Ultimo giorno di lavoro prima di levare il piede dall'acceleratore.
Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
lunedì 29 agosto 2011
Uomini duri (di comprendonio)
Ultimo giorno di lavoro prima di levare il piede dall'acceleratore.
domenica 28 agosto 2011
L'uomo senza ricordi (Alzheimer, demenza e dintorni)
Non lo faccio mai. Quasi mai. Rarissimamente insomma. Non metto qua ciò che scrivo sul giornale. Oggi però faccio un'eccezione, perché le edicole sono chiuse da un pezzo, perché non faccio alcuna concorrenza al quotidiano che mi dà il pane e soprattutto perché quando trovo una persona che vale credo sia giusto far sì che l'eco sia vasta, il più possibile. In questo sono simile a un cercatore di funghi: quando ne trova uno notevole, non si accontenta di coglierlo e magari farne risotto, ma non vede l'ora di mostrarlo ad amici e conoscenti. C'è un'altro motivo, però, ed è che attraverso questa persona ho scoperto, o meglio ho potuto riflettere su un argomento che spesso viene taciuto, su cui si stende un manto di silenzio o mal inteso pudore.
Bando però alle ciance. Questo è il testo pubblicato oggi su La Provincia.
Abbiamo una notizia in esclusiva. Sappiamo chi non sarà il prossimo presidente della Ca’ d’Industria: Giovanni Bigatello. Troppo esperto, troppo preparato, umile, onesto per esser scelto da politici che gira e rigira fiutano il loro tornaconto. Se Como invece fosse ancora Como, ovvero una città seria, sobria, che premia innanzi tutto la competenza, questo medico di sessantotto anni, che della Ca’ d’Industria è stato per decenni primario, per la presidenza sarebbe perfetto. "Una brava persona", "Sempre pacato, mai una volta in tanti anni che abbia urlato o litigato con qualcuno", "Non potrei che parlarne bene". Sono alcuni giudizi di dipendenti e di familiari di anziani ricoverati nella casa di riposo. Noi, fino a una settimana fa, non lo conoscevamo. Con lui abbiamo scambiato poche parole al telefono. Nulla di che, semmai l’impressione di un uomo calmo, buono, sereno. Poi una persona che gli vuole bene ci ha fatto avere un suo libro. Si intitola “La sottoveste sopra la gonna - Storie di Alzheimer narrate da un medico” (edizioni Marna) e leggerlo è stato una scossa e insieme un sollievo. Un sollievo perché esistono dottori capaci di dire le cose senza retorica, in modo schietto eppure delicato, a dimostrazione che il prendersi cura comincia chiamando le cose con il loro nome. Una scossa perché ci ha catapultato nel dramma di migliaia di famiglie, anche comasche, che hanno un congiunto affetto da demenza senile. "Attorno a queste persone - scrive Bigatello - o viene innalzato un muro di isolamento o viene costruito un alone di zuccherosa benevolenza, di retorica consolatrice. Si tende all’oleografia, per evitare volutamente di vedere la tragedia di una famiglia stravolta. Non hai più lavoro, orari, tempo da dedicare a te stesso. La malattia del congiunto ti penetra nelle ossa fino a far diventare malato anche te. E poi la vergogna. La signora Tale non ha più il coraggio di invitare le amiche perché prova vergogna a esibire lo sfacelo del marito; il signor Talaltro non se la sente di uscire di casa con la moglie, perché “Chissà cosa direbbe la gente a vederla così”. E infine la signora Tizia che, dopo una struggente battaglia contro se stessa, si è rassegnata a ricoverare in casa di riposo la madre e, alla vergogna, aggiunge il senso di colpa per quello che la maggior parte della gente dabbene considera ancora un abbandono, se non un tradimento". Mentre leggevamo queste righe pensavamo a tante persone che conosciamo, che hanno la mamma, il nonno, il marito malato e ci siamo resi conto che noi, per primi, li abbiamo lasciati soli. Un tradimento è stato il nostro. Di peggio potrebbe esserci soltanto la superficialità dei politici, se sceglieranno il prossimo consiglio di Ca’ d’Industria secondo logiche di amicizia e convenienza, invece che badando al merito.
Ora, al di là della Ca' d'Industria (per chi non è di Como, si tratta della casa di riposo più importante della città), al di là dei risvolti politici e amministrativi (i vertici della Ca' d'Industria devono essere rinnovati, dopo che il consiglio in carica è finito al centro di polemiche e di un paio di indagini della procura per l'appalto esterno del servizio mensa e altri episodi dai contorni tuttora oscuri) e al di là del personaggio (il dottor Bigatello, una sorta di James Herriot, piacevole quanto utile da leggere: il suo libro lo consiglio proprio) l'argomento della vecchiaia e ancor più quello di una vecchiaia senza ricordi è terribile e affascinante insieme.
Vorrei aggiungere altro. Forse lo farò, nei prossimi giorni. Per adesso mi limito al sasso nello stagno, premessa morbida al pugno nello stomaco che per molte famiglie è il contatto quotidiano con una persona affetta da demenza senile.
Foto by Leonora
Il ritratto (Un catalogo dei viventi)
Li ricordiamo così. I morti, le persone che non ci sono più, quanti si sono trasformati - da carne e sangue che erano - in cristallo d'ambra con la mosca dentro. L'insetto siamo noi, sono loro, immortalati per sempre in una fotografia statica, immutevole e immutabile, se non con processi lunghi e mai, mai, per volontà di chi ormai non ha più voce in capitolo.
Mi è sempre piaciuto e credo di avere pure un certo talento per tratteggiare l'icona di chi non c'è più, per consegnare alla memoria un profilo essenziale di chi ha lasciato questa terra. Convinto come sono che si tratti comunque di un'impresa vana (essendo l'oblio il destino che presto o tardi attende ciascuno) ho tuttavia l'ambizione di allungare seppur di poco il confine tra il prima e il dopo, tra la parola e il silenzio, tra il nulla e il poco.
In questi giorni però sto pensando che è ingiusto limitare il campo, che se è pur vero che solo parlare di colui o colei che non c'è più permette di usare segni marcati, distinti e che raramente possono essere smentiti o mutati rispetto a ciò che si è scritto, forse varrebbe la pena dedicarsi ai vivi, ai presenti, con maggior passione, generosità, gusto.
Un'impresa rischiosa, considerato che si parla di un amico, di una persona che può dire la sua e la reazione è imprevedibile, essendo labile il giudizio su ciò che è buono e su ciò che lo è meno. Ma anche un'impresa affascinante, poiché all'andata corrisponde un ritorno, la possibilità di un confronto e di cambiarlo, quel giudizio, sia da un versante sia dall'altro, sia in me che scrivo sia nell'altro che viene descritto.
Per farla breve e dire pane al pane e vino al vino, mi piacerebbe in futuro, su questo blog, parlare senza falsi pudori delle persone che conosco. Una sorta di catalogo minimo dei viventi. Minimo non già per il basso valore dei protagonisti, bensì per il lato intimo che mi piacerebbe fosse dipinto.
Foto by Leonora
sabato 27 agosto 2011
Tom e Jerry (la crisi si batte così)
Ce la faranno. Gli Stati Uniti, intendo.
Come tutti gli imperi, le potenza, anche quella a stelle e strisce è destinata al declino, ma non è ancora giunto il momento. La loro forza sta nella giovinezza della nazione e nella capacità di attrarre le migliori menti di tutto il mondo, a cui offrono un'opportunità unica: quella di realizzare il loro sogno.
Così, se da un lato sanno rinnovarsi e immettere nuove energie vitali, dall'altro - essendo appunto una nazione perennemente giovane - godono della riconoscenza e dell'orgoglio di appartenenza dei cittadini di prima o seconda generazione.
Una conferma l'ho avuta l'altra sera, a cena, quando un amico mi ha raccontato la storia di un suo conoscente, tale Tom, il cui padre emigrò dalla Campania negli Stati Uniti che era da poco iniziato il ventesimo secolo.
"Mio padre ha lavorato ogni santo giorno, dall'alba al tramonto, e non l'ho mai sentito lamentarsi nei confronti di questo Paese, che ha dato a lui un'occasione straordinaria e permesso a me di diventare ciò che sono" gli ha detto.
Tom è milionario. Ha diverse case (e che case, quelle tipo Dallas, che si vedono nei film) nel New England e auto, barche, residenze all'estero. La produzione per le sue industrie, tempo fa, è stata trasferita in Cina, perché era conveniente, costava meno. "Ora però che siamo in crisi, che il mio paese ha bisogno - ha detto Tom al mio amico, mentre bevevano vodka e fumavano sigari nel cottage affacciato sull'oceano -ho deciso di riportare parte della produzione qui. Nel North Carolina, anzi, dove esiste l'indice di disoccupazione più alto degli interi Stati Uniti". Tom, che è patriota sì, ma non scemo, nel frattempo sta trattando con il governatore del suddetto Stato, perché lì non sono come noi che "paghi il 55% di tasse zitto e mosca" e poi ciascuno s'arrangia a modo proprio, spesso evadendo. "Darò lavoro a centocinquanta persone - sostiene Tom - almeno per i primi anni voglio un regime fiscale agevolato". Così, aggiungo io, aiuterà il suo paese e guadagnerà pure qualche milioncino di dollari.
"Vedi, quando la fabbrica in North Carolina sarà avviata, finalmente chiuderò il cerchio iniziato da mio padre, quando senza neanche una valigia, è partito da Gaeta ragazzino ed emigrato qui, in questa grande nazione" ha detto Tom, commuovendosi come un bambino e facendo commuovere, complice la vodka e i sigari e l'oceano, anche il mio amico.
"Piangevo come un bambino e anche come un cretino, ma lì, Giorgio, ho capito che ce la faranno" mi ha detto l'altra sera, mentre assaggiavamo un delizioso paté di cavedano.
E' vero, ero perfettamente d'accordo anch'io, pur senza vodka, sigari e oceano, ma con davanti agli occhi lo straordinario panorama del lago e nel sangue un mezzo litro di prosecco ghiacciato. E forse possiamo farcela anche noi, se non scordiamo che un debito di riconoscenza l'abbiamo anche noi, con chi ci ha preceduto, con chi non è partito per l'America ma ha lavorato lo stesso, per anni e anni, dall'alba al tramonto.
Foto by Leonora
venerdì 26 agosto 2011
D. (A spalle dritte)
Ho detto mille grazie, ne avrei dovuto pronunciare un milione.
Farei un patto con il diavolo pur di aggiungerne uno, che mi è sfuggito ma di cui mi sono pentito subito, perché è dedicato a una persona che ho incontrato una mattina di maggio, venuta a Como con una Mini rossa per scrivere un lungo articolo sul lago. Sarei dovuto essere la sua guida, sono andato per due giorni a rimorchio, restando incantato più volte e commosso persino, mentre mangiavamo un panino, in fondo a viale Geno, quando all'improvviso mi raccontò di suo padre, di suo fratello, della sua vita spezzata e di un sacco di cose che erano come orecchini, collane di perle, spille d'oro estratte da uno scrigno e consegnate a me, che passavo in quella sua stagione per caso ma che forse ispiravo fiducia, o ero soltanto abbastanza ingenuo da apparire candido.Candida era lei, che ha fatto carriera e che ora ha un posto di prestigio ma sono certo sia rimasta tale e quale.
Mesi fa l'ho vista in un video: era l'unica donna vera in un circo di maschere, collagene e botulino che se dovessero fare il conto di quando spendono in chirurgia plastica supererebbero il Pil norvegese, petrolio incluso.
Se di lei non ho mai parlato su questo blog, che pure è spudorato, al punto da mettere in piazza il mio lato più intimo, è per rispettarne la sua riservatezza, il suo essere "troppo snob per sembrarlo", e anche perché di quella fiducia sono rimasto onorato.
A proposito di riconoscenza, mi hanno scaldato il cuore (oltre che fatto ridere) le parole di David, a commento della sua inclusione nel listone.
"Caro amico, ritrovarmi nel listone mi ha fatto un piacere enorme. Ho scorso veloce tutti nomi per trovare il mio (sotto sotto, ma neppure troppo sotto, sapevo che ci sarei stato), mi cade prima l’occhio, con un po’ di delusione, sull’omonimo Bardaglios, ma poi scorro di nuovo su e finalmente trovo il mio! Non ho ben capito la questione dell’elezione, diciamo che la intuisco! Comunque mi sarei accontentato di essere quello con cui hai condiviso gli anni più belli della tua giovinezza, quello con cui hai riso di più, quello con cui hai fatto il guardone per una settimana a Copenaghen, quello con cui guardavi solo i primi 30’’ del film porno alla tv dell’albergo perché dopo si pagava (e forse perché i 30’’ bastavano :-), quello con cui avresti voluto condividere molto più tempo ma per tanti motivi va bene così, ecc.
… e invece addirittura stella polare nelle nebbia! Sti cazzi …. direbbe Bombolo!"
David è stato mio compagno di università, suona da dio la chitarra (e canta altrettanto da dio "Don Raffaé" di De Andrè), mi ha insegnato a leggere De Luca e consigliato decine di libri stupendi, è un bell'uomo con occhi alla Paul Newman, ha sposato Maria Giulia, ha due bimbi, ama camminare in montagna, faceva atletica leggera, tifa Milan (e sì, un difetto ce l'ha anche lui) ed è forse la persona più sensibile che conosca. Non sensibile come Brandon Fraser in "Indiavolato", quando proponeva l'insalata nizzarda fatta con il tonno pescato salvando i delfini e piangeva ogni volta che guardava il tramonto. Quella di David è una sensibilità senza fronzoli, fatta di attenzione e perspicacia, abbinata a un ironia ch'è il vero antidoto per declinare in positivo anche i verbi negativi della vita.Cito David perché ha qualcosa in comune con colei di cui parlavo all'inizio di questo blog. Due cose. La più banale è l'iniziale del nome. La più bella è che entrambe sono persone che mi fanno stare con le spalle dritte, ricordandomi di essere migliore di quello che sono e spingendomi ad essere degno della loro stima, quando mi alzo, ogni mattina.
Foto by Leonora
giovedì 25 agosto 2011
Realtà batte finzione (dieci e uno)
Fake. Falso. Ogni volta che ascolto R101, al mattino (Paolo e Lester mi fanno troppo ridere, non riesco a rinunciarci) mi viene il nervoso.
La pubblicità della radio consiste in pseudo interviste ad ascoltatori che dicono il motivo per cui per loro è la numero uno. Idea non originale, con risultato tra il mediocre e il pessimo (a seconda dell'attore che dice la frase) e che invece di convincermi suscitano la tentazione di spegnarla o scegliere un'altra stazione.
Perché lo fanno? Chi sono i pubblicitari che hanno scelto lo spot, i dirigenti che l'hanno approvato, i vertici che ora, ascoltandolo, non corrono in regia, lo tolgono o, se non riescono, non tolgono la spina evitando così di fare un danno?
La realtà è sempre migliore e più varia di qualsiasi artificio. Me ne sono accorto al terzo articolo scritto in vita mia, diciannove anni non ancora compiuti e un sogno che si stava finalmente avverando. Per la Gazzetta di Como dovevo intervistare l'allenatore della Arexons Cantù, Carlo Recalcati e dopo averlo fatto con l'amico Mauro Colombo (lavoravamo in coppia) stavamo sudando da una mezz'ora per mettere assieme qualcosa di sensato, per trasformare in parole su carta il lungo discorso registrato. La folgorazione arrivò lì: concentrati come eravamo nel "creare" un articolo avevamo dimenticato che il modo più semplice era eclissarsi e limitarci a riferire ciò che lui aveva detto. "Racconta, non fare il furbo" come insegnava Buzzati. Allora però Buzzati l'avevo soltanto letto sui dorsi delle copertine di libri rimasti a far polvere sugli scaffali e ci sono dovuto arrivare da solo.
L'episodio m'è tornato in mente stamane, parlando con Stefano, che mi diceva quant'è forte la tentazione, specie per chi è alle prime armi in questo mestiere, di intervistare le persone per farsi dire ciò che pensiamo noi. Se si è disonesti e lo si fa per interesse è un conto, ma se si è in buona fede anche peggio, poiché soltanto la stupidità è peggiore del vizio.
Foto by Leonora
mercoledì 24 agosto 2011
Grazie mille
Al buon Dio, se esiste, che mi ha fatto nascere con la camicia e anche con un pullover, per quando fa freddo.
Alle donne, che sono la dimostrazione che Dio esiste, specie quelle che in tutti questi anni, spesso senza neppure sfiorarmi con un dito, mi hanno portato lo stesso in paradiso.
Ad Angelo, che mi considera un fratello. Più di un fratello.
A Isabella, che mi rimane ancora a fianco, nonostante le debolezze, gli errori, le asprezze che potevo evitare e che invece ho accentuato.
A Raffaele, Paolo, Brunella, Paola, Lela, Manuela, Cristina e tutti gli amici d'infanzia, che mi sono rimasti amici ancora adesso.
A Viviana, Elisa, Claudia, Maddalena, Federica, Sabrina, Valeria, Giuliana, Simona, Antonella, Chiara, Paola, Elena, Fabiola, Rosa, Marianna, Caterina, Maria Grazia, Valentina. Il perché lo so io.
A mia madre, per cui sono tutto.
A mio padre, che mi ha insegnato che nulla è tutto e che si deve sopravvivere sempre, lo stesso, tenendo in equilibrio sensibilità e amor proprio.
A Gianni, che se n'è andato troppo in fretta e che ha fatto "come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte".
Ad Angelina e Carletto, che mi hanno ricordano di godere la vita in salute, perché poi è tardi e la vecchiaia e gli acciacchi se la portano via.
Ad Emilio e Angelina, che mi rammentano che senza passioni si può morire dentro anche se si rimane in vita.
A Carla, una delle altre troppe persone che non ci sono più e che non posso abbracciare, dicendo loro che non l'ho mai fatto abbastanza.
A Eudemia, mia nonna, per tutte le volte che mi ha tenuto al caldo del suo letto, la mattina, e per la carne inpannata, che mi faceva trovare il pomeriggio per merenda.
A Sabina, perché l'amore non ha bisogno di parole e neppure di ricordi per restare impresso come stigmate, nella memoria.
A David, amico per elezione e stella polare quando sono nella nebbia.
A Mauro e Marco, che non conoscono il pesa della riconoscenza.
Al direttore che se n'è appena andato via e che mi ha voluto qua e che non potrò mai ricambiare in generosità, neanche se campassi fino a cento otto anni, come la Porta Musa.
Al mio nuovo e attuale direttore, che mi costringe a alzare l'asticella, migliorando sempre di più, senza accontentarmi dell'acqua bassa.
Ad Angelo Curtoni e Adolfo Caldarini, i miei primi direttori, che hanno creduto in me, tenendomi sotto la loro ala protettiva ma anche spingendomi a volare.
A Mario Rapisarda e Maurizio Giunco, nonostante tutto, perché a volte si è spinti a volare anche quando si riceve nel sedere una pedata.
Ai miei colleghi di Espansione Tv, del Corriere di Como e ora de La Provincia, perché da loro ho imparato più di quanto abbia insegnato.
A Mauro Colombo, che mi ha aiutato nella prova scritta di matematica alla maturità e pure in tutti i cinque anni del liceo, perché senza di lui mi avrebbero bocciato senza speranza.
Alle professoresse delle medie, Bugnoni e Taborelli, la seconda perché mi ha ferito nell'orgoglio spingendomi a reagire, la prima perché ha creduto in me, non facendomi sentire una schifezza.
A Laura, Roberto, Roberta, Loris, Fabrizio, Flavia, Fulvio, Manuela e Matteo, Giulia, Cristian, Alice, Alberto, Silvia, che mi fanno sentire parte di una famiglia.
A Angelo, per tutti i mobili e i lavoretti che ha fatto in casa mia.
A Basco e Luisella, che mettono a disposizione la loro casa e hanno un'ospitalità senza salamelecchi, genuina.
Ad Ambrogio, Amelio, Filippo e anche Giulio, loro sanno perché.
A don Nello, don Mario, don Luigi e ai preti in generale, che in tanti ne parlan male, ma per me sono stati una guida, esempio di libertà e fratellanza.
A Elisabetta, che aveva sette/otto anni più di noi e ci portava tutti in vacanza, in Puglia, guidando un 127 Blu che allora non era neanche stretto e non faceva neppure caldo, nonostante fosse un agosto afoso quanto questo e non esistesse aria condizionata né climatizzatore incluso nel mezzo.
A Giampietro e a ciò che è stato per me quando da bambino che ero sono diventato ragazzo.
A George, e Peter, David e tutti gli American Bardaglios, che rendono il mondo piccolo e ogni continente una casa.
A Francesco Corrado, che mi ha sempre trattato come un figlio.
A Dino Merio, esempio mirabile di professionalità giornalistica anche senza essere un professionista.
Agli amici di Facebook.
Ai membri del Como Blog (Elena, Gaspar, Frenz, Alessandro, Giovanni, Luca, Andrea....) orizzonte aperto sulla mente e sul mondo.
A Leonora, che presta i suoi occhi per dare immagine a questo angolo virtuale.
A tutte le persone che qui non ho nominato e che lo avrebbero meritato.
E, soprattutto, a tutti coloro che con piccoli gesti, di cui spesso neppure mi accorgo, rendono la mia vita migliore, comoda, interessante, vivace, bella, felice, buona.
A tutti, grazie. Foto by Leonora