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mercoledì 5 ottobre 2022

È destino (In bilico)

Spesso s’incontra il proprio destino nella via che s’era presa per evitarlo.
(Jean de La Fontaine)

Puoi anche alzarti molto presto, ma il tuo destino s’è alzato un’ora prima.
(Anonimo)

Ho notato che anche le persone che affermano che tutto è già scritto e che non possiamo far nulla per cambiare il destino, si guardano intorno prima di attraversare la strada.
(Stephen Hawking)


Equilibrio. L’equilibrio è ciò che cerco quando vado in bicicletta, quando la mole di lavoro mi spaventa, quando le emozioni spodestano la ragione, quando il morale in un battito di ciglia passa dall’entusiasmo alla paura, dalla carica alla stanchezza, dal cielo blu al grigio delle nubi, dal sorriso allo sguardo mesto.
Quasi sempre l’avverto condizione precaria, come camminassi lungo una lama sottile, senza corda di protezione o rete elastica sotto, oppure di sedere su un castello fatto con le carte da gioco e il timore tacito e tragico che crolli tutto, nel caso d’imprevisto o, peggio, di qualcosa fuori dal mio controllo che portasse dolore, incomprensione, sofferenza, lutto.

P.S. La sensazione di precarietà è sovente abbinata al desiderio di tenere tutto sotto controllo, alla mania di gestire ogni cosa, alla paura di “lasciare che sia”, mollando la presa, affidandosi alla corrente, al mare aperto.
Altrettanto spesso, specie in questo tempo, mi conforta e fa da bilanciere la lezione delle tragedie greche, di Elettra, di Edipo, sull’ineluttabilità del destino, la circostanza che nulla dipende veramente da noi e che dunque darsi troppa pena, oltre che sciocco, sia vano.

sabato 16 ottobre 2021

Crescere (Senza rimpianti)

“Tenersi in punta di piedi non è crescere.”
(Lao Tse)

La paura di perdere i genitori, di restare orfano, mi ha preso una serata di primavera o forse autunno.
Era domenica, questo è certo.
Avrò avuto sedici anni, un tempo in cui non esistevano i cellulari eppure ce la cavavamo lo stesso, in un modo che ora pare impossibile o arduo, ma che allora era abituale e normalissimo, affidandoci in estrema urgenza al telefono di casa o quello a gettoni, nelle cabine della Sip, che era la nonna della Tim,  la mamma della Telecom.
I miei sarebbero dovuti tornare dalla Valtellina verso le sei, massimo le sette di sera, come al solito.
Alle otto neanche l'ombra. Alle nove, neppure.
Ricordo i dettagli in modo vago, mentre ho memoria precisa del crescendo vorticoso con cui i pensieri negativi  arrivarono ad ebollizione, quel tarlo dapprima lieve poi cocciuto e ossessivo, che spazzò via possibili spiegazioni e rassicurazioni che cercavo di darmi, sempre più disperato, singhiozzando, a un certo punto piangendo.
Telefonai persino alla Polizia stradale, dimostrando un'audacia che di me non conoscevo, per sapere se c'erano stati incidenti. Fui rassicurato dall'operatore, ma non a sufficienza e continuai ad arrovellarmi, finché a buio inoltrato, saranno state le dieci o le undici, vidi in fondo alla strada di casa i fanali accesi dell'auto e finalmente mia madre e poi mio padre scendere, sorridere, dicendomi che c'era stato un inconveniente e che si erano fermati a mangiare, ma nulla di grave, di brutto.
Il sollievo risultò di gran lunga più intenso del disappunto e mi resi consapevole quasi subito che era stata una sorta di passaggio, una prova che avrei volentieri evitato, ma che affrontare e superare era d'obbligo.

P.S. Ho avuto preoccupazioni prima di quel giorno e altre - assai più fondate - dopo, tuttavia ho sempre considerato quella sera lo spartiacque tra i timori irrazionali, giganteschi, di quando ero bambino e il terrore fondato, autentico, glaciale degli adulti, quello in cui si prendono meglio le misure e si distinguono le ombre proiettate sul fondo della caverna dalla dimensione reale di ciò che le proietta, bello che sia o brutto. Credo che anche questo sia "diventare grandi" ed è il motivo per cui ho nostalgia del bimbo che ero, senza rimpiangerlo.

venerdì 23 ottobre 2020

Tutto questo (Pure quest'anno)

Doveva essere "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso". Sbagliavo.
Lo è pure quest'anno.
Con una differenza: nove mesi fa ci siamo cascati mani e piedi, almeno a Bergamo, picchiandoci il muso; stavolta fatichiamo a distinguere se sia un "al lupo, al lupo" oppure il lupo è già tra noi, davvero.
Anche da quassù, dalla tolda di quella che dovrebbe essere una corazzata dell'informazione, fatico a discernere il vero dal falso, l'esagerato dal giusto.
Buon senso e verità d'altra parte hanno quasi sempre voce flebile, mentre il clangore della cronaca sparata a volume massimo elimina le differenze di tono, i rumori di fondo, tutti quei dettagli che formano un'opinione ragionevole e non una sensazione da sposare o rinnegare del tutto.
A futura memoria, di questi giorni disorientanti, annoto:
  • il dispiacere per mio figlio Giovanni, il suo diciottesimo da compiere tra poco e gli ultimi due anni di liceo - irripetibili - gettati nel fosso;
  • l’impressione che per molti, per troppi, il contagio da virus equivalga ad una colpa, al non aver rispettato ogni precauzione, invece che un accidente, una sfortuna, qual è ogni malattia da che mondo è mondo;
  • la certezza che il sistema sanitario italiano funzioni decentemente in condizioni normali, ma appena il livello di stress aumenta si trova ovunque confusione e torniamo in balia del caso;
  • la sensazione che per quanto serio possa essere, il virus farà meno vittime dello scorso inverno, poiché qualche nozione in più l'abbiamo;
  • il timore che tutto precipiti all'improvviso, con il lutto e il dolore che molti hanno già provato;
  • il disagio per tutte le chiacchiere e le sentenze dei Soloni che ne sanno sempre una pagina più del libro, scordando che prima di dare consigli sulle competenze altrui dovrebbero dare buon esempio loro;
  • la lentezza di alcuni - specialmente nel settore pubblico, ma non solo - nello sbrigare pratiche o svolgere un banale compito, in contrasto con la prodigiosa rapidità degli stessi a dire "Ciao ciao" all'ufficio e piazzarsi in smart-working sul divano, senza alcun controllo, al primo soffio di vento;
  • la responsabilità e l'efficienza dei miei colleghi in tv quando lavorano da casa e fanno più e meglio di quando hanno me dietro il collo;
  • la perfidia, mista a vigliacco godimento (lo scrivo ironicamente), con cui ieri l'altro ho appreso del coprifuoco serale, immaginando così di poter tornare a vedere tutti insieme un film in famiglia, come dopo il "liberi tutti" di aprile non abbiamo più fatto;
  • la paura che il patto tra cittadini e autorità, tra individui e Stato, a forza di tirare la corda venga meno, specialmente per le generazioni più giovani, quelle meno ammalate dal virus e che più pagano dazio in conseguenza dei provvedimenti per contenerlo.
  • La percezione che decidiamo poco o nulla e sia piuttosto il destino, il caso, a determinare se supereremo tutto entro breve oppure andrà gambe all’aria pure quest’autunno / inverno.
  • Per oggi mi fermo qua. Se mi viene in mente altro aggiungerò un post scriptum, poco sotto.

mercoledì 28 settembre 2011

Le cose brutte (ma io corro più veloce)

"Dentro ogni ragazza si cela una principessa". Lo leggo in un articolo che in anteprima mi ha proposto una collaboratrice del giornale (quando sarà pubblicato, metterò il link) e non mi è mai parso vero quanto adesso, che invece dentro mi sento sgraziato elefante, goffo bradipo, rospo.
Basta infatti poco per farmi cadere le braccia e diventare fumentino, scuro in volto e grigio dentro.
Poi ripenso a mio padre, al suo insegnamento, alla capacità di sorridere quando impazza il vento, poiché non esiste modo migliore di rispondere ai detrattori, agli invidiosi che restando sereni, sicuri di sè, positivi, senza scendere al loro livello, che immancabilmente è basso.
Lo spiego a Giorgia, che principessa lo è davvero, come tutte le bimbe di undici anni. Nei giorni scorsi ho scritto di Giovanni, di Giacomo e non di lei. Rimedio ora, per raccontare le paure che l'assalgono quando va a letto, rubandogli il sonno.
"Papà, penso sempre alle cose brutte" mi dice, con gli occhi lucidi. Le cose brutte sono la morte, la caduta di un aereo l'auto dove viaggiamo che casca in un canale e affonda, trascinandoci a fondo. Stralci di episodi realmenti accaduti da qualche parte nel mondo e letti sul giornale o ascoltati in tv, che nell'universo ovattato di una bambina si diffondono come eco in una valle dai mille monti uno di fronte all'altro.
Allora l'abbraccio, le dico parole rassicuranti, la prendo anche in giro, cercando di sottolineare con l'umorismo la possibilità di domarli, quei brutti pensieri, di riportarli alla proporzione che meritano, sgonfiando il gigante spropositato che sono. Più delle parole però vale il contatto fisico, quel tenerla stretta, mettere il mio viso accanto al suo, mentre la stanchezza per la lunga giornata introduce il sonno e scaccia l'incubo.
Cinque minuti dopo mi alzo da letto, quatto quatto, senza però riuscire ad uscire senza che lei apra un'ultima volta gli occhi e mi dica: "Papà, ti voglio benissimo".
E poi dovrei prendermela se al mondo c'è qualcuno che credendo di farmi un dispetto si dà una mazzata con il suo stesso martello?

Foto by Leonora