sabato 21 febbraio 2026

Si fa presto a dire amare (Zero pretese)

Voce del verbo “Amare”,  da declinare in tutti modi, mai all'imperativo. Men che meno punto esclamativo. «Amami!» ha un che di assurdo, oltre che di patetico. 
L'amore è un filo elastico (auto cit.), una corda lunga, vietato tirarla troppo. Sbagliata è già la pretesa di tenderla, quasi fosse un laccio, qualcosa che si può imporre, a proprio piacimento. 
L'amore è l'esatto contrario, è l'inesigibile, un'emozione di sola andata senza presunzione di ritorno.
Non per caso lo si associa al cuore: come il muscolo cardiaco, batte da sé, indipendentemente dalla nostra volontà, su di esso non abbiamo potere alcuno, non possiamo dire come Giosué di fronte ai nemici Amorrei, nella terra di Canaan: «Shimshî dôm», «Fermati, o sole». Semmai somiglia alle particelle della fisica quantistica, che non sai dove si trovano, eppure ci sono.
Se così non fosse, l'amore si chiamerebbe altro: interesse, gelosia, possesso, brama, tornaconto...
Quanta inutile sofferenza, quanto dolore spropositato, quanto vuoto e fuoco per un malinteso intendimento, per aver confuso il sentimento più grande con un piccolo mercimonio.
Al contrario, dovremmo tatuarcelo sulla pelle, scolpirlo sull'architrave delle porte, dipingerlo alle pareti, insegnarlo ai nostri figli appena pronunciano verbo, che l'amore si dà e non si può riceverlo che gratis, come ogni vero dono.

P.S. L’abbiamo fatta lunga, potevamo cavarcela con poco: due parole in tutto, prendendole a prestito dai greci antichi, che come sostiene Umberto Galimberti, «erano gente seria», gli unici insieme con i tedeschi a contare su una lingua puntuale, precisa, capace di generare sistemi concettuali complessi. Ciò che noi chiamiamo “amore” lo nominavamo con svariati vocaboli (quattro i principali, una dozzina in tutto). Il termine di quello di cui sopra è «Agape», l'amore che dà, a differenza di «Eros», l'amore che prende. Il primo è amore ascendente, sale verso il soggetto; il secondo è discendente, si abbassa sull'oggetto. L'uno sorge dalla pienezza e dall'abbondanza, l'altro nasce dal bisogno e dalla mancanza. Nel contatto fisico uno è fare «l’amore» («all’amore», come piace dire sorridendo malizioso al mio amico Stefano), l’altro è «sesso». L'agape trasforma chi è amato (vuole elevare ed è disposto a lasciar andare) ed è sempre sano, l'eros trasforma chi ama (vuole possedere, pretende di trattenere) e corre il rischio concreto di diventare malato. Differenze sottili dal punto di vista dialettico, sostanziali all'atto pratico. Saperle riconoscere è il primo passo per provarle, senza fraintendimento, decidendo chi siamo. Che al cuore non si comanda, alla nostra testa si.

sabato 14 febbraio 2026

Morire (e risorgere)

C’è quella fisica, capolinea per ciascuno: la grande falce che miete e nessuno scampa. Ma di morte ce n’è altresì un’altra, simbolica, potenzialmente infinita e ch’è più una metamorfosi, il bruco che distrugge se stesso e diventa farfalla. 
La racconto diversamente: ci sono ponti che dobbiamo bruciare, città da lasciarsi alle spalle, cordoni ombelicali da recidere, se si vuole andare avanti e diventare persona nuova. Vale per il lavoro e per le relazioni, comprese quelle d’amicizia e d’amore, che durano soltanto se al miracolo dell’elezione affettiva si aggiunge un atto di volontà, la decisione consapevole di voler bene all’altro/a, il bene dell’altra/o. Una scelta adulta, rinnovata ogni giorno senza data di scadenza né “da consumarsi preferibilmente entro…” una certa data.
Se penso a me stesso, i cambiamenti li ho avuti più che altro in ambito occupazionale, facendo di necessità virtù e rinascendo ogni volta, partendo da zero, senza raccomandazione alcuna, armato soltanto di me stesso e del valore di prestatore d’opera. A pensarci bene, è un morire e risorgere, ogni volta.

P.S. Rispetto a colleghi con i quali ho iniziato e che mai hanno lasciato il caldo marsupio dell’azienda primigenia, io non conosco stanzialità e devo ammettere che, oltre ad essere buon modo per affrontare la pigrizia, cambiare è ogni volta occasione di rinascita. Dove sono ora, tuttavia, ho intercettato una dimensione su misura per la persona che sono, per le ambizioni che ho, per poter mettere a frutto quanto raccolto in anni di cammino al centro della piazza o a bordo strada. E se guardandomi alle spalle potessi parlare al ragazzo che ero e ch’è diventato nomade per somma di circostanze, più che per scelta, gli direi una parola, sola: «Coraggio». Morire è infatti un passaggio, con il bello, il vasto, l’interessante e il fecondo che giungono immancabilmente, in scia.

sabato 7 febbraio 2026

Disturbo di accumulo (Il talento e la tentazione)

Cosa ne farò? Cosa ne farò di tutta questa abbondanza, di questa memoria prêt-a-porter infinita che sta nei computer, in uno schermo di telefonino, sempre a portata di mano, milioni di informazioni che incrocio e vorrei trattenere, appuntarmi da qualche parte, tenere in qualche modo a mente, come se tutto fosse importante, meritevole di archiviazione.
Una tentazione parente stretta del disturbo di accumulo (disposofobia), che è il contrario esatto di una decisione netta presa quand’ero ragazzo, di appuntarmi poco o nulla, giusto qualche frase trovata nei libri e ricopiata a penna in un diario con Snoopy in copertina. Quell’agenda la conservo tuttora e riconosco che aveva un pregio: costando fatica lo scrivere a mano, non ne abusavo, scrivevo il giusto, era un modo di dare valore, oltre che peso, alla sapienza. I libri continuo a sottolinearli, a matita, tuttora, ma non ricopio più. In compenso le note sul telefono, zeppe di appunti talvolta illuminanti, talvolta sbilenchi, sono una miriade (1098, ho controllato ora), così come infinite le foto salvate sul telefono o i post su Facebook, su Istagram. Un bastimento carico carico che parla di me e diventa sempre più pesante, a cui attingo di tanto in tanto, ammettendo di essere incapace di smettere, di accumulare. Come quasi gli spacciatori (di informazioni) sono drogato anch’io.

P.S. Quest’ultima frase non è farina del sacco mia. L’ho presa a prestito da Michele Serra e senza bisogno di cercarla, ricordandola a memoria, anche se mi sfugge con precisione l’articolo dove l’ha scritta (anche in quel caso però faceva da chiosa). Tenere in mente frasi, motti, citazioni, è una dote che ho. Non un prodigio di natura, diciamo una virtù media, un talento da mezza classifica. E a dispetto del rischio che corro ora, di cedere alla comodità e appaltare ad archivi esterni enormità di dati, rammento con nitidezza la decisione di cui ho scritto sopra, presa da giornalista alle prime armi, di appuntarmi poco o nulla e cercar di conservare più possibile in testa. Una scelta che aveva uno scopo consapevole, preciso: costringermi alla generatività, trasformare la mente in trampolino e non in gabbia, abituare le sinapsi del cervello a collegarsi tra loro di volta in volta e saper partorire di continuo concetti, pensieri, parole. Proprio come sto facendo ora.