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venerdì 21 ottobre 2022

In panchina (Divertendosi)


"Scrivo meno, è vero, ma non del tutto. Da molti mesi a questa parte, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, do il buongiorno commentando una fotografia sulla pagina Fb di Storylab. Immagini che sanno essere un piacere e un pretesto, per raccontare un pezzetto di storia, di mondo e anche di me stesso".

Lo scrivevo esattamente sei anni fa, in un tempo che - è il colmo - pare sparito dalla memoria, almeno nel mio orizzonte privato. Invece c'è stato, invece per mesi e mesi ho fatto quello, sentendomi come in panchina ma dilettandomi in ciò che mi piace di più: scrivere, raccontare, inventare, restando in relazione con una comunità, rendendomi utile in qualche modo.

P.S. Questo è il testo che accompagnava la foto qui sopra.

 "Dimmelo tu cos'è. Quello che ancora ci manca, e che ti prende alle spalle e non ci fa tornare indietro. Dimmelo tu cos'è".
Lo domanda Venditti, provo a rispondergli io, mentre osservo questa fotografia e vorrei con buona parte delle mie forze essere lì, tornare bambino, mettere le calze bianche traforate a gambaletto e i sansaletti blu con quattro buchi, i calzoni corti e la maglietta della Susanna, del formaggino Tigre o del Plasmoniano.
Vorrei anche soltanto per un istante provare l'emozione di allora, con un pallone tra i piedi o giocando a nascondino ad un angolo di strada che potrebbe essere questa, tra via Maglio del Lotto e la strada provinciale 591, in barba ai - rari - pericoli e alle auto che passavano. E vorrei accarezzare il viso di quella bimba bellissima, con il vestitino bianco, vorrei sussurrarle quattro parole all'orecchio, piano piano, le uniche che mi sarebbero venute in mente allora, con cuore grande, come ogni bambino: "Vuoi essere mia amica?". E non importa se non mi avrebbe risposto, sarei stato già felice per un sorriso, uno sguardo, un sospiro. I silenzi dei piccini dicono più di un romanzo.
Cosa manca allora, cosa ci prende alle spalle e non ci fa tornare indietro?
Credo non sia qualcosa che manca, bensì il troppo che abbiamo, che conosciamo.
Il desiderio di diventare grandi ci ha fatto crescere ma anche corrotto, sottraendo dal conto dei nostri giorni l'innocenza, lo stupore nell'osservare il mondo. Una meraviglia che non è scomparsa del tutto, a volte la proviamo ancora, come adesso, guardando questa fotografia e chiudendo gli occhi, di scatto, immaginando di essere noi quei bambini e tornando per il tempo di uno schiocco di dita esattamente come loro.

domenica 17 novembre 2019

Il dono della piantina (Far crescere, scomparendo)

L'hai raccontata così, un po' riferita, un po' inventata, la storia del grande albero e della piantina cresciutagli accanto, al riparo, protetta e al tempo stesso costretta, limitata nella crescita, fino al giorno della tempesta, del vento, dello schianto per il tronco secolare, che ha esposto l'arbusto smilzo agli sbalzi del meteo, ma nel contempo concedendogli luce e nutrimento, permettendo ad esso di crescere, che prima era impedito.
Eri seduto al tavolo della cucina, io terminavo la cena da solo, arrivato come al solito in ritardo. Tu a capotavola, hai voluto fermarti, chiacchierare, tenermi compagnia. Non accade spesso, ma come per gli altri figli ho imparato a rispettare i tempi, a non forzare le situazioni, cogliendo piuttosto al balzo le occasioni offerte, le eccezioni alla regola del procedere sul proprio binario, senza interscambio alcuno, se non quello convenzionale, della buona creanza, dei convenevoli classici, quando si chiacchiera senza entrare davvero in contatto.
Ti ho ascoltato con attenzione. Con i tuoi non ancora dodici anni sei tuttora per molti aspetti un soldo di cacio e spesso provo una vertigine pensando a quanto dolore la vita ti ha già messo nello zaino, al vuoto che immagino tu avverta di tanto in tanto, magari quando resti solo, nel tuo letto, eppure hai un garbo, una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal comune, un dono, in tutto e per tutto.
Nel momento in cui te l'ho detto, che sei un dono, l'altra sera, in risposta al tuo racconto, mi hai guardato con occhi ampi, fissandomi, volendo quasi pescare nei miei per cogliere il tono di quel commento e non soltanto il contenuto, aggiungendo una sola parola, con un punto interrogativo: "Davvero?".
Sì, davvero. Hai un dono grande, un talento che la natura, i geni delle famiglie da cui provieni ti hanno dato e che coloro che ci hanno preceduto - penso in particolare ad Elisabetta e Stefano - hanno contribuito a temprare, come si fa quando si lavora il metallo, modellandolo quand'è caldo. Spero di aiutarti pure io a custodirlo, ad alimentarlo, ma già così è "tanta roba", come direbbero Giorgia o Giovanni. Già così è un regalo che fai a noi, che la piccola piantina insegna al grande albero.

P.S. Il racconto della piantina e dell'albero vorrei arrivasse a coloro che convivono con la lacerazione del lutto. A una persona in particolare, a cui sono legato fin da quando ero ragazzo e che sta passando giorni neri più che bui, alzandosi al mattino e accudendo i figli e riassettando la casa e recandosi al lavoro apparentemente come tutti gli altri giorni della sua vita, in realtà con la luce spenta dentro, con sul cuore un peso che al tempo stesso è una smorza, un muro altissimo, che impedisce non soltanto di sorridere, ma anche di guardare e pensare al futuro. La morte di chi ci ha preceduto e cresciuto ha il fragore e l'irruenza del tronco che precipita a terra, della tempesta che lo sradica e pare decretare anche il nostro abbattimento, la fine di tutto. Non è così. Anzi, quello stesso albero, una volta al suolo, continua ad esserci utile, non più riparandoci, bensì decomponendosi, disgregandosi, donando gli elementi necessari alla nostra crescita, ecco perché va tenuto accanto, accettandone il peso, e non rimosso. Lo so che il dolore che si prova e brucia è reale, tangibile, autentico, mentre queste sono soltanto parole, ma le parole - per chi le vuole ascoltare - hanno un potere intrinseco, curano, e a tacerle non è quello che fa chiunque pretende di definirsi amico.

giovedì 3 settembre 2015

La luce nel tunnel (Saving Mr. Fish)

Foto by Leonora
"Se qualcuno dovesse leggere la mia storia e dire: ''Esiste una persona che ha avuto gli stessi problemi con i quali io mi sto confrontando in questo momento e li ha superati'', allora mi sentirei bene".
Ho trovato queste parole nel racconto di una storia vera, una storia di questi giorni, una storia "di passione e di tenacia", una storia incrociata per caso ma che ha toccato una corda tesa. L'ha scritta Tommaso, si intitola: "Il cuore troppo grande di Mister Fish" e potete leggerla cliccando qui. Prende spunto dalla vicenda umana e sportiva di chi ha rischiato di perdere tutto per colpa degli attacchi di panico, dell'ansia, dell'angoscia... Stati d'animo che per alcuni sono sillabe nero su bianco senza corpo né anima, per altri un vago sentito dire, per altri ancora una mano stretta alla bocca dello stomaco, uno zaino zeppo di sassi da portare notte e giorno sulle spalle, un buio che spegne la luce e disorienta, spiazza.
Conosco per interposta persona il disagio di chi convive, poco o tanto che sia, con il male subdolo del falso allarme che può diventare pietra nel petto e persino una malattia.
So che si tratta di una cosa seria, che non va presa alla leggera, che è importante farsi aiutare da qualcuno. So tutto questo, ma anche che se non si cede prima o poi passa. Com'è capitato a mister Fish e al suo cuore abbastanza grande da battere la paura e sentirsi bene, regalando speranza.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Ground

Foto by Leonora
Si dice che siamo tutti Charlie, ma non è vero. Non lo siamo o lo siamo in modo ipocrita quando per timore delle conseguenze non difendiamo ciò in cui crediamo, quando per opportunismo scegliamo la via comoda, quando alla brutalità, invece dell'ironia o anche del sarcasmo sferzante di una battuta, opponiamo la medesima violenza.
Non siamo tutti Charlie. Loro lo erano e sono morti per questo. Un martirio che è nostro dovere rispettare, evitando il fuoco di paglia delle reazioni isteriche e attuando un cambio di stile vero, riconoscendo il male ovvero ciò che sporca, divide, divora, scinde, macchia, soffoca, uccide. Ed evitandolo.
Alle analisi frettolose, ai giudizi lapidari, al desiderio di crociata e a quello di jihad, ("Non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro", è una frase di Kurt Vonnegut, ringrazio Luca Corsolini per avermela ricordata) preferisco l'azione mite del fare memoria. Raccontare con onestà quanto avvenuto a Parigi e che ogni giorno accade in qualche parte del mondo, è una sorta di fotosintesi clorofilliana sociale, l'azione capace di trasformare qualsiasi anidride carbonica in ossigeno.
P.S. La penna non vince sulla spada quando si alza verso il cielo, bensì quando scrive, quando lascia sulla carta e nell'anima un segno, un tratto. Un articolo che esprime gli stessi concetti di questo post, meglio, è questo, di Fabio Chiusi, su Wired. E aggiungo pure l'editroriale sull'Eco di Giorgio Gandola, un giornalista che stimo, perché sa scegliere sempre le parole giuste, senza mai andare sopra le righe