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sabato 9 agosto 2025

Il tempo colmato (Sopravvivere oltre)

Il mare ha questo di suo: dimentica. Dà orizzonte e pare immutevole, ma è un eterno rimescolio e onda su onda cancella le impronte.

È un riassunto delle puntate precedenti quello che vorrei mandarti, per aggiornarti del molto ch'è capitato da quando per vederti devo chiudere gli occhi. In fondo, da qualche parte del cuore, confido tu lo conosca già, che dove sei andato non esistano misteri o segreti, perciò dovrei esser sincero e confessare che lo faccio per me, per il bisogno di riordinare, di dare forma (fermo) allo scorrere della vita in perenne movimento.
Lo farò, se riesco, nei prossimi giorni, che son di festa pur essendo feriali: è la feria d'agosto.
Comincio da qui, dal verbo «scrivere», tempo presente, prima persona singolare: da quando lavoro di nuovo per un giornale è tornata attività principale. Ogni giorno curo una pagina, quella delle «Lettere al direttore», rispondendo di volta in volta. Lo facevo già a Monza e mi piace molto, per tre motivi: è un darsi una disciplina e nel contempo confrontarsi continuamente, godendo di quella risorsa inesauribile ch'è la varietà. Specialmente a Brescia, città che mi ospita e di cui mi piacerebbe parlarti - lo farò, promesso - apprezzandone la cultura, ampia e profonda insieme.
In più, di scritto, ci sono i messaggi personali, che stimolano sempre, anche se rispetto a quando c'eri tu ha fatto capolino una nuova forma di comunicazione: i "vocali". Dicono stiano scalzando la forma scritta, nel mio caso hanno più sostituito le telefonate. O, meglio, è come un telefonare, ma puntiforme, senza accavallamenti e sovrapposizioni: prima parlo io, poi ascolto, poi rispondo, poi sento la replica...
Non sono certo ti sarebbero piaciuti, ma nonostante la tendenza a giudicare severamente tutto ciò che è nuovo, in dosi omeopatiche hanno una loro positività, giuro (con una regola però: mai più lunghi di sessanta secondi, un minuto).
Infine scrivo su questo blog, che tengo alimentato con rigore asburgico, almeno una volta a settimana, mantenendo la traiettoria che per esso ho via via disegnato, di rappresentare un lascito, qualcosa che parla di me, di noi. La pretesa labile, eppure confortante, di battere così la morte. O almeno pareggiare.

P.S. La verità è che, sulla pretesa di sopravvivere "oltre", ho raggiunto una disillusione «calma, senza sgomento». Niente angoscia, prostrazione, scoraggiamento, semmai serenità consapevole. Se ci penso, infatti, ho interesse che resti qualcosa non per me, bensì di me, ma soltanto per chi conosco, per i miei figli soprattutto, affinché sia mitigato loro il dolore del distacco, che ho provato a mia volta e so quanto sia lacerante, esplosivo. Degli altri mi importa meno. Se avessi ambizione di aspirare alla posterità, peccherei di vanità, dimenticando il Qoelet, nel miraggio che qualche idea, qualche concetto, possa ritenersi universale e giudicato in futuro interessante da perfetti sconosciuti. Ciò però non mi tocca, non essendo in mio potere, non dipendendo da me, appartenendo, come ogni dettaglio dell'esistenza, al destino. Per cui, nella certezza che il treno continuerà a correre, preferisco imitare un ben altro Giorgio, Caproni, chiosando senza infingimento: «Scendo. Buon proseguimento».

martedì 4 luglio 2023

Emilio Gelpi (Il sindaco ostinato)

Due fratelli, intervistati a un anno e mezzo di distanza l'uno dall'altro.
Li metto in fila qua, non per caso.
Insieme testimoniano ciò che delle memoria ho scritto ieri: è un setaccio in cui scorre tutto e trattiene pochissimo, raramente a comando.
Di Emilio Gelpi, ad esempio, non ricordo nulla, tanto che rileggendo l'intervista di allora ho lo stupore che spesso provo per parole che sono uscite dalla mia testa ma che paiono scritte da qualcun altro. O meglio, riconosco lo stile, se me le porgessero su un foglio bianco, senza firma, le riconoscerei, ma per istinto, non tramite ragionamento.
E pensare che molto ci sarebbe da rammentare, di quell'incontro. A cominciare dai sentimenti umani che una persona - pur posata, pacata, estremamente razionale - prova, senza infingimento. Siamo fatti di carne e sangue, non soltanto di cervello. Ci scaldiamo, appassioniamo, animiamo, non riusciamo a trattenere i moti dell'istinto, così dopo cinquantadue anni (mezzo secolo!) di sindaco, invece di passare con signorilità la mano, ci si impunta, ci si picca, si sente - "sentire" è il verbo adatto - di aver subito un torto.
Ecco, Emilio Gelpi ora che lo guardiamo da qua, da lontano, ci è più simpatico e un posto nel pantheon dei "memorabili" se lo è ritagliato, imperituro monito alla constatazione che "più si ha, più si vorrebbe", più si avvicina il passaggio del testimone, più a quel testimone noi esseri umani ci aggrappiamo.

In un foglio bianco, trenta righe d'inchiostro hanno chiuso le imposte su cinquantadue anni di storia.
«Sto scrivendo le dimissioni» ci aveva risposto ieri l'altro, l’avvocato Emilio Gelpi nel giorno del primo consiglio comunale dalla fine della guerra che, in qualità di sindaco di Castiglione Intelvi, non avrebbe presieduto.
Lo immaginavamo stanco, disilluso, rassegnato. Pensavamo a due frasi di circostanza, ad un commiato breve e formale di chi non ha nulla da rimproverarsi, ma neppure altro da dire.
Sbagliavamo.
Di primo acchito, vedendolo canuto ed esitante nel passo, avevamo creduto che al massimo dalle scarpe si sarebbe tolto qualche sassolino, non una carriola intera di massi.
«Con la presente comunico le mie irrevocabili dimissioni da Consigliere, non ritenendo di poter condividere il risultato delle elezioni perché - lungi dall'essere la normale espressione di una leale e corretta consultazione democratica - appare frutto fin troppo evidente di una ben preordinata manovra chiaramente diretta a proteggere interessi privati e non il bene pubblico e poggiata su smodate ambizioni di potere e di comando di chi poi non si accorgerà nemmeno di non gestirle autonomamente».
Parole forti. Non le sole.
«Sono spiacente e rammaricato di dover compiere questo gesto nei confronti del mio paese, al quale ho dedicato disinteressatamente tutta una vita, con passione e volontà di farlo progredire sotto ogni aspetto, nonché riguardo ai numerosi elettori che, anche in questa tornata, hanno avuto fiducia in me e nei componenti la lista a me collegata: li ringrazio cordialmente con grande riconoscenza ed altrettanto faccio nei confronti dei miei compagni di lista e di tutti coloro che hanno attivamente collaborato per un esito positivo che purtroppo è mancato in conseguenza della anormalità ed antidemocraticità con cui appare essere stata pilotata la recente consultazione elettorale, anche con inqualificabili insinuazioni su fatti e situazioni personali. E così vedo chiudersi, con grande amarezza, i miei rapporti con l'amato paese di Castiglione, non tanto per il responso contrario uscito maggioritario dalle urne, ma per il modo con cui è stato raggiunto tale responso, che ritengo conseguente soltanto al comportamento scorretto e sleale di pochi che hanno purtroppo coinvolto tanti elettori, se pur inconsapevoli di compiere un gesto gravemente offensivo nei miei confronti».
Un’offesa. Come tale ha interpretato la sconfitta e in quanto tale ha replicato. Usando l'unica cartuccia che gli sia rimasta in canna: lo sdegno. Un sentimento che impugnato da un giovane non meriterebbe altro che di esser censurato, ma in mano a questo ottantacinquenne indomito, che in vita sua ha sostenuto migliaia di cause, predisponendo personalmente solo il pagamento di tre o quattro parcelle, suscita invece rispetto e commozione.
Passano i tempi.
È passato anche il suo.
Un dato di fatto che ha dovuto subire, senza però inchinarvisi.
Vestito e curato di tutto punto, seduto dietro una spoglia scrivania in un troppo ampio e luminoso ufficio in via Grassi a Como, l'avvocato Gelpi ci porge la lettera di dimissioni con la gravità delle consegne scottanti.
«È il paese in cui sono nato, ma non vi metterò più piede» ribadisce duro e amareggiato.
La prima volta che diventò sindaco, i cannoni della seconda guerra mondiale avevano smesso di tuonare da pochi mesi. Il giovane Emilio, laureato da un lustro, cominciava a muovere i primi passi nella professione che già suo padre Nicola, scomparso prematuramente e la cui stinta immagine in tenuta militare campeggia tuttora alle spalle del figlio, aveva esercitato proprio a Castiglione. Fu eletto democraticamente e ricevette la nomina a primo cittadino dalle mani dei rappresentanti locali del Comitato di Liberazione Nazionale. Era il 1947. Cinquantadue anni dopo, a malincuore, quel posto l’ha dovuto lasciare.
«Hanno detto persino che ho favorito i miei interessi, quando io in paese non ho neppure una casa, né un centimetro quadrato di terra. Mi spiace di non aver potuto concludere personalmente l’ultimo grande progetto che avevamo iniziato: la caserma dei carabinieri. A Castiglione ho dedicato ore e ore del mio tempo e adesso che è finita non mi sento sollevato, ma solo deluso».
La lingua batte dove il dente duole. Dieci volte abbiamo tentato di distoglierlo dalle vicende amministrative ed in altrettante occasioni egli, con ostinazione, vi è ritornato. Soltanto quando abbiamo cominciato a chiedergli della famiglia, l'avvocato Gelpi ha allentato la tensione e si è lasciato trasportare dagli affetti.
«Io e mia moglie Giovanna abbiamo cinque figli. L'unica femmina è Maria Vittoria. Poi ci sono quattro maschi: Francesco, Enrico, Paolo e Carlo».
Una nutrita schiera. Enrico, oltre ad esser un avvocato affermato, a Como è noto come presidente del’'Automobil Club Italiano.
«Ah, quello è nato corridore. Le macchine son sempre state la sua passione. Ricordo che, quand’era piccolissimo, già faceva il matto per salire sulle mie ginocchia per guidare la nostra 1400 Fiat. Ora è lui che, aiutato da mia nuora, manda avanti lo studio legale».
La giurisprudenza i Gelpi devono averla nel sangue. A cominciare dal capostipite Nicola e dai suoi figli Lino, ex sindaco di Como ed Emilio, appunto. Per non tacere dei nipoti, Enrico, ma anche Carlo. Quest'ultimo, infatti, si è dedicato agli studi di legge, optando però per il ramo notarile.
Chi invece di norme, regole e pandette non ne ha voluto sapere è Francesco, il quale si è laureato in sociologia e da ormai alcuni anni amministra in territorio svizzero una comunità per il recupero dei disabili, mentre Paolo ricalca sì le orme del padre, ma non in ambito professionale, bensì seguendolo nei passatempi.
«Il mio hobby è sempre stato il “fai da te”. Nella casa che abbiamo a Casasco ho allestito un autentico laboratorio, con tanto di banco di lavoro, smorza, attrezzi e saldatrice per lavorare il ferro. Nei fine settimana mi dedico alle riparazioni a tempo pieno. Con somma mia gioia personale e disappunto di mia moglie che è solita dire: “tieni queste pentole da aggiustare, così le rompi del tutto”».

giovedì 16 febbraio 2023

Lembo di Rosa (Adelrosa)

Direi il sorriso. Lo direbbero tutti coloro che la conoscevano, credo. Specie negli ultimi anni di vita, quelli in cui come un velo s'è disteso sulla mente, cancellando molto, tranne una dolcezza disarmante, quale negli anni della pienezza aveva mostrato di striscio.
Adelrosa ha chiuso gli occhi, non s'è spento il sorriso. Resta impresso come una sindone in chi le è stato accanto non soltanto all'ultimo, anche prima, nell'impegno del prendersi cura, nella sofferenza della malattia accompagnata da un dono: il chiudersi esatto di un cerchio, il tornare in qualche modo bambino, una parabola di vita in cui inizio e fine si somigliano tantissimo.
E poi, oltre al sorriso, se devo scegliere un dettaglio che nei figli, nei nipoti, sono sicuro rimarrà indelebile, indicherei un punto esatto del corpo: il dorso delle mani. Quel lembo di pelle morbido e diafano che comunica tutta l'essenza della donna e dell'uomo, quand'è anziano. Quei pochi centimetri quadrati che pallidamente celano vene e tendini, racchiudendo e trasmettendo fragilità e resistenza, accoglienza e affidamento, ispirando carezze senza invadenza e un'affinità del cuore, una simpatia naturale per ciò che in noi c'è di più tenero, umano, e che muta con il tempo, in meglio.

P.S. Quando si termina la propria vita in abbondanza di anni, a contrappeso della tristezza dei famigliari c'è sempre un sollievo. A volte si ha pudore ad ammetterlo, anzi, quando si è diretti interessati, si è talmente immersi nel lutto che anche se si prova è raro darvi nome o contorno. Tuttavia se ritorno alla mia  di esperienza, con il senno del poi, riconosco che l'ultimo passo finalmente compiuto, la cessazione dell'incertezza e la consapevolezza che la sofferenza della persona amata fosse conclusa, sono state impareggiabile conforto. C'è invece qualcuno a cui questo ristoro non giunge o, se lo fa, è talmente flebile da essere ricacciata in gola, come un rigurgito. Penso a Bruno, il "signor Bruno", il marito, compagna di Adelrosa per decenni, tanto da diventare con lei, con il passare degli anni, un tutt'uno.
È a lui, sono onesto, che va il mio pensiero, poiché a dispetto di tutte le parole e frasi di circostanza, se il dramma della morte è un "restare soli", lui solo lo è rimasto davvero.

venerdì 28 ottobre 2022

Il posto più sicuro (Ora e qui)

"La memoria è vita"
Saul Bellow

Seguo passo passo impronte delle persone a cui tengo e mi trovo a tastare con le dita il loro calco, nel punto esatto in cui s'intrecciano.
È capitato anche oggi, in occasione di un anniversario identico, pur se traslato nel tempo, tra due amiche che non si conoscono e che hanno perso il padre a quindici anni di distanza, lo stesso giorno.
Riporto qui le loro stesse parole, poiché non saprei descrivere meglio il sentimento che provano e ch'è comune a molti, a tutti coloro che hanno sperimentato la vicinanza della morte e l'eco di un dolore affine, gemello ad ogni essere umano.

Un anno senza più vedere il tuo viso, senza più sentire la tua voce, senza che il telefono suoni cento volte al giorno e dall'altra parte senta "Anto...".
Un anno lungo e faticoso, un anno vuoto, nonostante pieno di mille impegni e cose da sbrigare.
Un anno in cui non c'è stato un solo giorno in cui non ti abbia pensato, non Vi abbia pensato.
La sera soprattutto, nel mio letto, dove le lacrime possono scendere liberamente senza che nessuno mi veda.
Mi sento sola anche se sola non sono, piccola anche se piccola non lo sono più.
Vado avanti sì... Per forza... Perché devo farlo e perché il tempo scorre inesorabile e non posso fermarlo anche se lo vorrei tanto.
Ma è tutto diverso, tutto più difficile, tutto più vuoto... Anche i miei sorrisi non sono più gli stessi.
Ho perso il mio ruolo di figlia e non posso più chiamare né mamma né papà.
Invidio chi lo può ancora fare.
Vi porto sempre con me, nel mio cuore, che è il posto più sicuro in cui lasciarvi e da cui non Ve ne andrete mai.

Oggi sono sedici anni che mio papà è mancato.
La sera prima che morisse l’ho visto piangere... Per la prima volta nella mia vita. Ma le sue non erano lacrime di paura per quello che sapeva succedere di lì a poco.
In quelle lacrime c’era il suo tornare “umano”, perché un figlio vede sempre nel proprio padre un supereroe.
Ho trascorso l'ultima notte accanto a lui e le sue ultime ore a carezzargli il viso, cercando di liberarlo dal “peso” di dover essere il nostro supereroe fino alla fine.
Era giusto che potesse sentirsi umano... figlio... bambino... come forse per la vita che aveva vissuto non aveva potuto concedersi di fare fino a quella sera... Non potrò mai dimenticare la lezione che mi ha dato con quelle lacrime.
Non sono triste, perché lui è qui. E qui continua a vivere.

P.S. La morte dispiace sempre e ciascuno l'affronta a modo proprio, senza risposta al perché d'un tale dolore, che resta un mistero. Unica consolazione, pallida e vivida al tempo stesso, è la possibilità che concede la memoria, di tenere chi è caro con sé, nel modo più intimo: un dono inestimabile, che però paghiamo caro, finché la ferita diventa cicatrice e il dolce si mangia l'amaro.

sabato 30 ottobre 2021

Non ci credo (Ma accadono)

“Il valore di una coincidenza è uguale al suo grado di improbabilità.”
(Milan Kundera)

Non ci credo, ma accadono. Casualità, sincronie, coincidenze.
Qualcuno li chiama miracoli, qualcun altro magia, altri ancora provvidenza: io sto un passo indietro, senza scomodare nessuna potenza, limitandomi allo stupore di rilevarli e rivelarli, allorché ne trovo traccia.
La sorpresa nel volto altrui, quando capita. Il sorriso, gli occhi spalancati, a volte una lacrima.
Una tensione emotiva che trova sbocco nella terra di mezzo tra incredulità e contentezza.
Non ho bisogno di crederci, né credo poiché avvengono, tuttavia non sono neppure così sciocco o insensibile da rifiutare a prescindere: il fatto di non avere risposta non significa che non comprenda l'esistenza di una domanda.
Aprirsi allo stupore, lasciarsi attraversare dal dubbio, tenere aperta la porta della possibilità: tutto ciò non toglie nulla al razionale, semmai lo fortifica, poiché non lo assolutizza, evita che diventi verità incontestabile, cane che si morde la coda.
C'è un mondo oltre quello dei sensi, della comprensione attuale, umana.
Riconoscerlo è atto di umiltà e insieme di saggezza.
Vale per le piccole cose, così come per le immense, la morte, la vita.
Indossare gli occhiali dell'attenzione, restare vigili nell'osservare quanto ci succede attorno, tentare di captare segnali piccoli o grandi di meraviglia, rende meno cinici e allontana pure la sconforto, la tristezza, sapendo che il bello, il piacevole - come nella caccia al tesoro - è quando si trova qualcosa, ma altresì per il fatto stesso che si cerca.

P.S. Sono forse stato criptico, chiedo scusa. Ho preso spunto dal racconto emozionato di un amico che, proprio nel giorno di una ricorrenza speciale, l'anniversario di morte del padre, ha saputo di intraprendere una nuova avventura, di salire un gradino nella propria formazione di vita.
Ho ripensato a me, una sera di primavera di tredici anni fa, quando ricevetti la telefonata che avrebbe cambiato in meglio la mia esistenza. Anch'io avevo perso mio papà e poche ore prima, in mattinata, i ladri erano entrati in casa, facendo razzia dei pochi oggetti di valore economico, legati a ricordi cari di chi più non c'era. Ricordo l'atmosfera cupa, la tristezza, il pianto, la disperazione delle persone vicine e poi lo squillo del telefono, quelle comunicazione breve e asciutta ("Se ti va bene, appena riesci cominci a lavorare da noi"), un nodo che si scioglieva, l'incredulità che proprio quel giorno arrivasse a sintesi un'opportunità tanto attesa.

lunedì 25 ottobre 2021

Giorgio e il professor Dopodiché (Pro memoria)

L'ho sempre detto: tieni un diario, e un bel giorno sarà lui a tenere te.
(Mae West)

Scrivo sovente con "un occhio alla croce e uno a San Giovanni", cioè parlando ogni volta un poco di me, ma badando altresì ad esprimere qualcosa che interessi tutti o almeno quelli che passano da qui, con dedizione e affetto.
Faccio eccezione oggi, per rimediare a una lacuna di memoria che mi rendo conto essere evidente - e a cui ho già accennato qualche giorno fa, citando la sorpresa con cui osservo i "miei ricordi" proposti dai social network - elencando ad uso personale alcune azioni che distinguono questo scorcio di tempo, così che un giorno possa esclamare: "Ah però! Non lo ricordavo".
Per cominciare, ascolto molti podcast. Ad esempio, tutti quelli di Barbero (il "professor Dopodiché", come mi viene spontaneo chiamarlo, per quell'espressione che ha come intercalare e che adoro), ma anche Focus Storia o altri similari.
Leggo non tanto quanto in passato, rari i romanzi, più numerosi i saggi, specialmente di antropologia (il migliore di tutti, consigliatissimo, La vita spiegata da un Sapiens a un Neanderthal di Juan José Millás  e  Juan Luis Arsuaga, ma pure La scimmia nuda di Desmond Morris) o di sociologia, come quello di cui ho scritto ieri, di Rutger Bergman, nel post sul calcio.
Guardo pochissimi film e molte serie tv, su Netflix.
Due di esse mi hanno di recente affascinato, per motivi opposti: The Good Doctor e Big Mouth.
La prima, molto americana, paternalistica, commovente, capace di far riflettere e insieme offrire uno spaccato della modernità, del tipo di società che il sistema vuole proporci (imporci, direbbe qualcuno).
La seconda, una serie animata, anch'essa molto americana, spudoratissima, cinica e caustica, capace tuttavia di parlarci di noi e delle nostre pulsioni, dei desideri, delle paure, delle vergogne di ciascuno, trasmettendoci l'idea che sono assai simili a quelle altrui, per cui non siamo soli a questo mondo.

P.S. Fino a qualche settimana fa Benedict Cumberbatch era il mio attore preferito. Lo è tuttora, a pari merito però con Freddie Highmore, semplicemente strepitoso nell'interpretare il protagonista di The Good Doctor. Sia iscritto a verbale, anche se tranne il sottoscritto non interessa nessuno.


venerdì 8 ottobre 2021

Cuore laico (Memoria e pregiudizio)

“Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all'Alzheimer; inizia a preoccuparti invece se non riesci a ricordare a cosa servono le chiavi.”
(Rita Levi Montalcini)

A volte la parole mi sfuggono, spesso ripeto le identiche citazioni, gli stessi aneddoti, in più riconosco a fatica il volto dell'uomo che vedo allo specchio e che non coincide affatto con l'immagine che ho di me stesso, ferma a qualche anno addietro, come nelle vecchie foto delle carte d'identità che conservo nel cassetto.
La memoria è un meccanismo straordinario, tutt'altro che perfetto, interessante proprio per questo: somiglia più alle opere d'arte che agli scaffali polverosi dell'Archivio di Stato.
È un po' come se partissimo ogni giorno per un viaggio, convinti di portarci appresso tutto, mentre sono  pochi i panni che stanno nello zaino.
I social network rivelano in maniera implacabile quanto per strada smarriamo, poiché sono una sorta di diario indiretto per pigri - quei pigri come me, che un diario non riuscirebbero a tenerlo più di un giorno - e mantenendo memoria di tutto costringono all'evidenza di quanto profondo sia il cambiamento, a fronte di altri dettagli che non mutano mai, restano appiccicati addosso.
Anche rispetto ai social network tuttavia c'è una sorta di maturazione, un'evoluzione, una maggiore consapevolezza d'uso, resa evidente ogni volta che Facebook o Instagram segnalano: "Hai ricordi da rivivere oggi".
Io, quei ricordi, raramente vorrei riviverli, ma nove volte su dieci mi sorprendono, stupiscono, perfino imbarazzano.
Primo, poiché ci sono stati anni in cui praticamente sulla bacheca di Fb scrivevo ogni dettaglio, quasi quasi pure quando andavo in bagno (lo so, molti lo fanno ancora, credo sia un processo legato alla crescita, alla fase evolutiva appunto: accade quando si è "bambini" nei social network, poi si cresce anche lì).
Secondo, poiché scopro cose che avevo completamente dimenticato e che ora non rifarei, neppure con una pistola puntata alla rotula del ginocchio destro.

P.S. Se c'è un'abitudine che invece resta tale e quale, oggi come ieri, riguarda i "mi piace", i "like" o, ancor meglio i "cuoricini", per esprimere attenzione, interesse, apprezzamento altrui.
Ecco, in quelli io, ieri come oggi, piuttosto che lesinare abbondo, ho la generosità del prodigo, l'appetito dell'ingordo. Tanto che se dovessi descrivere in due parole la mia attività sui social network risponderei: "Metto like - in pratica, laico - e non me ne vergogno". Per il momento.

mercoledì 25 agosto 2021

La sponda altrui (Capire, capirsi)

Ti ho vista fragile, per una sciocchezza, metterti a piangere come una bimba di due anni, anche se di primavere ne hai più di ottanta e i denti da latte li hai persi da un pezzo.
Imparo sempre da te, talvolta per contrasto, notando debolezze, durezze ed errori, deciso a non volerli ripetere.
Imparare “per contrasto” è un modo per trasformare il ferro in oro, l’anidride carbonica in ossigeno, oltre a garanzia di serenità, in relazione ai miei di sbagli, al mio essere limitato, quando mi guardo allo specchio.
È così infatti che non mi sento eccessivamente in colpa, che mi do pace, persino perdono, confidando che i miei figli o chi mi è accanto - in amicizia, nella vita, sul lavoro - non imiti i miei vizi, le piccolezze, i difetti, bensì li prenda ad esempio per fare il contrario, per diventare migliori, traendo lezione dal peggio.

P.S. Ti ho vista fragile, ma ti capisco. Capisco il tuo disorientamento, il sentirti inadeguata, non più al passo con il mondo. Capisco che un sassolino pesi quanto un masso, la difficoltà a cogliere la complessità, il desiderio di semplificazione, la nostalgia del passato, di un tempo che nel ricordo appare migliore, poiché la memoria distilla il dolce e diluisce il gramo.
Capisco te e - per similitudine - i molti che per lo stesso motivo, per le difficoltà di capire, di leggere la mappa del presente e ancor più quella del futuro, riducono tutto al bianco e al nero, al bene e al male, al buono e al cattivo.
Capisco i no vax, i complottisti, i fondamentalisti religiosi, i radicali politici, i conservatori ad oltranza, gli schierati per principio…
Li capisco e vorrei dirlo loro.
Vorrei dire che quei timori, quelle domande senza risposta, quelle incertezze, sono anche le mie, che come per la capra di Saba, il loro lamento, il loro dolore è "fraterno al mio".
Vorrei non minimizzarne le paure, non banalizzarle, non tirare una croce, non schiacciarli con discorsi sbrigativi, saccenti, di chi ha capito tutto e si scandalizza che l’altro sia così gretto, ignorante, cieco, occupando tutti i posti a tavola della ragione lasciando all’altro soltanto lo sgabello sbilenco del torto.
In una stagione come questa - come tutte le stagioni, a dire il vero - in cui la tentazione è quella di alzare muri, chi vuole costruire ponti non può partire se non riconoscendo la sponda altrui, il terreno in cui poggiare i reciproci piloni, un comune fondamento.

martedì 10 novembre 2020

Il giorno più bello (Sogno o son desto)

È stato semplice, spartano. Il più semplice, il più spartano e insieme il più bello, vissuto senza imprese straordinarie, a contatto fisico o mentale con le persone a cui tengo, godute di persona oppure tramite messaggio, al telefono.
Oggi, meglio di così, non potevo immaginarlo, comprendendo alla fine che sono diventato più grande davvero, più vecchio, maturo, anche più contento.
Pur bravo che possa essere, le parole non potranno mai raccontare appieno lo stupore, la scoperta, il valore dell'incontro, le emozioni, le sensazioni, le esperienze che ho provato. Quelle esistono soltanto nel presente, nell'istante in cui si provano, poi fatalmente scivolano, si polverizzano, svaniscono, esattamente come all'alba un sogno, i cui contorni man mano si dileguano, tessere di domino che cadono ad una ad una, scenografie di teatro che man mano affondano nel mare sterminato dell'oblio.
Resta nella carne il ricordo di qualcosa di piacevole, bello, senza tuttavia un contorno definito.*
È una memoria di etichetta, di copertina, non di sostanza.
Accettarlo, rinunciare a trattenere ad ogni costo, essere consapevoli che comunque tutto passa, badare piuttosto a vivere l'attimo, è sapienza antica e insieme mai compresa del tutto.
Oggi però l'ho fatto. Domani non ricorderò bene tutto, nel dettaglio, ma che almeno qui rimanga traccia che oggi, per il mio cinquantaquattresimo compleanno, sono stato felice, a casa tutti insieme, al telefono o per messaggio - visti i tempi - con le altre persone che amo, il pomeriggio in giardino, a piantare erica e curare le aiuole in vista dell'inverno, guardando "Fargo" (il film) la sera, scartando molti regali e andando a letto sereno, cominciando un altro sogno, non sapendo dire in tutta onestà se più vago o reale di quello vissuto a occhi aperti, durante il giorno.


* Abbiamo timore della demenza, di diventare anziani e di incappare in quel male che ci riporta all'incapacità di ricordare tutto, come bambini di pochi mesi o come le piante, senza renderci conto che così lo siamo già, nella sostanza. È una questione di misura della memoria, di differente approssimazione, non di differente destino. Una constatazione che non mi mette tristezza. Al contrario, è così che affronto con più ottimismo il futuro.

mercoledì 28 ottobre 2020

People (Gli occhi non mentono)

Ho detto di sì, perché Bettina è una persona che ho a cuore, fin dai tempi in cui mi faceva da cameraman ("camerawoman" sarebbe meglio dire), troppi anni or sono.
L'ho in mente ancora così, con quei capelli biondo rossi a caschetto, l'accento brasiliano e il sorriso indossato spesso, tranne le volte in cui le schiacciavano la coda senza sospettare quanto può essere spigolosa un'anima tonda con un cervello nel mezzo.
È stata lei tre mesi fa a contattarmi, per dire che aveva avuto l'idea di tradurre in un libro fotografico i molteplici sentimenti suscitati dalla prima ondata di virus, quando tutti eravamo impreparati a sostenerne l'urto (non è che ora lo siamo, nonostante l'esperienza passata, ma questo è un altro discorso).
Mi è stata chiesta l'introduzione al capitolo "People", alla terza insistenza le ho risposto che andava bene, ignorando chi fosse l'editore committente, senza pretendere un soldo né conoscere altro, limitandomi al piacere ricambiato della fiducia assegnata d'istinto.
Il volume è uscito ("Suspended Freedom", Lombardia Foto Book), ha un profumo che sa di buono e più che da leggere è da sfogliare, ammirando le molte fotografie incastonate nel bianco.
Ci sono pure le mie venti righe, ispirate a suo tempo e che a pagina diciannove hanno trovato aria, spazio.
Le riporto qui, essendo questa essenzialmente una stanza di casa loro.

Gli occhi non mentono e sono gli occhi quel che resta del giorno, ciò che più limpido rimane di un tempo “a volto coperto” che confidiamo appartenga soltanto al passato e che fatichiamo a raccontare, immersi tuttora nell'onda di piena montata all'improvviso e che ha cambiato l’esistenza di sempre, di come la conoscevamo.
È storia, non cronaca, quella che consegniamo agli archivi, alle pagine dei libri, come questo.
Ma è una storia muta, poiché le parole incespicano, tartagliano, non vanno dritte al punto, non riescono a spiegare l’essenza di quanto vissuto: il dolore, l’incertezza, il timore, l’angoscia, lo sgomento.
Per farlo, per lasciare traccia a chi verrà dopo di noi, per evitare che l’unica testimonianza sia quella di un resoconto ricco di dettagli ma di sentimenti povero, servono le immagini.
Le fotografie. Gli scatti dei volti, in particolare. E, dei volti, gli occhi soprattutto, che custodiscono non l’ultima immagine di chi era in vita, come per centinaia di anni si è creduto, bensì quanto ha provato, cosa stava provando, chi è sopravvissuto.
Guardarle, osservarle bene, altro sforzo non è richiesto, se non quello di aprire i nostri, di occhi, con un suggerimento: chiuderli subito dopo. Fissare l’immagine che troviamo di fronte e per un istante serrare le palpebre, lasciare penetrare quello sguardo nel nostro, sentire sotto pelle, prima ancora di immaginare, le mille emozioni tutte diverse, tutte uniche, che quelle persone in prima linea hanno sperimentato.
“People”. Gente, persone, anche popolo. Così ha per titolo questo capitolo, che forse più degli altri fa comprendere il significato di un periodo che ciascuno di noi ha vissuto in maniera differente, ma nel contempo pure esperienza di insieme, di comunità, di popolo appunto.
Un grazie sincero allora agli autori e ai soggetti di queste foto, di chi ha saputo cogliere e di chi si è fatto cogliere, di chi ha messo gli occhi davanti e dietro l’obiettivo, permettendo a noi di conservare memoria di un evento storico, dando forma e contenuto a parole quali virus, pandemia, malattia, morte, contagio, che abbiamo sentito ripetere migliaia, milioni di volte, e proprio per questo faticano a mantenere la forza d’urto, l’impatto, mentre le immagini colgono nel segno, come una carezza e al tempo stesso un pugno nello stomaco.

venerdì 23 ottobre 2020

Tutto questo (Pure quest'anno)

Doveva essere "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso". Sbagliavo.
Lo è pure quest'anno.
Con una differenza: nove mesi fa ci siamo cascati mani e piedi, almeno a Bergamo, picchiandoci il muso; stavolta fatichiamo a distinguere se sia un "al lupo, al lupo" oppure il lupo è già tra noi, davvero.
Anche da quassù, dalla tolda di quella che dovrebbe essere una corazzata dell'informazione, fatico a discernere il vero dal falso, l'esagerato dal giusto.
Buon senso e verità d'altra parte hanno quasi sempre voce flebile, mentre il clangore della cronaca sparata a volume massimo elimina le differenze di tono, i rumori di fondo, tutti quei dettagli che formano un'opinione ragionevole e non una sensazione da sposare o rinnegare del tutto.
A futura memoria, di questi giorni disorientanti, annoto:
  • il dispiacere per mio figlio Giovanni, il suo diciottesimo da compiere tra poco e gli ultimi due anni di liceo - irripetibili - gettati nel fosso;
  • l’impressione che per molti, per troppi, il contagio da virus equivalga ad una colpa, al non aver rispettato ogni precauzione, invece che un accidente, una sfortuna, qual è ogni malattia da che mondo è mondo;
  • la certezza che il sistema sanitario italiano funzioni decentemente in condizioni normali, ma appena il livello di stress aumenta si trova ovunque confusione e torniamo in balia del caso;
  • la sensazione che per quanto serio possa essere, il virus farà meno vittime dello scorso inverno, poiché qualche nozione in più l'abbiamo;
  • il timore che tutto precipiti all'improvviso, con il lutto e il dolore che molti hanno già provato;
  • il disagio per tutte le chiacchiere e le sentenze dei Soloni che ne sanno sempre una pagina più del libro, scordando che prima di dare consigli sulle competenze altrui dovrebbero dare buon esempio loro;
  • la lentezza di alcuni - specialmente nel settore pubblico, ma non solo - nello sbrigare pratiche o svolgere un banale compito, in contrasto con la prodigiosa rapidità degli stessi a dire "Ciao ciao" all'ufficio e piazzarsi in smart-working sul divano, senza alcun controllo, al primo soffio di vento;
  • la responsabilità e l'efficienza dei miei colleghi in tv quando lavorano da casa e fanno più e meglio di quando hanno me dietro il collo;
  • la perfidia, mista a vigliacco godimento (lo scrivo ironicamente), con cui ieri l'altro ho appreso del coprifuoco serale, immaginando così di poter tornare a vedere tutti insieme un film in famiglia, come dopo il "liberi tutti" di aprile non abbiamo più fatto;
  • la paura che il patto tra cittadini e autorità, tra individui e Stato, a forza di tirare la corda venga meno, specialmente per le generazioni più giovani, quelle meno ammalate dal virus e che più pagano dazio in conseguenza dei provvedimenti per contenerlo.
  • La percezione che decidiamo poco o nulla e sia piuttosto il destino, il caso, a determinare se supereremo tutto entro breve oppure andrà gambe all’aria pure quest’autunno / inverno.
  • Per oggi mi fermo qua. Se mi viene in mente altro aggiungerò un post scriptum, poco sotto.

sabato 28 marzo 2020

La prima cosa che voglio fare (Dopo, ma anche prima)


La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso", non sarà prendermi una settimana di ferie, vere, né pensare a nulla, uscire con gli amici, mangiare al ristorante, andare al cinema, bere il caffè in centro, visitare altre città e i musei, tuffarmi nel mare, girare in bicicletta, prendere il treno, vagare a zonzo tra gli scaffali del supermercato o nei boschi dietro casa.
E neppure tornare a baciare finalmente mia mamma, abbracciare le persone a cui voglio bene, stringere la mano alle persone che stimo, chiacchierare con chiunque senza badare a che ci sia più di un metro di distanza, cenare o pranzare con la famiglia allargata, come accadeva prima, ogni sabato o domenica, guardare le partite in tv tutti insieme, ascoltare gli amici dei miei figli che fanno un accidenti di baccano, dentro casa, fare visita alle persone malate, mettere un fiore al cimitero, aprire a chiunque bussi alla porta.
No. La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso" è tenere la testa alta, riappropriarmi della mia dignità di persona, levarmi da dosso la negatività che mi ha appiccicato addosso questa situazione assurda, lavar via la paura, non ripetere gli stessi errori, coltivare la mia parte razionale ma pure quella istintiva, fare e mantenere memoria.
Soprattutto questo: fare e mantenere memoria. Perché tanta apprensione, tanta sofferenza non sia stata vana, perché ne usciamo cambiati, in meglio, riuscendo a percepirci come comunità e non soltanto come individui, ognuno con la sua pena, ciascuno con a cuore soltanto la propria scialuppa.

domenica 8 marzo 2020

"Tutto questo si chiamerà l'anno scorso"


Ho scritto poco, anzi nulla, adempiendo a un disorientamento, che mentre tutti sembrano maestri io mi sento ancora più allievo.
Non giudico gli altri, preferisco per me stesso il silenzio, anche perché "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo".
Vivo ciò che sta accadendo, come tutti, navigando a vista, a volte illudendomi di intravedere una rotta già nota, altre comprendendo che per ciascuno di noi è un mare aperto, inesplorato, e anche i marinai più esperti (virologi, medici, statitistici, funzionarii, scienziati, politici...) ne conoscono al più un breve tratto, quello che riguarda le loro competenze, ma scenari, scelte complessive e possibili ricadute sono simili a un tiro di dadi, appartengono all'azzardo.
Pesco il buono, come cerco di fare sempre, per tutto, astenendomi dalla facili critiche e trovando gusto nello scoprire del bicchiere il mezzo pieno, provando a essere positivo, aggrappandomi alla storia, alle prove che le porzioni di umanità hanno vissuto in passato e che hanno condotto fin qui, cavando sempre del bene anche dal gramo.
E quando proprio sono in difficoltà, quando l'incertezza ha la meglio, quando l'apprensione o lo sgomento o la confusione prendono il sopravvento, mi porta conforto il proverbio bosniaco che recita: "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso".
Già. Passerà, come passa ogni cosa, per epocale che possa essere questo tempo diventerà soltanto un ricordo.

P.S. Diventerà soltanto un ricordo, è vero, e proiettarsi oltre l'ostacolo del tempo è una consolazione e insieme un appiglio. Tuttavia la dignità con cui lo affrontiamo, le prove che supereremo, l'esempio che in ogni istante diamo ci accompagneranno e definiranno di noi stessi un profilo, l'immagine che vedremo a lungo, guardandoci allo specchio. Poterlo fare, fissandoci negli occhi, confessandoci di essere stati coraggiosi ma al tempo stesso responsabili, credo debba essere la stella polare, per ognuno.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

martedì 29 ottobre 2019

RisorTweet (Dodici anni social)


C'è stato un tempo in cui questo blog era esclusivamente un estensione del lavoro, uno luogo di sperimentazione e di narrazione di ciò che si sarebbe rivelata l'alba di una nuova era, quella digitale, con i social che facevano capolino già facendo intuire le potenzialità che avevano, che tuttora hanno.
Lo scrivo oggi poiché è l'ottavo anniversario della mia iscrizione a Twitter, un social media che qualche hanno fa ho abiurato, dandolo per spacciato. Mi sbagliavo. Non che adesso sia convinto del contrario, tuttavia ammetto che sopravvive florido, avendo rinunciato ad essere di massa e ritagliandosi il ruolo che un tempo era delle agenzie di stampa, dando megafono a chi voce ha già e non più bisogno di giornali, tv, radio.
Da quel tempo, dodici anni fa, è rimasto vivo e vegeto soltanto Facebook, anche se settimana scorsa ho sentito dire da un collega che entro due anni chiuderà: non ne sono convinto. Instagram invece è fenomeno più recente e veleggia florido, mentre molti altri hanno vissuto il tempo di una stagione, piegandosi a una selezione naturale che riguarda tutti gli ecosistemi, non soltanto quelli biologici.
Intanto, proprio per ricordare quei tempi, metto il link al post intitolato "Un mese da orso", pubblicato esattamente dodici anni fa, in cui raccontavo l'approccio a quel nuovo mondo digital e social, account Twitter compreso.

venerdì 25 ottobre 2019

Il frutto del ciliegio (Mattoni di memoria)


Li ho messi da qualche parte, non li trovo né li cerco: alla possibile delusione del certo preferisco il tempo sospeso, quello del possibile ritrovamento.
Saranno stati una trentina i trentatré giri che avevo e che forse ho tuttora, da qualche parte, magari ben conservati, forse da buttare per colpa del tempo, del caldo, di una conservazione malsana, dovuta al non aver creduto al loro ritorno, quando il cd era l'astro nascente mentre ora va incontro anch'esso a un rapido declino (sulla mia auto, per dire, neppure lo prevedono).
Quei dischi ampi, di vinile, con le copertine di cartone rigido, hanno segnato il confine tra il bambino e l'adolescente che ero, al liceo.
Qualcuno lo avevo comprato pure prima, ma in formato quarantacinque giri, che bastava il "mangiadischi" arancione per ascoltarlo, lo stesso con cui sono cresciuto, mettendo e rimettendo migliaia di volte le "fiabe sonore" o Coccobill, il mio preferito.
C'erano pure le canzonette, quelle comprate dai miei genitori, Gianni Morandi con Bella Belinda, Partirà la barca partirà di Sergio Endrigo e molti altri.
"Grease" di Frankie Valli fu l'apice di quella stagione, il primo che acquistai io, da Gastone, il rivenditore di elettrodomestici in via Varesina, un milanese sfollato durante la guerra e che aveva aperto trovato al mio paese un negozio.
"Questo è l'ultimo che è uscito" diceva sempre, pure quando sulla copertina c'era polvere alta un dito, noi ci vendicavamo dicendo che era tirchio e in casa lo chiamavano "Tone" per risparmiare il "Gas".
Poi venne lo stereo, un Sony credo, un parallelepipedo basso, una ventina di centimetri, con il piatto per i trentatré giri ed insieme ad esso Giorgio, fratello del mio migliore amico, tornato da Londra dove era andato terminate le superiori, a fare il barista, quando non esisteva ancora l'Erasmus e viaggiare un affare avventuroso, oltre che serio.
Fu lui che portò il "verbo", la musica come appartenenza, simbolo, non più soltanto svago.
Elton John, gli Eagles. Comprai i loro long playing, smisi di essere bambino. Tra gli italiani uno su tutti, Bennato, che fu pure il primo che vidi in concerto, a Cantù, accompagnato da Giampietro, il ragazzo più grande, la guida, l'educatore in oratorio.
Ed ora che su Amazon Prime Music ho ritrovato in formato Mp3 gli album di quel tempo ("Madman across the water", "Honky Chateau", entrambi di Elton John) mi capita di ripensare a quegli anni, aprendo brecce e fessure nel muro che nel frattempo s'è costruito, infrangibile per la memoria nella sua interezza ma che può crollare a pezzi ampi, se si ha la pazienza di raccontare, scoprendo che ogni ricordo ne richiama un secondo e un terzo e un quarto, come il frutto del ciliegio, che uno tira l'altro.

giovedì 30 maggio 2019

"Paraculi imperant" (Addio Maurizio)


Se n'è andato solo, come presumo sia sempre vissuto, pure quando era in mezzo alla gente, su un trespolo ad arbitrare partite di pallavolo, sul sedile di un pullman o di un taxi, dietro la scrivania di una redazione, non a caso dando le spalle a tutti gli altri, tra pile di fogli e di fronte soltanto il computer acceso e un pezzo da scrivere, mai finito.
La prima ed unica volta in cui ho stretto la mano a Maurizio Del Sordo è stata alla fine del 1987, io giovane aspirante collaboratore de "La Provincia", lui appena assunto e assegnato al settore delle cronache locali. Debbo a lui alcune nozioni che mi si sono stampate a fuoco (l'accento acuto che va sul "perché", la differenza di utilizzo tra il "ma" e il "bensì"), mentre altre le ho scordate in tempo zero (come distinguere un maresciallo da un brigadiere o da un tenente dei Carabinieri osservando le mostrine sulla divisa).
Nei corsi e ricorsi professionali me lo sono ritrovato accanto in mille occasioni, limitandomi alla cortesia di coloro che non si sporcano le mani, di chi è bravo a parole ma non entra in relazione vera con l'altro, specialmente quando l'altro è spesso trasandato, un uomo di un quintale e passa con la faccia da bambino, il maglione sempre identico, le manie e quel modo lunare di porsi, che non si capisce mai se c'è o se ci fa, se lo sciocco è lui che parla o io che gli do ascolto.
Maurizio se n'è andato ieri, senza esserci mai realmente "stato", come avviene a tutti gli strani, i timidi, gli eccentrici, i disperati, gli anticonformisti, bizzarri, stravaganti...
Di lui mi rimarrà il senso di colpa per non essergli mai stato vicino, veramente, e alcune battute caustiche, per prima questa, che mi ripeteva spesso, facendo il verso a un motto trito e ritrito, per irridere di volta in volta coloro che scuotendo il capo sentenziavano: "Mala tempa currunt": "Mala tempora currunt... Paraculi imperant" chiosava lui.
Non l'ho mai detto a Maurizio, ma tra quei "paraculi" ho sempre sperato di non esserci io, anche se in fondo è impossibile e alla fine o si è come lui, lontani da questo mondo in tutto e per tutto, oppure un po' "paraculi" lo si è sempre.
Importante è esserne consapevoli, non suonare falsi o ipocriti e ricordarsi che per un Maurizio che non c'è più altre decine di Maurizio ci vivono accanto e scivolano via, tra l'indifferenza, ogni giorno.

giovedì 25 aprile 2019

Dentro me vivi sempre (parlarsi senza usare la voce)


Venticinque aprile. Che sia davvero una "liberazione", dai cattivi pensieri, dagli affanni inutili, dalle distrazioni vane, dalle priorità capovolte, dalle divisioni dannose.
Venticinque aprile e tu non ci sei più, a ricordarmi che i gesti contano più delle parole, che la generosità è moneta che paga sempre, che una mano basta per proteggere i figli, perché con l'altra occorre spingerli.
Venticinque aprile è un vaso vuoto quando perdiamo il desiderio di valori condivisi, quando crediamo di essere migliori degli altri, quando saliamo sul piedistallo e tutti ci sembrano piccini.
Tu non avevi questa tentazione, nessuno ti ha innalzato mai, tanto meno lo hai fatto da te stesso, restando l'uomo a cui non pesava la fatica delle braccia, anche se compravi e leggevi tre giornali e sapevi distinguere i "poveri" da chi banalmente non ha soldi, dai disperati.
Non so perché mi sei venuto in mente, senza un motivo apparente, una ricorrrenza personale.
Forse succede perché se sbando sei la mia stella polare oppure perché attraverso ciò che provo io possano trovare consolazione pure gli altri, coloro che vivono in affanno, che hanno timore di perdere le persone care.
Le persone care non le perdiamo mai. Possiamo non vederle, ascoltare la loro voce, parlarci, ma vivono dentro noi, sempre.
Proprio come te, che ritrovo talvolta allo specchio, nei tratti del viso che cambia e finisce con l'assomigliarti, che nella mia testa parli senza usare la voce, quasi sempre senza chiedere il permesso, spesso facendo capolino con i tuoi motti, le frasi lapidarie.
Dentro me vivi sempre, anche se non ti cerco nelle fotografie, se piango mai o raramente, se non ti nomino di frequente. Tranne oggi, in questo venticinque aprile in cui dovremmo essere tutti uniti invece ci dividiamo e io, per sapere dove andare e come comportarmi, devo ricordarmi da dove sono arrivato, chi mi ha messo al mondo e insegnato a camminare.

sabato 15 dicembre 2018

Trent'anni (Il sorriso sempre uguale di Stefano)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/36308250791/in/album-72157687348976625/
Oggi sono trent'anni che ti abbiamo accompagnato al cimitero. L'avevo scordato e me ne sento in imbarazzo, pur se a date e ricorrenze concedo poco peso.
Sono già passati trent'anni e ti debbo molto, compreso il mestiere che faccio e dunque l'uomo che sono diventato, mentre tu sei rimasto un ragazzo e quando chiudo gli occhi non hai una ruga, né un increspatura del volto, un capello bianco e ridi, di quel sorriso limpido che ti ha sempre distinto.
Siamo stati compagni di classe al liceo, amici tra i banchi, nei pomeriggi dopo la scuola, in redazioni grandi tre metri per due, in cui mancava tutto tranne il desiderio e la passione di inventarci un lavoro.
Sono passati trent'anni, che tu non hai vissuto, se non accanto a chi ti voleva bene, mentre noi - i “rimasti” - sovente abbiamo dato nessuna rilevanza al dono ricevuto, correndo senza riflettere, respirando in automatico, dando quasi tutto per scontato e lamentandoci persino, dei piccoli inconvenienti o grandi inciampi trovati lungo il cammino.
Sono passati trent'anni e oggi mi fermo, per dire grazie a te e a Simona, che me lo ha ricordato, ma anche ad Elena, che in questi giorni sta accompagnando la mamma nel reparto di oncologia e "spia con rispetto negli sguardi altrui, cogliendo tutte le paure e le speranze identiche alle sue, sentendo il vibrare della rassegnazione e il tentativo di farsi forza, nonostante tutto".
"Ho immaginato che tu avresti saputo scrivere un post bellissimo - mi ha detto - perché le emozioni le sai raccontare". Eppure è lei che questa volta l'ha fatto, come non avrei saputo fare meglio io.
Lo appunto qui, per espiare un poco della pigrizia, dell'indolenza, dell'assenza di disciplina e perseveranza che mi inducono spesso a privilegiare la comodità all'impegno, alla messa a frutto di un talento.
Oggi sono trent'anni che ti abbiamo salutato, Stefano. Poteva capitare a chiunque di non esserci più, di abbandonare per primo il palcoscenico, è accaduto a te: perdonami se ti ho ricordato così poco.

lunedì 1 ottobre 2018

In Media stat virtus (Due punti e una retta tendente all'infinito)


Ho memoria intermittente: ricordo particolari apparentemente insignificanti e per lo più inutili, scordo le date, i compleanni, gli anniversari.
Mi spiace, poiché tutte le ricorrenze sono occasioni buone per rompere l'indifferenza, uscire dalla pigrizia, mandare un cenno, compiere un gesto.
Oggi, ad esempio, scopro che è un giorno speciale, legando a filo doppio due eventi che riguardano un inizio.
Undici anni fa inauguravo questo blog, valvola di sfogo per il professionista che cercava un orizzonte nuovo e diventato man mano un compagno fedele di viaggio, "ciò che più somiglia all'uomo che vorrei essere e che sono stato, la parte migliore di me, l'eredità più bella che lascio".
Oggi, a Brescia, ha preso il via il secondo Media Center, gemello di quello creato un anno fa a Bergamo e anch'esso dedicato all'informazione e alla formazione dei ragazzi, affinché acquisiscano quelle "competenze trasversali" che saranno utili loro per vivere un mondo migliore e non soltanto trovarsi un lavoro.
Per me, che credo convintamente nel destino, sono due punti cardinali attraverso i quali passa una retta tendente all'infinito e devo fare i complimenti a Paolo Ferrari e a quanti lo hanno immaginato, a coloro che lo ha creato, a chi ci ha creduto per primo.
Me lo appunto qui, senza enfasi né retorica, confidando che metterlo per iscritto metta al riparo dalla memoria corta e dalla disattenzione cronica da cui sono afflitto.

P.S. Lo so, vi ho fatto ridere e in qualche caso anche scuotere il capo, sgomenti per l'ignoranza dimostrata dal sottoscritto, quando ho scritto di Mc Donald's e della App che tutti mostrano sul telefonino, per ottenere panini e patatine a prezzo scontato. Per voi, velisti del futuro, ho una nuova, prodigiosa scoperta, che per i quattro gatti vetusti quanto me condivido: la Lista Broadcast di WhatsApp, cioè il modo di mandare lo stesso identico messaggio ma senza farlo sapere anche agli altri, come invece avviene allorché si crea un "Gruppo". E sì, anche questo me l'ha insegnato Giorgia, di cui mai scorderò lo sguardo quando l'ho guardata e mostrando autentica sorpresa ho commentato: "Ma dai! E' strabello!" (anche se dentro me mi sentivo più "Get Down", come Epifanio).