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sabato 24 marzo 2018

Alzati e cammina (Contro la tentazione dell'indifferenza)


Tu mi osservi, anche senza guardarmi, e io mi sento in colpa, perché non sono come dovrei essere, perché all'impegno preferisco lo svago, perché rinuncio a mettermi in gioco, perché accampo scuse e quasi sempre taccio, anche quando non sono d'accordo e mi trovo di fronte un'ingiustizia, una scorrettezza, un sopruso.
Labile è il confine tra la pazienza e la rassegnazione, tra la calma e la pigrizia, tra l'equilibrio e l'indifferenza, tra l'ascolto e il silenzio, tra l'essere rispettoso o vigliacco.
Mi vengono in mente le parole di Victor Hugo: "Ogni virtù può sfociare in un vizio".
Tu mi osservi, anche senza guardarmi, mentre il mondo cambia e non so mai se in meglio o in peggio. Vorrei proteggervi, tu e i tuoi fratelli, creare una bolla, fermare il tempo, limitare lo spazio.
Sto fermo. E forse questo è il peccato più grande: rinunciare in partenza, per partito preso, senza rischiare almeno un primo passo, senza prendere posizione per paura di essere giudicato.
Riconosco le buone ragioni di ciascuno, è vero, e di questo spesso faccio vanto, tuttavia è vanità che porta a nulla senza il coraggio di affermare accanto al giusto pure cos'è sbagliato.
C'è un termine desueto ma preciso per definire un simile atteggiamento: ignavia.
Lo scrivo qui, perché ne avverto l'odore, la presenza, come un pericolo di questo tempo, in primis per me stesso.
Tu mi osservi, anche senza guardarmi, e io so cos'è giusto e cos'è sbagliato. Prima o poi, oltre a saperlo, dovrò anche farlo.

P.S. Grazie a Lara, che ho incontrato questa mattina, per caso, e che mi ha dato un consiglio spicciolo quanto prezioso: "Fai quello che ti senti di fare". Ha ragione lei e vorrei essere tanto risoluto da passare dal rendersene conto al cambiare davvero.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.

mercoledì 18 febbraio 2015

La grande bolla (i debiti, i filibustieri e il sistema)

Foto by Leonora
Mai fermarsi nel mezzo, nel tennis come nella vita. C'è una lunga lista di saggi che lo consigliano (San Giovanni, ad esempio, nella sua Apocalisse, terzo capitolo, versetto 15: " Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca") e l'ho sperimentato più volte, sia sulla mia pelle sia osservando le cicatrici altrui, a volte spesse due dita.
Una regola che vale pure per l'economia spicciola, come mi ha spiegato Catia ieri sera, illustrandomi la sua ricetta per quanto riguarda i debiti. "Se devi farli - mi ha detto - fanne per importi giganteschi, perchè se fai così il problema non è più tuo ma della banca, che a questo punto ti darà tutta l'attenzione necessaria. I debiti piccoli invece ti mandano sotto i ponti. Se stai nel mezzo il sistema ti stritola".
Già, il sistema. E il buon senso? La ragionevolezza per cui meno danni faccio meno dovrei pagare? Nulla. Carta straccia, cenere al vento: le leggi della finanza somigliano poco a quelle delle natura ed esserne consapevoli, evitare di illudersi, scampa il pericolo, oltre a mettere il cuore in pace.
Comunque sia, non appartenendo io alla categoria dei filibustieri, l'alternativa si sbriciola e mi resta unicamente la via oculata e previdente della formichina, che rinunciando a molto non si fa mancare nulla.
(Qui ci starebbe bene una riflessione sull'importanza che diamo al denaro, ma sarebbe l'ennesima, senza aggiungere nulla di originale a ciò che ho già scritto altre volte. Ad esempio in un post di quattro anni fa, tuttora attuale, che avevo intitolato "Il valore dell'aria").

domenica 31 agosto 2014

Azzurro

Foto by Leonora
Tu che ridi, con il bikini azzurro, e azzurro è il cielo sopra te e le sfumature del telo con cui ti asciughi, appena uscita dall'acqua, mentre ti osservo, seduto a terra, e penso che vorrei fotografarti così, per trattenere un'immagine perfetta di te e della luce che sento scorrermi dentro.
Non ho il cellulare a portata di mano e anche se l'avessi sarebbe difficile cogliere l'attimo, rendere perfettamente l'idea di ciò che provo. La riporto qui, per fare memoria di quel lampo di felicità che mi ha attraversato.
Sono stati bei giorni quelli trascorsi a Cecina, al mare, insieme, anche se con i tuoi quattordici anni ormai ti senti grande e non sei più la mia bambina da un pezzo (ma un po' lo sarai sempre, e sai pure questo). Abbiamo chiacchierato a sprazzi, riso molto, discusso e persino cozzato, per quella caparpietà capricciosa che hai di carattere e che si somma alle bizze dell'età che stai vivendo.
Mi piace quando mi ascolti, ma so che ti distrai facilmente, per cui le cose che mi sembrano importanti te le ripeto, mettendo a tacere il sospetto che tu mi ritenga già un po' rimbambito (la storia delle donne, ad esempio, e del fatto che più della bellezza - o che oltre la bellezza - occorra avere fascino, "charme" come dicono i francesi, e che per quello non occorrono smalti, balsami o push-up, ma la testa soltanto, il cervello, mi pare tu l'abbia ascoltata e non soltanto sentita la seconda volta che te l'ho detto).
I consigli altrui sono come i libri: necessitano del kairòs, del giungere nel tempo propizio, al momento opportuno. Perciò non insisto e sovente preferisco il silenzio, o appiccicare i pensieri qui, immaginando che un giorno ti saranno meno molesti di adesso. Oggi volevo dirti che crescendo per un verso si cambia e ci si allontana moltissimo da ciò che eravamo, per l'altro invece si finisce con l'assomigliare con chi ci ha preceduto, con il padre soprattutto (e qui lo so che penserai: "No!!! Non può essere vero!!!" e ti starai preoccupando. Ed è anche per questo che non te l'ho detto a voce, per evitare di essere osservato con sguardo atterrito :-)

lunedì 7 luglio 2014

In principio le scarpe (sette cose che ho imparato correndo)

Foto by Leonora
Ho rallentato molto con la testa da quando con i piedi vado di corsa.
Due anni, ormai. Da un giorno di luglio in cui comprai un paio di scarpe e imboccando i sentieri tra i boschi dietro casa feci i primi tre, quattro chilometri ad andatura lenta. Che fosse lenta lo so oggi, ma non era difficile intuirlo già allora, tornando stralunato e sbuffante quanto un diavolo della Tasmania con l'asma.
Per dieci giorni ebbi dolori alle gambe, però non mi arresi ed esco pimpante tuttora, almeno quattro volte a settimana. Nel frattempo di scarpe ne ho cambiate tre paia (Asics Nimbus le mie preferite), percorso una media di quaranta chilometri a settimana, comprato un orologio satellitare, quattro magliette, tre paia di calzoncini e calzini una mezza dozzina.
Non sono Forrest Gump, il cui film in questi giorni compie vent'anni, né un vero runner, deciso cioè a migliorare le proprie prestazioni di volta in volta. Mi accontento di restare in forma, cogliendo i numerosi benefici che il correre comporta. Nel mio piccolo, senza fissazioni, ho imparato molto e di questo "molto" elenco qualcosa.
  • Le scarpe sono l'unico vero accessorio necessario. Il resto può essere recuperato riciclando calzoncini, vecchie magliette, tagliando i calzoni della tuta per l'inverno, ma ai piedi serve il meglio, senza spendere una fortuna, ma nemmeno risparmiare.
  • Correre sgrombra la mente in maniera meravigliosa e, in qualche misura, la rallenta.Ci si concentra meglio e spesso si partoriscono idee nuove o si mettono a frutto quelle che si hanno.
  • Il rischio, badando ad altro che non sia la corsa, è di farsi male, non rimanendo focalizzati sul gesto in sé. Le storte più fastidiose non me le sono procurate scendendo a mille da un dirupo roccioso, bensì a bordo strada, in piano, sull'asfalto, appoggiando il piede malamente, come un pirla.
  • Qualche fastidio fisico, qualche dolorino c'è sempre. Si impara a conviverci senza farne un dramma.
  • Tra i benefici, al primo posto c'è l'assenza o quasi di raffreddori mattutini e altri acciacchi molesti.
  • Al secondo, fare due rampe di scale senza muggire come un bue né vedere Nostra Signora di Fatima.
  • Al terzo, mangiare dolci, pane, pasta e pizza, senza preoccuparsi del girovita.
I miei modelli di costanza, quando ho cominciato a correre, erano (e sono) Antonella, David e Micol, ma la persona che devo ringraziare di più, sia per avermi spiegato che le scarpe fanno la differenza, sia per avermi suggerito gli elementi basi della buona corsa ("Comincia con gradualità. Non andare subito di corsa: fai dieci minuti, poi per altri dieci minuti cammina, fino a che avrai fiato e anche gamba") è l'ex campione mondiale di corsa in montagna Davide Chicco (Keci, per gli amici). Questo giovedì, 10 luglio, dalle 19 alle 20, sarà ospite alla Rovall di Fino Mornasco, intervistato da Mauro Migliavada per l'ultimo degli appuntamenti estivi e gratuiti degli "Aperitivi di mezz'ora in fattoria".

sabato 7 giugno 2014

Naxos, Castelmola, Letojanni: dove mangiar bene (e spendere giusto)

Foto by Leonora
Non c'ero mai stato e il motivo è semplice: temevo di restare deluso. Siciliani sono molti degli scrittori che preferisco (Pirandello, Verga, De Roberto, Quasimodo, Formisano, Bufalino, Sciascia, Maraini, Camilleri, Cacopardo...) ed ero certo che all'arcadia letteraria corrispondesse la disillusione del reale. Mi sbagliavo. Quattro giorni in Sicilia sono bastati per sommare al gusto del raccontato quello dello sguardo, pur se il raggio di visita era limitato: Acireale, Taormina, Castelmola, Letojanni e Messina, con fulcro i Giardini Naxos, in uno splendido scorcio di giugno, forse troppo nuvolo ma né caldo né freddo: giusto. E quattro sere un posto dove mangiare diverso. Li annoto qui, alla buona, che mi fido del passaparola altrui e per sdebitarmi appena posso lo faccio io. Con una premessa: non sono un gourmet, mangio alla buona, con una predilezione per i posti che assomigliano alla trattoria da Calogero, quella dove si rimpinza il commissario Montalbano.
Prima sera: Trattoria di Za Mela, Naxos. Pochi piatti, prezzi contenuti. Ottimo e vario l'antipasto, buoni ma non eccezionali i primi (pasta alla Norma e linguine al nero di seppia), squisito il filetto di sogliola alla siciliana.
Seconda sera: Ristorante da Nino, Letojanni. Posto più caro ma anche assai più assortito, con una terrazza a sbalzo sulla spiaggia. Ottimo il pesce, freschissimo, deliziosi i primi, un risotto ai frutti di mare e spaghetti alle vongole.
Terza sera: Bar Gallo Cedrone, Castelmola. Locale caratteristico, di quelli che appunto si leggono nei libri di Camilleri, con un'anziana signora a servire in tavola e un cuoco tuttofare che cucina "en plein air" (fuor di metafora: in una minuscola cucina, affacciata allo stretto balcone dove sedevamo). Vista incantevole, sull'Etna e sul mare che lambisce la costa. Menù casalingo, squisito per palati non sofisticati come il mio. Ottima pure la pizza, anche se cotta nel forno elettrico. Consiglio ogni pietanza contentente le melanzane, divine, cotte in padella con olio cambiato ogni volta e lasciate a sgocciolare, prima di essere messe nei sughi e fatte saltare in padella.
Quarta sera: Enoteca 'A Putia, Naxos. Un paradiso. Sterminata scelta di vini, di tutti i prezzi (io ho optato per un Etna Rosso, ma con dieci euro si potevano avere bottiglie di pregiato Sirah, Nero d'Avola, Cerasuolo). Piatti cucinati benissimo e presentati al meglio. Sublime, al punto che mi sono quasi commosso nell'assaggiarla, la caponata con pesce spada, che il titolare aveva preparato quello stesso pomeriggio. Ne sono rimasto tanto contento che invece del dolce me ne sono fatto servire un'altro piatto, sapendo che difficilmente vi tornerò presto.
P.S. Per quest'ultimo posto ringrazio la segnalazione del collega Vito, che a Naxos è nato e cresciuto.

martedì 13 agosto 2013

Fai il bravo

Foto by Leonora
Nel primo vero giorno di vacanza guardo un film d'animazione con Giovanni e Giorgia. S'intitola Hotel Transylvania e come molti altri cartoni animati affronta il tema della diversità razziale, dei pregiudizi e del rapporto tra genitori e figli, in particolare tra un padre apprensivo e protettivo e una figlia desiderosa di indipendenza. La morale è scontata: la vita dei nostri figli non ci appartiene e non si può tenerli sotto una campana di vetro.
Quante volte, andando a letto, la sera, ritrovo pensieri disseminati di domande senza risposta. Cosa faranno da grandi i miei figli? Se la caveranno? Riusciranno a finire le scuole? Troveranno un lavoro? Formeranno una famiglia? Saranno felici? Potranno contare su tutto il ben di dio che ho avuto io?
Avrei altri punti interrogativi del medesimo tenore e che non trascrivo per non trasformare queste righe in un elenco ansiogeno.
A farla da padrone è l'incertezza e ci sta. Me ne sono fatto una ragione e ho accantonato da un pezzo l'ossessione di dare loro una sicurezza materiale, ben sapendo che per quanto riguarda il destino aveva colto nel segno Epicuro: abitiamo tutti una città senza mura. Così pure i consigli o gli ordini, che mi ostino a dispensare più per rispettare un dovere nei confronti di me stesso che per la reale convinzione servano davvero (semmai è l'esempio a poter marcare un sentiero, ma in quel caso non sempre il mio è positivo). E se per quanto riguarda l'essere umano troppo vari sono gli ingredienti e la loro miscelazione per tentare di riassumere ciò di cui sono convinto in un motto, se invece mi fosse chiesto di scegliere dal mazzo un'indicazione per quanto riguarda il lavoro, un suggerimento da dare, non soltanto ai miei figli, ma a tutte le persone che nello zaino hanno più futuro che passato, ripeterei la frase che di recente ho ascoltato da qualche parte (forse nel libro "Cambiamo tutto" di Riccardo Luna, ma non ne sono sicuro): "Diventa bravo a fare qualcosa, diventa il più bravo in quella cosa, se riesci". Il resto è contorno.

martedì 4 ottobre 2011

Un dono sempre "presente"

Sostiene il motto popolare che c'è più gioia nel dare che nel ricevere. Però dare resta più difficile. Questione di tasche e con i tempi che corrono soprattutto di testa: bisogna pensarci.
"Non so che regalo fare" è la frase che ricorre spesso, anche nelle discussioni in famiglia.
Ne parlavo con Roberta, la mia cugina preferita e non per il fatto irrisorio e accidentale ch'è anche l'unica (il mio cugino maschio preferito è invece suo fratello, Fabrizio).
Natale, compleanno, anniversario, matrimonio, battesimo, prima comunione, cresima...
Mille circostanze in cui a volte basta il pensiero. Il problema è averlo.
Per fortuna ora ci sono i social network, infatti ieri su Facebook ho chiesto un parere ai numerosi conoscenti e in un paio d'ore m'è arrivata una carovana di suggerimenti.
Ora non so ancora cosa regalare, ma mi sono fatto un'idea guida. Due anzi.
Primo: la sobrietà.
In un tempo di crisi, di incertezza per il futuro, spendere molto è più che sbagliato: è immorale.
Secondo: l'immaterialità.
E qui il discorso si complica. Provo a spiegarlo.
Nel passato certe circostanze (il battesimo, la cresima, i diciotto anni, cioè il passaggio all'età adulta, il matrimonio, ma anche Natale e così via) erano l'occasione per regalare gioielli, monili, preziosi, oppure - più recentemente, dagli anni Settanta diciamo - oggetti tecnologici di valore, come macchine fotografiche, televisori, computer.
La rilevanza del regalo era data dall'eccezionalità e si sceglievano cose che durassero nel tempo, che fossero un piccolo patrimonio.
L'epoca dell'abbondanza e della pancia piena, in cui viviamo, ha fatto perdere a queste cose l'importanza, perchè possiamo averle non soltanto in particolari ricorrenze ma in qualsiasi giorno dell'anno o comunque con maggiore probabilità rispetto al passato.
Cosa invece è rimasta unica, rara? L'emozione di ricevere un pensiero. Ed è questa la chiave di volta. Il futuro (e anche il presente) dei regali non sta tanto nell'oggetto, bensì nell'occasione che crea e che rimane unica. Di qui la scelta di oggetti immateriali (viaggi, corsi, biglietti di partita, teatro...). "Ma non durano, svaniscono nel volgere di pochi giorni, di ore persino?" potrebbe essere l'obiezione. Invece è l'esatto contrario: durano una vita, custodite nel cuore e nella memoria, perciò più al sicuro di qualsiasi cassaforte o caveau di banca e più disponibili all'uso della maggior parte degli oggetti che custodiamo in casa.

Foto by Leonora