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giovedì 3 dicembre 2020

Il bene inferiore (Lezioni etiche, senza pulpito)

Ti devo chiedere scusa, ma prima ancora grazie, per ciò che in questi anni stai facendo e per come lo fai, per lo stile, il modo.
Dell'amministrazione parlo di rado, in pubblico mai, tanto meno per difenderti, anche quando ne sono tentato, anche quando evitarlo mi fa sentire codardo.
A casa sono peggio: il più delle volte brontolo, eccepisco, critico.
Tutti i miei discorsi, i miei principi, le mie visioni, non valgono la metà della metà dei tuoi gesti, della tua concretezza, della puntualità con cui porti avanti l'impegno che hai preso, senza smarrire un'oncia dell'essenza della persona che sei e che ti distingue ai miei occhi, in positivo.
Nessuno, tranne chi ti è più vicino, conosce il fardello che porti sulle spalle.
Non mi riferisco al "lavoro", alle difficoltà dell'amministrare, che credo comuni a tutti, chi più chi meno, bensì al prezzo che paghi al talento che la natura ti ha portato in dono, a quella purezza d'animo e sensibilità che al pari di ogni vetta presenta sempre un abisso sul versante contrario.
Perciò ti chiedo scusa, per le infinite volte in cui ti lascio sola, e prima ancora grazie, per le lezioni che ogni giorno mi dai, senza bisogno di salire su un pulpito.
L'ultima ieri, prima al telefono e poi a cena, quando hai espresso tutto il tuo rammarico, lo struggimento, per una questione che d'acchito ho giudicato da poco, che mi pareva una quisquilia da pochi euro di spesa pubblica al confronto dei macro temi, dei mega problemi che nell'immaginario cambiano i destini di una comunità, del mondo.
Ascoltandoti però - sentendo la passione che mettevi, lo strozzo in gola che esprimeva il disagio per non essere capita, prima ancora del discutere opinabile degli argomenti posti sul tavolo - ho compreso che dalla parte del torto ti trovavi seduta tu, ma a sbagliare ero io.
Io e tutta la vasta compagnia di coloro che piegano il particolare al generale, al fine il mezzo, coloro che si giustificano puntando lo sguardo a un bene superiore, senza accorgersi che è inciampando in quello inferiore che cadono, che stortano alla radice un fusto che poi hanno la pretesa di far crescere dritto.
Hai ragione tu: se cominciamo a farci andare bene tutto, a chiudere prima un occhio e poi due, sul poco, ci ritroveremo a non distinguere più la differenza tra giusto e sbagliato, tra malato e sano.
Tanto di cappello dunque, voglio riconoscertelo, non soltanto in privato, facendo eccezione al mio silenzio forzato su questi temi, sottolineando lo stupore che provo a scoprirti così, nonostante siano ormai sette anni che frequenti quel mondo, orgoglioso che ti abbia cambiato ma soltanto in meglio.

domenica 10 gennaio 2016

Il riflesso di Medusa (Raccontare storie)

Foto by Leonora
Ci sono mattine come questa, umide, con la nebbia, mattine di gennaio che sembra novembre, in cui il silenzio è come una mano che avvolge, mentre il tempo scorre lento, tanto che è quasi un rumore, l'unico che puoi percepire.
Mattine in cui penso al valore di raccontare storie, perché se vedo o leggo di un padre che sgrida il figlio mi commuovo, mentre se sono io quel padre resto indifferente.
Raccontare storie è il gesto di Perseo che uccide Medusa senza guardarla negli occhi, usando lo scudo per scorgerla attraverso il riflesso, evitando così di rimanere pietrificato.
Rimanere pietrificati è l'equivalente di quel restare indifferenti di cui scrivevo prima, quell'ostinazione nel compiere un'azione nonostante ci si renda conto che è sbagliata, senza però trovare la forza e il coraggio di cambiare registro. Mi accade nei piccoli gesti, come appunto sgridare esageratamente un figlio oppure discutere in famiglia su dettagli da niente o arroccarmi in un silenzio ostinato, ma pure in alcuni atteggiamenti a mente fredda: una certa pigrizia, ad esempio, evitando di fare qualcosa di utile, con costanza e medoto.
Oggi perciò chiedo perdono a Giovanni, per tutte le volte che lo prendo in giro sottolineando un suo difetto; a Isabella che deve sopportare i giorni in cui mi chiudo a riccio e ho i nervi a fior di pelle, tanto che è inutile sia trattarmi con riguardo sia prendermi di petto; alle persone povere che mi tendono la mano mentre passo oltre, con la scusa che non potendo aiutare tutti tanto vale preoccuparsi di nessuno; agli amici che non sento da parecchio e che spesso mi vengono in mente, ma con il proposito di voler dare loro molto non faccio neppure quel poco che basterebbe per far sentire che sono a loro vicino.
Chiedo perdono oggi, sapendo che domani tornerò ad essere in difetto, sollevato però dalla constatazione che non tutto è perduto, poiché riesco ancora a distinguere giusto e sbagliato.

P.S. Pioveva a dirotto nel primo pomeriggio di otto anni fa, quando camminavo accanto a mio padre per l'ultima volta, io mano nella mano ai miei figli, lui in una cassa di legno. Essendo negato nel ricordare le date è stata mia madre a fare memoria di questo anniversario, eppure io che non credo nei segni qualche segno - devo ammetterlo - lo avevo ricevuto, in sogno, ieri l'altro, quando nel dormiveglia mi sono trovato a pensare al grande nulla, che c'è dopo, come un buio intenso, un'assenza totale, un vuoto nero, in quel momento però non spaventevole, accogliente anzi, come una tregua dal tutto. Così mi sono trovato a pensare alla morte, con la consapevolezza tuttavia che essa non fosse la fine e che la pace che sentivo fosse dovuta alla sensazione che dietro quella barriera, quella bolla color pece, ci fosse qualcuno, per l'esattezza mio padre, che stava sorridendo.

sabato 28 febbraio 2015

Si stava peggio (quando si stava peggio)

Foto by Leonora
Ci lamentiamo troppo, specie a casa nostra. La colpa per la maggior parte è mia, che d'istinto me la prendo per cose da nulla, insegnando ai figli la reazione più sbagliata. Una sensazione che ho da qualche tempo, un errore di cui mi sono accorto con lucidità ieri sera.
Andiamo con ordine.
C'erano pochi ragazzi ed è un peccato, perché l'incontro sarebbe stato ancor più interessante per loro, come mi  ha detto Davide (Passoni), ma la cinquantina di persone presenti e lo spirito con cui si è tenuto hanno ripagato con abbondanza l'impegno per prepararla da parte di Isabella e di chi l'ha aiutata.
Il tema del dibattito erano le nostre radici contadine. Titolo scelto: "Sotto la neve pane", anche se sotto la neve - abbiamo scoperto - di pane ce n'era poco e anche quel poco era giallo, gramo, raffermo, spesso ammuffito, accompagnato a un companatico di stenti, debiti, fame, malattie, miseria...
E' stato bravo Luigi Clerici a spiegarlo e mentre parlava riflettevo su quanto corta e vaga sia la nostra memoria. Anche quella in buona fede, alimentata dai ricordi dei più anziani e dei racconti di genitori e nonni, nati tutti però nel Novecento e dunque con una visione limitata.
Ieri ho realizzato con chiarezza che le difficoltà della generazione che mi ha preceduto e che pur mi sembrano terribili quando le sento dalla voce di mia mamma (classe 1940) sono blande in paragone a chi c'era prima. Vessazioni, carestie, cibo scarso e sempre quello, sofferenze erano la norma.
E' vero, come insegna Primo Levi, che non esiste una forma di infelicità perfetta e persino nel lager nazista esisteva una normalità che comprendeva gioie e soddisfazioni, ma se osservate con i nostri occhi e immaginate sulla nostra pelle quelle condizioni risultano d'uno spavento tale che si rizzano i capelli in testa (chi li ha).
La locandina della serata
Due i sentimenti che ho provato, mentre ascoltavo il resoconto puntale dell'esistenza di chi mi ha preceduto, degli uomini e donne sulle cui spalle siamo saliti per arrivare al punto in cui siamo ora.
Primo: siamo davvero fortunati, una buona sorte paragonabile all'aver vinto il superenalotto ogni mattina, giuro che prima di lamentarmi di qualcosa che non va, di alzare il sopracciglio per un torto nelle mancanze materiali, ci penserò dieci volti. E anche quando lo farò sarò consapevole della pochezza di quanto vado dicendo, aggiungendo al brontolare un sorriso d'ironia.
Secondo: davvero erano tipi tosti i nostri avi, gente forgiata d'una tempra di cui oggi s'è persa traccia ma a cui in altri ambiti, in differenti situazioni, noi assomigliamo, perché i cromosomi sono identici e dunque alla memoria per quanto sono riusciti a fare loro va a braccetto la speranza, la certezza anzi, che qualsiasi cosa capiti - crisi economiche, maggior tasse da pagare, diritti ritenuti fondamentali che vacillano... - sapremo reagire anche noi, sopravvivere. Cavarcela insomma.
Ed ora mi preparo alla solita filippica di Giovanni che quando si sveglierà e non troverà i frollini della sua marca preferita metterà in piedi un pianto greco che Eschilo o Sofocle sarebbero fieri di lui o di Giorgia, che monterà su tutte le furie perché alla brioche fresca portata a casa ieri sera da suo fratello non può aggiungere la Nutella (d'accordo, lo ammetto, l'ho finita io!), o di Giacomo che invece di tre simil Magnum di gelato potrò mangiarne soltanto due e imprecherà contro il cielo e gli uomini: e il dramma è che non posso incolpare loro, poiché il primo re della lagnanza per quisquiglie sono io, che per la pasta leggermente scotta o per un sugo che non è quello che mi ero immaginato posso andare avanti a menarla per mezz'ora.
Se esiste una vita dopo la morte, siano clementi coloro che mi hanno preceduto e che avrebbero tutto il diritto di farmi passare qualche secolo di purgatorio a calci nelle terga (e scrivo terga ma meriterei espressione più volgare e consona).
P.S. Devo delle scuse pubbliche a Luigi Clerici, perché per molto tempo ho sottovalutato il lavoro che faceva. Non che ne parlassi male, non ne avevo l'occasione del resto. Il mio torto è stato peggiore di colui che sparla ma a ragion veduta, poiché conoscendolo in altro ambito (lui si occupava della comunicazione del Comune di Como quando io lavoravo prima a Etv poi a La Provincia) avevo la presunzione di conoscere i suoi scritti senza averli letti. Un due più due sciocco prima ancora che sbagliato, di cui mi pento e chiedo scusa. L'anno scorso poi, quasi obbligato per non ricordo quale evenienza, mi sono trovato a leggere una sua pubblicazione e l'ho trovata eccellente, capace di coniugare il rigore storico appunto alla divulgazione semplice, lineare diretta. Una qualità che ho avuto modo di riscontrare di nuovo ieri sera.

lunedì 12 gennaio 2015

Il milite noto (del senso civico)

Foto by Leonora
L'ultima riga delle favole è più scontata della penultima dei fatti di cronaca, che vanno raccontati fino in fondo, altrimenti prendere abbagli è un lampo.
Due settimane fa correvo lungo una via sterrata dietro casa e come al solito provavo un misto di rabbia e desolazione notando l'abitudine di qualche incivile, che abbandona ogni sorta di rifiuto al bordo della strada, rivelando un disprezzo per la natura e per la civiltà pari soltanto all'ignoranza dimostrata. Quel giorno però, in lontananza, c'era pure un'auto accostata sul ciglio della carreggiata e un signore con un sacco in mano, così aumentando il passo e sbuffando quando un toro che vede rosso pensavo: "E vai! 'Mo l'ho beccato!". Becato un cavolo. Era infatti una persona che conosco, che abita a mezzo chilometro da lì e che aveva deciso spontaneamente di passare la mattinata ripulendo e riparando il danno che essere meschini fanno.
Un errore di valutazione commesso non soltanto dal sottoscritto. Un'ora più tardi, tornando sui miei passi, quell'uomo stava ancora facendo pulizia mentre un signore anziano con giacca di montone, cappello e due nipotini per mano si accalorava, urlando e inveendo ("Si vergogni!!!") prima di rendersi anch'egli conto che colui con cui se l'era presa era un angelo, non il diavolo. Nello stesso fraintendimento è occorso pure un amico, che nel pomeriggio, notando la pigna di immondizia più alta del solito e non sapendo cosa fosse accaduto ha postato una foto su Facebook commentando: "Che tristezza".
Che tristezza, è vero, ma pure un cuore sollevato per l'impegno di quel cittadino, milite ignoto ai più ma non al sottoscritto, che gli è grato per aver dimostrato nei fatti ciò che nei giorni scorsi ho riportato a parole sul senso civico, sul gusto disinteressato per l'ordine, per il decoro, la pulizia.
Non credo si tratti di un eroe, bensì di un cittadino normale, come ce ne sono molti, ed è proprio per questo che l'episodio non va passato sotto silenzio. Come sostiene caparbia Isabella, ciascuno di noi può far qualcosa ed è così che il paese diventa comunità, un luogo migliore dove vivere, nonostante tutto.
P.S. Il nome e cognome della persona che si è preso cura della via è Domenico Agostinacchio. Gli sia dato merito.

sabato 25 ottobre 2014

Cielo grigio giù (e gli amici che lo dipingono)

Foto by Leonora
Certe settimane nascono così, storte. Altre invece sembrano dritte come un fuso, salvo poi accartocciarsi su se stesse, diluendo i colori in un grigio torvo, spento.
Questa, per dire, aveva tutto per essere blu, a specchio del cielo, invece è spuntata una vena malinconica, di quelle che c'è il sole fuori ma piove dentro.
Avendo un carattere positivo non ci faccio troppo caso, sapendo che l'orizzonte dello sconforto è limitato, in più ho la fortuna di avere una famiglia che non mi chiede di essere sempre al cento per cento e amici che mi aiutano anche quando non lo sanno, senza incalzarmi, in mille modi, a turno.
Potrei elencare cento nomi e le maniere in cui di volta in volta mi tendono la mano, scintille di serenità che non scacciano il buio, ma impediscono che diventi profondo, nero. Mi limito a un grazie per coloro che l'hanno fatto negli ultimi tre giorni.
Ringrazio Paola (Farina), che mi ha mandato un messaggio per farmi sapere che ci terrebbero a riprendere i collegamenti con me, in radio, come accadeva quando dirigevo il Cittadino.
Ringrazio Giuseppe (Guin), che ha trovato la sua strada nel mondo e a differenza mia, improvvisatore nato, insegna l'importanza di essere meticoloso, realizzando la massima dei produttori americani secondo cui nulla appare più spontaneo di ciò che è preparato.
Ringrazio le novantasei persone che ieri sera sono venute per ascoltare Guin. Molte di loro l'hanno fatto per amicizia, perché erano state invitate personalmente ed era un modo per dirmi "Io ci sono".
Ringrazio Isabella (Dominioni), che si sente sempre inadeguata, invece è tale e quale al lievito, colei che ara la pigrizia, getta semi e coltiva un campo che rischierebbe di restare abbandonato. Sua è stata l'idea della serata di ieri e soprattutto suoi gli inviti a cui la gente ha risposto.
Ringrazio David (Chinello), che giovedì mi ha fatto partecipare a una giornata di formazione con relatori visionari. Una scorta di sapere che durerà tutto l'inverno.
Ringrazio Francesca (Vella), a cui sono bastate due righe asciutte per farmi partecipe di una felicità, la sua, per i quattro giorni che sta trascorrendo a Istanbul, con i figli e il marito.
Ringrazio Klaus (Wagenbach), storico editore tedesco e autore di un libretto - "La libertà dell'editore. Discorsi, memorie, stoccate" - che mi ha sorpreso, stuzzicato e tenuto compagnia la sera tardi, impedendo il sonno del depresso.
Ringrazio Giorgio (Gandola), che mercoledì, in una giornata di vento e cielo terso, mi ha portato in un posto con una vista incantevole, a Bergamo, e ogni volta, sorridendo, riesce a farmi riflettere. Ad esempio sulla differenza tra l'eccellenza dell'eclettico, che fa molte cose bene, e la mediocrità del generico, che fa di tutto ma male. E' arduo che io possa appartenere alla prima categoria, ma la seconda posso evitarla senz'altro, standoci attento.

giovedì 17 luglio 2014

Figli migliori di noi (poco alla volta)

Foto by Leonora
Dico spesso a Giovanni (ma anche a Giacomo e a Giorgia): "Tu sarai migliore di me".
Lo dico per aumentargli l'autostima - perché è fondamentale che sappia quanto tengo a lui - ma soprattutto perché lo credo. Credo davvero diventerà un giorno migliore di me, imparando a non ricalcare i miei difetti, ad evitare i molti errori che commetto, le mancanze di attenzione per le persone che mi vogliono bene, le distrazioni, gli egocentrismi, le esagerazioni...
L'altra sera, discutendo con Isabella, ho alzato la voce, abbiamo gridato, come non dovrebbe succedere ma come a volte capita, ho dato anche un paio di manate all'anta del frigorifero, provocando un rumore che lì per lì non mi pareva gran che. Uscendo però dalla cucina, aprendo la porta, l'ho visto seduto sul divano, insieme con Giorgia, stranamente senza la tv accesa né la play-station o un'altra diavoleria. Ho realizzato allora che stavano ascoltando, che magari non capivano le parole ma intuivano l'atmosfera, mi sono rivisto io, quando mia madre e mio padre litigavano, il disagio che provavo, l'ansietà, la paura...
Nonostante fossi ancora furioso (che sciocco, a ripensarci ora, ad essere tanto arrabbiato, e che sciocco in generale a prendermela tanto per cose da poco, gocce nel fiume della vita e che si ingigantiscono a dismisura) nonostante fossi ancora furioso, dicevo, vedendoli così mi sono aperto in un sorriso ampio, schiacciando l'occhiolino e dicendo loro: "Bene, questa sì che era una discussione seria".
Prima di salirmene al piano sopra e continuare la mia sceneggiata con Isabella (passando dalla fase "Gridiamoci in faccia" a quella "Ignoriamoci di spalle"), li ho visti distendersi in volto, abbozzare un sorriso a loro volta.
Sì, Giovanni e Giorgia e Giacomo saranno migliori di me, senza rendersene conto, salendomi sulle spalle come ho fatto io con mio padre. Non devono preoccuparsi per come accadrà, né sentirsi schiacciati o mai all'altezza. Non capiterà all'improvviso, bensì saranno come quegli altari votivi spontanei che si ammirano sui sentieri delle Dolomiti e di cui mi parlavamo ieri Roberto e Laura. Sono alte più di un metro, fatte dai piccoli sassi che i viandanti mettono in pigna, uno sopra l'altro, come segno di ringraziamento. È così che i nostri figli diventeranno migliori di noi, quasi senza accorgersene, poco alla volta.

mercoledì 23 febbraio 2011

L'uomo che ascolta le piante


Niente. Ci voleva anche il vento artico ad allontare l'annuncio di primavera, in questo inverno cocciuto, ch'è iniziato presto e pare non finire mai. Confido sia un colpo di coda, perché di freddo e giornate corte ne ho piene le tasche, anche se il mio amico Fabio Rovelli, che di mestiere si prende cura delle piante, dice che a parte le gelate di tardo autunno, non è stata una stagione terribile. Fabio era mio compagno di classe alle medie, forse il più sveglio tra noi, e non parlo dei libri di scuola, bensì della vita, cioè di ciò che più conta. Oggi è stato qui perché Isabella non s'accontenta dei cipressi che abbiamo in giardino. "Troppo bassi" ha sentenziato. Neanche a farlo apposta il cipresso cresce lentissimo. "E' l'albero del ricordo" ha detto Fabio, che mi ha affascinato per la sapienza nel capire chi non ha voce e neppure gambe per camminare o braccia per lamentarsi. Lui però guarda le foglie, osserva i rami, e ha una risposta per tutto. Mi ricorda Emilio Trabella, vero saggio e conoscitore di tutto il creato. Con Isabella intanto ho raggiunto un accordo: ne metteremo altri due, di cipressi, sul pendio davanti a casa. Non ora però. Ad aprile, quando farà più caldo e anche quelli attuali si potranno potare e togliere i semi, che rallentano ulteriormente la crescita.

Foto by Leonora