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mercoledì 13 ottobre 2021

Amicizia (Camminare accanto)

Non camminare dietro me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.
(Albert Camus)

Chi sarei mai, chi sarei mai senza gli amici e le amiche che di volta in volta, nella vita, ho avuto accanto, senza lo specchio, il trampolino, la stella polare, il punto d'appoggio che sono stati e che sono.
La vastità del mare calmo e d'un cielo turchese non bastava, lo scorso fine settimana, per contenere la pace del cuore e la tranquillità, la gioia di due giorni insieme agli amici d'infanzia e alle compagne che ciascuno s'è scelto e da cui scelto è stato.
Sono fortunato ad averli in dono e a frequentarli tuttora, pur se dolce è il giogo e la corda che ci unisce in passato a volte è stata tanto lassa da permetterci il giro del mondo, senza mai spezzarsi né esser percepita come vincolo.

P.S. La convivialità della tavola ha pochi eguali, poiché unisce il gusto per le bevande e per il cibo, i profumi, gli aromi. Ammetto però che il mettersi in cammino, passeggiare uno accanto all'altro, è per le relazioni ancor meglio, poiché come le carte del mazzo, il procedere a piedi consente la formazioni di coppie spontanee o di un piccolo drappello, con la possibilità di chiacchierare prima con questo, poi con quello, coinvolgendo tutti, nessuno escluso.

domenica 9 agosto 2020

La conversione di un pigro (Mettersi in viaggio)

Due ore di andata, due di ritorno, tre di sosta, con pranzo alla buona, incluso: oggi hai fatto quasi tutte le tue ferie ed è comunque molto.
Questione di generazione, di necessità, di carattere...
Il tempo della vacanza lo hai sempre speso tra le mura domestiche e il giardino, nella casa in cui hai dimora tuttora, costruita mattone su mattone insieme con tuo marito e che per quindici anni è stata l'unico obiettivo. Un sacrificio enorme, ripagato da un altrettanto gigantesco compenso: aver sempre vissuto nel posto desiderato, dove volevi stare, meglio di qualsiasi residence, appartamento, albergo.
Ho preso da te la pigrizia dello spostamento, la mancanza di entusiasmo per ogni partenza, il desiderio dopo breve tempo di tornare al proprio nido, forse perché abitiamo in un bel posto, forse perché sono i nostri geni poco propensi ad esplorare il mondo.
È parlando con Giorgia, in questi giorni, che mi sono reso conto di quanto potente sia questa ritrosia "ereditaria", che intacca le generazioni che seguono, ma che proprio grazie a loro, ai tuoi nipoti, può essere compresa, accettata, smussata, comprendendo che la vita è anche fatta d'altro e che non è un caso se poi i momenti belli, memorabili, sono quelli in cui si fa come oggi, prendendo e andandosene, vivendo un'esperienza insolita, godendo un tempo che è uno squarcio alla normalità, al blando e rassicurante ripetersi del giorno dopo giorno, sempre identico a se stesso.
E siccome a Giorgia (e a me stesso e a Isabella) voglio dimostrare che non è mai tardi per cambiare e che migliorare è sempre possibile, basta volerlo, dopo cinquanta e passi anni di esistenza ammetto di sentirmi mutato anch'io, di considerare sotto una luce nuova la vacanza, la gita, il viaggio.
Vorrei che davvero la gita, il viaggio, la vacanza diventassero ciò che più di ogni altra cosa sono: un'occasione. Il pretesto, la scusa, lo spunto per vivere esperienze d'insieme o in solitaria, rompendo la monotonia delle pagine che scorrono e rendendole vive, scrivendo in ognuna di esse un paragrafo, un capitolo.

P.S. Oggi siamo andati a trovare Roberta e Loris, in baita, sopra Pianello, sul lago di Como, presentandoci a sorpresa e organizzando una grigliata veloce quanto squisita, anche con Giorgia, Laura, Roberto. Più di una volta, mentre percorrevamo la strada costiera, senza farmi notare, ho sorriso, perché non hai smesso di parlare e non c'era frazione, grumo di case o anfratto di cui tu non conservi memoria, per qualcosa che nei tuoi ottant'anni di vita hai fatto o saputo.
Lì vi siete fermati con papà a mangiare le alborelle tornando dalla Valtellina quell'anno, qua il risotto con il persico per il compleanno di uno zio, qui avevano la villa accanto a quella di Adenauer i parenti di tua nonna paterna, là andavano in villeggiatura i cugini ricchi, su c'è un crotto che gestiva quel tale, giù sei andata l'anno scorso col battello...
Di vacanze ne hai fatte pochissime o punto, è vero, però mi sono reso conto che non hai smesso di "viaggiare", di interessarti e di toccare con mano ciò che di bello e buono esiste fuori dal tuo cancello.

giovedì 28 maggio 2015

I bambini non deludono mai

Foto by Leonora
L'ho chiamata verso mezzogiorno, perché alle otto mi sembrava presto. Erano due giorni fa, il 26 maggio, ed esattamente cinquant'anni prima lei e mio padre si sposavano.
Di quel giorno, oltre ai ricordi e all'album di grandi fotografie in bianco e nero, resta lei e per gemmazione io, nato un anno e mezzo dopo e che senza quella data sarei un nulla assoluto.
Ho telefonato a mia madre perché sapevo che non l'avrebbe fatto nessun altro. Nemmeno mio padre, se fosse ancora vivo, avendo moltissimi pregi, non la sensibilità del romanticismo.
Il 26 maggio, ho appreso alla radio, è anche la data in cui si ricorda la Madonna di Caravaggio, al cui santuario è legato il ricordo più triste che ho da bambino.
Frequentavo la seconda elementare e in gita ci portarono alla Minitalia e a Caravaggio appunto. Fu lì che pranzammo e accanto ad una stele del colonnato dimenticai la "gavetta".
Ora, della gavetta non c'è più traccia, ma a quel tempo era uno dei rari oggetti indispensabili nella vita di un operaio. Si trattava di un contenitore di alluminio o acciaio cromato dove si riponeva il cibo, che poteva essere anche scaldato a bagnomaria, immergendolo in acqua calda.
Dopo pranzo, intento a giocare a perdifiato con i compagni di classe, dimenticai di avere con me lo zaino e salii sul pullman senza portarlo con me, accorgendomi appena partiti ma senza avere il coraggio di proferir parola, tanto meno per fermare l'intera comitiva. A quel tempo ero davvero timidissimo e avevo sempre timore di disturbare, per cui tacqui, covando in principio il dispiacere e man mano che i chilometri passavano la preoccupazione di dover tornare e spiegare tutto ai miei genitori.
Fu mio padre ad arrabbiarsi di più, con quella stizza che anch'io ogni tanto manifesto. Piansi a lungo, affranto. Ricordo mia madre seduta sul divano e io che mi nascondevo dietro lei, singhiozzando fino a mancarmi il fiato, disperato come forse non lo sono mai stato.
La gavetta non la trovammo più e nemmeno la cercammo. Tutto era diverso allora, a casa non avevamo il telefono, non c'era Internet per trovare il recapito del santuario e anche se l'avessimo individuato il viaggio fino a Caravaggio era considerato un'impresa, oltre che costare almeno una mezza giornata di lavoro. Sta di fatto che io piansi un fiume di lacrime ma finii con il sopravvivere, limitando i danni al costo della gavetta e alle cicatrici del ricordo.
A quella gavetta penso spesso, specialmente in questi mesi, che ogni paio di giorni passo di fronte all'ex Minitalia. Adesso sono certo che quel pianto a dirotto non era per la gavetta né per la rabbia di mio padre, bensì per la sensazione di averlo deluso. Oggi, che sono padre anch'io, so benissimo che non è così, ma allora vedevo tutto ad altezza e profondità di bambino, quando persino uno stagno assomiglia al mare aperto. Anche per questo, pur non comportandomi con i miei figli da genitore modello, ripeto loro spesso che non mi deludono. Mai. Neppure quando sbagliano.