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sabato 9 agosto 2025

Il tempo colmato (Sopravvivere oltre)

Il mare ha questo di suo: dimentica. Dà orizzonte e pare immutevole, ma è un eterno rimescolio e onda su onda cancella le impronte.

È un riassunto delle puntate precedenti quello che vorrei mandarti, per aggiornarti del molto ch'è capitato da quando per vederti devo chiudere gli occhi. In fondo, da qualche parte del cuore, confido tu lo conosca già, che dove sei andato non esistano misteri o segreti, perciò dovrei esser sincero e confessare che lo faccio per me, per il bisogno di riordinare, di dare forma (fermo) allo scorrere della vita in perenne movimento.
Lo farò, se riesco, nei prossimi giorni, che son di festa pur essendo feriali: è la feria d'agosto.
Comincio da qui, dal verbo «scrivere», tempo presente, prima persona singolare: da quando lavoro di nuovo per un giornale è tornata attività principale. Ogni giorno curo una pagina, quella delle «Lettere al direttore», rispondendo di volta in volta. Lo facevo già a Monza e mi piace molto, per tre motivi: è un darsi una disciplina e nel contempo confrontarsi continuamente, godendo di quella risorsa inesauribile ch'è la varietà. Specialmente a Brescia, città che mi ospita e di cui mi piacerebbe parlarti - lo farò, promesso - apprezzandone la cultura, ampia e profonda insieme.
In più, di scritto, ci sono i messaggi personali, che stimolano sempre, anche se rispetto a quando c'eri tu ha fatto capolino una nuova forma di comunicazione: i "vocali". Dicono stiano scalzando la forma scritta, nel mio caso hanno più sostituito le telefonate. O, meglio, è come un telefonare, ma puntiforme, senza accavallamenti e sovrapposizioni: prima parlo io, poi ascolto, poi rispondo, poi sento la replica...
Non sono certo ti sarebbero piaciuti, ma nonostante la tendenza a giudicare severamente tutto ciò che è nuovo, in dosi omeopatiche hanno una loro positività, giuro (con una regola però: mai più lunghi di sessanta secondi, un minuto).
Infine scrivo su questo blog, che tengo alimentato con rigore asburgico, almeno una volta a settimana, mantenendo la traiettoria che per esso ho via via disegnato, di rappresentare un lascito, qualcosa che parla di me, di noi. La pretesa labile, eppure confortante, di battere così la morte. O almeno pareggiare.

P.S. La verità è che, sulla pretesa di sopravvivere "oltre", ho raggiunto una disillusione «calma, senza sgomento». Niente angoscia, prostrazione, scoraggiamento, semmai serenità consapevole. Se ci penso, infatti, ho interesse che resti qualcosa non per me, bensì di me, ma soltanto per chi conosco, per i miei figli soprattutto, affinché sia mitigato loro il dolore del distacco, che ho provato a mia volta e so quanto sia lacerante, esplosivo. Degli altri mi importa meno. Se avessi ambizione di aspirare alla posterità, peccherei di vanità, dimenticando il Qoelet, nel miraggio che qualche idea, qualche concetto, possa ritenersi universale e giudicato in futuro interessante da perfetti sconosciuti. Ciò però non mi tocca, non essendo in mio potere, non dipendendo da me, appartenendo, come ogni dettaglio dell'esistenza, al destino. Per cui, nella certezza che il treno continuerà a correre, preferisco imitare un ben altro Giorgio, Caproni, chiosando senza infingimento: «Scendo. Buon proseguimento».

lunedì 10 ottobre 2022

Eppure ci trovavamo (La vita, senza cellulare)

“Il futuro ha un cuore antico”
Carlo Levi

La mano di un nonno sulla guancia della nipote mi riporta avanti e insieme indietro, nel tempo, a quando quel bimbo ero io, anche se nessun nonno ho mai conosciuto. Nonne sì, per poco, a sufficienza per restare impressa nella memoria l'impronta del loro palmo, il caldo di quella pelle lisa, sul dorso del braccio.
Ripenso alle carezze che furono guardando dal finestrino dell'auto, seduto come allora, dietro, che ormai al volante possono stare i miei figli e io godermela senza affanno, inseguendo i pensieri, con l'unica distrazione del cellulare, la vera rivoluzione - insieme ad Internet - dell'ultimo scorcio di secolo.
A rifletterci ora, pare impossibile non soltanto tornare indietro, ma pure che così avanti siamo arrivati, senza perderci, senza restare costantemente in contatto, senza consultare ogni istante lo schermo di un telefonino.
Eppure c'è stato un tempo in cui non c'è stato, eppure c'è stato un tempo - neppure troppo lontano - in cui nonostante non ci fosse, ci trovavamo, eppure c'è stato un tempo nel quale restavamo in contatto, non ci perdevamo, non rimanevamo inermi ore dispersi, novelli naufraghi in mezzo all'oceano.
Lo so, crederlo adesso, in uno spazio sempre interconnesso, con tracciabilità immediata e tutti a portata di clic, in un secondo, pare impossibile.
La tecnologia tanto ci ha mutati che prescinderne sembra un azzardo, un salto nel vuoto, uno smarrire la bussola.
Non è così. Giuro. Io l'ho provato, io sono esistito in quegli anni e, se devo dire la verità, capita che mi senta più "perso" adesso.

P.S. Tra gli anni in cui non c'era nulla e questi, nei quali i dispositivi mobili sono praticamente innestati al nostro corpo, è esistita una terra di mezza: quella del telefono di casa, con la rotella dei numeri, oppure a gettoni, nelle cabine dislocate in uno o due punti del paese e più numerosi in città.
Con il telefono, lo ammetto, non ho mai avuto un buon rapporto. Tuttora fatico a rispondere, mi crea sempre un senso iniziale di disagio. Da ragazzo era anche peggio, soprattutto le (rare) telefonate a casa di ragazze che mi piacevano. Eppure pensare di farlo, recuperare il numero, prendere coraggio, farlo, cioè comporlo, e attendere che dall'altra parte rispondessero, è stata una delle prove di maturità, uno dei riti di passaggio che mi ha reso adulto. Che poi capitasse di sentirsi rispondere: "No, sono suo padre" e non appendere immediatamente la cornetta (sì, cornetta si chiama, lo preciso per i diversamente boomer) ma tenere il colpo, sussurrare il proprio il nome deglutendo e attendere i secondi infiniti di silenzio che intercorrevano tra la frase maschile "Un momento" e quella femminile "Pronto", credo sia equivalso al tuffo a terra da sei metri dell'iniziazione per i giovani di Sa, sull'isola di Pentecoste, chiamata “Naghol”.

domenica 20 febbraio 2022

Storie di Marinella (Vicini di vita)

Questa di Marinella è la storia vera. Doppia. Perché Marinella è la signora che abitava alle porte di Como ed è stata trovata morta, seduta al tavolo della cucina, senza che nessuno in oltre due anni si interessasse o insistesse nel suonare alla porta. Una vicenda straziante, che giustamente, comprensibilmente, interroga tutti sui pericoli del menefreghismo, dell’indifferenza, di una comunità che smette di essere tale per eccesso di privacy, di riservatezza.
Ma Marinella si chiama anche mia zia, che abita anch’essa da sola a una manciata di chilometri dalla prima, ottant’anni compiuti da poco, con dei vicini, Attilio e sua moglie Dina, che quando la mattina vedono le tapparelle abbassate, sapendo che solitamente si alza all’alba, la chiamano al telefono per chiedere: “Tutto bene Marinella?”.
Ora, tra le due Marinella, a parte il nome, in comune c’è poco o nulla. A cominciare dal fatto che mia zia ha comunque due figli e quattro nipoti che pur non abitando nella stessa casa sono presenti ogni giorno, non le fanno mancare nulla, oltre a vivere in un quartiere in cui tutti si conoscono da una vita.
Se scrivo di queste due vicende, portandole a paragone, è per un motivo semplice.
Due, anzi.
Primo: per evitare che si faccia di tutta l’erba un fascio, abboccando alla trappola del pessimismo cosmico (quello di William Golding, per chi conoscesse un po’ di letteratura, e del suo “Il signore delle mosche”, romanzo straordinario, ma che qualcuno pretende ancora di spacciare per trattato sociologico, smentito dai fatti, prima ancora che dagli studi, come spiega mirabilmente lo storico Rutger Bregman).
Secondo: per invitare chiunque, me per primo, ad essere come Attilio e Dina, a non farci soltanto gli affari nostri, a distinguere l’impicciarsi pettegolo dall’attenzione verso l’altro, il curiosare fine a se stesso dal prendersi cura.

P.S. “Sei sempre al telefono!” brontolo spesso con mia mamma, un anno maggiore della zia Marinella, fingendo di prenderla in giro, in realtà a volte seccato veramente per quel suo chiacchierare per minuti e minuti di fila, che per la legge di Murphy coincidono quasi sempre con le volte in cui rientro da Bergamo e passo a trovarla.
Lo ammetto pubblicamente: sono proprio un pirla.
Per fortuna alla reazione istintiva viene in soccorso la ragione.
Una telefonata infatti non allungherà la vita, come recitava una vecchia pubblicità, certo però la rende meno sola, più... viva.