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sabato 1 dicembre 2012

Le quattro forze


Foto by Leonora
Eccolo, l'ho ritrovato, il ritaglio di giornale che mi aveva messo di buon umore, qualche settimana fa. Un articolo del giornalista americano Steven Kotler, controcorrente rispetto al pessimismo dominante, con la prospettiva di un nuovo tempo di serenità ed abbondanza. E' stato pubblicato sulle pagine di cultura del Corriere della Sera, il 17 ottobre scorso, con il titolo "Quattro forze salveranno il mondo". Signore e signori, eccole: high tech, innovazione fai da te, tecnofilantropia (i soldi investiti in opere umanitarie da chi con la tecnologia somma guadagni stratosferici) e nuovi popoli emergenti.
Ora che lo rileggo però mi pare non mi lasci convinto come quando gli ho dato una sbirciata la prima volta. Forse sono io più scettico oppure contava l'effetto sorpresa. Ad ogni modo, che il futuro possa essere migliore di come spesso lo si dipinge credo dipenda non da fattori esterni, bensì dall'approccio che abbiamo noi verso la vita. La ristrettezza dei beni materiali raramente incide sulla felicità, che invece è alimentata dalla relazioni, dagli affetti, dal benessere più che dal "benavere". Le tecnologie in questo possono essere un conduttore straordinario, pur se sbaglia chi si illude che da sole possano colmare il vuoto, la solitudine, il senso di disorientamento che spesso ci accompagna. Sono un mezzo, appunto, non il fine. Posso essere in contatto tramite Facebook, Twitter, Wazzup con mezzo mondo, ma se con nessuno si crea un rapporto di affetto, di scambio, di empatia, rimango la bollicina di acqua Lete, sola e sperduta.

lunedì 22 agosto 2011

Il peso sostenibile della riconoscenza (Alberoni docet)




E' la rubrica con più lettori in Italia, o così almeno dicono al Corriere. Parlo del "Pubblico & Privato" di Francesco Alberoni, in edicola sul principale quotidiano italiano, ogni santo lunedì.

La leggenda narra che in passato uno dei direttori, dovendo far fronte a continui tagli di bilancio, impose un taglio netto ai compensi dei collaboratori fissi, Alberoni incluso. Il quale Alberoni però non fece una piega e disse: "Grazie, ma a queste condizioni lavorare è avvilente, me ne vado". Fu allora che gli esperti di vendita estrassero dal cassetto quanto valeva, in termini di copie, il suddetto Alberoni, convincendo il direttore a una lesta retro marcia.

Personalmente non lo seguo con continuità. Non per scelta: per atavica distrazione. Quando lo leggo è raro che rimanga deluso. "Sono le solite cose" dicono alcuni. "Aria fritta" sentenziano altri. Sarà. Ma la grandezza è anche questa: rendere affascinante ciò che a prima vista è pure scontato, banale.

Oggi ad esempio l'articolo intitolato "Se aiutate qualcuno non aspettativi gratitudine" è di quelli da collezione.
Scrive Alberoni:

A tutti noi è capitato di aiutare qualcuno, un amico, un conoscente, a trovare un lavoro, di sostenerlo nel momento del bisogno in modo disinteressato, e poi scoprire che la persona beneficata, anziché esservi riconoscente non solo dimentica quanto avete fatto per lei, ma diventa fredda e si comporta verso di voi con rancore. E mi viene in mente quel passo de «Il paradiso perduto» di Milton in cui Satana dice che si è ribellato a Dio per il peso insopportabile della riconoscenza. Cos'è il peso della riconoscenza? Come può la gratitudine diventare insopportabile? Il caso più semplice è quello dell'invidia. Satana voleva di più, non accettava la sua condizione di secondo. E mi viene in mente che agli inizi della mia carriera avevo aiutato un mio collega psicologo che aveva bisogno di lavorare e ne avevo fatto il mio vice. Un giorno qualcuno mi ha riferito che sparlava continuamente di me al punto che sua moglie, il giorno in cui li ha colti un acquazzone, gli ha detto: «Non sarà anche questo colpa di Alberoni»? La spiegazione era semplice. Dopo aver imparato un po' il mestiere, pensava di essere più bravo di me e voleva prendere il mio posto. Da allora ho imparato che è pericoloso mettersi troppo in evidenza perche scateni l'invidia dei tuoi colleghi.
Ma la mancanza di riconoscenza non è dovuta solo all'invidia. Ogni volta che noi facciamo per un altro qualcosa di più del dovuto, mettiamo sempre in moto dei meccanismi che possono essere positivi e negativi. Prendiamo l'esempio più semplice, quello del dono. Il dono, anche se fatto nel modo più disinteressato e generoso, crea quasi sempre il bisogno di ricambiare. E se io esagero in generosità posso mettere l'altro in imbarazzo perché non sa come ricambiarmi e si domanda cosa voglio in cambio da lui. Vi sono però persone che reagiscono nel modo opposto. Se voi fate loro dei doni o le aiutate, lo considerano un dovere da parte vostra e, se smettete di farlo, vi criticano e vi accusano. In tutti i casi il risultato della vostra generosità sarà la mancanza di riconoscenza.
Perciò quando decidete di fare un dono a qualcuno, o di aiutarlo quando ha bisogno, o di far sì che possa realizzare le sue potenzialità, tenete presente che lo dovete fare solo per ragioni morali, perché lo ritenete giusto, senza aspettarvi nulla in cambio. Se poi l'altro vi ricambierà con la fedeltà e la riconoscenza considerate questo suo comportamento solo il dono di un animo generoso.


Ci ho pensato. Il concetto del "peso insopportabile della riconoscenza" intriga moltissimo.

Ad onor mio, devo ammettere che da tale vizio sono immune. Pur zeppo di difetti, non conosco o quasi invidia e mi piace manifestare espressamente gratitudine. Ne faccio un punto d'orgoglio persino, forse proprio perché detesto chi non lo è, chi gode del buon cuore altrui e poi se ne fa un baffo. Anzi, il prossimo post lo dedico alle persone (ad alcune persone) a cui sono grato.



Foto by Leonora