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venerdì 23 ottobre 2020

Tutto questo (Pure quest'anno)

Doveva essere "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso". Sbagliavo.
Lo è pure quest'anno.
Con una differenza: nove mesi fa ci siamo cascati mani e piedi, almeno a Bergamo, picchiandoci il muso; stavolta fatichiamo a distinguere se sia un "al lupo, al lupo" oppure il lupo è già tra noi, davvero.
Anche da quassù, dalla tolda di quella che dovrebbe essere una corazzata dell'informazione, fatico a discernere il vero dal falso, l'esagerato dal giusto.
Buon senso e verità d'altra parte hanno quasi sempre voce flebile, mentre il clangore della cronaca sparata a volume massimo elimina le differenze di tono, i rumori di fondo, tutti quei dettagli che formano un'opinione ragionevole e non una sensazione da sposare o rinnegare del tutto.
A futura memoria, di questi giorni disorientanti, annoto:
  • il dispiacere per mio figlio Giovanni, il suo diciottesimo da compiere tra poco e gli ultimi due anni di liceo - irripetibili - gettati nel fosso;
  • l’impressione che per molti, per troppi, il contagio da virus equivalga ad una colpa, al non aver rispettato ogni precauzione, invece che un accidente, una sfortuna, qual è ogni malattia da che mondo è mondo;
  • la certezza che il sistema sanitario italiano funzioni decentemente in condizioni normali, ma appena il livello di stress aumenta si trova ovunque confusione e torniamo in balia del caso;
  • la sensazione che per quanto serio possa essere, il virus farà meno vittime dello scorso inverno, poiché qualche nozione in più l'abbiamo;
  • il timore che tutto precipiti all'improvviso, con il lutto e il dolore che molti hanno già provato;
  • il disagio per tutte le chiacchiere e le sentenze dei Soloni che ne sanno sempre una pagina più del libro, scordando che prima di dare consigli sulle competenze altrui dovrebbero dare buon esempio loro;
  • la lentezza di alcuni - specialmente nel settore pubblico, ma non solo - nello sbrigare pratiche o svolgere un banale compito, in contrasto con la prodigiosa rapidità degli stessi a dire "Ciao ciao" all'ufficio e piazzarsi in smart-working sul divano, senza alcun controllo, al primo soffio di vento;
  • la responsabilità e l'efficienza dei miei colleghi in tv quando lavorano da casa e fanno più e meglio di quando hanno me dietro il collo;
  • la perfidia, mista a vigliacco godimento (lo scrivo ironicamente), con cui ieri l'altro ho appreso del coprifuoco serale, immaginando così di poter tornare a vedere tutti insieme un film in famiglia, come dopo il "liberi tutti" di aprile non abbiamo più fatto;
  • la paura che il patto tra cittadini e autorità, tra individui e Stato, a forza di tirare la corda venga meno, specialmente per le generazioni più giovani, quelle meno ammalate dal virus e che più pagano dazio in conseguenza dei provvedimenti per contenerlo.
  • La percezione che decidiamo poco o nulla e sia piuttosto il destino, il caso, a determinare se supereremo tutto entro breve oppure andrà gambe all’aria pure quest’autunno / inverno.
  • Per oggi mi fermo qua. Se mi viene in mente altro aggiungerò un post scriptum, poco sotto.

domenica 7 giugno 2020

Contro ogni buio (I ragazzi di Via Novelli)


Mi siete stati accanto, vi siete interessati a me, ispirandomi più di un sorriso, nei giorni della desolazione e anche dopo, quando è diventata alba di nuovo, perché "fu sera e fu mattina" sempre, senza sosta, e non c'è mai buio che vinca davvero.
"Come stai?" è stata la frase che mi avete rivolto più spesso, con la spontaneità e la freschezza dei vostri sedici, diciassette e diciott'anni, una generazione che ho imparato a stimare, standovi in mezzo, conoscendola, mettendoci occhi, braccia, cuore, naso.
Non sarò mai grato abbastanza a voi, a "Via Novelli", a Paolo, che ha dato scintilla e sostanza a un'esperienza di vita, assai prima che a una trasmissione televisiva di BgTv e un canale su YouTube e tutto il resto.
Scrivo e vi vedo innanzi a me, uno ad uno, le decine che hanno partecipato attivamente nei mesi dell'epidemia e le migliaia che negli anni recenti sono stati protagonisti di "Che classe", chi facendosi notare, chi restando legato, chi semplicemente passando, entrando in contatto.
Mi verrebbe da sottolineare che mi sono sentito e un poco mi sento padre di tutti, ma sarebbe retorico: un padre l'avete o l'avete avuto già, basta quello.
Io mi accontento di esservi stato compagno, un compagno adulto, è vero, uno di quelli che non c'entrano niente con la vostra età, che stanno scomposti e allampanati, che non riescono neppure a starci con le gambe sotto il banco e a volte appaiono imbarazzanti, per ciò che dicono e che pensano, ma neppure sono estranei del tutto.
Nominare ciascuno più che impossibile sarebbe noioso: un lunghissimo appello, uno sterminato elenco nella rubrica del telefono. Mi limito a chi da marzo a giugno ha fatto gruppo e con Letizia e Fiorella ha tenuto alta la bandiera, impegnandosi praticamente ogni giorno.
Cari Alessandra Sortino, Alessandro Cerami, Alessandro Tuzzolino, Alice Rado, Beatrice Ana Papuse, Camilla Boniforti, Camilla Foresti, Egle Salvoni, Emanuele Amighetti, Esther Salvi, Francesca Rota, Francesca Garofalo, Federica Cangelli, Gabriele Ambrosini, Gabriele Cereda, Gaia Pagano, Giulia Zanni, Giorgia Gualandris, Lorenzo Filoni, Matteo Fumagalli, Mattia Scarpellini, Martina Belfiore, Michele Carobbio, Nicole Bertuletti, Nicole Gentile, Rebecca Gagni, Sara Suardi, Simone Gentile, Simone Signorelli, Simone Vavassori, Tommaso Masserini, Vittoria Bani... sappiate che "con voi sono stato lieto dalla partenza, e molto vi sono grato, credetemi, per l'ottima compagnia".
Il dono più bello che potesse capitarmi è proprio questo: conoscervi e di conseguenza avere fiducia nel presente, nel futuro.

P.S. Ho dato nome ai ragazzi di questi mesi, gli ospiti invece li ricordo in gruppo, pur così vari e diversi l'uno dall'altra, uniti dall'aver accettato di dedicarci energie e tempo non per soldi (mai pagato un centesimo, nessuno), né per fama o per dovere, bensì poiché hanno compreso la meta, il significato, lo spirito. Con ciascuno di essi esiste o si è creato un legame speciale, oltre ad una riconoscenza che per me vale più dell'oro.


venerdì 22 maggio 2020

Vincenzo io ti abbraccerò (La grandezza dell'umiltà)


Buono come un pezzo di pane.
Non a caso si chiama Mollica, pur se con l'accento sulla seconda sillaba.
Tra le molte interviste raccolte in questi tempi strani e stranianti, mi ha lasciato commosso quella che ha per protagonista proprio lui, Vincenzo Mollica, una vita alla Rai, al servizio della tv di Stato e prima ancora della cultura.
La aggiungo qui, su questa ideale bacheca, poiché in pochi minuti concede una lezione di vita, a testimonianza del cronista che è: un uomo che è diventato un'icona senza mai indossare una maschera.
Il modo di intendere il giornalismo; il rapporto sereno con la malattia; la vicinanza nel dolore verso chi ha sofferto una tragedia; la capacità di essere attuale, cogliendo lo spirito dei tempi, a cominciare dalla musica; lo stile unico, che non si è fatto influenzare dall'onda prepotente della televisione urlata...
In una dozzina di minuti, molte perle.
Ne riportiamo scritta una, poiché è il segreto per un'esistenza piena, serena (la sua, ma pure la nostra).
"Fellini una volta mi disse che era la curiosità che lo faceva svegliare la mattina. Ecco, io voglio continuare a essere curioso".









lunedì 11 maggio 2020

Cinquanta e cinquanta (Contro il senso di ingiustizia)


C'erano campi di grano verdissimi, a perdita d'occhio, dietro il cimitero.
Luciano lo hanno salutato lì, soltanto i parenti stretti, in un bel giorno di maggio, uno di quelli in cui c'è il sole e fa caldo, ma appena lo vela una nuvola senti l'aria nella schiena e devi coprirti di nuovo.
"Che senso di ingiustizia" ha scritto la figlia Manuela, rimarcando un sentimento che ho provato anch'io, pensando a tutti gli anni di lavoro e ai pochi mesi - dodici in tutto - nei quali è riuscito a godersi la pensione, dopo una vita passata in ginocchio, a mettere piastrelle e farsi in quattro.
Nelle ultime due settimane non ho scelto il mutismo, è il mutismo che si è imposto, facendo da groppo, come accade quando troppo amaro e indigesto è il boccone che viene fatto masticare dal destino.
Passerà. Passa sempre tutto. Cresceranno i nipoti Nicolò e Tommaso, sopravviveranno le figlie Manuela e Stefania, finirà le lacrime pure la moglie Lia, che tre giorni prima aveva compiuto quarantatré anni di matrimonio tondi tondi e fino alla fine, come tutti, aveva sperato nel miracolo.
Passerà. Passa sempre tutto, per la famiglia di Luciano o per quella di Annalisa, la mamma di Nicola, anch'essa portata via d'improvviso dal virus che ha sconvolto la nostra esistenza, pretendendo da alcuni un tributo salatissimo.
Passerà. Passa sempre tutto, tranne il senso di ingiustizia e la dolcezza del ricordo, quel legame d'amore che intreccia le storie di ciascuno e - finché c'è vita in chi li ha conosciuti - non li fa mai morire del tutto.
Passerà. Passa sempre tutto, però non è questa l'ora, non è questo il giorno.
Per oggi, per domani, per dopo e credo per molto tempo ancora resterà il ricordo e un silenzio che non è vuoto e neppure semplice assenza di parole, bensì un profondo, intimo, affettuoso abbraccio.

P.S. C'era il sole mercoledì, quando è stato salutato Luciano. C'era anche il pomeriggio di tredici anni fa, nel giorno in cui abbiamo accompagnato Gianni, portato via da un altro male, subdolo. Arnaldo, suo amico vero, me lo ricorda mandando una fotografia, in cui è sorridente, zaino in spalla, pronto per cominciare un viaggio. "Chissà Gianni quante cose ti sei portato in quello zaino" commenta. A me invece piace pensare il contrario, che abbia lasciato qui tutto, e che non sia in nessun luogo diverso da quello in cui sono anch'io, noi, tutti, ora, subito. Per quanto riguarda l'al di là infatti nessuno ha certezze, né che ci sia né che non ci sia, è un cinquanta per cento di probabilità, tondo tondo. Ma se c'è, penso, oltre a quella dello spazio non esiste neppure la dimensione del tempo, è un eterno presente, in cui siamo appunto tutti... presenti, adesso, e non manca nessuno.

giovedì 23 aprile 2020

Senza fiato (Il peggio, al passato)


Tutta colpa di Raul Montanari. Se sono venti giorni che qua non aggiungo un rigo è responsabilità sua e dell'onesta quanto disarmante ammissione che ha fatto (video), quasi da "rappresentante sindacale degli scrittori": "Nessuno di noi sta scrivendo, perché per scrivere tu il cuore lo devi avere leggero, non puoi essere oppresso, non puoi avere il respiro corto".
E io, che scrittore non lo sono affatto, ma che in effetti scrivo, in queste settimane il respiro corto l'ho avuto eccome, a immagine e somiglianza del male che stiamo affrontando e che non a caso è terribile proprio perché toglie letteralmente l'aria, manda prima in affanno e poi ti schianta, lasciandoti senza fiato.
Ho scritto nulla, ma letto molto e ascoltato di più.
Mi sono preoccupato (lo sono tuttora, per alcune persone care che in un letto di terapia intensiva stanno resistendo, appese a un filo, o per una deriva da Stato vigilantes, non di diritto, a cui quotidianamente assistiamo).
Ho provato sgomento (per le testimonianze terribili di chi ha convissuto con il virus o da esso è stato sbaragliato).
In qualche caso ho avvertito rabbia (soprattutto per coloro che hanno aggiunto divisione nelle difficoltà e fatto intendere che quanto successo - specialmente qui - non sia una fatalità, bensì una colpa, che ci meritiamo).
Rabbia, preoccupazione, sgomento.
Ci sarà un tempo in cui tutto ciò che si è accumulato fluirà, in cui il groviglio di sensazioni emozioni sentimenti verrà dipanato.
Per ora mi accontento di alzare il capo, di guardare l'orizzonte di nuovo, di tastare con le mani le braccia, il torace, le altre parti del corpo e realizzare di essere vivo, vispo, senza poter annunciare lo scampato pericolo, ma consapevole che l'onda di piena che ha rotto gli argini e travolto tutto, ha esaurito la forza d'urto, rientrando.
Non è molto, lo so. Però è un inizio, il ramoscello d'ulivo nel becco della colomba sull'arca di Noè terminato il diluvio, il segnale che il peggio è passato. Speriamo.

P.S. Non vorrei essere frainteso: le difficoltà non stanno finendo, le difficoltà stanno cambiando. Questo però fa parte dell'esistenza, della continua tensione che accompagna la storia dell'essere umano, come sempre è stato prima, come sempre sarà dopo.

venerdì 3 aprile 2020

Zero certezze (E un dolore che schiaccia)


Per tutti, compreso me, è una parola, una preoccupazione, un pensiero. Teoria.
Per te è paura concreta, un terrore, l'angoscia ogni volta che squilla il telefono.
Un'ansia con cui vivi da giorni. Prima un sasso nella scarpa, quando tuo padre ha cominciato a tossire, qualche linea di febbre, il respiro più corto; poi un timore reale, la saturazione del sangue sballata, l'ambulanza chiamata contro il suo stesso parere, l'ostinazione affinché fosse curato; infine il precipitare nell'emergenza, le telefonate dal Pronto Soccorso, il ricovero in reparto, l'attesa infinita delle chiamate di un medico, le notizie a spizzichi e bocconi di ciò che sta succedendo ("Gli abbiamo messo il casco, è stazionario". "Sì è aggravato, lo dobbiamo intubare e sedare". "Qui non c'è più posto, lo dobbiamo trasferire in Germania". "Si sono liberati due letti, lo teniamo a Bergamo"...).
Diciamo tutti "capisco", ma non capiamo affatto. Finché non ci sei dentro, finché non provi sulla tua pelle cosa succede, finché nelle vene non circola quello star appesi al buio, in apprensione per qualcuno che ti è veramente caro, restiamo spettatori di un dramma nudo.
Io per primo - pur se mi è capitato di essere al tuo posto, sebbene in circostanze diverse - non ho contezza di ciò che provi davvero.
Si è soli, in questo tempo. Solo tuo padre, in un letto di ospedale. Sola tu, che non trovi pace un momento. Sola tua madre, nella stanza accanto. Sola tua sorella, nonostante la sua famiglia, i figli, il marito.
Una solitudine che schiaccia, a cui posso dare voce, non un sollievo, tanto meno una spiegazione (perché di fronte a questo, di fronte a ciò che capita a migliaia di persone in questi giorni, la ragione, la filosofia e persino la religione, hanno il pudore del giudizio sospeso, l'eterno responso alle domande di Giobbe, che dolore e sofferenza sono un mistero).
Perciò resto qui, muto, facendo l'unico gesto, seppur ideale, che posso: cingerti le spalle, abbracciarti, sentirmi fraterno nel dolore, anche se non è paragonabile al tuo.

P.S. Zero certezze. Sono quelle che ho, dopo quarantacinque giorni nel mezzo del tornado.
Aperture sì, aperture no. Chiudiamo tutto no, chiudiamo tutto sì. Mascherine no, mascherine sì. Virus nell'aria no, virus nell'aria forse, almeno un po'.
E così via, ogni giorno la sua pena e una lezione nuova, spesso a smentire la precedente.
Di certo abbiamo perso le parole e ci tocca cercarne di nuove, per raccontare ciò che sta accadendo.
Lo scrittore Raul Montanari sostiene che ne abbiamo abusato, adoperandole all'eccesso ("Spingendole al massimo, fino al tetto" dice lui, con una bella espressione, mimandola pure con le mani, "Sono stanco da morire". "Chiuso in casa impazzisco". "Stanotte non ho chiuso occhio"...), ricorrendo all'iperbole per descrivere ciò che è normale, spacciandolo per straordinario.
Così ora, con lo straordinario diventato concreto, non abbiamo più il vocabolario, lo abbiamo sprecato (quasi) tutto. Di contro, questo tempo gramo ci regala un'occasione: rimediare, ridando alle parole un peso, oltre che un significato.

sabato 28 marzo 2020

La prima cosa che voglio fare (Dopo, ma anche prima)


La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso", non sarà prendermi una settimana di ferie, vere, né pensare a nulla, uscire con gli amici, mangiare al ristorante, andare al cinema, bere il caffè in centro, visitare altre città e i musei, tuffarmi nel mare, girare in bicicletta, prendere il treno, vagare a zonzo tra gli scaffali del supermercato o nei boschi dietro casa.
E neppure tornare a baciare finalmente mia mamma, abbracciare le persone a cui voglio bene, stringere la mano alle persone che stimo, chiacchierare con chiunque senza badare a che ci sia più di un metro di distanza, cenare o pranzare con la famiglia allargata, come accadeva prima, ogni sabato o domenica, guardare le partite in tv tutti insieme, ascoltare gli amici dei miei figli che fanno un accidenti di baccano, dentro casa, fare visita alle persone malate, mettere un fiore al cimitero, aprire a chiunque bussi alla porta.
No. La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso" è tenere la testa alta, riappropriarmi della mia dignità di persona, levarmi da dosso la negatività che mi ha appiccicato addosso questa situazione assurda, lavar via la paura, non ripetere gli stessi errori, coltivare la mia parte razionale ma pure quella istintiva, fare e mantenere memoria.
Soprattutto questo: fare e mantenere memoria. Perché tanta apprensione, tanta sofferenza non sia stata vana, perché ne usciamo cambiati, in meglio, riuscendo a percepirci come comunità e non soltanto come individui, ognuno con la sua pena, ciascuno con a cuore soltanto la propria scialuppa.

lunedì 16 marzo 2020

Ho imparato (Le radici buone dell'empatia)


Imparo sempre, molto. In questi giorni di più.
Ho imparato ad esempio che con i gomiti si possono fare un sacco di cose, comprese aprire le porte o salutarsi, tenendo una distanza quasi di sicurezza.
Ho imparato che pensavo di saperla lunga, invece era corta, tanto corta.
Ho imparato che la vita è spiazzante persino in questo tempo in cui credevamo di averla in pugno tutta e di poterla piegare, all'occorrenza.
Ho imparato che può capitare anche a te, a noi, e non soltanto a loro, agli altri.
Ho imparato ad avere paura, non il terrore dei film o degli incubi, piuttosto il timore del cerchio che si stringe, della marea che sale e non sai come andrà a finire, se l'acqua ti lambirà soltanto le caviglie o salirà ai polpacci o supererà il capo e dovrai restare in apnea.
Ho imparato ad avere paura, ma anche a non cedere all'angoscia degli ipocondriaci, ad essere prudente senza cadere nella fobia.
Ho imparato la compostezza nel dolore di una città che mi ha adottato e che sta reagendo con dignità superiore alla tristezza per i troppi morti tutti insieme, senza l'occasione di congedarsi bene, di accompagnarli nell'ultimo tratto di strada.
Ho imparato il coraggio di chi fa il proprio mestiere con coscienza, sia esso in prima linea oppure nelle retrovie, medico in terapia intensiva o addetto alle pulizie della corsia, direttore di giornale o edicolante, cassiera al supermercato o volontario in ambulanza, autista di bus o insegnante a distanza.
Ho imparato che si possono dire moltissime cose, quasi mai quella giusta (e proprio per questo l'umiltà dovrebbe far premio sul giudizio o quanto meno sospenderlo, evitando ogni saccenteria).
Ho imparato, più di tutto, che se ne esce più forti di prima soltanto se la radice è buona, perché altrimenti anche l'albero apparentemente robusto vacilla, s'incrina, si spezza.

P.S. Badare alle radici, fare in modo che siano sane, virtuose, è la vera emergenza. Perché le epidemie passano, la nostra comunità continua e questi giorni saranno trascorsi invano o, peggio, ci consegneranno una civiltà ancora più disgregata, individualista, se non mettiamo al primo posto ciò che conta davvero: la comprensione, l'aiuto reciproco, l'empatia, l'amore per l'altro, l'amicizia.

domenica 8 marzo 2020

"Tutto questo si chiamerà l'anno scorso"


Ho scritto poco, anzi nulla, adempiendo a un disorientamento, che mentre tutti sembrano maestri io mi sento ancora più allievo.
Non giudico gli altri, preferisco per me stesso il silenzio, anche perché "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo".
Vivo ciò che sta accadendo, come tutti, navigando a vista, a volte illudendomi di intravedere una rotta già nota, altre comprendendo che per ciascuno di noi è un mare aperto, inesplorato, e anche i marinai più esperti (virologi, medici, statitistici, funzionarii, scienziati, politici...) ne conoscono al più un breve tratto, quello che riguarda le loro competenze, ma scenari, scelte complessive e possibili ricadute sono simili a un tiro di dadi, appartengono all'azzardo.
Pesco il buono, come cerco di fare sempre, per tutto, astenendomi dalla facili critiche e trovando gusto nello scoprire del bicchiere il mezzo pieno, provando a essere positivo, aggrappandomi alla storia, alle prove che le porzioni di umanità hanno vissuto in passato e che hanno condotto fin qui, cavando sempre del bene anche dal gramo.
E quando proprio sono in difficoltà, quando l'incertezza ha la meglio, quando l'apprensione o lo sgomento o la confusione prendono il sopravvento, mi porta conforto il proverbio bosniaco che recita: "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso".
Già. Passerà, come passa ogni cosa, per epocale che possa essere questo tempo diventerà soltanto un ricordo.

P.S. Diventerà soltanto un ricordo, è vero, e proiettarsi oltre l'ostacolo del tempo è una consolazione e insieme un appiglio. Tuttavia la dignità con cui lo affrontiamo, le prove che supereremo, l'esempio che in ogni istante diamo ci accompagneranno e definiranno di noi stessi un profilo, l'immagine che vedremo a lungo, guardandoci allo specchio. Poterlo fare, fissandoci negli occhi, confessandoci di essere stati coraggiosi ma al tempo stesso responsabili, credo debba essere la stella polare, per ognuno.