Non ho visto alzabandiera né ho sentito squilli di tromba, fanfare, neppure un colpo di gong o un campanellino, di quelli che trillano quando agli angeli spuntano le ali. Forse però mi sono distratto io, che a Como ormai metto piede di rado oppure è semplicemente lei ad aver voluto così, cercando notizie per tutta una vita e rifuggendo una sola cosa: di diventare notizia lei stessa.
Maria Castelli, giornalista de La Provincia e corrispondente da Como per la Rai dal primo luglio è andata in pensione e a me già manca. La sua voce soprattutto, con la quale sono cresciuto, considerandola un po' una mamma, anche se lei resta giovanissima e all'anagrafe potrebbe essermi sorella maggiore. Non ricordo nulla che facesse arrabbiare mio padre più di quando tardava a tornare per pranzo, il cui inizio era tassativamente fissato per le dodici e dieci: a quell'ora infatti a Radio Rai scattava la sigla zufolante del Gazzettino Padano (ch'era padano ben prima che la Lega pensasse di trasformare una terra in nazione). Dei conduttori non ho memoria ma di un paio di corrispondenti sì, eccome. Avevano una voce che ascoltata una volta non la scordavi: Renato Possenti da Bergamo, Renato Andreolassi da Brescia e appunto Maria Castelli da Como.
Destino ha voluto che prima la conoscessi accanto a un letto d'ospedale, dove i nostri figli erano ricoverati, poi che facessi il suo stesso mestiere, infine che diventassi persino suo collega e caposervizio anche, proprio a La Provincia, per quegli scherzi della vita in cui i meriti sono capovolti. Ecco perché non avendolo letto da nessuna parte lo scrivo io ch'è andata in pensione, togliendomi il cappello in segno di rispetto, se solo un cappello l'avessi.
Maria mi ha insegnato moltissimo e sono certo che continuerà a farlo, non riuscendo lei a stare con le mani in mano ed essendo giovanissima tra qualche giorno, al massimo qualche settimana, troverò ancora sul giornale sue notizie. Essendo umana non è esente da difetti, tra i quali ce n'è uno molto femminile: le sceneggiate a lama di coltello, cioè senza urla ma a singhiozzo strozzato, con di solito la frase: "una cosa del genere non mi era mai successa...". Una mezza dozzina di volte di queste scene madri sono stato io la causa, quando per distrazione o per superficialità non mi sono comportato come avrei dovuto, scatenandone l'ira sommessa e il dispiacere. In ogni occasione tuttavia abbiamo fatto la pace, io riconoscendo il torto e lei tagliando via la parte offesa, come direbbero i nostri nonni. La volta che mi tenne il muso più a lungo - lo ricordo come fosse oggi - fu quando a coronamento di una rubrica settimanale che iniziava a scrivere sul giornale pubblicai una sua fotografia senza avvisarla. Apriti cielo! Per un'intera settimana non riuscii a parlarle perché, come ho detto, nulla la manda su tutte le furie più di diventare ella stessa notizia, essendo cresciuta ad una scuola scevra da inutili protagonismi. Perciò so benissimo che quando leggerà queste righe si indispettirà non poco, ma è un rischio che devo correre, poiché è giusto che i più giovani conoscano almeno un riflesso del molto che ha ancora da insegnare. Da lei personalmente ho imparato che un bravo cronista (cronista non è sinonimo di giornalista, bensì è un tipo particolare di giornalista, quello appunto che fa cronaca) è un cane sciolto, che non accetta di appartenere a circoli o consorterie, coltiva sempre le sue fonti, facendo mille telefonate, macinando chilometri, non limitandosi mai ai comunicati stampa, cercando ogni giorno almeno una notizia originale, che nessun altro ha o dà. A tutto ciò lei ha sempre saputo aggiungere il gusto del raccontare e specialmente sulla carta è un talento non disprezzabile. Perciò aspetto di tornare presto a leggere ciò che scrive, anche se i tempi del Gazzettino Padano non torneranno più, così come i pranzi con mio padre e le parole con troppe persone care. Ma questo lo sa anche lei, che dalla vita ha avuto mille gioie ma pure i dispiaceri più grandi. Grazie ancora di tutto Maria e scusa per tutte le volte che ti ho fatto arrabbiare. A volte non l'ho fatto apposta a volte sì, come adesso, però ti voglio sempre bene.
Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
Visualizzazione post con etichetta Rai. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rai. Mostra tutti i post
sabato 4 agosto 2012
giovedì 6 ottobre 2011
Steve Jobs e la tv italiana (Così si uccide un uomo morto)
Ho tentato, ma non ce la faccio. Ovunque volga lo sguardo o mi metta in ascolto non vedo e non sento altro: Steve Jobs, Steve Jobs, Steve Jobs.Il peggio lo offre la Rai, che ha azzeccato l'orario (il prime time, la prima serata) e nel contempo scelto il modo più brutto: il talk show, la chiacchiera vana, il "Porta a porta" per giunta modello cinese, copiato. A celebrarne la scomparsa è infatti la trasmissione "Agorà", su Rai Tre, con Vianello (non Raimondo, un altro ch'è scomparso) nei panni di Vespa a tenere al guinzaglio e dirigere il traffico in un parterre di comparse, mezzi uomini, ominicchi e quaqquaraqua da far invidia a "Uomini e donne" di Zelig, con Claudiano.
Eppure sarebbe bastato pescare dall'immenso archivio e riproporre il già visto (e dimenticato) per fare un buon prodotto e dare esempio di ottimo servizio pubblico. Invece no. Perché il Porta a porta la televisione italiana ce l'ha nel sangue, nel midollo, nel cervello.
E per chi non sa di cosa parlo, ricopio qua ciò che il collega e amico Alessio Brunialti ha scritto ieri l'altro nella sua "settimana InCom" sul sito web de La Provincia a proposito della puntata di "Porta a porta" a commento della sentenza di assoluzione per Amanda Knox e Raffaele Sollecito. In poche righe, un ritratto amaro ma stupendo.
Buongiorno,
le sentenze vanno rispettate. Questa semplice frase non si può, però, applicare a Bruno Vespa: egli non solo le rispetta, ma le VENERA, le idolatra, offre olocausti. Era caricatissimo a molla ieri, s'è organizzato per tutto il weekend per mettere insieme il Golden Circus Mediaticus in diretta, roba che manco i Togni, gli Orfei e Medrano insieme, roba che Barnum era uno squallido dilettante, tutti radunati per morbosizzare l'ennesima volta su una vicenda di cui, francamente, non s'è capito ùnca.
C'erano l'uomo pistola, la donna cannone, la trapezzona, il feroce Saladino, il camaleontico Bilbolbul, il perfido duca Serpieri, la nonna del Corsaro Nero, Scarpia, Paperoga, Gongolo e Servio Tullio (accomunati dal fatto che, statisticamente, quando si elencano i sette rispettivi, loro sono quelli più dimenticati), Buck la peste, Jack Bidone coi fratelli Bolivàr, Pippo, Pertica e Palla, lo strozzatore, Cicci il mostro di Scandicci (amnistiato), Ramba, Jack La Cayenne, Jack Mandolino, Maldèi Prìmitivs, una gemella Kessler (l'altra no perché era a Matrix), in collegamento dalla casa degli orrori alla casa del cioccolato perugina la ministra che continua a cercare il tunnel sotto il mondo. Momenti televisivi impagabili, e in effetti vien subito voglia di non pagare il canone.
La chiudo qui. Tra un'oretta comincia il Porta a porta quello vero. Se l'argomento è Steve Jobs spengo. Se invece si parla d'altro, spengo lo stesso. Bruno Vespa non avrà il mio corpo e neanche l'attenzione di uno dei due neutroni che dentro la testa mi girano (più in basso gira altro, ma non lo scrivo).
Foto by Leonora
mercoledì 29 giugno 2011
Simona Ventura, Santoro, Vespa e la Rai che perde i pezzi (per fortuna)

Simona Ventura lascia Rai Due e se ne va a Sky. "Un buon motivo per disdire l'abbonamento" ha sentenziato serafico il mio collega Mario Schiani, in riunione di redazione, mentre le agenzie rilanciavano la notizia. Santoro è andato, la Ventura è andata e anche la Gabanelli non si sente tanto bene. Eccetto quest'ultima, da conservare in una teca e preservare come patrimonio dell'Unesco (in un paese di guitti e furbetti, fa le pulci con piglio e rigore teutonico), per tutti gli altri non mi fascerei la testa. La Rai ha il dovere e non soltanto il diritto di congedare vecchi tromboni e affermati professionisti pagati quanto una mezza punta del Milan, possibilmente per sostituirli con giovani o meno giovani comunque emergenti, che alla fine riescono a portare un valore aggiunto in termini di freschezza e dunque di qualità e valore per la stessa azienda. Non piangerò una lacrima per la Simona griffata e graffiante tenuta assieme a graffette, lontana parente della ragazza sveglia che teneva botta alla Gialappa's. E' stata brava, probabilmente lo è tuttora (saranno tre anni che non vedo più una sua puntata) ma avanti un'altra: la lista delle sostitute è lunga. Idem Santoro. E' una vita che "chiaggne e fotte": è bravo, ma date loro il tempo che ha avuto lui e almeno un centinaio di giornalisti televisivi potrebbero fare informazione quanto e come la fa lui, se non meglio. Tranne i geni (Benigni, per fare un nome), chiunque altro è rimpiazzabile. Lo stesso Floris era un signor nessuno, finché gli hanno dato chiavi in mano un'ammiraglia. Per non parlare di Vespa, che ormai celebra ogni sera se stesso con altezzosità e boria, neanche immaginando dove stia di casa l'ironia (figuriamoci l'autoironia).
A chi adombra il sospetto che in verità si tratti di una dismissione in massa della tv di Stato, a favore della concorrenza Mediaset e del conseguente portafoglio del presidente del consiglio Berlusconi, rispondo che anche nella peggiore delle ipotesi - cioè che sia vero - il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: liberarsi di contratti pesanti e far emergere volti nuovi non è una maledizione, bensì una manna. Ricordando che per quanto possa esser devastante la compagnia briscola dei Berluscones, son sempre bruscolini al confronto di quanto male da sé si faccia la stessa Rai, gigante obeso che pretende di volare nonostante la gran zavorra di dirigenti, funzionari e dipendenti parastatali in gita.
Foto by Leonora
Iscriviti a:
Post (Atom)