sabato 19 settembre 2026

Affinità elettive (Eravamo uno)

Nella Qabbalah, la tradizione mistica dell'ebraismo, credo sia collegata all'immagine simbolica della frantumazione dei vasi, ma sono vari i retaggi atavici che raccontano la molteplicità come sviluppo di un'iniziale unità.
Io così in alto non so andare, tuttavia è una teoria che mi affascina e risponde a sensazioni precise, specialmente quando mi trovo in sintonia con qualcuno.
Quando ero bimbo e dovevo andare a letto presto capitava di frequente non avessi sonno, così mi concentravo su un pensiero, un problema immaginifico oppure un tema che soltanto da adulto ho scoperto esser filosofico. Uno dei più ricorrenti riguardava la reincarnazione, con l'insormontabile scoglio razionale del numero di abitanti del mondo. "Se è in continuo aumento - mi dicevo - non è possibile che si tratti di anime che rinascono, altrimenti la cifra sarebbe una costante". Poi quel nodo l'ho sciolto, considerando che al pari delle gemme di un albero, anche gli umani potrebbero essere polloni che incessantemente raddoppiano, triplicano, centuplicano. Ed è per questo che a volte guardo intenso negli occhi chi ho di fronte, cercando di scovare nella luce delle pupille una scintilla che riveli il me che ero e avvertire un'affinità per lui o lei, nel profondo.

P.S. Nell'infanzia avevo una fantasia fervida, a cui davo spago nelle molte ore di vuoto, specialmente tra veglia e sonno. Oltre l'origine dell'anima avevo altre bizzarre elucubrazioni. Una, ad esempio, era progettare una divisa militare perfettamente dotata di tutto. Un'altra ancora riguardava l'arredamento del bagno di casa per trasformarlo in una navicella spaziale o in un sottomarino o comunque in uno spazio vitale che garantisse sopravvivenza a lungo, nell'evenienza di una catastrofe nucleare ad esempio. Ipotesi che allora prendevo molto sul serio, mentre visti ora, da qua, ispirano tenerezza e insieme la sensazione inesorabile dello scorrere del tempo.

sabato 12 settembre 2026

Il grande occhio (Contro il controllo)

Guardo la giovane mamma che mi è accanto e il cui figlio ha cominciato da poco la prima media, senza il cellulare, ma con «un orologino con cui telefona» e grazie al quale «posso sempre sapere dov’è».
Il mio grande nemico! Come Voldemort per Harry Potter, Thanos per gli Avengers, Moriarty per Sherlock Holmes: il geolocalizzatore…
Io non voglio sapere dov’è nessuno e men che meno lasciare traccia di me. La considero una barriera insormontabile, il confine tra bene e male, la linea di demarcazione tra normalità e paranoia.
Un mio problema, certo, che con quattro o cinque sedute di psicoterapia potrei risolvere. Peccato non voglia. Mi sta bene così, considero una forma di resistenza umana l’accettazione del rischio, dell’incertezza, combattendo il desiderio di essere rassicurati, il bisogno mentale e fisico di avere tutto sotto controllo. Ciò che fino a qualche anno fa era l’ineluttabile condizione della vita stessa, insicura per natura, ora è diventata peso insostenibile, nemico da combattere, scoglio da superare. Con il supporto della tecnica, che lancia il sasso della risposta pratica (cellulari che tracciano, dispositivi che condividono la posizione, la possibilità di raggiungere audio e video chiunque e ovunque) nascondendo la mano del senso, del significato profondo di tale esigenza.
«Dai però, fa la prima media, è piccolo, esce di casa in bicicletta, così so dove va» aggiunge sorridendo e guardandomi con due occhioni innocenti, la mamma, confermando ciò che già sapevo: il bisogno è nostro, non dei nostri figli. Il controllo non diminuisce il rischio, semmai è risposta nitida alla nostra ansia, la quale però è bestia strana: ha il suo habitat naturale nella cattività, cresce allorché la si chiude in gabbia e, peggio del peggio, più la si comprime più essa si diffonde, per contagio, infettando chi la intercetta.

P.S. La lettura viziata della realtà, il bisogno di controllo, l’aumento dell’ansia… Tutti figli degeneri del monumentale convitato di pietra in quest’epoca di passioni tristi: la sensazione di vivere una perenne incertezza e di scoprirci impotenti di fronte al futuro, avvertito come minaccia. Al contrario, un percorso possibile è accettarla, questa incertezza, e riscoprire il coraggio, il valore di avere e dare fiducia. Prima di tutto ai nostri figli, prestando attenzione a chi sono e non a dove vanno.

sabato 5 settembre 2026

La differenza (Fare e lasciare)

Una delle convinzioni maturate nella vita è che lasciarsi convincere è più facile che convincere. Lasciarsi, non farsi convincere. Differenza non sottile: "lasciarsi" presuppone una decisione propria, "farsi" un'azione altrui, un condizionamento che si impone invece di una deliberazione che si attua.
"Lasciare" e "fare", in questo sono verbi "causativi" (non sono colto, l'ho scoperto anch'io, chiedendolo) si possono appiccicare pure al verbo "andare". Lasciare andare, come nel post scritto settimana scorsa, e fare andare. Quando si tratta di figli, un bel dilemma. Lo viviamo da qualche anno, da che sono diventati grandi, in famiglia, con opinioni e stili differenti, che nel nostro caso ricalcano quasi fedelmente il modello maschio, femmina, papà, mamma. Io sono per il lasciar andare, mentre mia madre, nella sua semplicità, nonostante fossi figlio unico era per "far andare", cioè costringermi in qualche modo a diventare "animale sociale", coltivando relazioni d'amicizia tra pari, e poi adulto. Così il ragazzo timido e introverso che sarebbe rimasto ore, giorni, chiuso nella sua stanzetta, a guardare tv in bianco e nero a sedici pollici o sfogliare libri sugli animali, veniva accompagnato con puntiglio e autorevolezza asburgica all'oratorio, restando i primi giorni nei paraggi per riportarmi indietro ogni volta che sfruttando la (bella) libertà di allora prendevo la via del cancello per ritornarmene quatto quatto casa.
Ed è proprio lì, all'oratorio, negli anni successivi che ho incontrato la persona più importante per la mia formazione piena. Si chiamava - e si chiama ancora - don Nello e con pochi fronzoli e tanta cura di sostanza mi ha insegnato a crescere e soprattutto ad essere responsabile nelle scelte e nella vita. Mi ha educato insomma. Buona parte del buono che sono è grazie a lui e se ne scirvo oggi è perché lo associo a un altro grande, anzi, immenso: Enzo Bianchi, priore di Bose, scomparso questa settimana. Che in fatto di profonda sapienza e vette di spiritualità vince per distacco, ma nella vita pratica qualche problema con il "lasciare andare" l'aveva. Al contrario di don Nello, che invece permetteva a ciascuno di sviluppare la propria autonomia e promuoveva il rischio educativo e si preoccupava che diventassimo adulti, spiccando il volo, senza tenerci attaccati alla sua tonaca.

P.S. Di Enzo Bianchi ho scritto sul Giornale di Brescia. Ne lascio anche qui traccia.
«Sentinella, quanto resta della notte?». Una domanda, quella tratta dal libro di Isaia, da cui Enzo Bianchi prendeva spunto spesso, compresa l’ultima volta che l’incontrammo, in una chiesa gremita dal primo all’ultimo banco, per ascoltarlo parlare della «responsabilità di essere uomini».
La sua, d’una notte, è cominciata ieri, anche se lui l’avrà intesa come alba, avendola attesa con pienezza una vita. Se n’è andato così colui che a buon titolo può essere definito un «profeta», una persona ispirata, un uomo che ha saputo denunciare con voce roboante la corruzione dei tempi e nel contempo proclamare con dolcezza la speranza, invitando chiunque a praticare l’unica vera giustizia, quella dell’amore, ritornando così al vero Dio, contro ogni idolatria.
Tarchiato e robusto quanto un tronco di pino cembro, barba candida a contornargli il volto, occhi perennemente a fessura, asciutta cadenza piemontese con le «u» chiuse e le consonanti sibilanti, Bianchi era un oratore di forgia antica, coniugando sapienza e testimonianza, intimità e fratellanza, conoscenza finissima delle scritture e semplicità nel rivelarne il senso che egli intendeva.
Ma la grandezza di Bianchi, figlio autentico della spiritualità conciliare degli anni Sessanta e Settanta e per decenni priore della comunità di Bose, da lui stesso creata, è racchiusa a nostro modo di vedere nella sua debolezza, nella fragilità rivelata pienamente negli ultimi capitoli dell’esistenza, nel tempo doloroso e fecondo che ha comportato divisione tra lui e parte di coloro che a Bose lo avevano individuato come guida.
«Situazione tesa e problematica per quanto riguarda l'esercizio dell'autorità e il clima fraterno in seno alla comunità». Così è stato scritto nel decreto del sommo pontefice che sei anni fa allo stesso Bianchi l’allontanamento dalla «sua» Bose a tempo indeterminato.
Una spaccatura, quella tra il monaco fondatore e i suoi seguaci, non nuova nella vicende della Chiesa. Già san Francesco, per dire, aveva mostrato quanto difficile fosse tirarsi da parte restando però fiamma accesa. Ma mentre del santo d’Assisi narrano i libri di storia, con tutti i se e i ma che essa comporta, le incomprensioni di Enzo e i suoi fratelli sono state per noi carne viva, parendo da principio una piaga, una macchia capace di render opaco lo splendore eburneo della sua testimonianza. Soltanto pian piano ci siamo resi conto che da quella crepa filtrava una luce più autentica, quella che lo ha reso pienamente umano, impedendoci di trasformarlo in idolo e adesso in sepolcro imbiancato, in mummia.
Il monaco austero, profondo e visionario ha sgombrato da sé il campo dell’illusione, chiarendo in modo inequivocabile che nell’unica religione in cui Dio si fa persona, non esiste persona che possa sostituirsi a Dio. E lo ha fatto appunto con la testimonianza della debolezza, dell’attaccamento ostinato alla propria comunità con piglio da Cronos, costringendo chi gli stava attorno a cimentarsi con il dilemma dei successori. Il carisma di una comunità, infatti, come spiega bene Luigino Bruni, non si rinnova imitando semplicemente il fondatore o seguendone pedissequamente il solco dei passi tracciati, richiedendo invece una novità, una dose abbondante di libertà e creatività.
Tutto molto chiaro, sulla carta, assai più difficile quando si tratta di viverlo in prima persona, persino per un gigante qual era lui, figuriamoci per noi, che lo seguiamo a distanze siderali. E qui sta il punto, il monito che non mette al riparo della tentazione nessuno e l’indulgenza nel considerare i propri sbagli alla luce degli errori altrui. Per questo riteniamo che la lezione più alta e insieme più bella Enzo Bianchi non l’abbia data dal pulpito e nemmeno stando in piedi al centro della scena, bensì nella fragilità della sua condizione pienamente umana. Anche in questo è stato coerente con la sua fede e con l’esperienza che n’è maturata. Anche per questo quel che resta della notte è una testimonianza autentica, viva, sommamente feconda.