sabato 17 gennaio 2026

Come scegliere un libro (Basta poco)

Per tutti coloro che leggono libri, condivido quanto nel nel corso degli anni ho imparato io, passando varie fasi: in principio l’ostinazione di finire ciò che iniziavo (ricordo ancora la fatica immane dei «secondi libri» di Umberto Eco, da “Il pendolo di Foucault” a “Baudolino”); poi la decisione «adulta» di abbandonarli, se non mi piacevano; infine la consapevolezza che esistono libri per ogni stagione, per cui occorre pazienza e la capacità ogni tanto di riprovarci, per capire se è l’occasione giusta, s’è arrivato il loro tempo (il primo con cui ha funzionato è stato Tolstoj, mentre Fëdor Michajlovič Dostoevskij sta ancora aspettando).
Di recente ho aggiunto una nuova consapevolezza, quella dei libri che si svelano subito, che si capisce già dall’incipit o scorrendo una pagina se è il loro «kairos», il tempo propizio per esser letti oppure se non meritano un ulteriore minuto.
Sarà forse l’età che avanza e non permette eccessivo investimento di energie, di tempo, ma è un diventare spiccio che apprezzo, che mi fa vivere meglio.

P.S. Chissà se per le persone vale lo stesso. «A pelle» è un’espressione che si usa tuttora, per definire come l’intuito, più del ragionamento, contribuisca a distinguere le affinità elettive, quanti stanno simpatici o antipatici fin da subito. Oppure, al contrario, siamo noi d'istinto gli insopportabili e non ce l’hanno mai detto.

giovedì 1 gennaio 2026

Sospesi (Tra vecchio e nuovo, prima e dopo)

Nella cerniera tra il vecchio e il nuovo anno rimangono impigliati scampoli di ricordo, senza gerarchia né nesso, tanto che se dovessi elencarli non me ne verrebbe in mente uno.
Strano marchingegno la mente umana, che archivia a modo suo, a spregio delle priorità razionali, restituendo soltanto una parte del tutto, sempre a brandelli e quasi mai quando occorre, nel momento in cui - come adesso - sarebbe gradita risposta a un desiderio preciso.
Rinuncio perciò all’intento diaristico, ripromettendomi di tornarci sopra, attraverso l’espediente dell’album fotografico del telefono. Nell’attesa, mi domando se abbiamo smesso di avere memoria proprio perché non la coltiviamo più, avendo delegato appunto al telefono e a quella sorta di schedario sempre disponibile la funzione di tener vivo il passato, oppure se sia sempre stato così, anche prima, nei decenni addietro, che il cervello oltre al glucosio di nulla ha bisogno, se non di continuamente cancellare, per dare vita, facendo spazio.
Una paresi uguale ed opposta ce l’ho pure per il futuro, per l’elenco dei buoni propositi per il 2026 appena iniziato. In quel caso, a bloccare è l’effetto imbuto, la massa di «desiderata» che se sollecitata ad interruttore non fa passare nulla, se non qualche banalità della quale, se ne lasciassi traccia scritta, mi pentirei un secondo dopo. Anche in questo caso, occorre tempo, nessun auspicio può esser sfornato introducendo una monetina come al distributore automatico. Ci penserò allora, tenendone appunto e, se meritevole, portandone impronta in futuro. E, a pensarci, già questo è un buon proposito.

P.S. Siamo la società del «prêt-à-porter», del disponibile tutto e subito. E proprio per questo facciamo fatica ad accettare che per alcuni aspetti della vita, tra l’altro i più essenziali, occorra pazienza, tempo. Perciò preferiamo escogitare modi per accelerare i processi, eliminando le pause, riducendo le attese, piuttosto che accettarle, magari dando ad esse valore, avendo consapevolezza che lo spazio tra prima e dopo, tra vecchio e nuovo, non soltanto è «abitabile», ma spesso è pure un bel posto dove accamparsi e ammirare il panorama che c’è attorno.