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domenica 19 maggio 2019

Stabat Mater (Diminuiamo le distanze)


In questo maggio che sembra marzo colleziono incontri che aprono il cuore e riconciliano con il mondo, facendomi stare bene.
Il verbo "stare" non l'ho scelto a caso.
Abituato come sono alle parole, pur riconoscendo ad esse un valore immenso, comprendo che il verbo "stare" e le azioni che lo mettono in pratica vanno a braccetto con l'essere e fanno la vera differenza. Sul lavoro, come nella vita, nei rapporti, nelle relazioni.
"Stare" in mezzo alla gente, tra amici, insieme con i colleghi, accanto alle persone a cui si vuole bene.
Stare di più, "abitare" luoghi, diminuire le distanze: un buon proposito per i mesi che ci si dispiegano innanzi.
L'ho imparato per primo da mia madre, che anche ieri mi ha "costretto" ad essere vicino a fratelli che davano congedo a un defunto e poi a far visita ad una persona a cui mio padre era legato e che gli anni hanno piegato, senza spezzarlo.
Ho usato il verbo "costringere", pur se non ha alzato la voce né supplicato o messo in scena quei piccoli ricatti che a volte io stesso, subdolamente, attuo per forzare una scelta che ritengo corretta, giusta.
Semplicemente, ha chiesto. Non soltanto a parole, bensì con gli occhi, con un tono di voce da "mendicante di fraternità" che non impone nulla e lascia libertà di decidere all'altro.
Se tuttavia non ci fosse quel legame tra madre e figlio, quel cordone ombelicale d'amore reciproco, non avrei colto l'urgenza della richiesta, perdendo l'occasione di "stare" insieme con gli altri, restando più povero io. Anche per questo gli sono grato: apparteniamo a una specie vivente - quella umana - che ha nella capacità di collaborare, di cooperare, il punto d'appoggio della leva che solleva il mondo: aiutarsi a vicenda, consigliarsi, ascoltare l'altro, correggersi, comprendere le fragilità e farsi forza sono le azioni che rendono unici e ci distinguono, in meglio.

domenica 4 gennaio 2015

La quinta traccia (disciplina e lavoro)

Foto by Leonora
Abitudini, stili di vita, tradizioni che appartengono a chi mi ha preceduto, di cui sono testimone diretto e che meritano di essere tramandate, per ricordare chi siamo, la radice da cui proveniamo.
Quattro esempi li ho già fatti l'altro giorno, oggi ne aggiungo un quinto: la disciplina del lavoro.
Potrei citare i miei genitori, che non si curavano particolarmente del rendimento scolastico, ma erano irremovibili sul fatto di non farmi saltare le lezioni. "Io vado a lavorare, tu vai a scuola. Punto" sosteneva mia madre, incurante delle mie lamentele per presunti mal di pancia mirati a saltare qualche interrogazione o un compito in classe. Pure le rare volte in cui la sceneggiata riusciva benissimo e potevo restarmene a letto il suo rammarico era tale che mi condizionava, facendomi sentire un poco di buono, impedendomi di gustare quella vacanza inaspettata, inducendomi ad evitare un tale espediente meschino nei mesi a venire.
Potrei ricordare Ambrogio, il socio di mio padre, che si ostinava a guidare il camion e a caricare e scaricare rottami anche con il piede ingessato o con le gambe ustionate dall'acido. Mio padre stesso in un solo giorno riusci a tagliarsi un polpaccio, andare al pronto soccorso, farsi dare una quindicina di punti di sutura, tornare a casa, dare una mano al suddetto Ambrogio, che fece improvvidamente cadere un ferro, che colpì mio padre al capo, così da doverlo far tornare per altri sette punti al pronto soccorso (avrò avuto quindici anni ed era estate, per cui al pomeriggio andavo all'oratorio ma al mattino ero con loro e ricordo nitidamente l'espressione del medico che ci accolse per la seconda volta esclamando sbalordito: "Ma come? E' ancora lei?").
Mio padre non era un eroe e neppure Stakanov. Semplicemente funzionava così.
Il papà della mia amica Anna, che faceva il barista, sei giorni su sette si alzava all'alba e tornava a casa che era sera da un pezzo. Così Angelo, che ha dato i natali a Stefania e Antonello e aveva un distributore di carburante a Lipomo.
Non era una prerogativa di chi lavorava in proprio, pure i dipendenti erano della stessa pasta, sia nel privato, sia nel pubblico. A Lurate ad esempio c'era una maestra elementare, Daniela Ortelli, che abitava sul lago, ad Argegno, e non mancava mai un giorno: persino quando nevicava forte, chissà come, lei era sempre puntuale, imperturbabile come Mary Poppins quando arriva con l'ombrello.
Potrei continuare a lungo, mi fermo qua, poiché ciò che volevo dire (e far capire) l'ho già detto.
Mi preme soltanto aggiungere che pur se quel senso del dovere in troppi casi si è smarrito, in molti è tuttora presente, anche se fanno più notizia gli sciagurati otto vigili ogni dieci che a Roma danno forfait per malattia la notte di Capodanno e gli altri mille casi di "lavativismo" cronico.
A Natale, ad esempio, mio cugino Fabrizio è arrivato leggermente tardi al pranzo in famiglia, poiché invece di addentare lui qualche prelibatezza era stato a sua volta morso, al braccio. Cose che capitano quando si fa l'operatore socio assistenziale e si lavora con ragazzi problematici, ma dopo esser stato medicato, senza fare drammi ha finito il turno e il giorno dopo si è regolamente presentato. L'ha fatto senza fanfare, né pretendendo che gli fosse appuntata una medaglia al petto, semmai in silenzio e con un filo di ironia, come avrebbe fatto suo padre e prima ancora nostro nonno, non per costrizione, per paura o per brama di denaro, bensì per senso del dovere, qualcosa di innato. Un'etica potrei anche definirla, che prescinde la punizione per chi non la rispetta e riguarda più la coscienza, lo stare in pace con se stessi, il sentirsi "a posto". Una moneta che non ha prezzo ma per chi la possiede vale moltissimo.