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domenica 10 ottobre 2021

Lo spazio bianco (Contro il vuoto)

Ama i tuoi genitori, se sono giusti e retti: altrimenti sopportali.
(Publilio Siro)

Scrivo poco di te, che sei sempre più grande, maturo, un bel ragazzo che si affaccia al mondo, restando in bilico tra il giovane che sarai e il bimbo che eri e tuttora sei, per qualche aspetto.
Siamo fortunati ad averti con noi: lo credo veramente e per questo lo ripeto spesso, a te per primo.
Mi pare tu stia crescendo robusto, di spalle e di spirito, sereno soprattutto, con quel sorriso ch'è come un uovo che si schiude e mostra un pulcino, con quegli occhi socchiusi a fessura e dai quali esce una luce intesa, che rischiara attorno.
Ti piace giocare a basket, stai meno alla play station rispetto ad un tempo, guardi parecchie serie tv su Netflix ("Teen wolf", la tua preferita da mesi), stai scoprendo l'universo femminile e le relazioni di amicizia, sfruttando la coda di un'estate che per te è stata un parco giochi, un'esperienza unica di crescita e divertimento.
Mi spiace non esserci spesso per te, specialmente adesso, lavorando lontano.
Mi spiace davvero, ma confido che tu cresca forte lo stesso, imparando a contare sulle tue forze e appoggiandoti su più figure, poiché è così che si diventa grandi, che si cresce: in continua relazione gli uni gli altri.
L'unica preoccupazione che ho - lo ammetto - è lo spazio bianco che c'è in corrispondenza della casella di tuo padre, per quel cordone ombelicale troncato da anni di netto e che per una serie di ragioni indipendenti dalla nostra volontà non è tuttora ricollegato.
Vorrei seriamente che invece lo fosse, che tu potessi confrontarti con chi ti ha generato, vorrei che la realtà dei rapporti sostituisse l'incertezza, il timore, la curiosità, il vuoto.
So che avverrà, so che deve avvenire, so che debbo avere pazienza io per primo, per sperare che continui ad averla tu, trasformando la ferita in cicatrice e non infettando un giorno l'equilibrio che ti sei costruito.
So tutto questo, ma pure che meriti di conoscere le tue radici più profonde, qualsiasi esse siano, consapevole che non sei e non sarai mai solo, che ti saremo sempre accanto.

P.S. Sei tornato a casa con il labbro gonfio, per "un pugno" - hai detto - che ti ha dato tuo fratello più piccolo, con il quale c'è un rapporto complesso, com'è normale che sia, considerato ciò che avete vissuto e che si muove a entrambi dentro. Lo annoto qui, per un motivo semplice: forse capiterà anche a te, quando sarai adulto, di trovarti ad affrontare un'incomprensione, un litigio, un conflitto, e dovrai in un istante decidere cosa fare, come comportarti, quali conseguenze dare; allora potrai ricordarti e decidere se ripetere più o meno lo stesso mio atteggiamento oppure se fare l'opposto, valutando il mio errore come pietra di riferimento.
Da parte mia - affinché tu possa un giorno giudicare sapendo il dritto e il rovescio - ho cercato di non istituire un processo sommario, bensì di credere alla ricostruzione che hai fatto, di darti fiducia, tentando nel contempo di sdrammatizzare, di non dare troppo peso al tutto, sapendo che stabilire torti o ragioni è importante, ma sapere comprendere, eventualmente perdonare e ristabilire velocemente i rapporti, le relazioni, lo è di più.

giovedì 1 luglio 2021

Non finiscono mai (Tranne questo)

L'hai superata d'un balzo, con un tuffo anzi, come quando ci si getta in acqua e si trattiene il fiato, annaspando per risalire in superficie, per rivedere luce e orizzonte attorno.
Cinque anni senza encomio, ma pure senza fallire un colpo, senza dare preoccupazioni eccessive, se non quelle legate alla tua età, alla fortuna di un ragazzo cocciuto ma altrettanto solare, brillante, limpido.
Una maturità ridotta negli esami, guadagnata tuttavia sul campo, con gli ultimi ventiquattro mesi vissuti a regime ridotto, spesso prigioniero di quattro mura, privato dei compagni di classe nel banco accanto, costretto in casa proprio negli anni in cui la natura umana spinge a uscire, a slacciarsi le cinture di sicurezza del nido domestico.
Non sono mai stato accondiscendente, ho cercato di non prestare il fianco all'autocommiserazione, convinto come sono che ogni evento è una prova e la chiave per superarla è sempre dentro noi, mai fuori.
Nemmeno però sono ottuso o cieco, ammetto che ti è stato tolto qualcosa e quel qualcosa era unico, poiché diciott'anni si hanno soltanto una volta nella vita e la tua è una generazione che al rigo tra addizioni e sottrazioni può presentare un conto.
Come sai non mi importa il voto, non mi è mai importato. I voti, ho scoperto da poco, nella storia scolastica sono introduzione relativamente recente, prima si valutava soltanto l'abilità o meno, se eri considerato preparato oppure no.
Assai più per me conta la passione che alcuni tuoi docenti ti hanno instillato, la curiosità sollecitata, l'apertura mentale, l'educazione all'approfondimento, al ragionare con la propria testa, lo spirito critico.
Non so ancora cosa farai, quale strada imboccherai, sei rimasto con tutti abbottonato, probabilmente lo sei persino con te stesso e anche questo è normale: raramente a diciannove anni si cammina in un solco segnato, con una meta chiara in testa.
Quando avevo la tua età mio padre, tuo nonno, mi dettò una regola stretta e ampia al tempo stesso: "O studi o lavori".
"Tertium non datur" avrebbero detto i latini.
Per lui infatti era essenziale questo: che non si restasse sospesi, senza fare nulla, con la mani in mano.
Allora mi pareva una banalità, più tardi ne ho apprezzato la saggezza, poiché rimanere in moto, aggiungere passo dopo passo, porta sempre da qualche parte, anche quando non si sa bene dove andare e c'è nebbia o neve o caldo o gelo.

P.S. Sulla fotografia scattata fuori dal liceo, insieme al disegno di un cuore, t'hanno scritto "Fine". Invece è un inizio.


martedì 20 ottobre 2020

Gettare in mare (Con poco riguardo)

Ti sei coperto con le mani il volto e lì ho compreso che avresti ceduto. Mi hai colto di sorpresa, era un discutere da poco, sull'aver fatto i compiti o meno e su un'insufficienza in matematica che credevo fosse risaputa, invece era una confidenza che mi avevi fatto.
Ti devo chiedere scusa, non l'avevo capito.
Così come non ho capito che una vicenda per me banale fosse per te spina nel fianco, peso greve sul tuo torace da dodicenne che sta diventando robusto, ma dentro rimane bambino.
Il pianto che n'è seguito ha dato la portata di quale nervo avessi toccato.
È stato Giacomo a farmelo notare, con quel fare burbero e insieme protettivo che ha di solito. "Papà, basta!" è sbottato. Ad essere onesto però mi ha scosso più il silenzio di Giorgia e soprattutto Giovanni, che raramente con te è tenero.
Io avrei continuato il discorso, cercando di sdrammatizzare, di farti intendere che non era nulla di grave, che se ne parlavamo lì, attorno al tavolo dove stavamo cenando, era proprio perché potevi sentirti tranquillo.
Sbagliavo.
A volte i padri, i maschi adulti, meglio, sono così: gettano in mare per far imparare a nuotare, si preoccupano poco di delicatezze, riguardi, attenzioni, sanno che il mondo è duro di per sé e che l'unico modo di proteggere non è mettere sotto una campana di vetro, bensì esporre fin da subito a intemperie e inciampi, sgambetti e schiaffi che riserva il destino.
Non dico sia giusto. Però capita, a che mondo è mondo.
L'abbraccio che ci siamo dati, mezz'ora dopo, quando il magone è rientrato, ha chiuso la parentesi e aperto di nuovo un reciproco credito, come avviene sempre tra persone che si vogliono bene e insieme superano tutto, il poco e il tanto.

giovedì 23 gennaio 2020

La lettera che non ti ho scritto (Ventitré anni, oggi)


I tuoi ventitré anni compiuti oggi li porti sulle spalle di un corpo che pare scolpito, epigono di generazioni che l'hanno forgiato a pane e fatica. Te ne prendi cura sempre, in questi mesi di più, attento a ciò che mangi, allenamenti, corse, palestra.
Ti osservo ammirato, soprattutto dalla determinazione con cui ti impegni in ciò che fai, stupito da quel tuo modo di essere diverso a seconda del contesto: silente e riflessivo in casa, sorridente ed esuberante in compagnia.
Non me ne faccio un cruccio: ho imparato ad apprezzare la tua riservatezza domestica, applicando la lezione del mio, d'un padre, che "ammaestrava" spostandosi, cioè senza volerlo fare, mettendosi innanzi tutto in ascolto, attendendo i momenti giusti, che non erano mai i suoi, ma quelli scelti dall'altro. Esiste pure un proverbio in dialetto comasco, calzante a pennello: "La légùra, senza cùr, la sà càta a tuti i ùr". La lepre, senza correre, si prende a tutte le ore".
Io di lepri non sono così esperto, di figli nemmeno. Imparo vivendo, sbagliando.
Se penso a te non ho preoccupazioni, hai carattere sensibile ma spalle forti, non soltanto quelle attaccate al tronco. Certo immagino per te una vita non chiusa nel bozzolo, piuttosto aperta alle relazioni, alle compagnie ampie, a una famiglia numerosa, se ne avrai una, come ti auguro.
Mi sembri un tipo di persona che in un tempo passato sarebbe stato un buon prete, uno di quelli che si consacrano al mondo, mettendo da parte l'io. Uno di quei preti saggi, perché hanno camminato e conosciuto il "deserto", il vuoto di relazione, di vocazione, di senso persino, e sono sopravvissuti lo stesso, più forti perché hanno sperimentato la debolezza, più saldi perché si sono perduti in qualche modo.
Sei migliore di me, di questo sono certo. E me ne compiaccio. Insieme alla fortuna che ho, di averti per figlio: uno dei motivi validi per cui essere stato al mondo.

mercoledì 23 gennaio 2019

Il tratto distintivo (Mettersi nei panni dell'altro)


La mamma è diventata più brava di me pure con le parole e ti ha scritto un messaggio bellissimo ("Vivi sempre il domani con gli occhi di oggi, con il tuo altruismo e la tua serietà, con la tua sensibilità e la tua empatia, con il tuo essere unico e speciale"), a cui non posso aggiungere altro, avendo colto perfettamente l'essenziale di ciò che sei, i tratti che ti distinguono.
Non mi resta allora che abbracciarti, salendo sulle punte e appoggiando per un istante il capo sul tuo torace da sportivo, solido quanto il faggio di casa piantato in mezzo al giardino.
Qualche giorno fa è ricomparso sul computer un filmato di te piccino, che aspettavi Babbo Natale e scartavi i regali a casa del nonno. Avevi uno sguardo colmo di stupore e un'agitazione che cercavi di contenere, invano. Mi sono intenerito, ricordando il bambino che eri e che per me rimani tuttora, nonostante l'altezza e la tempra da adulto.
Ti osservo tuttora con attenzione ma da lontano, senza avvicinarmi troppo, evitando di essere invadente e fidandomi di te, ciecamente, che "ciecamente" è l'unico modo in cui riesco a farlo (da un lato perché non esiste fiducia a raggio limitato e dall'altro poiché un padre non riesce mai ad essere obiettivo nei confronti del figlio).
Siamo esseri unici, differenti l'uno dall'altro, mai completamente d'un colore, portando in dote diversi talenti e coltivando svariate virtù o vizi, a seconda del caso, che nessuno è mai perfetto e se lo fosse sarebbe una tragedia, oltre che noioso, un sacco.
Buon compleanno allora, senza squilli di tromba, in compagnia delle persone a cui vuoi bene e che bene ti vogliono. In fatto di regali, lo sai, sono una frana, ma conto sul tuo buon cuore per strapparti un sorriso lo stesso.

P.S. Siamo tutti diversi, pur essendo padre e figlio o tra fratelli, è vero, e non bisogna essere dei geni per comprenderlo. Tuttavia un tratto in comune nella nostra famiglia credo esista davvero e si riassume in una parola che tua madre non a caso ha citato: "empatia". Empatia, la capacità di mettersi nei panni dell'altro, di provare sulla propria pelle i suoi stessi sentimenti. Qualcosa che abbiamo nel sangue, qualcosa che a volte comporta un peso, ma di cui andare sempre fiero, perché ti fa essere pienamente umano.

sabato 10 settembre 2016

Padri e figli (Ascoltarsi in silenzio)

Foto by Leonora
Mi sei seduto accanto, in auto, e non ho bisogno di guardarti per vederti così serio, quasi severo. Io ascolto e tu non parli e nemmeno a tentarci riesco a immaginare i tuoi pensieri. Provo soltanto un bene prorompente, sterminato, una tenerezza tanto intensa da superare quella di quando eri bambino e malfermo sulle gambe giocavi a pallone, in giardino, o quando da neonato te ne stavi lì, quieto, addormentato sul mio petto. Ora al massimo capita di abbracciarti, cingere quel corpo fatto uomo, avvertire sul viso la barba ispida, mentre te ne resti in piedi, più alto e largo di me, un palmo. Talvolta mi scopro ad osservarti da lontano, mentre sei con gli amici, e ridi, sereno. Mi domando spesso se tu lo sia, temendo l'esistenza di un cruccio o, peggio, che il cuor contento che eri da piccolo si sia perso in questi vent'anni di strada, rimasto sfregiato dai graffi che l'esperienza riserva inevitabilmente all'essere umano.
La tua voce, bassa, profonda, pacata, irrompe improvvisa, uno squarcio, ma uno squarcio che cuce, che in un istante cancella e annulla tutto attorno e nel mezzo restiamo soltanto noi due, tu e io. Mi accorgo allora pienamente di quanto sei cresciuto, anche dentro, provo ammirazione per l'uomo che sei diventato, anche se resti un ragazzo. Ascolto i tuoi ragionamenti e mi viene in mente il mio, di un padre. Sorrido pensando che anche con lui funzionava così: io gli parlavo quando lui sapeva restare in silenzio, davo risposte a domande che non poneva, pesce che affiora a pelo d'acqua se nulla increspa la superficie, se il lago rimane placido, indisturbato. (L'esatto contrario di molte madri, che invece interrogano di continuo lamentandosi di non sapere mai nulla, di sbattere sempre contro un muro).
Ogni stagione ha i suoi frutti, sono appagato da quelli che mieto adesso, accorgendomi di essere sul culmine di un dosso. Mi commuovo facilmente (vedendoti allenare i ragazzini, all'oratorio, ad esempio, o per un complimento che ti riguarda e che mi giunge all'orecchio). Non credo tu sia migliore di altri, non ho mai preteso lo fossi, preferendo l'eccezionalità delle persone normali, che sanno mettere in fila ciò che conta davvero, imparando da ciascuno e insegnando a nessuno. Neppure provo preoccupazione per il futuro, conscio che percorrerai la tua strada, augurandomi unicamente che tu sia appunto sereno, sorridente, cordiale e gentile con chiunque, per primo e soprattutto con te stesso.

mercoledì 22 luglio 2015

Padri a briglia larga (La faccia pulita dell'egoismo)

Foto by Leonora
I libri di Francesco Piccolo parlano di me, proprio di me. Per questo lo adoro.
Sono libri che davvero mi cambiano la vita o almeno il modo di vederla, con la conseguenza appunto di cambiarla. È successo con "Il desiderio di essere come tutti", riguardo alla politica, accade ora, con "Momenti di trascurabile infelicità", su un versante più intimo: la famiglia (all'inizio almeno, perché l'ho appena cominciato, magari proseguendo mi faranno vedere con occhi nuovi anche altri aspetti, tipo la pesca, la pubertà, l'arte sacra o altro ancora).
Nel concreto, a pagina 20, in un capitolo riguardante colui che dovrebbe essere un figlio maschio - che lui chiama "il giapponese" - Francesco Piccolo scrive: "Il momento più bello di tutta la giornata è quando il giapponese si addormenta. Oltre, ovviamente , alle ore in cui lui è a scuola, e noi al lavoro".
Già. Se sono onesto, onesto onesto, forse pure un filo troppo onesto, per me è lo stesso.
Quante volte torno a casa e dopo un tempo imprecisato di convivenza, utile per scambiarci qualche informazione sommaria, attendo che Giacomo e Giorgia se ne vadano per i fatti loro, magari andandosene proprio, visto che è estate ed è bello uscire con gli amici in compagnia? Resta Giovanni, che avendo dodici anni non esce tutte le sere, ma anche con lui, dopo magari aver visto un film insieme, aspetto che tolga placidamente il disturbo, salendo in camera sua, andando a dormire, "facendo il bravo" insomma, dove fare il bravo significa lasciarmi in pace, permettermi di fare ciò che voglio, vuoi vedere altro in tv o mangiare senza esser visto la Nutella.
Estremizzo. Esagero. Neanche troppo.
Quando capita che faccia qualcosa con i miei figli non perché piace a me, ma a loro?
Per la risposta bastano le dita di una mano. Monca.
Quando Giovanni sceglie il film che piace a lui e meno a me (una volta su dieci)... Quando accompagno Giacomo a far pratica per la patente (una volta ogni paio di settimane)... Quando porto Giorgia in auto all'oratorio o la riporto a casa dopo una festa (una volta al mese)...
Frattaglie.
La verità è che a differenza della loro madre io sono profondamente egoista. E se ci penso lo era pure mio padre, anche se io gli volevo un bene infinito. Forse perché in fondo sapevo che se avessi avuto bisogno, bisogno vero, sarebbe saltato nel fuoco per me o avrebbe scalato una montagna. O forse perché dopotutto un padre deve essere così, deve tenere la briglia larga, deve insegnare loro non la simbiosi, bensì l'autonomia, che poi dell'egoismo è la faccia pulita.
P.S. E anche stasera mi sono lavato la coscienza.

sabato 25 aprile 2015

Attenti agli squali (ma nuotate)

Foto by Leonora
Sono una persona normale, a volte mi sveglio di buonumore, altre mattine ho come un peso sul cuore, una sensazione di inadeguatezza, in certi casi di insoddisfazione. Mi aggrappo a ciò che ho, per prima all'ostinazione della positività, alla consapevolezza che serenità chiede serenità, per cui meglio guardare al mezzo pieno del bicchiere.
Sono una persona normale, con molti difetti, tra cui una dose abbondante di egoismo, un'attenzione a non farsi troppo coinvolgere dalle emozioni, una ricerca di tranquillità più forte dei dubbi esistenziali. E quando proprio proprio certi accadimenti costringono a fermarmi, a pensare, cerco di riportare tutto nei binari del possibile, senza vaneggiare di poter cambiare il mondo, se non con i piccoli gesti.
Sono una persona normale, mi sta a cuore soprattutto la felicità dei più vicini, a cominciare da me stesso, dai miei figli. Ecco perché la sensazione più desolante è volerli proteggere dalle sconfitte, dalle delusioni, dai fallimenti, senza riuscirci.
Eppure è proprio non riuscendoci, non mettendoli eccessivamente al riparo, che li si fa crescere forti, robusti, per cui un giorno sì e l'altro pure combatto tra il desiderio di far loro da scudo e la volontà di spingerli dal trampolino, in un tira e molla interiore spesso logorante.
Prendiamo Giacomo. Grande e grosso più di me, si capisce che sta maturando dentro, anche perché il sorriso gli nasce meno spontaneo di un tempo, la vita lo sta plasmando e non è propriamente un massaggio benefico, assomigliando in qualche caso più a un rullo compressore che lo schiaccia, a un vento che lo scuote. La tentazione è di farlo tornare bambino, di poterlo stringere tra le braccia e insieme sollevarlo, da terra e anche dalle frustrazioni. Abbandono l'idea con rammarico, sapendo che il suo è un passaggio obbligato e per quanto possa essere attento, efficiente, presente, dovrà sempre più cavarsela da solo, perché soltanto così un giorno farà a meno di me, come io ho continuato nonostante l'assenza di mio padre.

mercoledì 29 ottobre 2014

Il gioco (guardare il dritto delle cose, pensando a rovescio)

Foto by Leonora
C'è sempre un altro lato della medaglia e spesso è quello che brilla di più. Basta accorgersene.
In questi giorni che richiamano al letargo mi diverto a pensare a rovescio, ribaltando il giudizio sulle situazioni, cominciando da quelle in apparenza negative, ma che non sempre lo sono. Almeno non in tutto e per tutto.
Qualche esempio pratico, per spiegarmi meglio.
  • Per andare al lavoro impiego, quando tutto va liscio, un'ora e un quarto (ho un sacco di tempo per pensare, ascoltare buona musica o i discorsi d'attualità, alla radio).
  • Vedo poco mia moglie e i miei figli (li apprezzo di più, quando sono a casa, ed essendoci poco mi sforzo di essere più comprensivo, meno nervoso).
  • Quel tale progetto doveva già essere ultimato e invece siamo in alto mare (possiamo modificarlo in modo che sia al passo con i tempi, correggendo gli errori che invece avremmo fatto se fosse partito in anticipo).
  • Trattare con figli adolescenti non è facile (costretto da loro imparo un nuovo equilibrio).
  • Non so se sono all'altezza e adatto al mio nuovo ruolo (mi sto conoscendo meglio, mi si è svelato un uomo che affronta le proprie fragilità e che trova risorse che non immaginava di avere).
  • Il futuro pare sempre più incerto (però non è qualcosa che mi viene banalmente incontro e che l'unica scelta consiste nello scansarlo o meno, invece posso costruirlo, plasmarlo a mio piacimento).
  • Mio padre non c'è più (ho scoperto di essere padre a mia volta, un uomo, adulto, e non più un figlio, e poi di lui ho sedimentato il ricordo, trasformando in dolce l'amaro, smussando gli spigoli e valorizzando le lezioni più belle che mi ha lasciato).
  • Ogni tanto avverto qualche acciacco, specie quando corro (proprio correndo ho imparato a conoscere il mio corpo, a riconoscere la fatica "buona", a gestire i fastidi, sapendo che possono essere subdoli ma che prima o poi passano).
  • Leggo meno libri (sono sempre tanti e poi li scelgo meglio e quelli buoni li faccio decantare con calma, come assoporando del vino).
Se mi sforzo sono certo di trovare altri esempi, anche meno banali, tuttavia mi pare di essere stato chiaro: il problema non è ciò che ci accade, bensì come lo affrontiamo. Un atteggiamento positivo fa la differenza, in meglio.
P.S. Ho scritto che mi diverto a pensare a rovescio, ma spesso è una forma di sopravvivenza, sul serio.

sabato 15 settembre 2012

Universi paralleli (l'importanza dell'incontro)

Foto by Leonora
Cosa gli direi, se fosse ancora qui, non me lo domando spesso. Più che le parole tra noi, mi mancano i suoi occhi. La possibilità di mostrargli ciò che sono diventato, come ho trasformato la sua casa, allargato il giardino, tagliato il prato, potato gli alberi, sistemato i garage, come sono diventati grandi i suoi nipoti, Giacomo che gioca a calcio, che prende i funghi, ch'è diventato più alto di me, Giovanni che s'è fatto già ragazzino, che guarda la Juventus e porta i suoi compagni di scuola qui, il pomeriggio, Giorgia che fa danza, suona la chitarra, vuole cimentarsi con la banda ed è uno splendore, specie quando tiene a bada la luna che ha dentro. Con lui ho avuto la fortuna del buon congedo, ma anche il congedo migliore lascia un vuoto: il vuoto dei suoi occhi che guardano presente e futuro.
Me ne ricordo oggi, di lui, di mio padre, perch'è morto un altro Bardaglio: Ugo, di Lezzeno.
Qualche settimana fa ero andato a trovarlo, in casa di riposo, dove l'avevano da pochi giorni ricoverato. Essendo noi parenti alla lontana, era la prima volta che lo facevo, senza immaginare che sarebbe stata insieme l'ultima. Si vedeva tuttavia quanto fosse provato ed era stata la stessa moglie ad avvisarci che non si trattava di semplice vecchiaia, che c'era d'ostacolo qualcos'altro.
Di Ugo ricorderò sempre le mani diafane, dalla pelle sottilissima e quelle pupille colore del cielo quand'è giugno, un pozzo d'azzurro, turchese acceso. Sorrideva tutto, non soltanto gli occhi, quando mi vide sulla porta e compresi chi ero. Non alto di natura e reso curvo dalla malattia alle ossa, mi avvolse in un abbraccio da figliol prodigo ritrovato.
In vita, lui e mio padre si sono incontrati raramente e mai negli ultimi cinquant'anni. Abitavano a poche decine di chilometri l'uno dall'altro, senza sapere esattamente dove. Erano figli di un'altra epoca, non quella dei telefonini, di Internet, della comunicazione prima di tutto e la consapevolezza che esistevano, che erano parenti, era flebile, un riflesso d'infanzia, quando vivevano in Valtellina, mio padre appena nato e Ugo già ragazzo fatto e finito, pronto a prendere la strada dell'emigrato.
E pensare che a Lezzeno mio padre passava spesso e sono convinto che abbia incontrato più volte la moglie di Ugo, andando per lavoro nell'officina dove lei aveva un impiego, senza che entrambi avessero il sospetto dell'esistenza l'uno e dell'altro. Queste considerazioni posso farle io, che ho intrecciato le informazioni pian piano, mentre loro camminavano in universi paralleli, ignorando il filo che li univa nel destino. Ogni tanto mio padre diceva: "Sì, c'è un Bardaglio che ha casa sul lago" ma era un'ipotesi vaga, che svaniva veloce, come un fiocco di neve quando lo si tiene sul palmo di mano. Lo stesso valeva per Ugo, che una volta, tanti anni fa, passando per Lurate con il suo camion ebbe la tentazione di deviare e indovinare la strada dove la mia famiglia ha messo radici, in quel posto chiamato Barozzo, dove lui una volta era stato. "Poi però non ebbi il coraggio" mi ha detto, quando l'ho incontrato, quasi scusandosi per quella fretta nell'accantonare il proposito buono.
Chissà se finalmente si sono ritrovati, ora.
Chissà se in qualche dimensione, in qualche posto, possono finalmente incontrarsi e stupirsi e battersi la mano in fronte e darsi degli sciocchi per non essersi mai cercati davvero, per aver lasciato scorrere una vita tra mille rinvii e cose più importanti da fare mentre l'essenziale era proprio quella scartata, rimandata, lasciata in un angolo.
Ovviamente spero che esista, quel posto, perché vorrebbe dire che un giorno li raggiungerò anch'io, anello di congiunzione nello spirito. Ma se anche se non fosse così, se all'azzurro e al nero dei loro occhi facesse eco soltanto il buio, m'hanno lasciato una lezione che non scordo: qualsiasi siano gli impegni, qualunque urgenza nella vita si abbia, nulla è tanto importante da non accantonare tutto e fare visita alle persone a cui siamo legati dal sangue o da un patto d'amicizia pur siglato in un tempo lontano.

giovedì 13 settembre 2012

I loro sedici anni e il padre impreparato

Foto by Leonora
''Le risate, le litigate, le partite a carte, a muro, a schiaccia 7, la pizza alle 11 di sera, gli abbracci, le corse in bicicletta al piazzale della chiesa quando pioveva, le partite a biliardo, a bowling, le foto, le sfide a 4 player, i condomini che ci minacciavano di chiamare i carabinieri perché facevamo casino .. Bè, anche quest’estate è finita, è passata così in fretta, forse perché siamo stati davvero bene insieme, non posso far altro che ringraziarvi, dal primo all’ultimo. Grazie di tutto, grazie per quest’estate stupenda. Vi voglio bene!''.
Sulla bacheca di Facebook di Giacomo, mio figlio maggiore, leggo questo messaggio di Ilaria agli amici e in un istante torno io stesso ragazzino, con i miei sedici anni senza vuoto a rendere, il corpo allungato di botto, i capelli con il gel, le serate passate sul piazzale davanti all'oratorio, la bicicletta per spostarsi, le chiacchierate infinite con Angelo, Raffaele, Brunella, Giovanna, Paolino... Che bei tempi.
Non ne ho nostalgia perché ho vissuto quelle stagioni intensamente, immerso come nel blu profondo. Semmai guardo alla generazione che ho davanti, a mio figlio appunto, ai miei ragazzi che crescono e penso al fatto che non ero, che non sono pronto. Non so come mai, ma nessuno mi ha messo in guardia su questo periodo di passaggio dal bambino all'uomo adulto, su quel camminare in equilibrio che chiamiamo adolescenza e che scombussola tutto quanto attorno. Quando ero piccolo sì, mi dicevano che l'adolescenza era un periodo frizzante, incerto, ma non quanto peggiore fosse affrontarla da genitore, quando l'adolescente desideroso d'indipendenza non sei tu, bensì colui o colei che fino a qualche mese prima pendeva dalle tue labbra ed era con te un tutt'uno. Forse non me l'ha detto nessuno, più probabilmente sono stato distratto io, che ho archiviato la mia, d'una adolescenza, senza appunto tener conto che sarebbe stato più arduo affrontarla dall'altra parte del muro, da genitore a stretto contatto con il vulcano. Se chiudo gli occhi vedo chiaramente che ero preparato a quanto mi sarebbe toccato avendo un neonato, con pappe, seggioloni, asilo, pupazzetti, carrozzine, passeggino, e un figlio piccolo, con i primi calci a un pallone, il grembiule del primo giorno di scuola, i cartoni animati alla tv, non invece un ragazzo alto come te e che fa i suoi primi passi nel mondo.
Per fortuna, pur con tutta la prudenza del caso, mi sono capitati in sorte ragazzi desiderosi di crescere e di costruirsi una propria personalità ponendo dei paletti ma senza cercare ogni volta il conflitto. Scrivo "per fortuna" perché posso permettermi di essere un padre di buona volontà anche se niente affatto preparato.

venerdì 30 dicembre 2011

Cento di questi anni

Domani è un altro giorno ma dopo domani è un altro anno.
Archivio quello che sta passando con qualche ora di anticipo, grato del molto che ho ricevuto e senza rimpianti per ciò che non è accaduto. Continuo ad essere un uomo fortunato, raccogliendo assai più di quanto ho seminato.
Se riesco, domani metto in fila uno dietro gli altri i motivi principali per cui ricordo volentieri il 2011 e le speranze per cui confido nel 2012 che sta arrivando. Oggi mi accontento di lasciare qua un pensiero, sulle persone che non ci sono più, che negli anni scorsi ci hanno lasciato.
Tra pochi giorni ad esempio saranno quattro anni che mio padre è morto. Mia madre lo piange ancora e anche se sono giorni in cui non è simpaticissima, ieri mi ha fatto tenerezza perché mi ha detto: "Mi manca e a volte sembra anche a me di morire, vorrei solo potergli parlare, ogni tanto".
Ogni tanto vorrei potergli parlare, anch'io, e in realtà lo faccio. E' lui che parla a me, meglio.
In mille cose che faccio, nelle decisioni che prendo, negli oggetti che sono stati suoi e sopratutto nei moltissimi ricordi che ho di lui, nel fatto di averlo goduto così tanto pur se non siamo sempre stati appiccicati, essendo stato bravo lui a recidere il cordone ombelicale, a non voler imporre le sue scelte, a farmi camminare con le mie gambe, anche quando imboccavo una strada impervia o inciampavo. Per questo non lo rimpiango e sono anzi lieto che se ne sia andato così, presto, eppure senza rimorsi o rimpianti lui stesso. Pur s'è dura ammetterlo, credo che non sia importante spostare l'asticella qualche tempo più in là, bensì poter dire "tutto è compiuto".
Detto ciò, mi preparo a "compiere tutto" nei prossimi cento anni. Come minimo.

Foto by Leonora

giovedì 3 novembre 2011

Mio padre e il default Italia

Mio padre - che se non avesse tolto il disturbo prima, dopo domani avrebbe compiuto settantaquattro anni - non ha mai comprato a rate nulla, se non un camion, il primo e l'unico intestato a lui, quando a quarant'anni decise che era ora di mettersi in proprio e mettere da parte qualche soldo, comprare un pezzo di terra, da buon valtellinese, che nel sangue ha il mal della pietra.
Fino ad allora era uno stimato dipendente, operaio specializzato ma semplice, senza ruoli di comando, "perché bisogna avere il carattere per comandare e io non ce l'ho" mi spiegò la volta che gli chiesi ragione del fatto che il vicino di casa era un caporeparto e lui aveva preferito restare al piano terra. Non era adatto per fare il capo ma sapeva farsi rispettare da tutti, non concedendo un eccesso di confidenza a nessuno. Aveva una dota particolare: sapeva cavare il meglio anche dai più timidi, da chi non gradisce essere incalzato e ha i suoi tempi e i suoi modi per affrontare la vita. Era un maestro del dialogo, perché sapeva ascoltare non soltanto con le orecchie, ma con il cuore, comprendendo anche ciò che l'altro non diceva.
Si pentì subito del passaggio dall'industria al commercio, però non è mai stato tipo da abbandonare a mezzo la partita. L'ho sempre visto alzarsi all'alba, la mattina, bere il suo caffélatte con dentro il pane della sera prima e stringere i denti, fare quello che non gli piaceva, ritagliandosi le sue soddisfazioni con gli amici o in quei momenti di tregua che si concede anche la gente di questo lembo di terra, capace di lavorare per ore senza fiatare, a testa bassa.
Ho preso la strada per la periferia ma ritorno al centro di ciò che volevo dire. Mio padre non ha comprato nulla a rate. Quando voleva qualcosa dava fondo ai risparmi accumulati con ostinazione e pagava in contanti, sull'unghia. "Non voglio debiti - diceva - perché mi piace dormire, la sera e anche quando la notte diventa mattina". Così facendo, secondo gli studiosi, non era uno di coloro che fanno girare l'economia, ma alla larga gli giravano pure i guai, non soltanto la finanza.
Se lo scrivo è perché penso a cosa avrebbe fatto se fosse ancora qui, se avesse sentito tutte le voci di default, di fallimento dei mercati, di crac dell'intero sistema Italia. Probabilmente niente. Sicuramente niente. Avrebbe scosso la testa, borbottato, magari bestemmiato a voce bassa, continuando ad alzarsi ogni mattina e lavorare sodo, sperando che nessuna cicala scialacquasse la sua scorta di formica.

Foto by Leonora

sabato 12 marzo 2011

Un padre, l'allenatore di calcio e la tentazione malefica

Lavoro un fine settimana sì e uno no. Questo è quello sì e come ogni sabato scalo il Tourmalet, a occhi sbarrati e testa bassa, puntando dritto verso il traguardo della domenica sera. La mazzata è arrivata a metà pomeriggio, quando ho barattato la pausa pranzo per andare a vedere giocare Giacomo. Il fantasma di Giacomo, l'ombra. Un pallido ricordo del ragazzo gioioso che era, quando metteva maglietta, calzolcini e scarpe da calcio. Anche oggi sembrava portare sulle spalle il peso di Atlante e ha impiegato più energie ad allargare le braccia e scuotere la testa che a correre in lungo e in largo per il campo. Lui di carattere è uno che si demoralizza ed è il contrario di me, che al posto dei piedi avevo un ferro da stiro, ma stringevo i denti e non avevo paura di mettere la gamba. L'allenatore dopo cinque minuti l'ha piazzato in difesa e se prima girava a vuoto, di colpo è naufragato come tutta la squadra. Per la prima volta in vita mia m'è spiaciuto per lui, perché si vedeva lontano un miglio che delle qualità che deve possedere un difensore non ne aveva mezza: era lento, non anticipava, non contrastava e manco aveva la malizia di fare fallo quando un'attaccante lo superava, andandosene tranquillo e beato verso la porta. S'impegnava ma era inadeguato, come un albatro quando tocca terra e invece di spiegare le ali deve correre impacciato, sulla spiaggia.
Lo dico? No, non lo dico. Ma sì che lo dico! No, non lo dico. D'accordo, lo dico: per un istante ho anche pensato di andare a parlare con l'allenatore. Io! Io che mi vergogno per tutti quei genitori che credendo di avere in casa Maradona mettono becco e urlano e se la prendono, sbraitano, dispensano perle, consigliano: pensano di essere Mourinho e in vita loro non hanno mai neanche tirato un calcio al pallone davanti alla porta del condominio. Io! Io che ho sempre detto a Giacomo: "Se vuoi con l'allenatore ci parli tu. Se pensi che dovresti giocare più avanti perché nei contrasti sei scarso ma quando alzi la testa riesci a mettere la palla dove vuoi tu e qualche volta anche a segnare, come facevi l'anno scorso, non hai che prendere coraggio e dirglielo. Nella vita mica c'è sempre un padre che si preoccupa per te, che ti allaccia la bavaglia". Io! Io che ho sempre sentenziato serafico quanto il maestro Shifu o Oogway di Kung Fu Panda: "Un calciatore deve imparare a giocare dappertutto" e "Importante è allenare la propria debolezza per trasformarla in forza". E la mia d'una debolezza? M'è passata, scrivendo qui, mettendo in piazza la tentazione, esponendo la colpa. Giuro che non lo farò, giuro che manterrò fede ai miei principi, giuro che continuerò a pensare che Giacomo deve cavarsela da solo, che è soltanto un gioco e che altre sono le cose importanti della vita, giuro che non parlerò all'allenatore!
(Ma allora perché sto tenendo incrociate le dita?)


Foto by Leonora