Strano marchingegno la mente umana, che archivia a modo suo, a spregio delle priorità razionali, restituendo soltanto una parte del tutto, sempre a brandelli e quasi mai quando occorre, nel momento in cui - come adesso - sarebbe gradita risposta a un desiderio preciso.
Rinuncio perciò all’intento diaristico, ripromettendomi di tornarci sopra, attraverso l’espediente dell’album fotografico del telefono. Nell’attesa, mi domando se abbiamo smesso di avere memoria proprio perché non la coltiviamo più, avendo delegato appunto al telefono e a quella sorta di schedario sempre disponibile la funzione di tener vivo il passato, oppure se sia sempre stato così, anche prima, nei decenni addietro, che il cervello oltre al glucosio di nulla ha bisogno, se non di continuamente cancellare, per dare vita, facendo spazio.
Una paresi uguale ed opposta ce l’ho pure per il futuro, per l’elenco dei buoni propositi per il 2026 appena iniziato. In quel caso, a bloccare è l’effetto imbuto, la massa di «desiderata» che se sollecitata ad interruttore non fa passare nulla, se non qualche banalità della quale, se ne lasciassi traccia scritta, mi pentirei un secondo dopo. Anche in questo caso, occorre tempo, nessun auspicio può esser sfornato introducendo una monetina come al distributore automatico. Ci penserò allora, tenendone appunto e, se meritevole, portandone impronta in futuro. E, a pensarci, già questo è un buon proposito.
P.S. Siamo la società del «prêt-à-porter», del disponibile tutto e subito. E proprio per questo facciamo fatica ad accettare che per alcuni aspetti della vita, tra l’altro i più essenziali, occorra pazienza, tempo. Perciò preferiamo escogitare modi per accelerare i processi, eliminando le pause, riducendo le attese, piuttosto che accettarle, magari dando ad esse valore, avendo consapevolezza che lo spazio tra prima e dopo, tra vecchio e nuovo, non soltanto è «abitabile», ma spesso è pure un bel posto dove accamparsi e ammirare il panorama che c’è attorno.
