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giovedì 1 ottobre 2020

Un ponte (Tra noi)

Ho fatto tredici e non ho vinto nulla. O forse è proprio il contrario: il valore più concreto di questi ultimi anni consiste nella leggerezza delle parole, il filo ininterrotto che attraverso questo blog unisce noi, oltre la persona che ero con quella che nel frattempo sono diventato.
Quattromilasettecentoquarantasette giorni, mille post, un milione di parole almeno.
Il resoconto spiccio di un panorama ampio.
Era il primo ottobre del 2007 quando ho iniziato, con determinazione, cercando di non dare peso alla volubilità che mi accompagna spesso, confidando nella caparbietà del seminatore che nei geni evidentemente in dote porto.
È stato proprio così, non ho mai ceduto.
Sono stato talvolta in letargo, altri mesi ho scritto con regolarità, l'anno scorso - per il dodicesimo anniversario - ho fatto in modo che ogni giorno di ottobre avesse una traccia qui, un pensiero.
Un ponte, tra noi.
Un post al giorno per tutto il mese, il proposito che mi piacerebbe rinnovare quest'anno.
Un impegno che prendo, innanzi tutto con me stesso e per chi mi segue con stima, oltre che con affetto.
Il medesimo affetto e l'identica stima che provo io per tutti voi, che passate di qui e da tredici anni mi fate da finestra e da specchio.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

domenica 30 agosto 2015

Il mezzo vuoto (grazie ai miei limiti)

Foto by Leonora
Leggere ho sempre letto, dai sei anni in su almeno. Questa estate di più. Romanzi, gialli, saggi, di tutto. Ringrazio in particolare Manuel Vasquez Montalban, George Simenon, Paolo Giordano, Francesco Piccolo, Mauro Magatti, Carlo Bordoni e Zygmunt Bauman per avermi tenuto compagnia, sugli scogli, in spiaggia, a bordo piscina, sul divano di casa, a letto, sia di notte sia di giorno, mattino sera e pomeriggio. Sono stati compagni poco chiassosi, generosi e discreti: non potevo pretendere di meglio.
Dico a loro grazie, così come sono grato ai molti difetti e alle mancanze che ho e che avevo.
Alla timidezza che mi faceva diventare rosso peperone e paralizzava le giunture, quando ero bambino, ad esempio. E' grazie a quel guscio che ho imparato allora a costruirmi e agli sforzi per superare i miei limiti che sono diventato un uomo e ogni volta che compaio in tv o che parlo in pubblico ricordo la prima volta in cui presi la parola, attorno al tavolo di legno scuro, massiccio e intagliato della sala da pranzo della casa parrocchiale: eravamo una dozzina di ragazzi e ragazzi, avrò avuto sì e no quindici anni e decisi di dire ciò che pensavo a proposito di un libro che avevamo appena letto ("Il deserto in città", di Carlo Carretto). Deglutii un paio di volte e poi, come in un tuffo, pronunciai le prime quattro parole, udendo una voce che non sentivo neppure mia, tanto mi pareva giungere da lontano. Parlai un minuto scarso, esprimendo un concetto banale, finendo metà sollevato per il coraggio che avevo dimostrato e metà in imbarazzo per le risatine di commento che avevo suscitato in Cristina e Manuela, che mi sedevano accanto.
Sono grato a quella timidezza che mi ha forgiato, ma anche all'intelligenza limitata nel comprendere i ragionamenti complessi e alle lacune nelle materie scientifiche, specie in matematica. E' anche per questo, credo, che quando ho di fronte qualcuno non lo guardo mai dall'alto in basso e mi sforzo sempre di capirlo, convinto come sono che se tra uno dei due c'è uno stupido quello sono io.
Parimenti sono grato alle risorse economiche limitate e alle origini umili della mia famiglia, che senza flettersi in complessi di inferiorità hanno piantato in me il seme buono del desiderio. Lo stesso desiderio e stupore nei confronti dell'universo femminile conseguente alla scarsità di informazioni con cui è convissuta la mia generazione e tutte quelle antecedenti alla marea montante di internet e del suo universo mondo.
Questo per dire che esiste in ogni bicchiere il mezzo pieno e pensandoci bene pure il mezzo vuoto è utile e dà qualcosa in cambio, se lo si sa apprezzare per quello che è invece di limitarci alla delusione e al lamento.
Me ne dovrò ricordare domani, quando aprirò gli occhi e avrò di fronte mesi di lavoro e alle spalle le vacanze, il mare, le giornate con gli amici, le lunghe serate sul terrazzo.

venerdì 24 aprile 2015

Paracadutiamo scrittori (contro l'indifferenza, al di là dei giudizi)

Foto by Leonora
Raccontare storie è un modo per saltare le barriere che ciascuno costruisce attorno a sé, inviando un messaggio.
Perciò ammiro gli scrittori, coloro che non si arrendono alla banalità del giudizio affrettato, al mondo spaccato in due come un guscio di noce, o di qua o di là, giusto o sbagliato.
Raccontare storie, immaginare un volto, un nome, un'età, è la mia difesa personale dall'egoismo, per non cedere alla tentazione di svicolare dalla realtà, di ritirarmi nel privato, visto che tutto ciò che è pubblico viene attaccato, sminuzzato, aggredito, digerito in quattro e quattr'otto, senza possibilità di valutare serenamente ragione e torto.
In questi giorni di barche rovesciate in mezzo al mare ho ceduto spesso alla tentazione di staccare la spina, di lobotomizzarmi, di non farmi coinvolgere, di pensare ad altro. Non è stato difficile, perché sono morti che è facile ignorare, con l'acqua che li inghiotte e ce li toglie dalla vista, lontano dal cuore. Le notizie che arrivano dal fronte enfatizzano i numeri, di per sé spaventosi, ma che non fanno spavento, essendo le cifre aride, a differenza delle storie appunto.
Succede anche per le guerre, vicine e lontane. Ricordo quando ero obiettore di coscienza e prestavo servizio civile alla Caritas: proponevamo un esercizio nelle scuole, indicando il numero di vittime a causa di un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, chiedendo ai ragazzi di ritagliare tanti quadratini quanti uomini e donne e bambini erano stati uccisi. Ore e ore con le forbici, interi pavimenti ricoperte di striscioline bianche. Mi accorgo ora che avremmo dovuto fare di più, avremmo dovuto scrivere su ognuno di essi un nome, incollarci una fotografia, di nostro padre, nostra madre, fratelli, cugini, amici di casa e gli amici degli amici, i compagni di scuola, conoscenti vari...
Possiamo pensarla come ci pare, rimanere con le braccia aperte e accoglienti (pur se quelle braccia sarebbero molte meno se la scelta consistesse nell'ospitarli nelle nostre case) oppure tenerle incrociate, considerandoli in qualche modo invasori (ma invasori di una disarmata Brancaleone, che va al macello senza colpo ferire). Di sicuro non resteremmo indifferenti se conoscessimo di ognuno i lineamenti, il ventre che li ha partoriti, riconoscendo loro l'essenza e la dignità di esseri umani, identici a noi, pur se con la pelle più scura o nati in un altro continente.
Ecco perché insieme ai soccorritori e ai militari in quel lembo di mare invierei gli scrittori: per raccontare le storie di vivi e di morti, rendendo quegli avvenimenti meno lontani, più umani.
P.S. Grazie a Enzo Gianmaria Napolillo, che ha avuto la gentilezza di inviarmi il suo secondo romanzo ("Le tartarughe tornano sempre", Feltrinelli) facendomi riflettere sul valore civile della scrittura.