giovedì 26 novembre 2009

Dare volto e nome


Non uso quasi mai abbreviazioni per chiamare qualcuno. E ho poca simpatia per chi lo fa, con un'eccezione bonaria per Mauro Migliavada, a cui viene spontaneo, quasi una seconda pelle (in redazione a Espansione Tv, se sentivo: "Ciao Cinque", sapevo esser lui che parlava al telefono con l'assessore Cinquesanti). Mi piace poco nella lingua parlata e meno ancora in quella scritta. Quando sul "Foglio" o sul "Giornale" o su "Libero" leggo titoli di questo tenore: "Il Cav. non ne vuole sapere di mollare" o, ancor peggio, "Il Gius e quei ragazzi della Barona", giro volentieri pagina. Nemmeno i soprannomi mi entusiasmano. Ancora ancora quelli di paese, che esprimono una caratteritica, un'appartenenza (il "Gigi gemell" o "l'Ambrogio stràscee", per non parlare del "Arturo Verdùra" o del "Luigi Pùlan, ch'è appena morto). Detestabili, per me almeno, i vezzaggiativi o i nomignoli, che ho sempre associato a famiglie nobili o ricche o aspiranti all'una e all'altra condizione e che abbondano di "Lulli", "Lolli", "Chicca", "Pachi", "Tessi"...
Mi piace ciò che ha scritto da qualche parte Erri De Luca: dare nome alle persone e alle cose è un dono divino ch'è concesso all'uomo. Dice De Luca: dare nome; non ridarlo, cambiarlo, modificarlo.
Scrivo queste cose al buio, mentre ascolto "Scenes of an Italian restaurant" di Billy Joel e Giorgia (lei è un'altra eccezione: ogni tanto la chiamo Giorgina) dorme qui accanto, stringendo l'orso polare di stoffa che le ho regalato sabato scorso. L'ha chiamato Aleph, ch'è la prima lettera dell'alfabeto ebraico e il titolo di una raccolta di racconti di Jorge Luis Borges. Gliel'ho suggerito io ma a lei è subito piaciuto e, per dare un tocco che lo facesse sentire più suo, gli ha messo attorno al collo un foularino molto frou frou, bianco e nero. In questi giorni aggiorno raramente il blog, al lavoro tra malati e ferie da smaltire siamo rimasti in pochi (in cronaca, tre su sette) così i ritagli di tempo libero si assottigliano. So che sabato sera ci sarà un raduno dei blogger di Como. Io sarò di turno al giornale ma spero proprio di riuscire ad aggregarmi almeno per il dolce. Ogni volta che ci sono andato è stato un ricaricare le pile, un sorprendermi nel trovare persone così normali e così straordinarie insieme: incontrarle è dare alla speranza e all'ottimismo un volto, oltre che un nome.
Foto by Leonora

giovedì 19 novembre 2009

Sì, viaggiare


E' bastata una domanda, oggi, per indurmi a sognare. Sognare ad occhi aperti, cioè mettere la freccia e lasciare che in corsia di sorpasso corra l'immaginazione. L'ho già scritto qui una volta: debbo a mio padre, che un sognatore è stato per quasi tutta la vita, il dono di esserlo anch'io, pur se sovente me ne scordo e metto in fila giorni dopo giorni da perfetto ragioniere, senza alzare gli occhi da terra neanche per accorgermi se dove sto andando è un bel posto oppure vi sbatterò il muso, rendendomi conto troppo tardi che il tempo guadagnato in realtà era perso.

La domanda era dove vorrei vivere. Ho risposto nei paesi scandinavi, in Germania, in Irlanda anche e nella Francia del nord. Vivrei in tutti quei posti, ma d'estate. D'autunno mi trasferirei in Connecticut, dove i colori in questa stagione mozzano il fiato. In Connecticut o nel Massachusett: una bella casa di legno bianco, affacciata sull'oceano atlantico, con una vetrata ampia e un terrazzo e... il caminetto. Sì, il caminetto con stesa la pelle dell'orso. D'inverno invece Caraibi. Antille Olandesi. Ma anche Maldive. Dicembre alle Antille, gennaio Maldive, febbraio in crociera dal Venezuela a Cuba, con ritorno a casa a Natale e per sciare al primo dell'anno, che non c'è in giro nessuno. E in primavera? In primavera ogni settimana una grande città: Madrid, Praga, San Pietroburgo, Edimburgo, Palermo, Istanbul, Copenaghen, Amsterdam, Cordoba, Budapest, Helsinki, Lisbona...

E ora me ne andrò a letto, sognando questo vivere un po' qua e un po' là, proprio come facevo da piccolo, quando mettevo la testa sotto il cuscino e immaginavo di diventare un giorno esploratore o di arredare il bagno in modo che potesse diventare un modulo autosufficiente se fosse stato lanciato come navicella nello spazio...
Foto by Leonora

mercoledì 18 novembre 2009

A zonzo (sui cani, blog e dintoni)


"Chi me lo fa fare?". Se lo chiede Fuma, nei commenti al post precedente sul tenere un blog. Di fatica, delusioni, frustrazione parla anche Toto, autore di uno dei miei blog preferiti, che da scienziato qual è m'inquieta, sollevando il dubbio che tra cent'anni queste lettere possano rimanere impresse oppure disperdersi, granelli di sabbia che avevo scambiato per granito. Ricaccio i timori e mi concentro sul presente, scoprendo ogni giorno una sorpresa. Il blog di Andrea, ad esempio, che trasforma un amico di vista in compagno di strada. Lo abbino alle molte informazioni dei contatti in Facebook, che nella mia personalissima dimensione digitale ha affiancato il blog, senza sostituirlo. Nei social network (Facebook, ma anche Twitter, che "non mi finisce ancora di piacere", ma che Alessandro e Elena mi consigliano da un pezzo) trovo una dimensione più orizzontale, più relazionale, mentre qui prevale la profondità. La tiro lunga, andando a zonzo, perché sento il desiderio di scrivere ma non so bene che cosa. Perciò mi faccio guidare dall'impulso, dallo scoccare di una scintilla, ignorando se produrrà fuoco oppure non resterà che fumo. Spesso è così, anche nella vita: abbiamo il mito del progetto, ma quasi sempre è il destino, il caso a condurci per mano, a farci conoscere persone, a combinare situazioni, a far sbocciare occasioni. Pensavo ieri che da piccolo, dalle elementari fino alla scuole medie, diciamo, volevo fare il veterinario. Un desiderio nato non per caso: m'era morto il gatto (non per modo di dire, sul serio: una femmina di gatto, nera, elegantissima, ch'è durata poco più di un anno, finché era caduta nella bocca del cane del vicino) e nessuno era riuscito a curarla, perché a quel tempo di veterinari ce n'erano pochi e curavano per di più vacche da latte o maiali da riproduzione e di gatti e di cani ce n'erano un sacco e se non stavano bene li si toglieva di mezzo, portandone a casa un altro. Perciò volevo fare il veterinario, perché adoravo il libri di James Herriot e quando doveva nascere un vitello, nella stalla del Giovanni Bassi, mi chiamavano per legare i piedi del nascituro e tirarlo fuori, aiutando la mucca a sgravare, come da millenni fa l'uomo. Non ricordo l'esatto momento in cui compresi che non sarebbe stato il mio lavoro, che non avrei studiato per quello, fu un distacco graduale ma netto. Meglio così, non sarei stato gran che. E anche adesso, che pure potrei permettermelo, non ho animali, se non i due cagnolini (Ibis e Anubi) che mi ha lasciato in eredità mio padre e Silvio, il canarino che ha il privilegio di restare in casa, di notte, in inverno. Forse però un giorno ricorderò quand'ero bambino e tornerò magari quel Giorgio che sono stato, che ha pianto per le bestie che ha perduto e a cui era affezionato. Forse un giorno, quando smetterò di correre e troverò tempo per accudire per bene il prato e l'orto e il giardino, mi regalerò un bel cane, un pointer, mi piacerebbe, a pelo raso, da tenere sulle ginocchia e accarezzargli la testa e le orecchie, sentendolo respirare affettuoso.
Foto by Leonora

martedì 17 novembre 2009

Pensa un blog


Causa ferie, riposi, permessi, assenze e malattia, in redazione siamo ridotti all'osso, ma talmente all'osso che anche a bollirlo nell'acqua non fa brodo. Ce la caviamo lo stesso, aspettando che passi la bufera. Lo preciso, per giustificare il mio passare qui di rado: il tempo libero s'è ridotto ai minimi termini eppure al blog ci sono affezionato. Anche i post non sono pochi, credo quasi trecento, alla faccia di chi credeva - io per primo - che avrei mollato la presa tanto tempo or sono. Non è soltanto un punto d'orgoglio, scrivere post è starmene in compagnia di me stesso e, nel medesimo tempo, socializzare, trasformare il privato in fatto pubblico. Perciò m'è venuta un po' di tristezza, oggi, quando per caso sono tornato a curiosare tra i blog che un paio d'anni fa erano uno scoppio di vitalità e che ora giacciono più o meno abbandonati, cimitero o corsia d'ospedale d'un circuito interrotto. Ricordo lo stupore del primo pizza blog a Como, il piacere d'incontrare persone meravigliose, ricche dentro. Mi consola l'aver tenuto con la maggior parte di loro un dialogo, pur se a macchia di leopardo: so però che ci sono e ogni tanto li cerco e li trovo e loro fanno con me lo stesso. "C'è un tempo per ogni cosa" recita il Qoelet: c'è stato quello della fioritura, dello sbocciare, e c'è ora quello della conserva, dell'assestamento. I blog non sono la rivoluzione del futuro, ma neppure una parentesi chiusa troppo presto: li considero un vettore, la locomotiva d'un treno, e sbagliava che vedeva in quei vagoni il tutto, dimenticando che importante è cosa c'è dentro, ma commette un errore pure chi ha archiviato il tutto come l'ennesima moda destinata all'oblio. La base s'è allargata, l'opportunità di esprimere il proprio pensiero s'è ampliata all'infinito. Ciò che in passato era privilegio di pochi, oggi è alla portata di tutti e se è la goccia che scava la roccia, in questi anni assistiamo a una cascata continua, i cui effetti sono dirompenti. Pensiamo alla memoria che non va persa. Pensiamo alla condivisione delle esperienze. Una rivoluzione epocale, paragonabile - per portata - all'invenzione della scrittura e poi della carta stampata e all'istruzione di massa. Penso se avessi avuto la fortuna io di poter leggere ora ciò che pensava cent'anni fa mio bisnonno o il suo trisavolo: tra cent'anni un mio bisnipote o qualunque essere umano potrà leggere questo blog e farsi un'idea di chi sono, di chi era lui quando non era che un'elica genetica celata in un maschio adulto. Certo, nell'alta marea delle informazioni è facile annegare, ma è altrettanto vero che coltivare la virtù del discernimento è meglio che camminare al buio, nudi, nel deserto.
Foto by Leonora

venerdì 13 novembre 2009

Una maglia troppo lunga


E' tardi, sono stanco, mi fa male il collo per il troppo tempo passato davanti al computer e domani sarà una giornata lunga ed ardua. Prima di spegnere tutto c'è però un cruccio, un nodo che se non tento di sciogliere qui mi farà girare e rigirare nel letto. Oggi è morto il bambino di origine senegalese che non si sa ancora perché è stato male, è caduto in bagno e dall'altro giorno, la vigilia del mio compleanno, non s'è più ripreso. Kader aveva sette anni e andava a scuola con mio figlio Giovanni e insieme con lui giocava a calcio, nella squadra del Csi, all'oratorio. Lo conoscevo bene perché suo fratello Sheriff di anni ne ha dodici e a pallone era compagno dell'altro mio figlio, Giacomo. Il papà e la mamma di Kader e Sheriff sembrano usciti da un romanzo: alti, eleganti, regali persino. E con un sorriso buono, di chi domanda per ogni cosa "permesso". Non riesco neppure ad immaginare cosa proveranno stasera, non ho coordinate di spazio e di tempo per dare forma e misura al vuoto che d'ora in poi avranno dentro. Penso a loro, a Sheriff e a Ciccio, l'allenatore della squadra di calcio, che per i bambini è come un padre e a cui la vita aveva già portato via un figlio. Penso a quel bambino smilzo, dalle gambe lunghe e il sorriso bianchissimo, che qualche settimana fa ho visto per l'ultima volta giocare felice, allegro. E' così che lo voglio ricordare, mentre insegue un pallone, con una maglia troppo lunga, serenamente ignaro del dolore e del destino.

Foto by Leonora

martedì 10 novembre 2009

Nel mezzo del cammin di nostra vita


Dieci novembre, il mio compleanno. Ho ricevuto un bastimento carico carico di auguri sia di persona, sia via mail, sms e Facebook. In molti casi ho ringraziato, per gli altri recupererò, cercando di restituire una pensiero a ciascuno. Qualcuno che mi aspettavo si ricordasse non è pervenuto, ma non ne faccio un cruccio né porto il muso: non ho prime pietre da scagliare essendo io stesso pigro o sovente distratto. Non mi sento vecchio però e, come ho scritto in altre circostanze qualche giorno fa, non vorrei tornare bambino, in un'età in cui il lupo delle favole era meno reale ma assai più terribile degli ostacoli che incontro adesso. Certo, da adulto non c'è scampo alla sofferenza della malattia, della morte persino, ma è un dolore nudo, spogliato delle ombre che quando ero piccolo rendevano angosciante pure un inciampo minuscolo. E poi quando mi guardo allo specchio mi vedo più brutto di qualche anno fa, ma nel contempo più consapevole di me stesso, più sicuro, meno fragile. La vita è stata una fucina ed un tornio e la montagna dei giorni, vista da quassù, terminata l'ascesa della giovinezza e appena iniziato il pendio del tramonto, mi pare maestosa, imponente, rigogliosa, splendida. Pur avendo molto cammino da fare, ho imparato a considerare nessun pensiero certo e lasciare che tutto sia filtrato dal dubbio. Vale per i gusti banali del vivere quotidiano e per i grandi temi tipo: chi siamo, dove andiamo ("Ci sarà posto?" aggiungeva Woody Allen). Prendiamo la politica. Per fedeltà al mestiere che metà mi sono scelto e metà m'è capitato in dono, a priori non prendo la parte di nessuno, cercando di distinguere in ognuno il buono dal gramo. Unica stella polare: fare al potere il contrappunto: s'è bianco diventare nero, s'è rosso azzurro, senza cadere nel "è giusto" o "è sbagliato" a prescindere. Non avendo interessi da difendere, né padroni da adulare nella speranza di avere più soldi o più potere, scrivere ciò che mi pare, che ritengo giusto, non è atto di eroismo, bensì fare il proprio dovere impiegatizio. Sono grato piuttosto a chi me lo permette, sapendo per esperienza che non è privilegio scontato.

Quante chiacchiere. Pensare che mi ero collegato soltanto per scrivere una parola: grazie. A chi mi ha fatto gli auguri e anche a chi passa da qui e condivide i miei pensieri, facendomi ogni giorno un regalo.


Foto by Leonora

sabato 7 novembre 2009

Tre giornalisti in gamba


Sono un giornalista fortunato: ho colleghi che valgono molto. Oggi sono stato a Milano, perché al Circolo della Stampa premiavano Gisella Roncoroni, mia compagna di redazione a La Provincia e autrice dell'inchiesta sui rimborsi chilometrici all'amministrazione provinciale, che ha portato l'assessore Cattaneo a patteggiare in tribunale e ad abbandonare l'attività politica. E quell'inchiesta è soltanto la punta dell'iceberg, perché nessun altro più di me conosce il lavoro che fa Gisella, l'impegno che mette e la dedizione con cui si applica a un mestiere che in lei è al cento per cento passione, missione persino. Due altri riconoscimenti sono andati a cronisti comaschi che hanno lavorato con me fianco a fianco: Annalisa Corti, a Espansione Tv e ora a TeleLombardia, e Andrea Galli, al Corriere di Como e ora al Corriere della Sera. L'ho detto che sono stato fortunato. E da loro, da ognuno di loro, chi più e chi meno a seconda del tempo trascorso insieme, ho imparato qualcosa: per questo sono loro grato e felice due volte del premio che hanno ricevuto. Con la stessa onestà, ho cercato sempre di dire loro ciò che mi pareva giusto, critiche incluse, poiché non c'è salto di qualità senza ostacolo. La chiudo qui, suggerendo ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere di imparare da loro, da Gisella, da Andrea, da Annalisa. Sono anch'essi giovani, hanno dovuto affrontare le difficoltà di questo mestiere e si sono ritagliati non soltanto uno spazio, ma anche una medaglia al merito. Sono proprio contento per loro.


Foto by Leonora