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giovedì 5 ottobre 2023

Tre pere (Così va il mondo)

Tra i beni che mio padre in eredità ha lasciato ci sono decine di alberi, alcuni cresciuti spontanei, altri piantati da lui medesimo.
Tra questi, nel terreno a due passi dalla casa dove vivo, c’è un pero.
Non un’essenza dal tronco possente, la chioma folta, i rami protesi a sfiorare il cielo: un “pirus communis”, lo dice il nome stesso, nulla di eccezionale, poco più di un arbusto (del resto, anche se molti lo ignorano, appartiene alla stessa famiglia delle rose), alto appena un palmo più della mia testa, tanto che a mani protese se ne può cogliere il frutto.
E così è stato fatto, anche quest’anno, con buona pace di mia madre, che per quella sentinella tremula nel mezzo dell’orto ha un legame speciale e fa eccezione persino alla preferenza per i nipoti rispetto al figlio, visto che conserva per me ogni sparuto frutto, cogliendolo in anticipo e conservandolo con cura, finché arriva a maturazione, con l’inizio dell’autunno.
Un rito laico, celebrato pure quest’anno, grazie a tre pere, non una di più, né una di meno.
E se ne parlo qua, con un lungo preambolo - più buccia che polpa, sarebbe da scrivere - è perché mentre le assaporavo non ho potuto fare a meno di riflettere sulle differenze tra ognuna delle tre e il paragone con i figli, i miei, ma pure tutti i figli e le figlie e le persone del mondo.
Perché, pur provenendo dallo stesso albero e cresciute apparentemente con le stesse riserve di acqua e di luce, ciascuna pera aveva un proprio gusto, originale e diverso.
La prima dolcissima, zuccherina, succosa e deliziosa come nettare, la seconda asciutta e compatta, con sapore sciapo e allappante (“questa pera sa di rapa” avrebbe sentenziato, disgustato, mio padre), la terza migliore della seconda ma non della prima, una via di mezza senza infamia e neppure lode.
Ora, certo un motivo scientifico ci sarà per comprendere il perché delle differenze, ma le spiegazioni qui non interessano.
A importarmi invece è che la pianta sia la stessa, che i geni non siano differenti e che dunque la causa consista in altro.
Vale per me genitore, che le discrepanze in ciascuno dei miei figli le noto.
A me pare di esser fortunato, cioè tutti hanno in comune del dolce, del buono, tuttavia neanche qua sta il punto.
Il punto è che non tutto dipende da me, da noi, poiché esiste qualcosa di più grande, di più forte, che orienta carattere, preferenze, ideali, gusto…
Siamo albero, è vero, ma il frutto, pur partorito da noi, risulta essere “altro”, differente, perché così va il mondo (“va”, nel senso proprio che avanza, muta, si evolve, sopravvive, cioè “vive sopra” anche noi, che l’abbiamo generato).
Una ragione in più per mettersi il cuore in pace e considerare la diversità un valore, qualcosa di buono, bello.

P.S. Piantare alberi. Un gesto antico, che nella civiltà contadina era appannaggio di tutti, mentre ora si delega per di più all’esperto di turno, il giardiniere o la persona - per lo più anziana - che cura l’orto. Piantare alberi tuttavia ha un significato profondo, poiché legato a filo doppio all'aspettativa di futuro, alla volontà di costruirlo o, quanto meno, prepararlo. Vale per i popoli e pure per il singolo, per chi mette a dimora un seme non per sé, bensì lasciandolo in eredità e dunque a beneficio di qualcun altro.

domenica 9 aprile 2023

La pazienza del grano (Lasciar maturare)

Confesso che ho peccato.
Essendo tempo di Pasqua, lo si può confessare.
Uno dei miei errori più gravi, poiché rischia di contagiare che mi sta attorno, è la fretta di concludere, il desiderio di tagliare il traguardo del gioco dell’oca saltando a piè pari le caselle, così come la convinzione - errata - che se aumento la pressione, l’intensità, ottengo risultati più rapidi, un minor margine di incubazione.
Invece no. Esiste un corso naturale degli eventi e una pazienza che va esercitata, per assecondare il destino senza volerlo anticipare, evitando di forzare la mano, generando di conseguenza ansia, apprensione, disorientamento, apprensione.
C’è un tempo per ogni cosa, soprattutto nel saper aspettare. Prendiamo una pianta di pomodori oppure il bulbo di un tulipano o o la spiga del grano o un cucciolo d’essere umano o di animale, nella pancia della madre.
La natura anche in questo è maestra: basta saperla osservare.

P.S. Questo pensiero è dedicato per primo a te, Giorgia, che in questi mesi conduci una battaglia silenziosa e quotidiana contro le tue insicurezze, le aspettative proprie e altrui, l'incalzare tambureggiante delle scadenze, l'ansia di dover trovare una strada o risposte.


giovedì 2 marzo 2023

Bene dire (Le strade chiuse)

Sono grato agli scogli, senza i quali l'acqua del mare non salirebbe tanto in alto, e ai trampolini, che mi hanno spinto dove neppure avrei immaginato arrivare. 
Sono grato alle scale mobili percorse al contrario, che mi hanno allenato alle difficoltà, a volte invidiando, altre replicando l'entusiasmo dei bambini, che lo fanno per gioco e si divertono, riducendo la fatica a batticuore.
Sono grato alle persone incontrate, quelle che si sono rivelate un dono e ancor più quelle che si sono dimostrate una prova, da accogliere prima ancora che superare.
Sono grato ai giorni di pioggia, che mi hanno fatto anelare il tempo sereno, e agli inverni di siccità, grazie ai quali ho atteso il maltempo, come benedizione.
Sono grato, soprattutto, ai molti no ricevuti, ai vicoli ciechi, alle strade chiuse, alle delusioni, ai fallimenti e persino al male ricevuto, pur se non giustificherò mai chi lo commette.
Senza essi, infatti, non avrei imparato a percorrere vie alternative, praticare l'umiltà, risolvere problemi, rafforzare volontà e gambe, contare su me stesso prima che sugli altri, desiderare differenti condizioni, ribellarmi di fronte a silenzi, vuoti, ingiustizie, scoprire nuovi mondi.

P.S. Torti, delusioni, sfortune, inciampi non sono, non possono essere mai, delle scusanti. Il cambiamento ha ogni volta per primi noi come protagonisti, le condizioni esterne sono soltanto accessorie, una percentuale minima dei problemi. Me ne sono accorto anche ieri, entrando in banca. Non facendolo mai, sono rimasto sorpreso dal caos della filiale, dal via vai di gente, dalla confusione che mi pareva regnasse, con gente in attesa, impiegati super impegnati, come fossero loro stessi naufraghi d'un vascello ingovernabile. Poi, proprio al centro del salone, ho notato una di loro che senza quasi curarsi di ciò che la circondava si rivolgeva alla signora che aveva di fronte e le parlava tranquilla, rassicurante, non mostrando alcuna fretta o fastidio, trattandola come persona prima ancora che cliente. Lo ammetto, ho provato ammirazione e altresì profonda gratitudine, anche se con me non c'entrava niente, ripromettendomi di imparare ad essere così, di ricordarmi che la differenza, in meglio, può essere fatta sempre, ovunque.

martedì 18 gennaio 2022

"Peccato non approfittarne" (Arrivederci Loris)

Vicino, troppo vicino mi sei, perché io possa dare sbocco a tanto dolore, a una pena infinita che ha afflitto la nostra famiglia, drenando in questi mesi leggerezza e pace interiore.
Uso il verbo presente, non il passato, perché è così che ti sento, Loris, che ti sentirò sempre.
Nei mesi scorsi ho cercato spesso conforto, facendo memoria di persone care, raccontando vicende di addii e dolore. Ogni volta, devi saperlo, eri tu che avevo nel cuore, era il dispiacere per ciò che stava capitando che faceva da spunto, binario e motore.
Per riguardo non potevo condividere pienamente l'angoscia, la preoccupazione, ci limitavamo entrambi al non detto, alla comprensione reciproca e silenziosa, all'allusione: così il lutto altrui è diventato lo specchio in cui si sbircia Medusa, per guardare in faccia la sofferenza senza diventare in pietre.
Perdonami se con te, proprio con te, non riesco a esser bravo quanto vorrei, a raccontarti degnamente.
Vicino, troppo vicino ti ho, per riassumere in poche righe chi sei, quanto per la nostra famiglia rappresenti, marito, fratello, cognato, cugino, padre.
Scelgo la parola "amico" perché le riassume tutte e non fa differenze.
Con la tua compostezza, la tua serietà, ch'era a volte come una maschera, indossata d'abitudine e che rendeva per contrasto splendenti le occasioni in cui ridevi.
Con le tue mani laboriose, che riuscivano a far tutto e a tutti: non c'è casa delle nostre che non contenga memoria di te, in uno scaffale, una parete di pietra, un impianto d'allarme, cornici, prese, pannelli, tubazioni, quadri (persino qui a Bergamo, ho una farfalla ad ali spiegate, in metallo lucido, che avevi detto non essere riuscita bene, ma a me pare perfetta, anche ora, che la guardo con nostalgia e attenzione).
Con le tue parole, soprattutto. Rare, preziose, che ogni volta parevano distillate, mai banali, sempre argute.
Proprio con qualcuna di queste - che mi hai mandato qualche mese fa - voglio salutarti.
Senza dirti addio, ma arrivederci.
"Ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici... Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, la pigrizia, i soldi...).
Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito: cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre, anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno. Piaceri, persone care, possibilità non scontate per tutti e che sono una fortuna, un peccato se vivessimo senza approfittarne".

P.S. Il destino - a differenza di quanto auspicavi - non è stato benevolo con te, che sei stato per la nostra generazione ciò che tuo suocero è stato per la sua: un'apripista, colui che "porta il lume e a sé non giova ma dietro sé fa le persone dotte".
Tocca a noi ora dimostrare che non sei vissuto invano, imparare la lezione.

sabato 7 agosto 2021

Sulle tue spalle (Viktor)

Ti chiami Viktor e sei nato un giorno d’agosto che per noi italiani farà rima con “vittoria” a lungo, consegnandoci una gioia e una lezione che idealmente - proprio come il testimone nella staffetta - ti affido, qui sotto.
Quella più bella però l’hanno data a me i tuoi genitori, Milan e Dina, raccontandomi quanto e come ti hanno desiderato, cercato, voluto.
Vederti in foto, ieri, in braccio a tua madre, luminosa come il sole, dopo averti partorito, scorgere il lampo di tenerezza negli occhi di quel gigante di tuo padre, lo ammetto, mi ha commosso.
Ho pensato che davvero ha ragione Renzo Piano, l’architetto, quando dice: “Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai.  Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere”.
Le vivrai tu, allora, Viktor. E ne sono pienamente lieto, poiché io, grazie a te, ne ho viste già un pezzetto.

P.S. L’ho dichiarato all’inizio: voglio affidarti una lezione che con gli anni ho imparato, affinché il male, il dolore, la sconfitta - nei quali ogni essere umano prima o poi inciampa, sappilo - non siano mai ostacolo, bensì molla, leva, trampolino.
La dimostrazione viene dallo sport di queste settimane, con l’Italia del calcio che tre anni fa non aveva potuto partecipare ai Mondiali, ma da quella sconfitta ha messo seme e tratto forza per vincere i recenti Europei, e con la squadra di atletica, sempre italiana, che nelle Olimpiadi di cinque anni fa non aveva vinto neppure una medaglia, mentre in questi giorni, a Tokyo, di successi ha fatto il pieno, come mai nella propria storia, un vero e proprio record.
Un esempio per te ancora più fulgido viene proprio dai tuoi genitori, cresciuti sotto le bombe e in parte da profughi, conoscendo terrore, povertà, separazioni forzate, ma che da quella radice di dolore hanno tratto linfa per crescere robusti e costruirsi un futuro di benessere, soddisfazioni, di cui tu, oggi, sei il frutto più dolce, bello, unico.

sabato 31 ottobre 2020

Perdere l'amaro (Come per le olive l'acqua)


Sono arrivato alla fine, era stata una promessa, l'ho mantenuta. Un mese insieme, passo passo, una postilla al giorno, come l'anno scorso sempre a ottobre, anche se rispetto a dodici mesi fa m'è pesato meno. Allora ero giunto con il fiato corto, con l'intenzione di abdicare per parecchio alla scrittura, mentre oggi non sento la necessità di scomparire del tutto, di lasciare a maggese questo lembo di terra. È un "punto e a capo" insomma, poiché tra i molti limiti di questi appunti di viaggio c'è il merito di costringermi a trovare ogni volta uno spunto, un appiglio, osservando meglio la realtà, ciò che mi accade e circonda, per cavarne il buono, per comprenderla e insieme raccontarla.
Oggi, per dire, ho raccolto le olive dall'albero che sovrasta l'entrata di casa. Una pianta che ha una sua storia: abbandonata quand'era ancora in vaso sul palco di un comizio a metà degli anni Novanta, presa in custodia e affidatami da una persona burbera e saggia, messa a dimora nella prima abitazione di famiglia e poi spostata a fatica, poiché nel frattempo era cresciuta, con l'ultimo trasloco.
Da allora fa bella mostra di sé e in anni particolari - come questo - produce una messe di olive che è una meraviglia. 
Se ne parlo è per un dettaglio che mi ha dato da pensare, nel momento in cui i due secchi stracolmi di frutti sono stati riempiti fino all'orlo d'acqua, perché è così, lasciandole a mollo tre settimane o un mese, che le olive "perdono l'amaro".
Perdere l'amaro. Servirebbe anche a noi, specie in questi tempi di bile accentuata, di nervosismo a fior di pelle, di rabbia a fatica contenuta, a causa degli imprevisti della pandemia, che si aggiungono agli inciampi che già di per sé la vita dispensa.
Per gli esseri umani lasciare in ammollo non serve a nulla, se non forse ai reumatismi e all'artrite cronica, tuttavia esistono persone che sono come per le olive l'acqua: aiutano a far "perdere l'amaro", la negatività, il rancore, la durezza, la stizza, con l'esempio e insieme la parola.
Qualche esempio.
  • Comprendendo le ragioni degli altri, "camminando nei loro mocassini per almeno due lune", come insegna la saggezza dei nativi d'America.
  • Considerando gli errori reciproci come involontari, fatti causando dolo ma senza intenzione alcuna, concedendo per principio l'attenuante della buona fede.
  • Perdonando se stessi, le proprie mancanze, le debolezze, le meschinità enormi o spicciole.
  • Riconoscendo che esiste sempre un'occasione di riscatto, la possibilità di svoltare, di imboccare la strada giusta.
  • Apprezzando e concedendo valore a ciò che si ha, invidiando meno quanto si presume manca.
  • Vivendo appieno la compagnia, le relazioni umane, il contatto con la natura.
  • Prendendosela per poco o nulla, consapevoli che per giganti possano sembrarci i nostri impegni, i problemi, gli affanni, sono pur sempre una minuzia, meno di un battito d'ali di farfalla al cospetto dell'universo e dei miliardi di anni preceduti alla nostra entrata in scena.
Un elenco che non prevede fine, potrebbe consistere in una lista infinita, stilata su misura.
Mi fermo qui. All'ambizione della completezza preferisco chi mi indica il percorso, segna una via. Anche questo è buon modo per "perdere l'amaro": sapersi accontentare, non pretendere che ogni cosa sia perfetta, aggiustata, finita.

venerdì 9 ottobre 2020

A spalle larghe (Le porte scorrevoli del destino)

Le porte scorrevoli del destino aprono e chiudono possibilità infinite, lasciandomi muto.
Se mi concentro sul motivo per cui avviene questo piuttosto che quello, a me e non a lui, a loro e non a noi e viceversa, mi ritrovo in breve sull'orlo di un abisso. Scuro.
L"accettazione è compagna fedele, oltre che indispensabile, di ogni essere umano: c'è chi la tiene - o sembra tenerla - placidamente per mano; altri la portano come zaino che piega la schiena, ribellandosi agli eventi infausti, cercando di scrollarseli di dosso, puledri bradi a cui per la prima volta vengono imposti giogo e basto.
Neppure l'immagine della ruota che gira, pur percependone il seme di verità che contiene, mi acquieta del tutto, troppo vaga e lontana dal senso di equità imposto dalla ragione, il monumento al quale vorremmo si piegasse tutto.
Invece di certo e ragionevole c'è nulla o poco e per quanto riguarda i fatti salienti della vita restiamo gli stessi che mettevano piede fuori dalla caverne, migliaia di anni fa, egualmente nudi e piccoli e fragili, sentendoci Dio appena la porta si spalanca su una stanza in cui entra il sole, mentre quando l'anta si apre verso un locale buio ci ritroviamo sgomenti, impauriti, costretti a stare fermi o procedere a tentoni, senza sapere neppure chi siamo.

P.S. Poi ci sei tu. Oggi finito per l'ennesima volta sotto i ferri del chirurgo e a cui è toccato in sorte un fardello che a soppesarlo da fuori schianterebbe un orso. La dignità con cui lo affronti, la capacità di non far ricadere sugli altri paure ed angosce, mi lascia ogni volta ammirato, consapevole che stai dando a tutti noi una lezione, con lo stile che ti ha sempre distinto, silenzioso e calmo.
Mi ripeto spesso che ciascuno di noi ha spalle più larghe di quanto appare. Tu di più. Ed è per questo che mi verrebbe da scrivere che per la nostra famiglia sei un pilastro, ma non è così: per noi sei più albero, poiché non soltanto sostieni ma metti anche seme, così che altri possano crescere e un giorno a loro volta sostenere il peso che abbiamo.

domenica 27 settembre 2020

Io per primo (Cambiare)

“Cambiare” e “convertirsi” sono verbi che si somigliano: entrambi occorre declinarli alla prima persona singolare, se si vuole che si realizzino.
Di questo, con gli anni, mi sono convinto: l’unica certezza di cambiamento comincia dall'io, da sé stessi. Limitarsi all'auspicio o alla pretesa che gli altri possano o debbano farlo è inutile, prima ancora che sbagliato.
Mutare il modo di pensare, i propri convincimenti, gli schemi mentali, non è semplice, figuriamoci le azioni, i comportamenti.
Il cambiamento suscita sempre resistenza, ansia, smarrimento.
Di contro, osservo con stupore la disinvoltura con cui avviene nella natura, specialmente in questa stagione, che del cambiamento è il simbolo.
In essa trovo agio, forse perché in un mese d’autunno sono nato.
Adoro il calore dei colori, che sostituisce quello sulla pelle, ad agosto; il taglio della luce all'alba e al tramonto; le piante che si spogliano del superfluo, andando incontro all'inverno; il profumo greve, dolciastro, della frutta che nessuno coglie, per terra o sull'albero, e che rimanda all'eccedenza, all'abbondanza senza calcolo, senza risparmio: l’unica unità di misura che conosce la natura o, per chi crede, Dio.

P.S. “A scrutare gli abissi altrui siamo bravissimi, ad esplorare i nostri un po' meno” mi scrive David. È vero. Soffriamo di presbitismo. Lontano vediamo benissimo, invece tutto si sfoca man mano che ci avviciniamo. Cercherò di ricordarlo e di farne un buon proposito nei prossimi mesi. Cominciando a cambiare io, per primo.

domenica 13 settembre 2020

La resistenza del pigiama (Contro ogni inerzia)

“Mai restare in pigiama. Anche soltanto per bere un caffè, ci si veste, ci si trucca e si esce, ogni giorno”.
Paša ha settantasei anni, un passato da ballerina e un presente da donna unica, ma non sola, poiché nonostante la guerra le abbia sottratto la vicinanza fisica di parte della famiglia, si ostina a uscire di casa, a coltivare passioni, amicizie, una vita.
Ripenso alle sue parole, che mi sembrano la migliore pietra angolare per quella che a tutti gli effetti, soprattutto quest’anno, è una ripartenza.
Non restare in pigiama. Svestirsi di dubbi, incertezze, esitazioni, pigrizia, sciatteria, affrontando ogni santo giorno con dignità, buoni propositi, energia.
Vale per me - sospeso tra il limitarsi a seminare bene nel solco tracciato dall'aratro dell’esistenza oppure cercare orizzonti ampi e nuovi campi per mettere a frutto quanto ricevuto in sorte, per dono o conquista - e conta ancor più per chi invece ha una pena grande e dunque motivo di farsi cadere le braccia, di arrendersi alla depressione, alle delusioni, alla malattia, sia mentale sia fisica.
Con una differenza.
Nel secondo caso è più difficile, anche se non c’è scelta: reagire, non cedere all'inerzia, è una questione fondamentale, di sopravvivenza.

P.S. Sono fortunato. Non conosco la depressione, se non in maniera indiretta, osservata da lontano o da vicino, in alcune persone care, ma nelle forme più lievi, quando labile è il confine tra il male di vivere e la melanconia. Quando ho ascoltato la regola di Paša ho pensato innanzi tutte a loro, a quanti faticano ad alzarsi persino dal letto, la mattina, e anche a chi ogni giorno in pubblico indossa una maschera, ma dentro ha una tenda buia. che tutto ammanta, oscura. Nel mio piccolo posso fare poco, se non esprimere comprensione, vicinanza.

lunedì 16 marzo 2020

Ho imparato (Le radici buone dell'empatia)


Imparo sempre, molto. In questi giorni di più.
Ho imparato ad esempio che con i gomiti si possono fare un sacco di cose, comprese aprire le porte o salutarsi, tenendo una distanza quasi di sicurezza.
Ho imparato che pensavo di saperla lunga, invece era corta, tanto corta.
Ho imparato che la vita è spiazzante persino in questo tempo in cui credevamo di averla in pugno tutta e di poterla piegare, all'occorrenza.
Ho imparato che può capitare anche a te, a noi, e non soltanto a loro, agli altri.
Ho imparato ad avere paura, non il terrore dei film o degli incubi, piuttosto il timore del cerchio che si stringe, della marea che sale e non sai come andrà a finire, se l'acqua ti lambirà soltanto le caviglie o salirà ai polpacci o supererà il capo e dovrai restare in apnea.
Ho imparato ad avere paura, ma anche a non cedere all'angoscia degli ipocondriaci, ad essere prudente senza cadere nella fobia.
Ho imparato la compostezza nel dolore di una città che mi ha adottato e che sta reagendo con dignità superiore alla tristezza per i troppi morti tutti insieme, senza l'occasione di congedarsi bene, di accompagnarli nell'ultimo tratto di strada.
Ho imparato il coraggio di chi fa il proprio mestiere con coscienza, sia esso in prima linea oppure nelle retrovie, medico in terapia intensiva o addetto alle pulizie della corsia, direttore di giornale o edicolante, cassiera al supermercato o volontario in ambulanza, autista di bus o insegnante a distanza.
Ho imparato che si possono dire moltissime cose, quasi mai quella giusta (e proprio per questo l'umiltà dovrebbe far premio sul giudizio o quanto meno sospenderlo, evitando ogni saccenteria).
Ho imparato, più di tutto, che se ne esce più forti di prima soltanto se la radice è buona, perché altrimenti anche l'albero apparentemente robusto vacilla, s'incrina, si spezza.

P.S. Badare alle radici, fare in modo che siano sane, virtuose, è la vera emergenza. Perché le epidemie passano, la nostra comunità continua e questi giorni saranno trascorsi invano o, peggio, ci consegneranno una civiltà ancora più disgregata, individualista, se non mettiamo al primo posto ciò che conta davvero: la comprensione, l'aiuto reciproco, l'empatia, l'amore per l'altro, l'amicizia.

sabato 7 dicembre 2019

Rassegnati alla meta (La gentilezza salva il mondo)


"Dai, che sei alto due metri" ti hanno detto, dopo che sei finito a terra, colpito da uno più piccoletto, che nel saltare ha puntato il gomito, centrandoti al costato.
Tutto normale, se te l'avesse gridato un avversario, l'allenatore, un tuo compagno.
Invece no, a dirlo è stato l'arbitro, un ragazzo più o meno della tua età. Ti sei rialzato scuotendo il capo, arrabbiato, restando zitto, perché ti conosco, ma con gli occhi rassegnati, e li ho notati sempre per lo stesso motivo: ti conosco.
In quell'istante, lo ammetto, sono stato tentato di urlare, di mandare a quel paese il direttore di gara, smentendo anni di teorie e pratica del silenzio, di sostegno incondizionato per chi si rende disponible con giacchetta e fischietto, venendo quasi sempre insultato, a volte persino aggredito, mai o quasi mai ringraziato.
Così mi sono morso la lingua, rassegnandomi anch'io, per cui lezioni oggi non ho da dartene, figlio mio, avendo fatto passare una settimana da quanto accaduto per ribadire il primato della ragione sull'istinto, ricordando che l'unica reazione comprensibile ed efficace, in casi come questo, è dimostrare il proprio valore sul campo, vincendo le partite, non lamentandosi invano.

Altra scena, altro figlio, dodici ore prima, in piena notte, alla fermata del bus, in un paese straniero.
Alle otto del mattino avevamo l'aereo per tornarcene a casa, ma una serie di lavori stradali e la disorganizzazione del servizio informazioni ci avevano indotto a partire dall'appartamento alle tre di notte, poiché per essere certi di trovare un collegamento con l'aeroporto dovevamo tornare dalla periferia della città verso il centro.
Invece, dopo un quarto d'ora di cammino, un bus della medesima compagnia con cui avevamo prenotato (National Express), praticamente vuoto e diretto alla stessa nostra meta, sta per partire dalla fermata che in teoria - secondo quanto avvisato la sera precedente da loro - nessun mezzo sarebbe passato. Apriti cielo. Più contenti di Mosè nel varco creato dal mar Rosso mostriamo il messaggio ricevuto sul cellulare e il biglietto a un marcantonio di autista (sarà stato alto... due metri), calvo come una boccia da biliardo, senza che questi ci degni nemmeno di uno sguardo. "Non mi interessa, dovete aspettare" ci dice, prepotente, incurante delle proteste, prima garbate e poi imploranti, infine degne del più colorito italiano. Nulla, le porte automatiche si chiudono e noi due restiamo lì, valige in mano.
In quel caso però la rabbia è sbollita in breve tempo, giusto i minuti per telefonare all'ufficio reclami (aperto sempre, pure in piena notte) e ascoltare le scuse del povero operatore e camminare un altro mezzo miglio, dove abbiamo trovato un autista più umano.

Due episodi, diversi, con una morale comune: chi esercita un potere non soltanto non dovrebbe essere esente da gesti di gentilezza, ma dovrebbe praticarli proprio, poiché costano poco o nulla e rendono felice chisi incontra sul cammino.
Quando capita a me di essere dalla parte del più forte, vorrei sempre rammentarlo.

P.S. L'episodio del bus mi ha suscitato pure un altro sentimento. Io e Giovanni in quel caso rischiavamo poco, ma mi sono messo nei panni dei genitori che scappano con i figli dalla guerra o da condizioni di pericolo e incappano nella freddezza altrui, in chi è incapace di tendere una mano. Mi è venuto in mente Milan, il nostro Milan, quando è fuggito con suo padre dalla Croazia dilaniata dal conflitto dei Balcani, e insieme a lui molte persone che incontro per strada, ogni giorno, senza sapere cosa hanno provato, quale trattamento hanno ricevuto. Oppure Primo Levi, Anna Frank, Aleksandr Solženicyn, Luís Muñoz, i racconti della persecuzione, le retate, lo sterminio, in ogni epoca e luogo. Davvero spero che Giovanni abbia imparato qualcosa, in quella notte fredda, mentre attorno era tutto buio.

domenica 17 novembre 2019

Il dono della piantina (Far crescere, scomparendo)

L'hai raccontata così, un po' riferita, un po' inventata, la storia del grande albero e della piantina cresciutagli accanto, al riparo, protetta e al tempo stesso costretta, limitata nella crescita, fino al giorno della tempesta, del vento, dello schianto per il tronco secolare, che ha esposto l'arbusto smilzo agli sbalzi del meteo, ma nel contempo concedendogli luce e nutrimento, permettendo ad esso di crescere, che prima era impedito.
Eri seduto al tavolo della cucina, io terminavo la cena da solo, arrivato come al solito in ritardo. Tu a capotavola, hai voluto fermarti, chiacchierare, tenermi compagnia. Non accade spesso, ma come per gli altri figli ho imparato a rispettare i tempi, a non forzare le situazioni, cogliendo piuttosto al balzo le occasioni offerte, le eccezioni alla regola del procedere sul proprio binario, senza interscambio alcuno, se non quello convenzionale, della buona creanza, dei convenevoli classici, quando si chiacchiera senza entrare davvero in contatto.
Ti ho ascoltato con attenzione. Con i tuoi non ancora dodici anni sei tuttora per molti aspetti un soldo di cacio e spesso provo una vertigine pensando a quanto dolore la vita ti ha già messo nello zaino, al vuoto che immagino tu avverta di tanto in tanto, magari quando resti solo, nel tuo letto, eppure hai un garbo, una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal comune, un dono, in tutto e per tutto.
Nel momento in cui te l'ho detto, che sei un dono, l'altra sera, in risposta al tuo racconto, mi hai guardato con occhi ampi, fissandomi, volendo quasi pescare nei miei per cogliere il tono di quel commento e non soltanto il contenuto, aggiungendo una sola parola, con un punto interrogativo: "Davvero?".
Sì, davvero. Hai un dono grande, un talento che la natura, i geni delle famiglie da cui provieni ti hanno dato e che coloro che ci hanno preceduto - penso in particolare ad Elisabetta e Stefano - hanno contribuito a temprare, come si fa quando si lavora il metallo, modellandolo quand'è caldo. Spero di aiutarti pure io a custodirlo, ad alimentarlo, ma già così è "tanta roba", come direbbero Giorgia o Giovanni. Già così è un regalo che fai a noi, che la piccola piantina insegna al grande albero.

P.S. Il racconto della piantina e dell'albero vorrei arrivasse a coloro che convivono con la lacerazione del lutto. A una persona in particolare, a cui sono legato fin da quando ero ragazzo e che sta passando giorni neri più che bui, alzandosi al mattino e accudendo i figli e riassettando la casa e recandosi al lavoro apparentemente come tutti gli altri giorni della sua vita, in realtà con la luce spenta dentro, con sul cuore un peso che al tempo stesso è una smorza, un muro altissimo, che impedisce non soltanto di sorridere, ma anche di guardare e pensare al futuro. La morte di chi ci ha preceduto e cresciuto ha il fragore e l'irruenza del tronco che precipita a terra, della tempesta che lo sradica e pare decretare anche il nostro abbattimento, la fine di tutto. Non è così. Anzi, quello stesso albero, una volta al suolo, continua ad esserci utile, non più riparandoci, bensì decomponendosi, disgregandosi, donando gli elementi necessari alla nostra crescita, ecco perché va tenuto accanto, accettandone il peso, e non rimosso. Lo so che il dolore che si prova e brucia è reale, tangibile, autentico, mentre queste sono soltanto parole, ma le parole - per chi le vuole ascoltare - hanno un potere intrinseco, curano, e a tacerle non è quello che fa chiunque pretende di definirsi amico.

domenica 27 ottobre 2019

Un odio accecante (E come è stato sconfitto)


"Blinding hate". Un odio accecante. Così lo chiama Milan, mentre racconta chi era e cosa è diventato, anche grazie alle terribili esperienze che ha vissuto.
La storia di Milan e di come mi sia "fratello per dono ricevuto" l'avevo già raccontata, meno di dieci anni or sono.
La sintesi è che aveva dieci anni giusti giusti quando per la guerra nei Balcani dovette scappare da casa, con suo padre da una parte e sua madre e le sue sorelle d'altra, via dalla Croazia in cui aveva sempre abitato, a motivo delle sue origini serbe, pur se la famiglia si era stabilita pacificamente lì una generazione addietro.
Per un ricciolo del destino fu ospite a casa nostra alcune settimane, poi altri mesi, l'anno successivo. Era la metà degli anni Novanta, lui alto alto e con un volto serio, che raccontava più delle parole cosa gli stava capitando.
I contatti da allora non si sono più interrotti e non capita di raro che venga a trovarci, ora ch'è diventato due metri d'uomo e lavora come ingegnere in Irlanda ed è sposato e mantiene intatta la bellezza del viso, che si apre in un sorriso disarmante. Un sorriso che quando venne la prima volta aspettammo moltissimo prima di vederlo.
"Se non fossi stato qui, se non avessi vissuto quell'esperienza di accoglienza e di amicizia, non sarei ciò che sono ora - mi ha detto ieri, mentre lo guardavo dal basso in alto, sentendomi ancor più piccolo di quanto sia al suo cospetto - e soprattutto credo che avrei provato un odio accecante, che mi avrebbe lacerato".
"Blinding hate". La furia dei disperati in fuga, di coloro a cui è stato tolto tutto, saccheggiata ed espropriata la casa, recise le radici, le amicizie, di quanti devono ripartire da capo, con nulla, poveri tra i poveri, stranieri tra gli stranieri (perché questo era la sua famiglia, una volta arrivati a Belgrado, in quella che è la sua nazione d'origine ma che nel frattempo ne aveva fatto a meno e non sapeva poi come gestire quell'esodo, diventando tutto più angusto, più stretto).
Milan ce l'ha fatta, ha trasformato tutto quel dolore in un trampolino, ha imparato a vedere nell'altro non un estraneo, un nemico, bensì un altro essere umano, che come lui ha un cuore, dei sogni, uno zaino sulle spalle, a volte greve, altre leggero. A conferma che persino le prove più dure non piegano l'albero buono né impedisce ad esso di produrre frutto e seme sempre nuovo.

(Quando sono preoccupato per il futuro dei miei figli, per le privazioni o delusioni o difficoltà che potrebbero incontrare, penso sempre a Milan, così come a mia madre e a mio padre e a tutti coloro che sono cresciuti ad ostacoli, uscendone rassicurato e convincendomi che più che metterli al riparo dal mare burrascoso devo badare a far sì che imparino a stare a galla e nuotare fino al porto).

lunedì 21 ottobre 2019

Una sorprendente amicizia (anche se ci vediamo poco)


Sei arrivata da un paese lontano, senza sapere la lingua, preceduta da tua madre, che ti ha spianato la strada senza risparmiarti la fatica di percorrerla, comprese le salite e i dossi che riserva la vita.
Ti ho conosciuta per caso, notando come fossi sempre in movimento, come non ti costasse il sacrificio, la fatica, l'umiltà del lavoro, svolto con dedizione, con cura, senza stare con le mani in mano, pure quando nessuno ti osservava.
Le prime parole le abbiamo scambiate di sfuggita, mentre tenevi gli occhi bassi, per un misto di soggezione e diffidenza. Hai imparato a sorridere pian piano, concedendo insieme fiducia e confidenza.
E' così che ho conosciuto oltre l'apparenza, compresi i dispiaceri, le delusioni, le rughe del cuore, mentre la pelle del viso resta liscia, da bambina.
Ci vediamo poco, rare volte all'anno, di sfuggita, eppure anche in quelle occasioni ho sempre qualcosa da imparare da te. L'ultima lezione che mi hai dato è stata sulla riconoscenza, sull'essere grati per le persone che danno senza chiedere nulla.
Anche per questo, pur se mi sento in colpa per le mie assenze, per restarmene mesi senza scambiare neanche un messaggio, so che ciò ci lega ha un nome e quel nome è "amicizia".
Te lo dico oggi, che compi gli anni, per farti una sorpresa, sapendo che ogni tanto passi di qua, per dimostrarti che anch'io ogni tanto ho buona memoria.

mercoledì 2 ottobre 2019

Come si cambia (La lezione del mandarino)

Da un mese e passa la guardo con occhi da innamorato.
È minuta, è vero, giovane anche, pur se le forme sono quelle che avrà da adulta. Parla poco, si fa capire lo stesso, in silenzio, e anche per questo le sono grato: mi insegna il significato di “stare in ascolto”, oltre che l’importanza di essere costante, il valore del prendersi cura come metodo, come stile, impegno quotidiano.
La pianta di mandarino è sul davanzale della casa di Bergamo, incurante dello smog dello stradone sottostante, dopo che per diverse settimane mi ha fatto compagnia all'interno dell’appartamento.
Porta con sé tre agrumi maturi e quando l’ho comprata aveva pure un paio di fiori, che in principio parevamo destinati anch'essi a diventare frutto.
Non è stato così, da un giorno con l’altro i boccioli sono caduti: il suo modo per farmi capire che tenendola vicina vicina, dentro le mura di casa, forse sarebbe sopravvissuta, cresciuta di foglie e di tronco anche, ma senza generare vita nuova. Perciò l’ho allontanata un poco, rinunciando a qualcosa io pur di metterla a proprio agio, restituendola all'aria aperta, a un ambiente più umido, adatto.
Come si cambia, mi verrebbe da scrivere. L'ho scritto.
Non tanto il bonsai, soprattutto io.
Mi sono ritrovato quell'alberello in casa dopo averla acquistato per fare un regalo che infine, per disegni suoi, non è stato consegnato. Ormai però lo sentivo mio e - un po’ perché mi ricorda la persona a cui avrei dovuto donarla, un po’ perché l’ho letto come un segno del destino - invece di sbarazzarmene l’ho adottato, quasi fosse un bambino.
Una scelta azzeccata, che mi ha fatto bene, rivelando una parte sconosciuta persino a me stesso, ricordandomi che si evolve sempre, si cambia appunto, si può cambiare, riscoprendo il gusto di non dare nulla per scontato ed evitando la condanna di guardarsi allo specchio tutta la vita indossando un identico vestito.

giovedì 7 marzo 2019

Assunta in cielo (Quando l'amore cura, davvero)


Per una vita è stato il suo Angelo, anche se negli ultimi anni ha passato un inferno.
Ieri ho imparato da lei cosa significa "amore" quando c'è davvero, quando rimane nudo, spogliato di ogni incipriatura, belletto e tornaconto.
L'ha fatto con un piccolo gesto, chinandosi sulla cassa di legno chiaro che conteneva il marito, nell'istante preciso in cui il portellone del carro funebre si stava chiudendo, facendo un passo avanti e non limitandosi ad un tocco svelto, bensì cingendo la bara con entrambe le braccia, gli occhi colmi di lacrime ma il viso sereno, salutandolo per l'ultima volta, quasi a trattenerlo, anche se in animo suo sapeva che l'unico modo per farlo era lasciarlo andare, chiudere il cerchio.
La mente, la mia mente, pensava al sollevarsi da un peso; il cuore, il suo cuore, provava soltanto un dispiacere immenso per la separazione, oltre che una riconoscenza infinita per quanto aveva ricevuto donando.
Assunta negli ultimi anni s'è caricata sulle spalle Angelo in tutto per tutto, tenendogli la mano e standogli giorno e notte accanto nel declivio ripido di una malattia due volte infida, poiché alla sofferenza fisica somma l'assenza mentale, un distacco anticipato dal mondo.
Se n'è presa cura con l'intera famiglia, ma mostrando un'energia, un piglio e una determinazione da generale dell'esercito, senza volerne sapere di ritrarsi neppure un giorno nelle retrovie e restando baluardo in prima linea, come se fosse compito suo soltanto, dimostrando un legame più simile tra madre e figlio che tra moglie e marito.
Il vuoto che Angelo ha lasciato, per chi gli voleva bene, per chi da lui è stato generato, si riparerà, poco a poco, ne sono certo, non esistendo cicatrice più tenace del tempo.
La lezione che abbiamo imparato in questi anni da Assunta mi auguro invece non passi mai, poiché riguarda ciò che di più intimo ed originale ha l'essere umano. Una grandezza racchiusa nella semplicità della pazienza, nella condivisione della sofferenza, nel sacrificio fatto senza pretendere medaglie al petto, in silenzio, per "amore" appunto.
Ne scrivo qui, ignorando il suo riserbo, poiché credo sia giusto dire grazie a lei e alle moltissime Assunta - madri, mogli, figlie, figli, mariti, padri, fratelli, sorelle... - che in silenzio danno il meglio di sé aiutando chi è a loro vicino.

P.S. Ieri a Flavia, sua figlia, ho detto che le parole in certi momenti non servono. Lo penso davvero. Il dolore per la morte del padre lascia ciascun figlio solo, smarrito, e non esiste consolazione immediata, efficace. Si resta come sospesi su una rupe e non passa fino a che in quel mare non si cade dentro: si può trattenere il fiato più a lungo possibile oppure bere subito l'acqua d'un fiato, si torna alla serenità soltanto riemergendo in superficie e ricominciando a respirare nuotando, pian piano.

martedì 6 novembre 2018

Nonni e nipoti (La bussola avuta in dono)


"Gli hai fatto gli auguri?". Me l'ha detto in dialetto, quasi a tempo scaduto, e ho risposto a mia madre di sì, aspettando che gli occhi le diventassero lucidi, come puntualmente è avvenuto.
Ho scritto qui del compleanno di Giovanni un giorno prima e di quello di mio padre uno dopo, oggi, volendo fare da cornice al capriccio del destino che li aveva accomunati nella data di nascita, uno a distanza sessantacinque anni dall'altro.
Il nipote è diventato un virgulto d'uomo, alto quasi quanto me e con gli stessi scatti di carattere, talvolta non mitigati ancora dalle buone maniere che impongono contegno, almeno in pubblico.
Il nonno ci ha lasciati dieci anni fa, ma non se n'è mai andato, essendo vivo tuttora in me, che nei tratti e in alcune espressioni gli sto somigliando come mai avrei creduto.
Molte sono le eredità che ho ricevuto, tanto che ad elencarle tutte impiegherei un pomeriggio.
Ne ritaglio una, che mi pare più attuale di altre e mi fa da stella polare in questo tempo di bussole apparentemente senza magnete: ho imparato da lui ad avere fiducia nel futuro, a considerare i cambiamenti non come accidenti o, peggio, sciagure, bensì come opportunità per fare meglio.
Non che fosse esente dalle seduzioni nostalgiche che sovente riserva il passato, aveva però un approccio sempre pragmatico, positivo, che ai miei occhi lo rendeva giovane pure quando stava diventando vecchio. Perciò lo ricordo non soltanto con amore, ma con rispetto.

domenica 22 aprile 2018

Brava Giulia (Fiducia nel futuro)



Fiducia. Una parola che non uso spesso, un sentimento che raramente esige di essere pronunciato: quando c'è, sta in piedi da solo, senza necessità di evocarlo.
Faccio eccezione, poiché in questi giorni la sento particolarmente presente, soprattutto abbinata ai termini "giovani" e "futuro".
Sarà che nei mesi recenti ho ricevuto un regalo stupendo, quello di stare a contatto e lavorare con i ragazzi delle scuole superiori, un'esperienza che si somma alla compagnia dei miei figli, anch'essi più o meno di quell'età, con ogni contatto che diventa occasione di scambio, iniezione di positività, di ottimismo, confermando ciò che già sapevo: il mondo è una ruota che gira, quasi sempre in meglio.
Ieri l'altro poi si è laureata Giulia, mia nipote, dimostrando una caparbietà, una determinazione, pure un'ambizione che molte ragazze della generazione precedente non avrebbero avuto. Sono così orgoglioso di lei, che non si è limitata a seguire un solco già segnato, costruendosi piuttosto un percorso e un destino. Molto resta ancora da fare, è vero, la laurea al giorno d'oggi non è un punto di arrivo, semmai una base di partenza, un possibile trampolino, tuttavia merita un applauso l'esserci saliti, aver compreso che l'avvenire si gioca innanzi tutto puntando in alto, cercando ciò che genera passione e dà soddisfazione davvero.

P. S. Non sono uno dei suoi moltissimi fan, sulla persona in sé ho anzi motivate riserve, tuttavia c'è una canzone di Vasco Rossi che fa da colonna sonora perfetta di questo post. Soprattutto il ritornello: "E brava Giulia, e brava Giulia / prenditi la vita che vuoi / E brava Giulia, e brava Giulia / sceglitela, certo che puoi". Brava Giulia, te lo dico anch'io, per tua fortuna (di tutti) senza cantarlo. La vita non si subisce: si sceglie. Una lezione che ci hai dato, insieme a tutte quelle che a tua volta hai imparato.

sabato 25 marzo 2017

L'Amore è un filo elastico (Lettere da una professoressa)


Foto by Leonora
"L'Amore è un filo elastico". Lo dice a bassa voce, senza enfasi, come di passaggio, mentre io - ripensandoci - lo scriverei a caratteri cubitali, ci farei una lapide, il titolo di un libro, un tatuaggio.
Me la sono ritrovata di fronte trent'anni dopo, stessi capelli scuri, stessi occhi, egualmente minuta eppure resistente, combattiva, energica, coriacea, soltanto il viso un po' più scavato e le rughe d'espressione e i solchi delle amarezze, delle delusioni, delle sofferenze che ha avuto.
Debbo a lei buona parte dell'uomo che sono, pure se è stata mia insegnante qualche mese solo. Supplente di filosofia, il terzo anno del liceo. Un'interrogazione programmata da tempo, quattro prescelti, il giorno fatidico in classe se ne presentò uno soltanto, io. Ricordo distintamente quella mattina, il desiderio di starmene a casa, il senso di colpa per la tentazione, la volontà di non deludere i miei genitori, persone semplici, che neanche sapevano cosa accadesse a scuola ma avevano una regola semplice: tutti devono fare il loro dovere, andiamo a lavorare noi, vai a studiare tu. Soprattutto per questo, nonostante fossi sostanzialmente un asino, per di più pigro, in cinque anni di superiori non ho mai bigiato un giorno che fosse uno. Nemmeno quello, che pur avevo studiato nulla ed ero entrato in classe con un peso, constatando di essere dei quattro il solo presente all'appello. Per non farmi mancare nulla lei, la professoressa Milani, dopo aver biasimato gli assenti si era lanciata in un elogio, dipingendomi come un Ernesto Derossi da libro Cuore, dicendo alla classe che per fortuna almeno uno era presente, almeno uno non aveva tradito la fiducia riposta, almeno uno aveva studiato.
"Professoressa, devo dirle una cosa - ricordo ora che mi guardavo i piedi, prima di fissarla negli occhi e confessare contrito - non sono preparato".
Silenzio. Trenta secondi di silenzio. Trenta secondi che sembravano cento, un'ora, un anno. Il suo sguardo fisso su di me, qualche sorriso imbarazzato dei compagni. Finalmente la sua voce, ferma: "Non fa nulla, almeno hai avuto il coraggio di presentarti, di dirmelo. A te concedo un'altra possibilità, tra una settimana esatta, questo stesso giorno".
Il finale della storia è spiccio. In quella settimana studiai un sacco, all'interrogazione presi un voto alto e per entrambi i quadrimestri mantenni una media mai raggiunta in nessun'altra materia. Agli scrutini di giugno, seppi più tardi dall'insegnante di scienze, gli altri docenti avevano già deciso che dovevo essere bocciato ma lei, la professoressa Milani, fece il diavolo a quattro, e a differenza di una dozzina di compagni fui risparmiato, con due esami a settembre e null'altro.
"L'Amore è un filo elastico" mi dice ora, che l'ho davanti, parlando del rapporto tra genitori e figli, tra professori e studenti e in generale.
Per trent'anni mi sono proposto di ringraziarla di persona e finalmente, lunedì scorso, l'ho fatto, passandola a trovare al liceo classico, dove insegna tuttora.
L'Amore è un filo elastico, lo penso anche io. L'Amore è un filo elastico che non deve essere né poco lungo, né troppo lasso, a volte bisogna trattenere ma altrettante lasciare andare, dare spago.
E mentre la ascolto, la guardo, inevitabilmente mi emoziono, pensando alla fiducia che mi ha dato, alla scommessa fatta su un ragazzino che anche grazie a lei è diventato uomo.
Lo scrivo qui, per ricordare di essere io a dover dare fiducia, ora, alle molte persone che sulla mia strada incontro e soprattutto per ringraziare lei e tutte le innumerevoli professoresse Milena Milani che sono al mondo.

giovedì 5 maggio 2016

M di Maggio (e Meraviglia)

Foto by Leonora
Occhi nuovi. Guardano me, senza vedermi. Sono quelli dei ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni che riempiono il piazzale antistante il teatro di Colognola. Apparteniamo a generazioni differenti e ho imparato ad essere ignorato esattamente come avviene ai rami di un albero, al selciato del marciapiede, alle auto che sfrecciano sulla via accanto: oggetti qualsiasi che esistono e che rientrano nel campo visivo per un motivo che non li riguarda da vicino.
Non è cattiveria o maleducazione, semplicemente non appartengo al loro mondo, sono estraneo nel senso letterale del termine: una persona fuori dal contesto, che resta assente fino all'istante in cui per una coincidenza o un motivo particolare viene inquadrata e classificata nella categoria degli "adulti", esseri umani di una specie simile soltanto vagamente alla loro.
Occhi nuovi sono pure i miei, che invece li osservo meticoloso, scorgendone i particolari, tentando di indovinare che tipi di persone sono, che uomini e donne diventeranno, con la sensazione perfetta di assistere a un passaggio epocale: vagoncini dell'otto volante al culmine della salita e pronti a tuffarsi nel vuoto, farfalle che spiegano le ali uscendo dal bozzolo.
E' uno sguardo di meraviglia il mio e uno sguardo di meraviglia vorrei avessero sempre quei ragazzi, una continua ed inesauribile capacità di stupirsi di fronte a ciò che è grande, diverso, nuovo.
A loro e anche ai miei figli - Giovanni, Giorgia, Giacomo - che hanno più o meno la stessa età, non ho nulla di imprescindibile da dire: so che la strada, qualsiasi essa sia, la troveranno da soli, sbattendo il muso, se proprio proprio, ma confidando in piedi buoni, testa, mani e cuore per affrontare tutto, compreso il momento in cui saranno loro gli "adulti" e si accorgeranno di essere invisibili per chi ha venti o trent'anni in meno.
P.S. In verità una cosa nell'orecchio di Giovanni, Giorgia e Giacomo vorrei dirla. E' una cosa che anche io ho imparato dai miei genitori, pur se non in modo diretto, perché mio padre e mia madre erano grandi davvero: facevano capire le cose senza bisogno di dirle. Proprio in quel modo ho capito che nella vita non mi sarei dovuto vergognare del lavoro più umile, purché fatto con dignità, ma al contempo avrei potuto ambire al posto migliore, fosse anche ciò che gli altri definiscono "sogno": il calciatore di serie A, il presidente della Repubblica, un premio Nobel, il direttore di giornale, uno scienziato... Puntare in alto, poter aspirare al massimo, senza biasimare il basso, con la possibilità di andare avanti e anche indietro: credo sia stata questa la dote più bella che ho ricevuto in dono. Un dono che merita di essere tramandato.