Molti, forse anche tu, danno la colpa al patriarcato, al maschilismo. Io do responsabilità a qualcosa dal nome diverso, alla concezione economicista che ha preso sempre più piede nel luogo che abitiamo, al "denaro causa di tutto".
Mi riferisco alla mortificazione che subisce chi non porta a casa uno stipendio o ha un reddito comunque marginale in paragone a quello dell'altro.
La spia mi si è accesa sentendo una persona amica, accusata per l'ennesima volta di avere ansie inutili considerato il contributo che dà al sostegno finanziario. Le parole che si è vista scaraventare contro sono state più o meno queste: "Ma come stressata tu? I tuoi sono solo passatempi, svago. Stressato piuttosto dovrei essere io, che mi occupo di mandare avanti la famiglia guadagnando".
Ora, al netto dei toni, comprendo come una frase del genere, formalmente ineccepibile, faccia più male di uno stiletto nelle costole e induca alla resa immediata, mani in alto.
No. Non è così. Lo scrivo con cognizione di causa, vivendo una simile asimmetria di coppia, ma consapevole che - tra i due - a essere in debito sono io.
Non lo ammetto per piaggeria o per buonismo. Né mi metterò a fare il conto di quanto costerebbero le faccende - domestiche, di pulizia, giardinaggio, trasporto, accudimento, smaltimento burocratico, approvvigionamento... - che l'altro sbriga senza prendere un soldo: se lo facessi riporterei in equilibrio la bilancia tabellare dei pagamenti, ma fallirei in ciò che ritengo giusto: chiamare per nome e dare valore a quanto valore ha davvero. Penso invece al supporto emotivo, al sostegno morale, alla ricchezza relazionale, al bilanciamento costante, alla carica di fiducia, allo sprone silenzioso, alla tranquillità infusa che permette a uno dei due (quasi sempre l’uomo) di spiccare il volo sapendo di contare su un paracadute sempre aperto. Questo e molto altro ancora, la cui portata è inestimabile se l'unica categoria che conosciamo è quella dei cinici, che ignorano il valore e hanno per unità di misura soltanto il prezzo.
P.S. Vengo da una famiglia in cui entrambi i genitori lavoravano e sono convinto che per ciascuno sia un bene avere un lavoro, poter contare su un'autonomia economica e soprattutto tentare di realizzarsi attraverso un mestiere, qualsiasi esso sia. Ma il fatto di non averlo - temporaneamente o definitivamente - non può equivalere a una macina al collo, pagando dazio doppio e sentendosi due volte a disagio. Così come purtroppo trovo vero e al contempo ingiusto, spietato, il fatto che tutt’oggi, in una coppia, occorra avere autonomia economica per essere sicuri del rispetto dell’altro (sottinteso: «Così non può impuntarti nulla, così puoi vantare i tuoi diritti, così non hai bisogno di nessuno, così meriti rispetto).
Credo davvero sia tempo di ammettere che rispetto lo si meriti - e si debba pretendere - a prescindere, così come la realizzazione può avvenire fuori dall’alveo delle professioni classiche, quelle basate sullo scambio "tempo" ed "energia" in cambio di "denaro". Ma affinché avvenga tutto ciò occorre allenarsi, affinare una sensibilità, definire dei contorni, fornire polpa e sostanza alle intuizioni, imparare a dare nome a quanto ora non lo ha, dotarci di un vocabolario nuovo e di un metro differente, a misura di umano.

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