Una donna tutta casa e chiesa, potremmo scrivere, se a casa non restasse così poco. A settantaquattro anni la professoressa Marazzi (per l'anagrafe Angela Maria, per tutti gli altri, semplicemente Cia) ha una vitalità inesauribile. Un fiume d'energia disperso in mille rivoli. Che confluiscono tutti nello stesso fiume: la parrocchia. O nella diocesi, che altro poi non è che una parrocchia grande.
Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
giovedì 13 luglio 2023
Cia Marazzi (La missionaria pungente)
Una donna tutta casa e chiesa, potremmo scrivere, se a casa non restasse così poco. A settantaquattro anni la professoressa Marazzi (per l'anagrafe Angela Maria, per tutti gli altri, semplicemente Cia) ha una vitalità inesauribile. Un fiume d'energia disperso in mille rivoli. Che confluiscono tutti nello stesso fiume: la parrocchia. O nella diocesi, che altro poi non è che una parrocchia grande.
domenica 4 aprile 2021
Coltivare (Il silenzio)
Chiudo gli occhi davanti alla tv dei “talk show”, del reiterato teatrino recitato a soggetto; chiudo gli occhi nei discorsi di chi parla più di un minuto; chiudo gli occhi persino in chiesa, dove mi pare si moltiplichino le parole per colmare il vuoto di un’istituzione che fatica a leggere i segni del tempo.
La faccio breve, per non esagerare anch'io: il luogo in cui mi trovo meglio, in questi mesi, non per caso è il giardino. Che ha due meriti: allena al silenzio e mi ammaestra alla pazienza, a una crescita non percepibile con lo sguardo.
P.S. In giardino gli occhi occorre tenerli aperti per la causa (gli atti di cura dell’uomo, il coltivare), non per l’effetto, il mutare della natura, che ha un altro passo, inarrestabile e inafferrabile, così lento che i nostri sensi non riescono a coglierne il mentre, il presente, ma soltanto un prima e il dopo, il non ancora avvenuto e il già successo.
domenica 12 luglio 2020
Diventare grandi (Il cuore oltre la culla)
Per anni, fin da quando eri un bimbo che camminava appena e non parlava ancora, ho dovuto fare i conti con il tuo essere terzogenito, con quel tuo bisogno "di luce" - di spazio, di visibilità, di riconoscibilità - per distinguerti dai fratelli che ti avevano preceduto e che rischiavano di rubarti la scena.
Non era un vezzo e ho avuto la fortuna di intuirlo presto, constatando come il terzo figlio occupi in effetti una posizione scomoda (scomoda in molti sensi: a chi mi chiedeva come fosse avere tre figli piccoli, ho sempre risposto che in effetti il terzo mette in crisi poiché, banalmente, non sai dove metterlo, avendo l'adulto soltanto due braccia).
In realtà - te ne accorgerai se avrai nel destino di essere padre a tua volta - vale la medesima regola dell'amore di cui ho scritto prima: ogni figlio affronta problemi diversi, ma la somma totale per ciascuno non cambia e il segreto è vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, prendendo il buono che c'è, sfruttando le difficoltà come trampolino, come allenamento per reggere meglio l'urto della vita.
È vero che tu hai incontrato genitori non più in ansia, meno preoccupati di non essere bravi a sufficienza e dunque forse meno premurosi, tuttavia questa apparente "distrazione" ti ha permesso di crescere più libero, meno inchiodato alla responsabilità di dover corrispondere tanta premura, di doverti sentire "all'altezza" (chiedi pure a Giacomo e Giorgia, credo ne sappiano qualcosa).
Non si tratta di una scoperta originale, somiglia piuttosto all'acqua calda, è l'eterna ruota che gira, il perenne percepire dei figli, che suona strano soltanto a chi non si mette mai nei panni dell'altro e non fa tesoro dell'esperienza.
Io, figlio unico, l'ho appreso per interposta persona, avendo in dono la frequentazione di amici con famiglie numerose, in cui ciascuno lamentava distinzioni che a guardarle a tessuto rovesciato erano nel contempo vincolo e fortuna.
Così come vincolo e fortuna è per me avere voi, tutti, una famiglia numerosa a mia volta.
E per famiglia non intendo soltanto io e te e tua madre e i tuoi fratelli, ma anche zii, cugini, nipoti, nonna, amici, comunità intera, dove siete cresciuti, dove vivete, dove costruite relazioni e vi mettete alla prova.
Perché questo ho imparato dei figli: non siete "nostri", siete affidati a noi, per un pezzo di strada e l'unico possesso che è concesso è al plurale, quello in cui ognuno vive in relazione con gli altri, trovando di volta in volta il proprio posto sul palco, da protagonista.
P.S. Ho scritto che sei cresciuto non per arbitrio, bensì per una constatazione, una consapevolezza precisa, giunta al termine della serata finale dell'oratorio estivo, quando ho letto - commosso - queste tue parole postate su Instagram.
"Tristezza, emozione, ma tanta felicità.
Tristezza perché è un capitolo della vita che si chiude, perché che piaccia o no, una fine arriva sempre. Tristezza perché guardandomi intorno non vedevo più le stesse persone che mi hanno accompagnato fino all'anno scorso e capivo che ormai il mio tempo qui era finito.
Emozione perché vedere nei volti degli animatori più piccoli degli occhi pieni di voglia di fare e mettersi in gioco mi faceva trepidare.
E infine tanta felicità.
Eh già... questo percorso mi ha dato tanto.
Concludendo posso dire soltanto un enorme GRAZIE all'oratorio, al gruppo fantastico che siamo.
Gio ❤️"
domenica 12 gennaio 2020
Un gigante, in cinquanta chili d'uomo (Addio don Dino)
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sabato 14 dicembre 2019
Un metro davanti a me (Cosa c'è oltre la maschera)
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Eri un metro davanti a me e sarebbe stata una normale mattina, se sul viso tu non avessi avuto una mascherina, di quelle verde latte e menta, che usano i medici quando intervengono o gli infermieri o le persone malate, che non possono permettersi un'ulteriore acciacco, neppure un banale raffreddore, un'influenza.
Eri un metro davanti a me e quando gli sguardi si sono incrociati hai sorriso, serrando lievemente gli occhi, come sempre, come fai con tutti, per una spontanea forma di cortesia, mentre io pensavo a quanto mi avevano già detto, al male che ti ha cinto il petto, che si è insinuato nella carne e che fatica ad andare via.
Il tempo è volato e non ho avuto il coraggio né l'occasione di fermarmi, di chiederti come va, di dirti che faccio il tifo per te, che so quanta tribolazione nasconda l'apparente quiete, del carico che sulle spalle porti insieme con la tua famiglia.
Lo so perché l'ho vissuta, perché l'ho riconosciuta nell'espressione di tua figlia, anch'essa sorridente, fino a quando gli hai accostato la bocca all'orecchio e detto due o tre parole, mentre lei annuiva e continuava a sorriderti, tranne nel momento preciso in cui ti sei voltata e la sua espressione in un lampo è mutata, come chi viene colpito alla bocca dello stomaco, chi perde fiato, chi riceve una brutta notizia o ricorda quanto sia la situazione precaria.
In quell'istante ho percepito il suo dolore, la sua ansia, la preoccupazione di una figlia che ha da poco sperimentato la gioia più grande, quella di diventare a sua volta madre, ma sente in pericolo la persona a cui è più legata, tu, sua mamma.
Io non so cosa riserverà il destino, il caso, la vita. Ho pianto quindici anni fa per persone che sembravano avere i mesi contati e che sono invecchiate serene, vivendo tuttora in pienezza, mentre altri per i quali pareva poco o nulla ci hanno lasciato senza neppure il tempo di un Ave Maria.
Per questo dico che non lo so, tuttavia conosco e sono partecipe dell'apprensione tua e di chi ti vuole bene e di tutti coloro che vivono una simile vicenda, specialmente in questi giorni che precedono la festa e in cui tutti corrono e nessuno si ferma.
Tu a fermarmi mi hai costretto e lo considero un dono, che contraccambio abbracciandoti idealmente e dicendoti che non sei sola, anche se sola ti senti, come chiunque passa dalla soglia stretta e spinosa della malattia.




