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giovedì 15 giugno 2023

Di troppa ragione (Vocabolario per i tempi attuali)

Di troppa razionalità si muore.
(Quanta tragicità. Scusate.
Rifaccio)
Di troppa razionalità si sta male, non si vive bene, in certi casi ci si inacidisce, finendo dalla parte del torto, pure partendo dalla ragione.
Un pensiero fisso, che gravita impertinente e che provo a sviluppare qua, per scrupolo di autocritica, consapevole che l’assenza di prove non cancella gli indizi.
Siamo fatti di testa, ma anche di pancia, di stomaco, di cuore.
“Sapere” non è l’unico criterio per giudicare, comprendere, prendere decisioni: esiste il “sentire”.
In questo tempo, tra i molti ostacoli alla discussione serena, alla comprensione reciproca sui più vari e vasti temi (guerra, migranti, morte e giudizio su Berlusconi…) senz’altro metto l’incapacità di riconoscere dignità all’opinione altrui, di accettare che il metro di giudizio possa non essere la logica, i numeri.
Si vorrebbero tutti scienziati, quando fatichiamo già a riconoscerci l’un l’altra come esseri umani.
Riteniamo di escludere la possibilità di errore considerando il massimo dell’intelligenza quella delle macchine, dei computer.
Ma quella dei computer, delle macchine, è il contrario dell'intelligenza, del saper "leggere tra le cose".
Smetterla di considerare la razionalità l'unico criterio interpretativo, il solo modo corretto per prendere decisioni, lasciare spazio al dubbio, potrebbe essere un buon modo per aprire spazi di possibilità, invece di continuare ad alzare muri con le nostre certezze.
"Sensibilità", potremmo definire tutto questo. Così come "esuberanza" è il nome che darei a quella condizione di produzione feconda, di continuo seminare e fiorire, contrapposto al primato dell'efficienza, della tecnica, dell'ottenere "il massimo risultato con il minimo sforzo", come direbbe Umberto Galimberti.
Sono pensieri complessi, me ne rendo conto.
Rispondono, più che a uno studio, ad una intuizione.
Tuttavia, messi in fila, mi paiono costituire una sorta di vocabolario della modernità, chiavi di lettura per le stagioni attuali.
Per questo li rendo pubblici, non avendo altro pulpito di questo diario privato (privato di tutto, tranne che della vanità e dell'ambizione di provare a capire, di voler condividere).

P.S. "Chi ha ragione deve essere ragionevole" è una delle frasi che mi piace di più, che ripeto più spesso.
Un invito alla dolcezza, all'esser miti, che è il contrario della debolezza: è anzi soltanto dei forti.
Poiché solo i forti sanno farsi carico dei dubbi e della responsabilità, evitando di schiacciare chiunque sotto il peso delle loro certezze.

martedì 18 ottobre 2022

Le ragioni degli altri (Spiegate bene)

“Si misura l'intelligenza di un individuo dalla qualità d'incertezze che è capace di sopportare.”
Immanuel Kant

I fatti contano più delle parole, ma è con le parole che vivo.
Anche guadagnandomi il pane, facendo un mestiere che mette la parola, il racconto, al centro.
Nessuno me lo ha chiesto - ed è indice di quanto possa importare - lo scrivo lo stesso, come sempre, a futura memoria, per lasciare traccia di un programma che conduco e di ciò su cui poggia, cosa sta sotto e dietro.
"Le ragioni degli altri" è un titolo e insieme uno stile, un modo di guardare il mondo, un invito.
L'obiettivo, come ripeto spesso quando sono in compagnia degli ospiti, è provare a mettersi nei panni altrui, proporre le proprie convinzioni e cercare di comprendere quelle di colui o colei o coloro che stanno di fronte, gli altri appunto.
Se poi mi potessi allargare, spiegherei che è il rifiuto del "metodo eristico", cioè ciò che propongono nove trasmissioni su dieci: discutere cercando di aver ragione sull’avversario, e il tentativo di proporre il "metodo veritativo", che - spiega Umberto Galimberti - "prevede che coloro che discutono si amino e si mettano insieme per cercare la verità, l’opinione che sta su da sé, l'episté, ciò che sta su, come una colonna".
Si parte da tanti "secondo me" e insieme si cerca di individuare un "secondo noi".
Per farlo occorre essere tolleranti, ritenere che l'altro abbia un "gradiente di verità" pari o superiore al mio, entrando così veramente in dialogo, un confronto con chi è veramente diverso da noi.
Altrimenti sono solo pacche sulle spalle e crescita zero.

P.S. Chi ha figli sa che si amano tutti con intensità uguale e maniera differente. Lo stesso vale per gli ospiti che hanno di volta in volta accettato di mettersi di fronte a me e cercare insieme di conoscere e conoscersi, un po' meglio. Ecco perché non ne scelgo nessuno e indico dove potete trovarli tutti (cliccando qui), neppure in ordine sparso.

domenica 9 ottobre 2022

L'albero temerario (Ragionar per specie)

"L'uomo non muore per il fatto di essersi ammalato, ma gli capita di ammalarsi proprio perché fondamentalmente così può morire".
Michel Foucault


Ho fatto una scoperta curiosa: le piante possono essere paurose. Oppure avere coraggio, a seconda del caso. 
Come racconta Peter Wohlleben: "Lasciar cadere le proprie foglie è una decisione che dipende dal carattere dell'albero: il pauroso (o a seconda dell’interpretazione, il saggio) se ne sbarazza per sicurezza una o due settimane prima. Questa prudenza, però, la paga con la sospensione anticipata della produzione di zucchero, perciò dovrà cavarsela con meno scorte per l’inverno. Se la primavera successiva dovesse ammalarsi, potrebbero mancargli le riserve.
Il temerario, invece, lascia le foglie sui rami fino a quando gli è possibile. Ogni giorno di ottobre è un guadagno: l’albero mette da parte il raccolto a palate, mentre il pauroso vicino a lui sogna la primavera successiva. Se tira troppo la corda, però, verrà accolto di sorpresa della prima gelata notturna, che lo farà cadere nel primo torpore invernale, con le sue foglie brune attaccate per tutto l’inverno", dunque in balia di intemperie e colpi di vento.
Una rivelazione che, lo ammetto, mi ha emozionato. E da qualche giorno guardo il placido faggio che presidia il giardino di casa con altro occhio, cercando di capire se mi somiglia, per carattere, oppure se è diverso da me. Come se guardandolo potessi vedermi a specchio, intuendo di me qualcosa di nuovo o imparando da esso a cambiare sguardo, atteggiamento.

P.S. Ho scritto che guardo il faggio con occhi nuovi, ma non è vero. Guardo con occhi nuovi tutto, da quando "La saggezza degli alberi" è diventata compagna di viaggio.
In particolare, ad affascinarmi, è il loro "ragionare" in termine di specie, senza il predominio dell'individuo che noi esseri umani, mettendo al centro l'io, da millenni abbiamo maturato.
La specie o la natura, come potremmo definirla, ha priorità contrastanti rispetto al singolo.
"Rispetto alla specie - spiega serafico Umberto Galimberti - noi siamo dei funzionari. Veniamo fatti nascere, crescere, ci viene fornita sessualità per essere generativi, aggressività per la difesa della prole, poi ci viene tolta l'una e l'altra cosa e veniamo fatti morire. Noi interessiamo esclusivamente come ricambio organico. La specie vive della morte degli individui. Noi resistiamo a questo evento, ma è il nostro destino. La natura, la specie, è caratterizzata da una crudeltà innocente".
Crudeltà, è vero.
Eppure non sono inquieto, sgomento, impaurito - ne sarà fiero, il faggio - perché almeno vista così, da quel punto di vista, pure la malattia, la sofferenza, la morte, hanno un senso.

giovedì 18 agosto 2022

A mani vuote (Il dono senza sfide)

“Busso alla tua porta, a mani vuote, tue e mie.
Mie, considerato che poco o nulla ho da offrirti, se non la mia presenza, un bocciolo d’amicizia con i petali chiusi e il gambo esile della simpatia istintiva, non temprata da prove.
Tue, poiché nulla mi aspetto in cambio, zero pretendo, niente architetto, se non il farmi ‘da specchio’, l’essermi da ispirazione e destinatario di una busta della quale sono mittente”.
Queste parole avrei dovuto scriverti, le molte volte in cui mi sei comparso di fronte, nelle foto in cui sorridevi e provavo un sentimento di vicinanza, di affinità, pur senza conoscerti.
Non l’ho fatto, lasciando che sulla bilancia delle intenzioni il pudore pesasse più dell’audacia, che l’educazione alla riservatezza facesse premio sul sentimento della condivisione, che la possibile congettura di un tornaconto cancellasse il valore della gratitudine.
Ed ora che non posso più farlo, a mani vuote resto davvero, imparando però una lezione: quando il cuore suggerisce, la testa non si metta sempre di mezzo. Meglio di un solo rimpianto, infatti, mille rimorsi.

P.S. Torno sulla “maledizione del misurare”, non per ostinazione, bensì con desiderio di completezza, rilevando come il conteggio, il computo puntuale, metta limite a ciò che confine non dovrebbe avere.
Scrive Umberto Galimberti: “Accettiamo il dono con una sottile insinuazione di sfida: il dono va ricambiato. Bisogna donare, accettare, restituire. Se poi il dono oltrepassa la qualità della relazione, cioè è più grande di quanto non sia la sostanza della relazione, subito ci allarmiamo, o ci mettiamo in una condizione di sospetto. In ogni dono c’è comunque una sfida simbolica”.
È vero, ma soltanto se il criterio è il calcolo, il misurare, e siccome il misurare, il calcolare, è diventato per l’essere umano prassi, normalità, quasi quanto il respirare, difficilmente usciamo da questa logica, gustando il dono per ciò che è, che dovrebbe essere: testimone di gratuità, biglietto di sola andata, concessione unilaterale che prevede un ritorno di riconoscenza, non necessariamente il ricambiare.
Siamo talmente abituati a non ricevere nulla senza dover pensare a ciò che si aspetta l’altro o a cosa dobbiamo dare in cambio noi, che pure i gesti più semplici, quali il saluto, una parola garbata, un messaggio gentile, un gesto cortese, inducono diffidenza, sentore di equivoco, maligna insinuazione.