più grande di un palmo e spuntato all'improvviso come il Bianconiglio di Alice, a suggerirmi di vedere le cose in modo diverso. Lo ha fatto senza proferire suono, semplicemente piazzandosi davanti e inducendomi a rallentare e portare la mano al volto, sentendo così il lieve solco lasciato dal medico che mise i punti al mio sopraciglio e rammentando in quello stesso istante, per associazione di idee, le altre ferite, quelle che "poi si rimarginano ma rimane il segno". Ai punti di sutura ho pensato proprio lì, in quell'attimo esatto, realizzando che nonostante gli errori che facciamo non è mai troppo tardi per porre rimedio e se ci mettiamo intelligenza, passione, impegno le cicatrici possono avere pure un che di affascinante, di bello.

giovedì 27 novembre 2014

Un uomo solo al comando (in bocca al lupo Martino)

Foto by Leonora
Lo leggo tutte le settimane, senza l'apprensione con cui lo facevo quando lavoravo lì, ma con il medesimo piacere e in più la sorpresa di trovarvi notizie che non conoscevo, oltre che uno stile che per alcuni aspetti è ancora il mio, mentre per altri è cambiato, com'è giusto che sia, essendo il giornale fatto giorno per giorno, adattandosi ai tempi che corrono e non un sepolcro imbiancato.
Esaurito il mandato del sottoscritto (qui ciò che avevo scritto allora) e concluso il Losa Due, che come tutti i governi balneari aveva un raggio limitato, a "il Cittadino" da questa settimana c'è un direttore nuovo, giovane: Martino Cervo.
Non conosco Cervo di persona, professionalmente me ne hanno parlato bene alcuni colleghi milanesi che stimo e persino Vittorio Feltri, incrociato con Giorgio Gandola sotto i portici all'inizio di via Zambonate, a Bergamo, e del cui fiuto giornalistico nel distinguere i puledri di razza dai ronzini mi fido.
Evito di aggiungere altro, tranne un consiglio. Non a lui, che mi dicono abbia già le idee chiare e può e deve far di testa sua, senza bisogno che nessuno dia fiato ai tromboni, bensì ai lettori, alle moltissime persone che vogliono bene al Cittadino, che lo considerano voce preziosa e imprescindibile per il territorio.
Il consiglio è questo: stategli accanto, seguitelo, fategli sapere quando dà il giusto risalto a una notizia o scrive qualcosa di azzeccato e anche quando secondo voi stecca, stona o, peggio, si accoda al coro sbagliato. Il senso di solitudine è infatti una tra le lezioni più brucianti che ho imparato sulla mia pelle, nei quasi tre anni in cui sono rimasto lì, in cima alla piramide.
Il direttore, qualsiasi direttore di giornale, è un uomo solo al comando, pur senza avere la maglia biancoceleste e non essendo in fuga sui cinque colli alpini che portano a Pinerolo.
P.S. Ho scelto non a caso le parole della radiocronaca di Mario Ferretti, che raccontava il momento più alto dei cento e novantadue chilometri di Fausto Coppi in solitaria, nella terz'ultima e decisiva tappa del Giro d'Italia. Quel giro si concluse infatti a Monza, sessantacinque anni fa giusti giusti. E lo vinse proprio Coppi, l'uomo solo al comando.

venerdì 6 giugno 2014

Parentesi chiusa (grazie, zia Angelina)


Foto by Leonora
Prima di aprire una nuova parentesi tento di chiudere quella vecchia, anche se chiusa chiusa non la sarà mai. Sull'esperienza di Monza, al Cittadino, ho ricevuto telefonate, lettere, messaggi, mail. Tutte affettuose, qualcuna simpatica, altre commoventi: come al solito mi sono ripromesso di rispondere una ad una ma sarà un'operazione complessa. Un po' mi sono pentito di non aver organizzato cene o rinfreschi di commiato (ho sempre il timore di arrivar lungo e sfociare nel melodramma o, peggio, nell'operetta), è stato piuttosto un saluto semplice, alla spicciolata, però caloroso, con tutti. Così ho evitato quei congedi mesti, se non tristi, che racconta anche Feltri nel suo ultimo (e gustosissimo) libro, sui "Buoni e cattivi", quando a pagina 249 scrive: "Vuotare i cassetti della scrivania, percorrere in solitudine un'ultima volta i corridoi, nessuno che ti aiuti a portare via gli effetti personali: è come assistere al proprio funerale. In quel momento, comprendi con amarezza i limiti tuoi e altrui. Gli uomini nel peggio sono tutti uguali. Il direttore di un giornale, e in genere ogni capo, un minuto dopo che non lo è più viene considerato solo un poveraccio e come tale lo trattano. E' già un miracolo se non gli sputano addosso".
Ecco, io non credo di averlo rischiato. Forse perché al Cittadino ci sono soprattutto brave persone, certo perché non sono un capo nel senso pieno come lo è Feltri, magari perché io per primo cerco di essere attento a non ferire gratuitamente, a esercitare il potere senza prepotenze, né con i vicini di scrivania né con i lettori. Qualche volta mi è capitato di dover prendere decisioni dolorose, persino interrompere il contratto di collaborazione con qualche collega, ma l'ho fatto sempre motivando il provvedimento e cercando di usare quella sensibilità che avrei voluto fosse usata a parti inverse, memore che le scale si salgono ma anche si scendono. Non solo. La frase che mi ha accompagnato incessantemente negli anni al Cittadino è quella della zia Angelina, pace all'anima sua, quando per la prima volta le ho mostrato un tablet. Ero da poco diventato direttore a Monza e volevo farle un filmato per poi mostrarglielo in tempo reale. Lei, sulla soglia dei novant'anni, alla richiesta di saluto mi aveva detto "di fare il bravo", aggiungendo in dialetto: "rùga minga i gent", non trattare male le persone. La prova provata di quanto scrivo la trovate in questo video e l'ho considerato fin da subito un segno del destino, un monito da appuntarmi e tenere come stella polare. Un'eredità che mi porterò, ne sono certo, oltre Monza.

mercoledì 28 maggio 2014

I direttori passano

Foto by Leonora
Stamattina mi sono svegliato e non avevo nessun posto dove andare. Non mi capitava da un pezzo e, senza metterla giù dura, ho riprovato la sensazione che avevo da bambino quando ero malato e non andavo a scuola, con il rimorso di coscienza che rovinava quella mezza giornata libera.
Comunque scrivo questo post non per guardarmi l'ombelico, né per trasformare questi pochi giorni di sospensione (da metà della prossima settimana ricomincio a lavorare) nei dolori del giovane Werther, bensì per fare copia e incolla dell'ultimo editoriale comparso in prima pagina sul Cittadino di Monza e Brianza settimana scorsa e sul blog Via Longhi 3.

I direttori passano. Me lo disse l’amico Mario Schiani anni fa e mi è rimasto sempre in testa.
I direttori passano ed è arrivato il momento che a passare sia io: arrivato sulla soglia dei tre anni, lascio il Cittadino. Lo scrivo qui, senza girarci attorno, con dispiacere per l’affetto che provo per colleghi e lettori, ma anche convinto che sia la scelta migliore.
Il giornale in queste settimane ha cambiato l’assetto societario, nuove forze e spinte vitali sono state iniettate per dare linfa alla testata, è giusto siano loro a rinnovare una realtà troppo preziosa per essere sprecata.
L’ho ripetuto praticamente tutti i giorni da quando sono qui, in prima pagina, nei circoli pubblici e privati, in piazza: una città senza un suo giornale è debole, fragile, povera. Il Cittadino non è uno dei tanti, è l’unico sopravvissuto a Monza e in Brianza in oltre cent’anni di storia, capace pur nelle difficoltà di resistere e inventarsi ogni volta. Al mio successore, ai nuovi soci che si sono assunti l’onere e l’onore di renderlo ancora più solido, va la mia riconoscenza.
Mi mancherà più di tutto il contatto con le persone, il dialogo con voi lettori, che mi avete spesso dimostrato affetto e sommerso ogni settimana di lettere, qualche volta anche critiche, ma proprio per questo più care: ci si confronta soltanto con chi si stima.
Nel mio piccolo spero di non aver fatto troppi danni e chiedo scusa per i limiti che ho avuto, per tutte le volte che ho mancato in sensibilità, saggezza, intelligenza. Quand’è avvenuto è stato esclusivamente per colpa mia, poiché tutto si potrà dire di questi anni, non che la direzione non sia stata libera. Ho avuto la fortuna di ragionare e anche di sbagliare con la mia testa, un dono rarissimo e prezioso per cui dico grazie ai componenti del consiglio di amministrazione e in particolare all’editore.
Monza in questi anni è cambiata. È cambiato il sindaco, l’amministrazione comunale, sono cambiati pure i cittadini, messi a dura prova da una crisi epocale, che tempra i più forti e i deboli li stronca. Spero di essere riuscito a raccontare la città, così come mi auguro di aver saputo rinnovare l’essenza di una tradizione antica, popolare ma anche alta, orientata a quei valori dell’umanesimo cristiano che pretendono più testimoni che bandiera.
I direttori passano, il Cittadino resta. E proprio perché resta, un po’ qui rimarrò anch’io. Sono arrivato nel 2011 scrivendo di voler dare a tutti i lettori una stretta di mano, me ne vado salutandovi oggi, con un abbraccio. Grazie per il bene che mi avete voluto.


    

giovedì 22 maggio 2014

Cambio lavoro (terza svolta, sempre dritto)

Foto by Leonora
La notizia era nell'aria da qualche tempo, l'ufficialità è arrivata soltanto con il giornale in edicola oggi, con l'articolo di fondo che ho scritto per spiegare le ragioni di una scelta, salutare colleghi, collaboratori e lettori, scusarmi per gli errori che posso avere commesso, ringraziare tutti per il bene che mi hanno voluto.
Da settimana prossima non sarò più direttore del Cittadino e di Monzabrianzatv, a breve comincerò una nuova avventura, con un ruolo diverso ma identica voglia di dare il massimo e combinare qualcosa di buono.
Per adesso bado a chiudere al meglio questa esperienza, eccezionale e irripetibile, fin dall'inizio (e me ne accorgo dalle parole che avevo scritto qui e anche qui, allora).
Pur in un momento economico difficile sono stato messo nelle condizioni di lavorare ottimamente, godendo di una libertà eccezionale, cercando di farne buon uso, con responsabilità (perché c'è soltanto una sciagura peggiore di non avere libertà: averla e sprecarla). E' proprio per riconoscenza verso quanto ricevuto e stima nei confronti dell'intero gruppo Sesaab che mi preparo ad affrontare una nuova sfida, con rinnovata energia ed entusiasmo.
Ieri, quando ho annunciato l'addio ai colleghi, avevo la voce strozzata. Non me ne vergogno: avere cuore significa anche portarne il peso.
Avrei mille altre cose da scrivere, ma per oggi basta così.
Per tirare le somme ci sarà tempo, proprio come per raccontare passo passo ciò che andrò a fare tra poco, ricominciando un ciclo iniziato esattamente sei anni fa (il 3 giugno 2008 venivo assunto a La Provincia di Como) e che ogni tre anni mette la freccia e svolta. Guardando avanti, andando dritto e ringraziando il cielo.

venerdì 20 dicembre 2013

Lavorare per la gloria

Foto by Leonora
Ricordarsi di essere un uomo. Anche nei momenti difficili, pure quando le scorciatoie sembrano comode e invitanti, nonostante gli errori e le debolezze che mi distinguono.
Da un paio di mesi ho ritrovato parte di quella serenità che avevo perso, smarrita correndo alla rinfusa, senza una coda e soprattutto un capo. Se ci ripenso, mi pare che fosse proprio quello il tarlo fastidioso, oltre che il più greve fardello.
Il momento catartico, sul lavoro, è senza dubbio la mattinata in piazza del giovedì. Quattro ore accanto al camper del Cittadino e di Mbtv, al gelo, spesso con la pioggia, a stringere mani e chiacchierare con chi passa dall'Arengario e dare retta ai lettori, quelli fedeli ed entusiasti, che ogni volta ritornano, e quelli più distratti, talvolta brontoloni, ma alla fine sempre cortesi e capaci di suscitare un sorriso.
Ieri, nell'ultimo degli appuntamenti prima di Natale, mentre camminavo sotto l'acqua e vedevo il camper da lontano pensavo: "Se il mio fosse solo un lavoro non sarei qui", non saremmo stati lì, né io né Massimo (il responsabile della pubblicità) e neppure Angelo, il redattore più anziano e che non è mai mancato
"Lavorare per la gloria" capita di sentir dire, quasi sempre con accezione negativa ("Non sono qua a lavorare per la gloria"). Per la gloria no, però neanche per un che di materiale soltanto.
C'è qualcosa di più importante dei soldi (fondamentali ma non essenziali), del prestigio, della posizione sociale. C'è una radice di valore da cui attingo linfa, che deve essere la stessa per la quale mi emoziono ancora quando leggo la mia firma in pagina, o un articolo ben scritto, una storia raccontata al meglio. Non è neppure vanità, che esiste però non sarebbe un motore così potente da trasformarsi in energia rinnovata e rinnovabile, ogni giorno. Potrei dire che è il gusto di far bene il proprio mestiere, di sentirsi in qualche modo utile, ma mi pare riduttivo anche questo. Credo sia una somma di più fattori, una miscela che ciascuno calibra a suo modo, che fa da motivazione all'impegno e che alla fine si traduce con l'andare a letto soddisfatto, la sera, e svegliarmi dopottutto con il sorriso, al mattino.

lunedì 29 aprile 2013

Il prezzo necessario (Yoani Sanchez a Monza)

Foto by Leonora
Avendo qualche problema di connesione con il blog del giornale utilizzo questo mio spazio privato per pubblicizzare un evento pubblico, che si terrà fra due giorni (martedì 30 aprile) alle 17, al teatro Manzoni di Monza. Ospite del Cittadino sarà Yoani Sanchez, la giornalista simbolo del dissenso al regime di Cuba, che ho appena seguito in diretta streaming sul sito della Stampa, mentre intervistata da Mario Calabresi era ospite del festival del giornalismo di Perugia. Tra poche ore sarà a Monza e non mi sento per nulla rassicurato da quanto ho appena visto e sentito, con un manipolo di facinorosi tipo ultras da stadio che l'ha pesantemente contestata, accusandola - stringi stringi - di essere al soldo dell'America per destabilizzare e possibilmente abbattere il regime dei Castro a L'Avana.
Ora, non starò a fare il rendiconto delle urla e dei buuu con cui è stata accolta, mi limiterò a riportare una sua frase. Questa: "Le vostre urla non fermaranno la forza dei miei argomenti". E' vero. Non l'hanno fermata, non la fermeranno.
Di Yoani ho apprezzato la serenità con cui ha reagito alle provocazioni (si dirà: è abituata. Ma occorre una grande forza interiore per conservare lucidità, non soltanto freddezza) e la puntualità con cui ha ribattutto punto su punto, non appellandosi a principi pur validi ma ideali, bensì riportando fatti concreti, reali.
Il problema non è se abbia ragione o torto, semmai il diritto di potere esprimere la sua opionione e il dissenso verso una forma di governo che non le aggrada. Al di là di ciò che si pensa, credo sia nostro dovere permetterle di esprimersi, di viaggiare, di parlare del suo Paese e sono fiero che in tutto il nord d'Italia abbia scelto, per parlare, proprio Monza.

P.S. Spero che per motivi di sicurezza non le facciano cambiare di nuovo programma, altrimenti martedì sarà sul palco del Manzoni e potremo parlarle, ascoltarla.

P.P.S. Trovo tra le foto scattate a Cuba da Leonora una scritta che la dice lunga: "La difenderemo (la rivoluzione, credo sia sottotinteso, o la stessa Cuba) al prezzo che sarà necessario". Temo che proprio in "quel prezzo necessario" ci sia l'ostracismo nei confronti di Yoani e di qualsiasi persona che la pensi in maniera differente.

mercoledì 30 novembre 2011

Da sabato cambio lavoro

Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io e che sono rimasto chiuso nel ripostiglio del seminterrato per molti anni. Un tempo a cui sono grato, poiché mi ha insegnato a portare rispetto per chi non trova l'ascensore giusto e ancor di più a godere del poco, figuriamoci quando il credito incassato è moltissimo.
Per chi non lo sapesse, da sabato cambio lavoro. Cioè, il lavoro resta identico, ma mi trasferisco una provincia più in là, a Monza, a una testata dal nome stupendo: Il Cittadino.
Se me l'avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto e un po' non me ne rendo pienamente conto neppure adesso, ch'è tutto nero su bianco. Stanotte, ad esempio, mi sono svegliato di soprassalto e m'è capitata una cosa che non era mai successa prima: pensavo di essere diventato il direttore di un giornale e per la prima volta non era un sogno, non c'era nessuna greve amarezza e delusione al risveglio, era vero! Adesso posso dirlo: so cosa si prova a vincere al superenalotto. Non per i soldi, bensì per il piacere di andare a fare quello che mi piace davvero, di poter mettere alla prova le proprie idee dopo tanti anni di un passetto dopo l'altro.
Basta, non voglio dilungarmi, mi fermo. Del resto dai prossimi giorni (da sabato, per la precisione) potrò farlo senza freno. Qui lo segnalo soltanto per ringraziare le tantissime persone, ma proprio tante tante, che in questi anni mi hanno sostenuto, hanno creduto in me, mi hanno dimostrato stima, affetto. Non sarei nulla se fossi solo. Perciò voglio dividere la gioia con tutti, con tutti voi, nessuno escluso, sapendo che la gioia ha proprio questo di straordinario: che si moltiplica quando si divide, quando non la si tiene per sé ma se ne fa agli altri dono.

Foto by Leonora