giovedì 5 maggio 2011

L'evoluzione digitale (analogico il nonno)


Con un orecchio ascolto sul web l'inno dei Responsabili e il delirante Scilipoti, con l'altro sento "Father and son" nella versione video di Cat Stevens, che ripropone Mtv Gold, intanto scrivo al computer e mando anche un sms col telefonino. Sono "multitasking", come si dice ora, esprimendo in un modo semplice un concetto complesso: fare un mucchio di cose, senza capirci un tubo. Perciò chiudo la pagina di Youtube, allontano il cellulare e mi limito a lasciare in sottofondo le canzoni, mentre porto a compimento il pensiero che mi aveva portato qui ed è stato partorito nel primo pomeriggio, mentre tornavo al lavoro ed ero in macchina (uno dei pochi posti, mentre guido, dove la mente vaga libera e riesco a riflettere senza vincolo). Ragionavo sul fatto che la tecnologia, da semplice protesi, stia trasformando i riflessi condizionati e le abitudini consolidate in milioni di anni di progresso umano. Non vorrei far la figura di colui che "dopo di me il diluvio", commettendo l'errore di quanti sostengono che la rivoluzione che li riguarda è più rivoluzione di quelle che l'hanno preceduta e che in ogni caso era meglio quando si stava peggio. Forse però non è il caso di archiviare come "normale" ciò che sta succedendo, considerando l'introduzione del computer - ossia di un'intelligenza artificiale, di qualcosa che interviene, interagisce e chiama in causa la mente - alla stregua di pur fondamentali invenzioni quali la ruota, la leva, il motore a scoppio. E non sto parlando di mio figlio Giovanni, ch'è connesso al Nintendo Ds con le sinapsi del cervello, tanto che se dovesse accadere un terremoto o sprofondare la casa in una voragine di fuoco, non farebbe una piega, continuando a pigiare bottoni e cercando di salire di livello. Parlo di me, bronto(lo)sauro informatico, che pure si trova a mutare pelle e abitudini con la rapidità di un velociraptor.
Due esempi banali. Non c'è volta in cui mi trovi di fronte a uno schermo e non mi venga l'istinto di appoggiarci le dita sopra, di interagire con esso, in versione "touch screen", anche se non si tratta dell'iPad o del Nokia, bensì del vecchio televisore di casa o del lunotto termico dell'auto. Ricordo quando il mio amico Angelo ha portato dagli Stati Uniti un eBook, il Kindle, e per prima cosa quando l'ho acceso, ho cercato invano di sfogliarlo toccando lo schermo invece che utilizzando i cursori di cui era provvisto. Era un anno fa, eppure il primo istinto era già quello e ho capito in quello stesso istante che così com'era non avrebbe fatto successo, nascendo già vecchio, anzi, morto. Un altro fenomeno da "contagio tecnologico" è l'effetto MySky, quel diabolico aggeggio abbinato alla tv satellite, semplicissimo da usare (mica come il vecchio videoregistratore Vha o Video 2000, che ci voleva un master al Mit di Boston per impostarlo) poiché con tre tasti permette di andare nei programmi avanti e indietro. Basta un clic e zac, le immagini scorrono a ritroso, permettendomi di vedere ciò che mi era sfuggito o non avevo compreso. Funziona sia con le trasmissioni registrate, sia con quelle che vedi in diretta, che vengono mantenute in memoria, consentendo la funzione stop o replay in qualsiasi momento. Bene, direte voi, e allora? Allora mi capita di cercare quel benedetto / maledetto tasto del telecomando "pausa, avanti, indietro" anche quando ascolto la radio per strada, o sono al cinema, o - quel che è peggio - nelle relazioni personali, mentre uno parla. E se a me capita così, non immagino neppure come vivranno i miei figli o i figli dei miei figli in un mondo digitale in tutto e per tutto, in cui analogico sarà soltanto il ricordo di quel rintronato del nonno (cioè, io).

Foto by Leonora

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