domenica 6 ottobre 2019

Non passa (semmai ci si abitua)


Oggi soltanto una nota, una postilla, rispetto a ciò che ho scritto ieri l'altro, sulle lacerazioni che ci riguardano, sulla morte di chi ci sta più a cuore, su un'esperienza di cui ciascuno farebbe a meno eppure plasma, forma, permette di diventare persona adulta.
"Passerà, la vita come sempre sarà più forte della morte, con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere" ho scritto e lo penso tuttora. Però è vero anche quanto sostiene Paola, che quando aveva meno di quarant'anni ha perso la mamma: "La verità è che non passa mai, semmai ci si abitua".
Me lo ha detto sorridendo, tenera, con gli occhi che brillavano, ma di nostalgia.

P.S. Il destino disegna trame che prendono per il collo, di sorpresa. Ieri ha lasciato questa terra Monica, cinquacinque anni, moglie e mamma di un figlio e una figlia, lui ancora piccolo, lei non ancora ventenne. Era malata da tempo, le cure non le hanno fatto effetto, non credevo se ne andasse così in fretta.

sabato 5 ottobre 2019

L'equilibrio e la zavorra (Osare o fermarsi sulla soglia)


Tendere la mano, limitarsi a offrire aiuto, disponibilità, attendere senza pretese di risposta, oppure insistere, perserverare, anche a costo di scocciare, risultare invadenti, noiosi quanto una zanzara.
Un equilibrio precario, in cui mi barcameno, ogni giorno, in molte situazioni, dalle più spicciole a quelle esistenziali, che riguardano il lavoro, gli affetti, le relazioni umane, l'amicizia.
Un confine labile, che raramente distinguo e mi fa sentire quasi sempre in colpa, per aver fatto troppo o troppo poco, senza mai giusta misura.
Tra i due estremi, solitamente scelgo la prima, la disponibilità ad insistenza limitata, stretta parente della pigrizia e che è un po' per la coscienza come il detergente Ava, quello che sbianca che "più bianco non si può".
La seconda, invece, la pratico meno e con più frustrazione, specie quando allo sforzo di continuare a bussare alla porta, non c'è replica alcuna e dall'altra parte nessuno apre, al massimo sorride, ringrazia, rimanda.
Non è un caso.
Per carattere non sono un "fondatore di imperi", un leader carismatico, un conquistatore, un ammaliatore, né chi persegue senza sosta una causa.
Preferisco fermarmi sulla soglia, anche se in questo periodo avverto impellente la necessità di prendere, insieme con il coraggio, la faccia tosta, e rompere le scatole, osare, difendendo e propugnando ciò che ritengo giusto. E quando mi viene da lamentarmi per non essere ascoltato, dovrei considerare la possibilità che faccia a me stesso da zavorra, non credendoci io per primo, abbastanza.


venerdì 4 ottobre 2019

Ci penso io (Lo strazio del vuoto)


Lo so, lo so cosa provi, lo sento, l'ho provato sulla mia pelle anche se sulla tua brucia di più, adesso, ed è un dolore straziante, come non ce n'è mai stato uno, perché nessun dolore per sentito dire è simile al proprio.
Avresti voluto fare di più, salutarla meglio, allungarle almeno un poco i giorni, anche se comprendi che la sofferenza la stava divorando e trattenerla sarebbe stata un gesto di egoismo.
"Tutti mi dicono: devi essere forte, tuo papà ha bisogno di te, tua sorella ha bisogno di te, le tue figlie hanno bisogno di te... Ma a me chi pensa?" hai scritto.
Ci penso io, ci pensano le molte persone che ti vogliono bene anche senza dirtelo.
Non quel "pensarci" che equivale a un alleviare, risolvere, fare qualcosa, che è ciò che desideri in questo momento, ma che risulta impossibile all'essere umano.
Il mio, il nostro, è un pensiero di rimando, un non lasciarti sola comprendendo quanto sola ti senti, in quale morsa hai il cuore, com'è opprimente quella desolazione che ti accompagna quando ti alzi al mattino, prima di addormentarti la sera, ogni volta che ti fermi un istante e riprecipiti nel baratro.
Non abbiamo il potere di medicare la tua lacerazione, possiamo soltanto dirti che ti comprendiamo e testimoniare ciò che chi è vissuto prima di te ha già provato, cioè che passerà, che la vita come sempre sarà più forte della morte, che con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere e la dolcezza, la tenerezza del ricordo prenderà il sopravvento sul vuoto non colmato che ora avverti come un macigno sullo stomaco.
Perché chi se ne va non ci lascia, resta con noi, non più fuori, né accanto, ma dentro.

giovedì 3 ottobre 2019

Elogio della commessa (Chi merita, davvero)


Aveva le lacrime agli occhi e non me l'aspettavo.
Lunedì era il suo ultimo giorno di lavoro, l'ho incontrata tra lo scaffale dei dolci e quello dei prodotti sott'olio, nel supermercato in centro Bergamo, dov'ero cliente abituale.
Ero. Da un mese con l'altro, con un paio di settimane di preavviso, la Unes di via Paleocapa ha chiuso. Indotti a lasciare - licenziati, di fatto - tutti i dipendenti, a cui è stato proposto un agile trasferimento a Sondrio, senza un euro in più dei mille, mille duecento in busta paga che prendevano.
Ma non era commossa per quel motivo la commessa che per quattro anni ho incrociato più o meno tutti i giorni, senza chiederle nemmeno il nome, scambiando qualche chiacchiera ogni tanto.
Aveva le lacrime agli occhi, mi ha confidato, per l'affetto delle molte persone che in quei giorni le avevano espresso dispiacere, vicinanza, affetto. "Davvero, non me lo aspettavo" ha detto, tanto che m'è venuto da abbracciarla, anche se materialmente non l'ho fatto, perché l'età mi ha fatto superare l'imbarazzo di dire le cose che penso, non la barriera fisica del contatto.
Non vedrò più lei, con il suo fare spiccio, senza mai un attimo di pausa (sistemava i barattoli di tonno o le scatole di dentifricio pure quando qualcuno si fermava a parlarle), né le cassiere bionda e bruna, con il trucco sempre spiccatissimo, la signora gentile del banco alimentare, così come il gigante che mi tagliava il pollo e consegnava il pane, ogni volta trovando lo spunto per una battuta o una sottile presa in giro. Così come non avrò più notizie di colei che più di tutti osservavo, incuriosito: una donna bassa, di spalle forti e sguardo severo, con un sesto senso per chi faceva il furbo, tenendolo d'occhio e affrontandolo a muso duro, con un fare da sceriffo, anche se il tizio era alto un metro più di lei e avrebbe intimorito Tyson.
Da martedì, con un po' di nostalgia, per la spesa ho cambiato punto d'appoggio, entrando alla Pam di Largo Portanuova, dove oggi ho notato una cassiera ragazzina che intuendo un movimento sospetto da parte di due giovani, s'è parata loro innanzi, intimando di uscire o di pagare ciò che avevano sottratto.
L'ho fatta lunga, per un concetto semplice: l'ammirazione per le moltissime persone umili che, in silenzio, a schiena dritta, fanno bene il loro lavoro.
"Il problema è che siamo lasciati soli, qua siamo in due e non sa quante persone insultano, gridano, aggrediscono" s'è sfogata, quando le ho fatto presente che un altro al suo posto avrebbe desistito.
In quel momento mi sono sentito piccolo piccolo e ho pensato che se l'Italia nonostante tutto va avanti, se il mondo ha il buono che ha, è perché migliaia, milioni di persone ogni giorno compiono piccoli gesti di educazione, senso del dovere, rispetto.

P.S. Non conosco il signor Unes o la signora Pam, non so neppure se esistano, ma certo ci dovrà essere un uomo o una donna che siede sulla poltrona più alta, che prende decisioni, che guadagna molti soldi e dà profitti a investitori che neppure si pongono la domanda sul dove e come provengano. Ad essi vorrei dire che vale la pena ogni tanto scendere da quella poltrona e andare a stringere la mano alle persone che alimentano la loro fortuna, andando oltre il corrispettivo del denaro che ricevono.

P.P.S. Ho raccontato un episodio, l'elogio è per un intera categoria, fatta di addetti alle vendite,  commessi e commesse, di supermercati, negozi, centri commerciali e pure al personale di servizio in bar e ristoranti. Non voglio lisciare il pelo a nessuno, quanti mi conoscono sanno che sono genuino. Tra loro ci sono, come in tutti i greggi, anche le pecore nere, chi ha nella schiena una canna di vetro e chi si approfitta del buon cuore dell'altro. Per la maggior parte però sono persone che fanno un lavoro arduo, senza un reddito alto, con orari di lavoro dilatati, spesso nei giorni di festa, quando tutti gli altri rimangono in famiglia o si dedicano agli svaghi o al riposo. Non sono martiri, né eroi, ci mancherebbe altro, però meritano ammirazione e soprattutto rispetto. Ricordiamocene quando ce li troviamo di fronte e comportiamoci come se fossimo noi al posto loro.

mercoledì 2 ottobre 2019

Come si cambia (La lezione del mandarino)

Da un mese e passa la guardo con occhi da innamorato.
È minuta, è vero, giovane anche, pur se le forme sono quelle che avrà da adulta. Parla poco, si fa capire lo stesso, in silenzio, e anche per questo le sono grato: mi insegna il significato di “stare in ascolto”, oltre che l’importanza di essere costante, il valore del prendersi cura come metodo, come stile, impegno quotidiano.
La pianta di mandarino è sul davanzale della casa di Bergamo, incurante dello smog dello stradone sottostante, dopo che per diverse settimane mi ha fatto compagnia all'interno dell’appartamento.
Porta con sé tre agrumi maturi e quando l’ho comprata aveva pure un paio di fiori, che in principio parevamo destinati anch'essi a diventare frutto.
Non è stato così, da un giorno con l’altro i boccioli sono caduti: il suo modo per farmi capire che tenendola vicina vicina, dentro le mura di casa, forse sarebbe sopravvissuta, cresciuta di foglie e di tronco anche, ma senza generare vita nuova. Perciò l’ho allontanata un poco, rinunciando a qualcosa io pur di metterla a proprio agio, restituendola all'aria aperta, a un ambiente più umido, adatto.
Come si cambia, mi verrebbe da scrivere. L'ho scritto.
Non tanto il bonsai, soprattutto io.
Mi sono ritrovato quell'alberello in casa dopo averla acquistato per fare un regalo che infine, per disegni suoi, non è stato consegnato. Ormai però lo sentivo mio e - un po’ perché mi ricorda la persona a cui avrei dovuto donarla, un po’ perché l’ho letto come un segno del destino - invece di sbarazzarmene l’ho adottato, quasi fosse un bambino.
Una scelta azzeccata, che mi ha fatto bene, rivelando una parte sconosciuta persino a me stesso, ricordandomi che si evolve sempre, si cambia appunto, si può cambiare, riscoprendo il gusto di non dare nulla per scontato ed evitando la condanna di guardarsi allo specchio tutta la vita indossando un identico vestito.

martedì 1 ottobre 2019

Dodici anni insieme (e un proposito)


Dodici anni. Un blog, quasi mille post e mezzo milione di pagine viste, spesso di sfuggita, a volte con attenzione, in molti casi con affetto da chi mi conosce, perché è una parola, quella scritta qui, che sempre mi assomiglia.
Ho cominciato il primo ottobre del 2007 per un impulso di libertà, in un tempo di panni stretti e crisi di coscienza, per testimoniare un impegno, oltre che raccontare ciò che mi passava per la testa. Via via è avvenuta una modifica, come accade quando una cosa è viva, diventando nella versione attuale una sorta di diario di bordo, a memoria presente e futura di ciò che sono, almeno nella parte buona, quella pubblica.
Ci sono stati mesi in cui sono stato presentissimo, altri meno, in alcuni casi un messaggio appena, mai però la spina è stata staccata, così come le "venti righe", di volta in volta più lunghe o più corte, senza tuttavia estinguersi o sbordare, per eccesso o scarsità di vena creativa.
Per celebrare degnamente questa piccola ricorrenza avrei un proposito, che faccia da pungolo alla mia naturale pigrizia e al contempo - avendo un principio e una fine - metta al riparo innanzi tutto me stesso dal peccato di vanità, di supponenza: scrivere ogni giorno un post, per un mese di fila.

P.S. Ringrazio tutti. Chi legge, chi mi segue, chi critica, chi elogia, chi scrive... Un grazie particolare lo riservo a Leonora, le cui fotografie mi accompagnano praticamente dalla prima ora. Quella di oggi l'ho scelta perché illustra più di un'enciclopedia ciò che penso delle parole che si scrivono, comprese quelle che in dodici anni si sono accumulate qui: dureranno una generazione, forse due, se il caso vuole pure di più, ma alla fine svaniranno, come carta in un bidone, che brucia. Ciò non ci esime dallo scriverle, esattamente come l'usignolo che canta, il cane che abbaia, il pesce che nuota.

sabato 14 settembre 2019

La donna più ricca del mondo (Addio Bruna)


Sette giorni, oggi. La donna più ricca del mondo se n'è andata sabato scorso e sono fiero, oltre che contento, di averla conosciuta e di potere ricordarla qui, dove "passava" spesso, commentando poi le sparute volte in cui ci incontravamo, quando tornava a Como o più spesso nelle occasioni in cui passavamo dalla sua Lavagna, in Liguria.
Bruna ha lasciato i suoi cari dopo settimane di silenzio e sofferenza, alle prese con un male che azzanna e fino all'ultimo non molla la presa. Aveva settantre anni ed era cugina di mia mamma, che l'ha pianta parecchio, sentendo scivolare via insieme con le lacrime pure la propria giovinezza.
Bruna era la donna più ricca del mondo, ho scritto, e non è stata una svista.
Non per i soldi, che quelli vanno e vengono e poi li lasci tutti, non portando appresso neanche una moneta, bensì per gli affetti da cui era contornata e per l'esempio di garbo, di eleganza, di compostezza che ha sempre dimostrato, compreso nei frequenti momenti in cui il destino le ha fatto masticare un pane amaro, risparmiandole poco o nulla.
Il contrappasso è stato vedere uno accanto all'altro, nel giorno del commiato, i molti parenti anche lontani, senza divisione alcuna, capaci di perdonarsi reciproche distanze, torti reali o presunti, litigi e incomprensioni che prima o poi arano il campo di qualsiasi famiglia. Bruna è stata mai forbici e sempre ago e filo, rammendando rapporti, evitando strappi, cucendosi la bocca, se necessario, limitandosi a qualche sguardo al cielo e a tanta, tanta pazienza.
Uno sforzo non vano, ripagato dal constatare quanto in gamba siano i suoi figli, Gabriele ed Alessia, che in questa prova ardua hanno mostrato di che pasta sono fatti, gestendo il tutto al meglio, come avrebbe voluto lei, come meriterebbe la dignità innata di ogni persona che mette piede sulla terra.
Si sente ripetere spesso, in circostanzi simili, quando si saluta per l'ultima volta la persona amata, che "siamo un po' più poveri tutti". No. Non è vero. In questo caso siamo tutti un po' più ricchi, perché condividiamo il suo insegnamento, il suo esempio, la sua ricchezza appunto.
So che da dove guarda e ci legge, ora, Bruna non dirà una parola eppure sorriderà serena, felice di aver vissuto una vita grama, ma feconda, pensando tra sé e sé: "E' stata dura, ne valeva la pena".