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giovedì 13 luglio 2023

Cia Marazzi (La missionaria pungente)

Nulla. Assolutamente nulla. È ciò che mi ricordo di lei, pure se strizzo le meningi e tiro come da un argano la memoria. Eppure, a rileggerle ora, non banali sono state alcune sue riflessioni, certi suoi spunti, anche come indicazione "pastorale" sull'importanza del sentirsi "in missione", una tensione che ora più che mai manca.

Una donna tutta casa e chiesa, potremmo scrivere, se a casa non restasse così poco. A settantaquattro anni la professoressa Marazzi (per l'anagrafe Angela Maria, per tutti gli altri, semplicemente Cia) ha una vitalità inesauribile. Un fiume d'energia disperso in mille rivoli. Che confluiscono tutti nello stesso fiume: la parrocchia. O nella diocesi, che altro poi non è che una parrocchia grande.
Alla medesima stregua Cia Marazzi tratta il Vescovo: come fosse un parroco. Il parroco che monsignor Maggiolini non è mai stato. «Insomma, un conto è operare nella Chiesa locale, un altro è insegnare all'Università Cattolica, magari occupandosi del Marianum».
A questo punto una precisazione, più che opportuna, è indispensabile. Ascoltando per una manciata di minuti Cia Marazzi siam riusciti a raccogliere, riguardo al Vescovo di Como, più curiosità che in tanti anni di lettura di cronache curiali e mondane. Tanto che ci sarebbe bastato ricopiare gli appunti per occupare non soltanto lo spazio di questo articolo, ma la pagina intera. E senza timore di annoiare, perché il modo in cui Cia racconta le cose ha di per sé brio a sufficienza da tener svegli ventiquattr'ore. Tuttavia non lo facciamo. Per due semplici motivi. Innanzi tutto, troppo importante è il Vescovo e troppo maliziosi sono gli occhi che gli son puntati addosso per non rischiare di tramutare anche il più simpatico degli aneddoti in un'ombra.
Secondo, messe nero su bianco le sue parole potrebbero sembrare pettegolezzi carpiti origliando in sacrestia, mentre non sono altro che le genuine confidenze raccolte in molti mesi di frequentazione ecclesiale. Fatti e opinioni riportate con la complicità con cui i fedeli più devoti parlottano sulle soglie degli oratori o sul piazzale della chiesa. Considerazioni a volte taglienti, è vero, ma che rivelano sempre un fondo di bontà. Un calore umano capace di smorzare ogni critica con un silenziatore. Lo stesso silenziatore che abbiam voluto mettere noi a quanto ha detto. Non per evitare imbarazzi a Maggiolini, che essendo abituato ad entrare nel vivo di polemiche aspre e delicate, si sarebbe fatto certamente due risate, bensì per impedire ai maligni di veder una pagliuzza di scandalo dove invece ci sono soltanto travi di affetto.
Un affetto che non fa desistere Cia Marazzi dal criticare il suo Pastore («Non gliene faccio passare una»), ma che la induce anche a difenderlo quando tutti gli puntano il dito contro («Lui a volte è un Pizzighetti che non sta zitto, ma anche coloro che a volte attacca non sono i santi che vorrebbero apparire»).
La Chiesa di Como. Il suo mondo. L'Azione Cattolica, la catechesi, la pastorale. La sua vita. In un'ora e mezza non siam quasi riusciti a parlare d'altro. Non passa giorno che a piedi non percorra avanti e indietro due, tre, quattro volte le centinaia di metri di via Torno, dove abita, per recarsi a Sant'Agostino, in Duomo, al Centro Pastorale.
Una vocazione forte, a cui ha risposto senza alzare la voce, mettendo in moto i piedi.
«Scarpe numero trentasette» risponde a chi le chiede come riesca a far tante cose senza avere né auto né patente.
«Il futuro della Chiesa si gioca nella riscoperta del senso di missione. Oggi più che mai bisogna andare». Lei va. Nella Cooperativa di Cavallasca, nei condomini di Rovellasca, nelle sale di Como città.
Ha scritto lo storico inglese Thomas Macaulay: "La Chiesa Romana conosce alla perfezione quello che nessun'altra Chiesa ha mai saputo: cosa fare degli entusiasti". Non si era sbagliato.
Per la diocesi Cia Marazzi lavora, scrive, insegna. Un mestiere, quest'ultimo, a cui è abituata. L'ha fatto per cinquant'anni. Quarantuno al servizio dello Stato, gli ultimi nove dalle suore, a Maccio di Villaguardia.
«Fin da bambina volevo fare la maestra. Non sapevo ancora parlare, ma comandavo già» precisa sorridendo.
«Mi sono laureata in lingue straniere all'Università Cattolica, insegnando in asili e scuole elementari, commerciali, industriali, medie. Ero severa, ma non ho mai mancato di rispetto per la persona umana. A Erba, Albese, Albavilla, terra di gente generosa, ma anche dura, brianzoli con sangue spagnolo nelle vene. Anche da preside, credo di aver lasciato un buon ricordo. Quando è stato il momento di andare in pensione le suore del Buon Pastore mi chiesero di dar loro una mano. Me ne sono andata dopo aver fatto in modo che l'istituto passasse sotto l'egida dei padri del Gallio. Almeno lì non è arrivata Comunione e Liberazione».
Eccoci di nuovo. A fatica ci eravamo scostati da tonache, altari e fumo di candele e in men che in un baleno, senza neppure avere il tempo di accorgercene, siamo tornati indietro. Troppo forte la tentazione, troppo interessante il problema, identico il modo di affrontarlo: non lasciando perdere nulla, ma perdonando tutto.
«Prima le Orsoline di Como, poi quelle di Roma e il Buon Pastore di Milano. A poco a poco Comunione e Liberazione sta mettendo le mani su tutte le scuole cattoliche. Bastava essere a San Pietro, qualche giorno fa, per rendersene conto. Però bisogna ammettere che ci sanno fare. E quando siamo andati dal Papa hanno avuto almeno il buon gusto di non mettere striscioni di parte».
Cia Marazzi per scelta non si è mai sposata. «Non crediate però che sia nata a settantaquattro anni. Ho avuto anch'io le mie passioni» precisa vispa.
Attualmente gode di buone letture e di ottima salute. «L'ultima volta che ho visto il medico è stato dieci anni fa. Ero andata per misurare la pressione. Ma non la mia, quella di mia mamma, che è morta parecchio tempo dopo, mentre si stava pettinando, senza aver fatto un giorno di malattia. Aveva novantadue anni». Dio l'abbia in gloria. E si ricordi della figlia. Non dimenticandosi pure il dottore, che nel frattempo è andato in pensione.

28 novembre 1999

domenica 4 aprile 2021

Coltivare (Il silenzio)

Un rumore di fondo, indistinto. Un precipitare di parole continuo, incalzante, un frastuono, un ronzio.
Per toglierlo dalle orecchie, che non hanno tappo, devo chiudere gli occhi, concentrarmi su altro, cercare nuove frequenze, una sintonia che riduca il baccano.

Chiudo gli occhi davanti alla tv dei “talk show”, del reiterato teatrino recitato a soggetto; chiudo gli occhi nei discorsi di chi parla più di un minuto; chiudo gli occhi persino in chiesa, dove mi pare si moltiplichino le parole per colmare il vuoto di un’istituzione che fatica a leggere i segni del tempo.

La faccio breve, per non esagerare anch'io: il luogo in cui mi trovo meglio, in questi mesi, non per caso è il giardino. Che ha due meriti: allena al silenzio e mi ammaestra alla pazienza, a una crescita non percepibile con lo sguardo.


P.S. In giardino gli occhi occorre tenerli aperti per la causa (gli atti di cura dell’uomo, il coltivare), non per l’effetto, il mutare della natura, che ha un altro passo, inarrestabile e inafferrabile, così lento che i nostri sensi non riescono a coglierne il mentre, il presente, ma soltanto un prima e il dopo, il non ancora avvenuto e il già successo.


domenica 12 luglio 2020

Diventare grandi (Il cuore oltre la culla)

Sei stato a lungo il mio "figlio piccolo preferito", negli ultimi anni eri il mio "figlio preferito" e basta, ora puoi essere "mio figlio" e punto, senza ulteriori specifiche, perché oramai sei cresciuto e credo tu abbia capito che per un padre e una madre non esistono classifiche: i figli sono tutti differenti, ma perfettamente identici nell'intensità dell'amore che per ciascuno si prova.
Per anni, fin da quando eri un bimbo che camminava appena e non parlava ancora, ho dovuto fare i conti con il tuo essere terzogenito, con quel tuo bisogno "di luce" - di spazio, di visibilità, di riconoscibilità - per distinguerti dai fratelli che ti avevano preceduto e che rischiavano di rubarti la scena.
Non era un vezzo e ho avuto la fortuna di intuirlo presto, constatando come il terzo figlio occupi in effetti una posizione scomoda (scomoda in molti sensi: a chi mi chiedeva come fosse avere tre figli piccoli, ho sempre risposto che in effetti il terzo mette in crisi poiché, banalmente, non sai dove metterlo, avendo l'adulto soltanto due braccia).
In realtà - te ne accorgerai se avrai nel destino di essere padre a tua volta - vale la medesima regola dell'amore di cui ho scritto prima: ogni figlio affronta problemi diversi, ma la somma totale per ciascuno non cambia e il segreto è vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, prendendo il buono che c'è, sfruttando le difficoltà come trampolino, come allenamento per reggere meglio l'urto della vita.
È vero che tu hai incontrato genitori non più in ansia, meno preoccupati di non essere bravi a sufficienza e dunque forse meno premurosi, tuttavia questa apparente "distrazione" ti ha permesso di crescere più libero, meno inchiodato alla responsabilità di dover corrispondere tanta premura, di doverti sentire "all'altezza" (chiedi pure a Giacomo e Giorgia, credo ne sappiano qualcosa).
Non si tratta di una scoperta originale, somiglia piuttosto all'acqua calda, è l'eterna ruota che gira, il perenne percepire dei figli, che suona strano soltanto a chi non si mette mai nei panni dell'altro e non fa tesoro dell'esperienza.
Io, figlio unico, l'ho appreso per interposta persona, avendo in dono la frequentazione di amici con famiglie numerose, in cui ciascuno lamentava distinzioni che a guardarle a tessuto rovesciato erano nel contempo vincolo e fortuna.
Così come vincolo e fortuna è per me avere voi, tutti, una famiglia numerosa a mia volta.
E per famiglia non intendo soltanto io e te e tua madre e i tuoi fratelli, ma anche zii, cugini, nipoti, nonna, amici, comunità intera, dove siete cresciuti, dove vivete, dove costruite relazioni e vi mettete alla prova.
Perché questo ho imparato dei figli: non siete "nostri", siete affidati a noi, per un pezzo di strada e l'unico possesso che è concesso è al plurale, quello in cui ognuno vive in relazione con gli altri, trovando di volta in volta il proprio posto sul palco, da protagonista.

P.S. Ho scritto che sei cresciuto non per arbitrio, bensì per una constatazione, una consapevolezza precisa, giunta al termine della serata finale dell'oratorio estivo, quando ho letto - commosso - queste tue parole postate su Instagram.
"Tristezza, emozione, ma tanta felicità.
Questi i sentimenti provati ieri sera e durante queste tre settimane molto intense.
Tristezza perché è un capitolo della vita che si chiude, perché che piaccia o no, una fine arriva sempre. Tristezza perché guardandomi intorno non vedevo più le stesse persone che mi hanno accompagnato fino all'anno scorso e capivo che ormai il mio tempo qui era finito.
Tristezza perché non sono più quel ragazzo quattordicenne che si apprestava ad iniziare il suo cammino come animatore, ma sono quel ragazzo diciottenne ormai alla fine di un'avventura.
Emozione perché vedere nei volti degli animatori più piccoli degli occhi pieni di voglia di fare e mettersi in gioco mi faceva trepidare.
Emozione perché trascorrere ancora un Grest con gli amici con cui ho iniziato è stato stupendo.
Emozione per tutti i complimenti ricevuti, per tutte le persone con cui ho condiviso questo percorso.
E infine tanta felicità.
Tanta felicità perché sono riuscito a mantenere all'oratorio la promessa che gli avevo preannunciato, cioè dare ciò che lui ha dato a me.
Eh già... questo percorso mi ha dato tanto.
Grazie all'oratorio ho scoperto i miei pregi e anche i miei difetti più grandi.
Grazie all'oratorio ho scoperto la bellezza dello spettacolo, dell'intrattenimento, la mia passione.
E io nel mio piccolo sono riuscito a ricambiare tutto ciò che mi è stato donato, impegnandomi e dando tutto me stesso per far sì che quest'ultimo oratorio feriale venisse bene.
Tanta felicità anche perché credo che il mio continuo "mettermi in gioco", proseguendo a sbagliare e a correggere i miei errori, ha fatto sì che io lasciassi un'impronta di me stesso, di Gio nell'oratorio.
Concludendo posso dire soltanto un enorme GRAZIE all'oratorio, al gruppo fantastico che siamo.
Gio ❤️"

domenica 12 gennaio 2020

Un gigante, in cinquanta chili d'uomo (Addio don Dino)


Mi ha voluto bene, guardando alla persona che sono più che ai difetti che sommo, difendendomi sempre in pubblico - pur se non mi aveva scelto lui - e dimostrandosi altrettanto indulgente nel privato.
Debbo a Don Dino Gariboldi molto della mia esperienza monzese, soprattutto i colloqui nello studiolo della porzione di appartamento accanto al Duomo, in cui ci trovavamo di fronte uno all'altro, lui con la saggezza degli anni, io con l'entusiasmo e la passione per il mestiere che ho scelto.
Quando giunsi a Monza ebbi la fortuna di non passare inosservato, per un paio di dettagli che con il senno del poi avrei pure evitato, conseguenza dell'aver applicato alla lettera le regole del giornalismo che mi era stato insegnato. Ciò che a Como o a Milano sarebbe stata una pastina insipida, lì si rivelò cibo indigesto, con tanto di mal di pancia e sollevazione di alcuni notabili del posto.
Ricordo il modo in cui ricompose la frattura, dandomi ragione in consiglio di amministrazione e presentandosi in ufficio il giorno dopo. Lo vidi arrivare con quel suo corpo di uccellino, risalendo il vicolo che portava alla sede de Il Cittadino, in centro, cappello in testa e passo leggero. Bussò lieve alla porta e si accomodò senza aspettare che dicessi: "Prego", cominciando a parlare con un sorrisino di ostentata umiltà dipinto sul volto ed elencandomi i punti nei quali secondo lui avevo sbagliato. Parlò cinque minuti, ripetendo spesso una frase che in seguito gli sentii ripetere di rado: "Se io fossi il direttore de Il Cittadino...". Un modo per suggerire un atteggiamento, un comportamento, senza imporlo, senza prevaricare il ruolo. Alla fine del discorso, riprese in mano il cappello e senza che io avessi il tempo di replicare aggiunse un complimento, uno solo, che tuttavia bilanciò nella mia vana gloria tutto il resto: "Comunque hai un'ottima penna. Fanne buon uso".
Monsignor Gariboldi, don Dino, per anni arciprete del Duomo di Monza, se n'è andato alla soglia dei novant'anni, ieri l'altro.
A Monza ha voluto bene, a "Il Cittadino" di più, salvandolo in più di un'occasione e difendendolo da ogni attacco.
Per chi ha sospettato un suo interventismo eccessivo, quasi fosse tessitore di chissà quali trame, dico questo: in tre anni di direzione, non ha fatto mai un accenno sul favorire questo o quello, né chiesto fosse messa o omessa una notizia.
Una sì, ora che ci penso. Una "breve", cioè due righe che si utilizzano come riempitivo di pagina, sovente per segnalare un appuntamento. Riguardava una messa che avrebbero celebrato in Duomo i cattolici fondamentalisti, quelli che non riconoscono le riforme ecclesiastiche degli ultimi secoli. Quella volta lo vidi per la prima volta furente, piccato, con un fuoco negli occhi e una rabbia covata dentro, che chi lo conosceva bene notava non di rado. "Questa no! Questa notizia non la devi mettere! Il Cardinal Scola ha dato il permesso, ma io non sono d'accordo e anzi, quel giorno me ne andrò lontano, perché il cuore non reggerebbe un simile scempio in Duomo!".
Questo era don Dino Gariboldi, un uomo certamente conservatore, ma prete profondamente legato al Concilio Vaticano Secondo. Un gigante, in cinquanta chili d'uomo.

sabato 14 dicembre 2019

Un metro davanti a me (Cosa c'è oltre la maschera)


Eri un metro davanti a me, bella come sempre, in mezzo a tuo marito e tua figlia, che aveva in braccio il nipotino, anch'egli una meraviglia.
Eri un metro davanti a me e sarebbe stata una normale mattina, se sul viso tu non avessi avuto una mascherina, di quelle verde latte e menta, che usano i medici quando intervengono o gli infermieri o le persone malate, che non possono permettersi un'ulteriore acciacco, neppure un banale raffreddore, un'influenza.
Eri un metro davanti a me e quando gli sguardi si sono incrociati hai sorriso, serrando lievemente gli occhi, come sempre, come fai con tutti, per una spontanea forma di cortesia, mentre io pensavo a quanto mi avevano già detto, al male che ti ha cinto il petto, che si è insinuato nella carne e che fatica ad andare via.
Il tempo è volato e non ho avuto il coraggio né l'occasione di fermarmi, di chiederti come va, di dirti che faccio il tifo per te, che so quanta tribolazione nasconda l'apparente quiete, del carico che sulle spalle porti insieme con la tua famiglia.
Lo so perché l'ho vissuta, perché l'ho riconosciuta nell'espressione di tua figlia, anch'essa sorridente, fino a quando gli hai accostato la bocca all'orecchio e detto due o tre parole, mentre lei annuiva e continuava a sorriderti, tranne nel momento preciso in cui ti sei voltata e la sua espressione in un lampo è mutata, come chi viene colpito alla bocca dello stomaco, chi perde fiato, chi riceve una brutta notizia o ricorda quanto sia la situazione precaria.
In quell'istante ho percepito il suo dolore, la sua ansia, la preoccupazione di una figlia che ha da poco sperimentato la gioia più grande, quella di diventare a sua volta madre, ma sente in pericolo la persona a cui è più legata, tu, sua mamma.
Io non so cosa riserverà il destino, il caso, la vita. Ho pianto quindici anni fa per persone che sembravano avere i mesi contati e che sono invecchiate serene, vivendo tuttora in pienezza, mentre altri per i quali pareva poco o nulla ci hanno lasciato senza neppure il tempo di un Ave Maria.
Per questo dico che non lo so, tuttavia conosco e sono partecipe dell'apprensione tua e di chi ti vuole bene e di tutti coloro che vivono una simile vicenda, specialmente in questi giorni che precedono la festa e in cui tutti corrono e nessuno si ferma.
Tu a fermarmi mi hai costretto e lo considero un dono, che contraccambio abbracciandoti idealmente e dicendoti che non sei sola, anche se sola ti senti, come chiunque passa dalla soglia stretta e spinosa della malattia.