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sabato 12 luglio 2025

La ruota che gira (Io fermo)

È arrivato. Quel tempo è arrivato. L’avevo previsto diciotto anni fa, nel secondo post di questo blog che nel frattempo è cresciuto e s’è moltiplicato.
Allora - era il 2 ottobre del 2007 - immaginavo e temevo di diventare un giorno come mio padre, che si era arreso alla tecnologia e perdeva la pazienza subito. “La regola del videoregistratore” l’avevo chiamata, perché quello fu il primo apparecchio con il quale rifiutò di cimentarsi, di comprenderne i tasti, il funzionamento.
“Tra un po’ sarai come tuo padre, che non ha mai imparato ad usare il videoregistratore” aveva ironizzato il mio amico Marco un paio di giorni prima.
Oltre a scriverci un post, quelle parole mi hanno sempre accompagnato. Compreso stasera, al ritorno da Brescia, sbuffando quanto un mantice, constatando che la password del wifi era cambiata, che non si collegava più la tv, che il decoder non dava traccia di sé e compariva la scritta: “Nessun collegamento, controllare il cavo”.
Il cavo non l’ho controllato, ho borbottato invece stizzito, forse pure imprecato, mi sono seduto sul divano e rinunciato in partenza, con una frase tipo: “Ecco, torno a casa una volta la settimana e non funziona nulla!”.
Giovanni, che stava uscendo, è tornato indietro e con voce calma mi ha detto: “Tranquillo, ci penso io”. Ci ha pensato. E risolto. In quarantacinque secondi, forse uno meno. Poi mi ha dato un bacio sulla testa, ha sorriso benevolo ed è sparito.
È stato lì, in quel momento, che ho realizzato: sono entrato in quella fase di vita in cui tutto è complicato, l’alba di quel tempo in cui il mondo finisce di essere “il tuo mondo”. A differenza di diciotto anni fa, quando al sarcasmo di Marco mi ero ribellato, ora capisco di essere più pigro, meno disposto a rimboccarmi le maniche, stare al passo delle stagioni.
O forse no. Forse, se mi impegno, posso spostare un passo più in là il declino, posso diventare come coloro che ammiro perché pur a una certa età vogliono sempre imparare qualcosa di nuovo, anche nella tecnologia, non soltanto dell’essere umano o della storia, della politica, della fisica, della letteratura o della filosofia, che adoro.

P.S. Non sono soltanto il router del wifi e le impostazioni del computer. Quando osservo i miei figli mi accorgo quante capacità hanno, a che velocità ragionano, come affrontano i problemi pratici. L’altro giorno, ad esempio, scrutavo Giorgia mentre era in riunione, in videoconferenza, e mentre gli altri parlavano utilizzava l’intelligenza artificiale per comprendere meglio, in tempo reale, con un’abilità da pianista e la tranquillità di Tom Cruise con gli schermi di “Minority report”. Perciò io mi impegnerò per non arrendermi, ma quella partita è persa, l’hanno vinta loro, com’è giusto che sia, in quell’instancabile ruota che è la vita. Ma proprio per questo non sono triste, tutt’altro. Penso infatti alle ricchezze che mi aspettano su un altro terreno, quello delle relazioni quiete, delle riflessioni profonde, delle emozioni forti, dei sentimenti senza imbarazzo, dei piaceri semplici, delle scoperte sorprendenti, del non dover dimostrare nulla e nel prendere al volo quello c’è, di gramo e di buono.

lunedì 17 ottobre 2022

Vocal (Coach, di me stesso)

“La velocità è cosa buona, ma l'accuratezza è tutto.”
Wyatt Earp

Ho scoperto di recente l'ovvio. Una delle tante ovvietà, meglio, cioè che esiste una velocità di crociera - quattro chilometri all’ora - superata la quale è più difficile pensare, riflettere, ragionare.
Camminare è un ottimo modo per concentrarsi, per elaborare pensieri, pure per dialogare con l'altro, farlo a passo sostenuto è più difficile, se poi si corre addio del tutto.
Una condizione, quella della lentezza, dell'andare adagio (ad agio), non sufficiente ma necessaria per far funzionare a pieno regime il cervello. Il nostro almeno, di noi esseri umani a cavallo di questo scorcio di millennio, il primo che introduce la velocità non soltanto dal punta di vista fisico, ma pure mentale, grazie alla tecnologia, ai computer, alla rete. Una rapidità tonante, un guizzare di informazioni di cui non sempre ci accorgiamo, se non indirettamente, essendoci immersi, continuamente sollecitati a risposte che siano all'altezza di tale stimolo, allenandoci a nostra volta ad essere svelti, lesti, spicci, pronti.
Me ne sono accorto ieri l'altro, notando che sempre più spesso evito di rispondere ai messaggi in forma scritta, optando per i vocali, che accorciano i tempi necessari ad esprimere un concetto, senza la scocciatura - la perdita di tempo - del conversare tradizionale, al telefono.
Però, per quel barlume critico che mi resta appiccicato addosso, nonostante il rischio di diventare noioso per primo a me stesso, non riesco a ignorare in questa modalità un rischio, un pericolo.
Esattamente come se si corresse sempre, togliere il tempo dell'attesa imposto dalla scrittura non è esente da limiti, presenta sempre un conto, fa perdere qualcosa, cambiando la forma stessa del comunicare e non  facendoci soltanto risparmiare qualche secondo.

P.S. Sono ovvietà, lo so. Esperti e studiosi ben più competenti avranno già riflettuto (senza fretta, spero), meditato, scritto, dibattuto. Io però lo appunto qui lo stesso, come promemoria, come sempre, primo per me stesso.

lunedì 10 ottobre 2022

Eppure ci trovavamo (La vita, senza cellulare)

“Il futuro ha un cuore antico”
Carlo Levi

La mano di un nonno sulla guancia della nipote mi riporta avanti e insieme indietro, nel tempo, a quando quel bimbo ero io, anche se nessun nonno ho mai conosciuto. Nonne sì, per poco, a sufficienza per restare impressa nella memoria l'impronta del loro palmo, il caldo di quella pelle lisa, sul dorso del braccio.
Ripenso alle carezze che furono guardando dal finestrino dell'auto, seduto come allora, dietro, che ormai al volante possono stare i miei figli e io godermela senza affanno, inseguendo i pensieri, con l'unica distrazione del cellulare, la vera rivoluzione - insieme ad Internet - dell'ultimo scorcio di secolo.
A rifletterci ora, pare impossibile non soltanto tornare indietro, ma pure che così avanti siamo arrivati, senza perderci, senza restare costantemente in contatto, senza consultare ogni istante lo schermo di un telefonino.
Eppure c'è stato un tempo in cui non c'è stato, eppure c'è stato un tempo - neppure troppo lontano - in cui nonostante non ci fosse, ci trovavamo, eppure c'è stato un tempo nel quale restavamo in contatto, non ci perdevamo, non rimanevamo inermi ore dispersi, novelli naufraghi in mezzo all'oceano.
Lo so, crederlo adesso, in uno spazio sempre interconnesso, con tracciabilità immediata e tutti a portata di clic, in un secondo, pare impossibile.
La tecnologia tanto ci ha mutati che prescinderne sembra un azzardo, un salto nel vuoto, uno smarrire la bussola.
Non è così. Giuro. Io l'ho provato, io sono esistito in quegli anni e, se devo dire la verità, capita che mi senta più "perso" adesso.

P.S. Tra gli anni in cui non c'era nulla e questi, nei quali i dispositivi mobili sono praticamente innestati al nostro corpo, è esistita una terra di mezza: quella del telefono di casa, con la rotella dei numeri, oppure a gettoni, nelle cabine dislocate in uno o due punti del paese e più numerosi in città.
Con il telefono, lo ammetto, non ho mai avuto un buon rapporto. Tuttora fatico a rispondere, mi crea sempre un senso iniziale di disagio. Da ragazzo era anche peggio, soprattutto le (rare) telefonate a casa di ragazze che mi piacevano. Eppure pensare di farlo, recuperare il numero, prendere coraggio, farlo, cioè comporlo, e attendere che dall'altra parte rispondessero, è stata una delle prove di maturità, uno dei riti di passaggio che mi ha reso adulto. Che poi capitasse di sentirsi rispondere: "No, sono suo padre" e non appendere immediatamente la cornetta (sì, cornetta si chiama, lo preciso per i diversamente boomer) ma tenere il colpo, sussurrare il proprio il nome deglutendo e attendere i secondi infiniti di silenzio che intercorrevano tra la frase maschile "Un momento" e quella femminile "Pronto", credo sia equivalso al tuffo a terra da sei metri dell'iniziazione per i giovani di Sa, sull'isola di Pentecoste, chiamata “Naghol”.

sabato 28 maggio 2016

"Anche meno" (La virtù del togliere)

Foto by Leonora
"Anche meno". Mi viene da ridere e insieme riflettere ascoltando l'astronauta Paolo Nespoli a Radio DeeJay (minuto 80.25) quando spiega che "lo Shuttle va in pensione non perché vecchio, bensì è troppo nuovo. Gli americani, così come noi, tendono a rispondere con la tecnologia a tutti i problemi che incontrano. Serve un sensore? Beh, ne mettono due. E poi cinque, dieci. Alla fine diventa una macchina così complessa che è impossibile da gestire. Nelle navicelle russe invece non c'è neanche il computer! Se non c'è, loro dicono, non si spacca. Noi restiamo increduli e dubbiosi, ma si può fare. E valutando la sicurezza, la navicella russa è persino più sicura dello Shuttle".
Più banalmente, tornando con i piedi per terra e senza andare nello spazio, capita anche a me: quando l'auto nuova si blocca non posso far altro che chiamare il carro attrezzi, se invece ha problemi di avviamento la Vespa (anno di immatricolazione 1984) basta spingerla e nove volte su dieci si mette in moto
Lo scrivo con un filo di imbarazzo, essendo pienamente figlio del mio tempo, invaghito, affascinato, intrigato da tutto quel ben di dio di aggeggi che la tecnologia sforna di continuo.
A volte tuttavia togliere è meglio che aggiungere. Vale anche per l'arte (lo scultore con il blocco di marmo, lo scrittore con le parole...) e talvolta pure per la vita.
"Anche meno" potrebbe diventare uno stile, un metodo, una stella polare e un'àncora al tempo stesso.
Ecco allora, tanto per non restare nel vago, alcune indicazioni pratiche che hanno valore e significato di buon proposito per il sottoscritto.
Meno libri ma quelli che restano leggerli.
Meno cibo, gustandolo.
Meno riguardo per il denaro, spendedolo senza avarizia né prodigalità.
Meno fesso: anche se lo siamo tutti prima o poi e - chi non lo è - facile sia un arrogante o un farabutto.
Meno ipocrisia.
Meno carne sotto i denti e nella pancia.
Meno applicazioni nel telefono.
Meno chiacchiere banali.
Meno scatti di nervosismo.
Meno scarpe e vestiti nell'armadio (tanto poi metto sempre quel paio).
Meno tempo libero sciupato.
Meno tentazioni e magari in più qualche vizio o sfizio.
Meno ascensori da prendere.
Meno paranoie di fronte alle novità o al cambiamento.
Meno giudizi prima di "camminare almeno tre lune nei mocassini dell'altro".
Meno consigli inutili e scritti retorici. E qui, per coerenza, mi fermo.

sabato 1 dicembre 2012

Le quattro forze


Foto by Leonora
Eccolo, l'ho ritrovato, il ritaglio di giornale che mi aveva messo di buon umore, qualche settimana fa. Un articolo del giornalista americano Steven Kotler, controcorrente rispetto al pessimismo dominante, con la prospettiva di un nuovo tempo di serenità ed abbondanza. E' stato pubblicato sulle pagine di cultura del Corriere della Sera, il 17 ottobre scorso, con il titolo "Quattro forze salveranno il mondo". Signore e signori, eccole: high tech, innovazione fai da te, tecnofilantropia (i soldi investiti in opere umanitarie da chi con la tecnologia somma guadagni stratosferici) e nuovi popoli emergenti.
Ora che lo rileggo però mi pare non mi lasci convinto come quando gli ho dato una sbirciata la prima volta. Forse sono io più scettico oppure contava l'effetto sorpresa. Ad ogni modo, che il futuro possa essere migliore di come spesso lo si dipinge credo dipenda non da fattori esterni, bensì dall'approccio che abbiamo noi verso la vita. La ristrettezza dei beni materiali raramente incide sulla felicità, che invece è alimentata dalla relazioni, dagli affetti, dal benessere più che dal "benavere". Le tecnologie in questo possono essere un conduttore straordinario, pur se sbaglia chi si illude che da sole possano colmare il vuoto, la solitudine, il senso di disorientamento che spesso ci accompagna. Sono un mezzo, appunto, non il fine. Posso essere in contatto tramite Facebook, Twitter, Wazzup con mezzo mondo, ma se con nessuno si crea un rapporto di affetto, di scambio, di empatia, rimango la bollicina di acqua Lete, sola e sperduta.

mercoledì 22 giugno 2011

Apple killed the old attitude (De tecnologia limes)


E' ora di rimettersi in marcia. Suona strano per chi come me crede di non essersi mai fermato e anela alle settimane estive per tirare il fiato, per conoscere tregua. Eppure, se guardo indietro, in tanto affanno trovo poco che valga la pena d'esser ricordato. Un segnale, una spia che qualcosa ho sbagliato. In questi giorni sono cupo, ma ormai mi conosco e so che non si tratta di rilassamento, bensì della carica a molla del mio ingranaggio. La tecnologia mi tiene lontano dai libri e so ch'è sbagliato. In principio credevo fosse questione di equilibrio, ora intuisco che il divario che s'è creato è più profondo di quanto immaginavo, che se la ragione e la consapevolezza non intervengono rischio una deriva che non immaginavo. Mi viene in mente una canzone: "Video killed the radio star". Proporrei una versione aggiornata: è Internet che uccide l'apprendimento come lo conoscevamo. Piaccia o no, questo è il risultato, invece di fasciarsi la testa o gridare allo scandalo, tanto vale rimboccarci le mani e vivere appieno questo tempo, cercando di non subirlo, semmai di orientarlo verso cio' che c'è di vero, di buono, e che rischia di esser perso. Nel frattempo, mi stupisco nel ricordare com'era la vita senza il computer. Di più. Senza telefonino! Eppure, lo giuro, quel tempo c'è stato. Come facevamo? Come potevano non essere reperibili ventiquattro ore al giorno? Come reagivamo nel non sapere dov'erano i nostri figli (per la verità allora il figlio ero io: dovrei chiederlo a mia madre) o la moglie (non ero neanche sposato) o gli amici (quelli sì, li avevo. Chissà come era arduo rintracciarci evitando di fare ciò che Giacomo fa ora, scambiandosi una pioggia di sms, chiamando al telefono ogni minuto e appena ci si saluta richiamarsi di nuovo. Eppure ci incontravamo, eppure non restavamo chiusi in casa per l'impossibilità di mettersi d'accordo. Anzi, in casa mi pare restino più adesso, che pure sono collegati con il mondo.
Non è un discorso nostalgico, né un "si stava meglio quando si stava peggio" (se c'è una cosa che odio sono le malinconie da arcadia perduta). Piuttosto un ricordarsi che diverso, più efficacie, certo più dinamico e veloce è il mezzo, ma identico è il fine, ch'è quello di non essere soli, di crescere, di stare insieme, di ritagliarsi un posto nel mondo. Proprio ciò che faccio da quaranta(quasi)cinque anni e che mi spinge ogni giorno a non fermarmi o, se mi fermo, a ripartire di nuovo.

Foto by Leonora