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sabato 23 agosto 2025

Lo sguardo positivo (Fratelli e sorelle)

"La fai facile tu". "Non essere ingenuo". "Per te va sempre tutto bene".
Me lo sento ripetere spesso e no, non va sempre tutto bene.
Però è vero che mi infastidisce sentire certe frasi, espresse con pregiudizio e pressapochismo: "I giovani d'oggi...", "Ai miei tempi", "È sempre peggio".
No. Anche in questo caso.
Mi ribello al giudizio del "sempre peggio", lo considero un errore di valutazione, un difetto di prospettiva, non comprendere che è una ruota che gira.
So che qualcuno scuoterà la testa e non nego lacune, difetti, storture, contraddizioni nella generazione che si affaccia sul mondo, ma nel complesso né più né meno dei ragazzi e delle ragazze d'ogni epoca.
Un'ostinazione, la mia, per la quale tengo la barra dritta, pure controcorrente, sapendo benissimo che in una società sempre più anziana, qual è la nostra, i giovani sono minoranza.
Se lo faccio è perché credo profondamente in loro, nelle qualità che possiedono: basta saperli osservare con benevolenza, che di occhi così c’è un gran bisogno.
"Io mi sono educato negli anni a guardare il mondo con sguardo positivo" ha dichiarato in un'intervista uno dei miei punti di riferimento ideali, Luigino Bruni. A quella positività cerco di educarmi ogni giorno anch'io.

P.S. Sui giovani sono di parte, lo ammetto, avendone quattro che mi fanno da pilastro e, circondandosi a loro volta di amici, moltiplicano le occasione che ho di confronto, apprendimento, crescita. Grazie ad essi imparo anche il valore della differenza, della peculiarità di ogni essere umano, che pur essendo partorito dagli stessi lombi e cresciuto grossomodo in un'identica maniera, sviluppa un'originalità ch'è come impronta digitale: unica. Chi ha la fortuna di avere fratelli o sorelle sperimenta sulla propria pelle questa distinzione, sottile e insieme profonda, di peso. 

sabato 26 aprile 2025

Giovanni e i suoi fratelli (Fare luce)

Debbo a te e ai tuoi fratelli e ai tuoi molti amici ciò che mi distingue e fa da antidoto alla vecchiaia: saper guardare al futuro con fiducia.
Sei il terzo dei miei figli, quello cresciuto al riparo e con poca pressione, poiché osservato meno e perciò in grado di sorprendere sempre. Il complimento più bello e più vero credo te lo abbia fatto Giacomo, constatando una verità lapalissiana: quando entri in un posto, illumini la stanza.
È successo pure l'altra mattina, di buon ora, nell'aula dove hai concluso il tuo triennio universitario, laureandoti in scienze dei beni culturali, raggiungendo con la tesi un punteggio da cifra tonda.
Io però ti ammiro anche per altro.
Innanzi tutto, la perseveranza. La tenacia paziente, carsica, con cui ti applichi in ciò che ti interessa. Poi la capacità di relazionarti, di coltivare amicizie di lunga durata, di non eccedere. Non ti è mai mancato nulla, eppure sono certo tu abbia attraversato il dolore, la sofferenza, magari a strappi, a lampi, dai quali è scaturita e s'è intessuta per reazione una trama spessa di empatia.
Quando eri piccolo avevo il timore potessi crescere debole, condizionabile. Mi sono reso conto presto che si trattava d'una paura falsa. Ora di preoccupazioni ne ho meno - la dose fisiologica di ogni genitore adulto, credo - per cui posso permettermi una raccomandazione blanda, affinché tu sappia che già così sei per noi, per tutti, moltissimo, non devi dimostrare nulla. Goditi il tuo tempo dunque, a pieni polmoni, senza ansia, senza fretta.

P.S. Hai scelto un titolo di tesi ambizioso, non di nicchia. Ne riporto qua le parole con cui l'hai presentata.
«Buongiorno a tutte e tutti, la tesi che ho portato oggi si intitola: "Società multiculturale, identità e cittadinanza: un'analisi comparata tra la Roma repubblicana e l'Italia attuale".
L'idea di questo lavoro è nata da una convinzione che ho sempre avuto: la storia serve a capire il presente. Tante delle sfide che viviamo oggi - come il rapporto con la diversità, l'integrazione, il riconoscimento dell'identità e dei diritti - non sono sicuramente nuove. Al contrario, sono temi che le società hanno già affrontato in altre epoche, in forme diverse.
Ma la motivazione è anche personale. Sei anni fa infatti la mia famiglia ha accolta in affidamento mio fratello Kadir. Lui è nato in Italia, da madre moldava e padre marocchino, e parla italiano come me, vive da sempre qui, eppure non è cittadino italiano. Questo paradosso mi ha colpito profondamente.
Questi due punti di partenza hanno dato luogo ad alcune domande: cosa significa davvero essere cittadini e cittadine? Su quali basi si costruisce oggi l'appartenenza a una comunità?
Da lì la volontà di approfondire questi concetti: identità, cultura, cittadinanza, confrontando due società diverse ma entrambe multiculturali: la Roma repubblicana e l'Italia di oggi.
Ho scelto di utilizzare un approccio comparativo, ma sempre facendo attenzione a non cercare somiglianze forzate. Ho cercato invece di cogliere elementi ricorrenti, riflettendo su come due contesti molto diversi abbiano affrontato problemi simili: l'integrazione dei "nuovi arrivati", l'accesso ai diritti, la definizione di chi può far parte della comunità politica.
Nella prima parte della tesi, ho definito i concetti fondamentali di cultura, identità e cittadinanza. Ho fatto riferimento a studiosi come Geertz, Tylor, Bauman, Stuart Hall, Amartya Sen e Habermas. Questo mi ha permesso di costruire una base teorica utile per leggere entrambi i contesti.
La parte centrale è dedicata alla Roma repubblicana, vista non soltanto come potenza militare, ma come società profondamente multiculturale. Ho analizzato la concessione della cittadinanza, gli status intermedi, e soprattutto il dibattito sulla romanizzazione. Ho messo a confronto visioni diverse: da quella più critica di Mouritsen, che la interpreta come un processo di assimilazione forzata, a quella più dinamica di Traina e Cecconi, che parlano di "métissage" culturale e mediazione.
Infine, nella parte conclusiva, ho guardato all'Italia di oggi: un paese sempre più eterogeneo, in cui la normativa sulla cittadinanza resta legata a principi come lo ius sanguinis, che esclude chi, pur vivendo e crescendo in Italia, non ha ancora pieno riconoscimento. In questa parte ho anche individuato alcuni parallelismi, come la cittadinanza per meriti o per matrimonio, già presente in età romana.
Nella conclusione, ho cercato di mettere in luce come la cittadinanza, al al la del suo aspetto giuridico, rappresenti anche un elemento chiave nella costruzione dell'appartenenza.
In chiusura, se guardiamo al confronto tra Roma e Italia di oggi, credo si possano cogliere due spunti principali.
Il primo è che un'integrazione efficace non può essere rigida, ma deve sapersi adattare alle differenze e ai contesti. Roma, pur con tutti i suoi limiti, seppe creare un sistema flessibile, fatto di status intermedi, alleanze e percorsi graduali verso la cittadinanza.
Il secondo è che i cambiamenti profondi non avvengono da un giorno all'altro, ma richiedono tempo, equilibrio e pragmatismo. La storia romana mostra che è possibile includere nuovi soggetti senza stravolgere l'identità collettiva, ma anzi, arricchendola.
L'Italia di oggi è un contesto completamente diverso, ma affronta sfide che, in forme diverse, sono già state vissute. Non si tratta di imitare il passato, ma di trarne ispirazione: per costruire una cittadinanza più aperta, consapevole, e capace di tenere insieme differenze e coesione. Spero che questo lavoro possa offrire uno sguardo storico utile per riflettere sul presente e magari contribuire, nel suo piccolo, a una visione più consapevole e aperta, inclusiva, della nostra società».

mercoledì 23 gennaio 2019

Il tratto distintivo (Mettersi nei panni dell'altro)


La mamma è diventata più brava di me pure con le parole e ti ha scritto un messaggio bellissimo ("Vivi sempre il domani con gli occhi di oggi, con il tuo altruismo e la tua serietà, con la tua sensibilità e la tua empatia, con il tuo essere unico e speciale"), a cui non posso aggiungere altro, avendo colto perfettamente l'essenziale di ciò che sei, i tratti che ti distinguono.
Non mi resta allora che abbracciarti, salendo sulle punte e appoggiando per un istante il capo sul tuo torace da sportivo, solido quanto il faggio di casa piantato in mezzo al giardino.
Qualche giorno fa è ricomparso sul computer un filmato di te piccino, che aspettavi Babbo Natale e scartavi i regali a casa del nonno. Avevi uno sguardo colmo di stupore e un'agitazione che cercavi di contenere, invano. Mi sono intenerito, ricordando il bambino che eri e che per me rimani tuttora, nonostante l'altezza e la tempra da adulto.
Ti osservo tuttora con attenzione ma da lontano, senza avvicinarmi troppo, evitando di essere invadente e fidandomi di te, ciecamente, che "ciecamente" è l'unico modo in cui riesco a farlo (da un lato perché non esiste fiducia a raggio limitato e dall'altro poiché un padre non riesce mai ad essere obiettivo nei confronti del figlio).
Siamo esseri unici, differenti l'uno dall'altro, mai completamente d'un colore, portando in dote diversi talenti e coltivando svariate virtù o vizi, a seconda del caso, che nessuno è mai perfetto e se lo fosse sarebbe una tragedia, oltre che noioso, un sacco.
Buon compleanno allora, senza squilli di tromba, in compagnia delle persone a cui vuoi bene e che bene ti vogliono. In fatto di regali, lo sai, sono una frana, ma conto sul tuo buon cuore per strapparti un sorriso lo stesso.

P.S. Siamo tutti diversi, pur essendo padre e figlio o tra fratelli, è vero, e non bisogna essere dei geni per comprenderlo. Tuttavia un tratto in comune nella nostra famiglia credo esista davvero e si riassume in una parola che tua madre non a caso ha citato: "empatia". Empatia, la capacità di mettersi nei panni dell'altro, di provare sulla propria pelle i suoi stessi sentimenti. Qualcosa che abbiamo nel sangue, qualcosa che a volte comporta un peso, ma di cui andare sempre fiero, perché ti fa essere pienamente umano.

martedì 10 luglio 2018

Qua la zampa (Complimenti per la maturità)


“È andata bene”. Tre parole, due righe in cronaca, per farmi sapere che anche l’orale della maturità l’hai superato e che da oggi è festa, senza pensieri, uno stacco che hai meritato.
Per cinque anni ti ho vista studiare e impegnarti come io al liceo non ho mai fatto, a volte andare a letto tardi e alzarti prestissimo, ripetendo la lezione con i libri di fronte e il cellulare in mano (per cinque anni il cellulare è stato il tuo vero compagno, ammettiamolo).
Per cinque anni ti ho osservata sorridere, concentrarti, piangere persino, andare in crisi, ridere con le tue amiche del cuore, affezionarti a qualche insegnante, detestarne altri, mandare messaggi, riceverne (con quel modo buffo, ora, per ascoltare i messaggi vocali, con il telefono attaccato all’orecchio dalla parte in cui di solito io parlo).
Per cinque anni ti sono stato accanto pure senza esserti fisicamente vicino, sapendo che non avevi problemi di rendimento, più preoccupato che crescessi serena, poiché la scuola è molto ma non è tutto.
Preoccupato lo ero anche stamani, non per il risultato finale, bensì perché l’esame è una prova per i nervi più che per la mente e i nervi non sempre rispondono a comando.
Mi dicono che a parte un tremolio iniziale della voce e un lungo sospiro tra un capoverso della tesina e l’altro te la sia cavata egregiamente, tenendo la tensione nel recinto.
Sono orgoglioso di te, come dei tuoi fratelli, per come vi state comportando.
Voi siete il mio punto più debole, quello che istintivamente proteggo, come fanno i cani quando si sentono attaccati e si accucciano ritirando e nascondendo più che possono le zampe, rispondendo ad un richiamo atavico, che li porta a preservare ciò che hanno di più delicato e insieme prezioso.

P.S. Le zampe. Non l'addome, la coda, il muso. Le zampe sono ciò che tutti gli animali che ne sono provvisti istintivamente proteggono. Le zampe perché attraverso esse ci si può procurare il cibo, si può attaccare, soprattutto ci si può difendere nel modo più efficace in natura conosciuto: scappando. Non è un caso che, per i cani, porgere la zampa è un gesto di fiducia assoluta, di "amicizia". A volte, Giorgina, vorrei essere come loro, che senza parole sanno esprimere quanto provano. "Qua la zampa" allora. E complimenti di nuovo.