Ho fatto crescere la barba.Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
lunedì 12 settembre 2011
In barba al disagio
Ho fatto crescere la barba.Primo giorno di scuola, nessuno escluso
Per la professoressa Milani, che mi ha salvato in terza liceo.Per le suore del Santa Chiara e tutti i compagni delle elementari che non ho più rivisto.
Per L'Emilio Bollini e la "sciùra segretaria" Anna Maria, che erano l'intero "personale non docente" della sezione staccata del Giovio.
Per il ciclostile, che stampava fogli difficili da decrittare modello dispacci di "Enigma".
Per il benedetto intervallo e le ore di ginnastica.
Per i compiti a casa che dovevo copiare la mattina presto.
Per le lezioni di latino che cercavo di imparare la sera tardi.
Per ogni volta che mi sono alzato alle sette sbuffando come un bufalo, giurando che la sera sarei andato a letto "alle nove, macché alle nove, alle otto, alle sette!" e poi la sera arrivavano le undici e stavo ancora guardando la tv, perdendo tempo.
Per le schiacciatine che si sbriciolavano in cartella.
Per la cartella di pelle marrone e parte superiore in cavallino (pelo vero!) che avevo in prima elementare.
Per l'elastico con fibia che alle medie usavo invece della cartella, stringendo libri, quaderni e l'astuccio.
Per gli esami a settembre di inglese, matematica e un paio d'anni anche latino.
Per Giacomo, che domani comincia il liceo.
Per me, che il liceo - non so come - l'ho finito senza mai essere bocciato.
Per la "mitica curva", i compagni nei banchi della zona ad angolo del ferro di cavallo.
Per la fortuna di essere il numero uno, almeno nell'elenco degli studenti sul registro di classe.
Per la Miorin (Tiziana?), che aveva un anno meno di me e chissà che fine ha fatto, ma ricordo che era bellissima, facevamo ginnastica nelle stesse ore, vederla correre era un incanto e noi maschi ci ritrovavamo a incespicare per la distrazione, con sguardi persi e imbambolati in stile Pippo.
Per la tensione di ogni primo giorno di scuola, con la paura di finire in prima fila o comunque lontano da coloro che nel bene o nel male quando eri in difficoltà ti aiutavano.
Per i sonnellini che si facevano al pomeriggio.
Per i telefilm su Antenna Nord, poi Italia Uno, che si guardavano mentre si mangiava, quando si tornava a casa.
Per quanto mi pesava andarci.
Per come ora un poco, ma solo un poco, la rimpiango.
Per tutti questi motivi e un altro milione che qui non trascrivo, oggi non è un giorno qualunque.
Buon primo giorno di scuola, nessuno escluso.
Foro by Leonora
venerdì 9 settembre 2011
Oltre la Vespa (Massimo Zaniboni Arkema studio design)
Ho detto che volevo parlare di tre persone conosciute in vacanza. A uno ho riservato un post, oggi dedico qualche riga al secondo, il mio vicino di camera nonché piacevolissimo commensale a tavola.Si chiama Massimo Zaniboni, anche se per mia moglie e i miei figli è sempre stato e probabilmente sempre rimarrà "il Bonazzi". Bonazzi è il cognome della moglie, Paola (che è tale e quale a Paola Cortellesi, non sono nell'aspetto fisico, anche nella perspicacia, che sovente diventa battuta tagliente, arguta) con il quale è stata fatta la prenotazione al villaggio e la conseguente etichetta segnaposto in bella vista. Tra l'altro anch'io, per il medesimo motivo, per una settimana sono stato "il signor Dominioni".
Nomi e cognomi a parte, Massimo è davvero una bella persona. Un po' più giovane di me, mantovano, architetto, laureato con il massimo dei voti al politecnico di Milano (sempre in coppia con Paola), si occupa di design applicato alla motoristica e insieme alla moglie ha uno studio dal nome che fa tanto architetto glamour: Arkema. All'inizio infatti mi sembrava un po' fighetto, "sborone", "baùscia", per dirla alla lombarda, o "cùmenda" come per altro l'ha apostrofato la centralinista dell'agenzia dove chiedeva informazioni sull'imminente soggiorno in Calabria.
Invece è bastata una mezza giornata e quattro chiacchiere in più per scoprire che alla forma corrisponde la sostanza. Molta sostanza.
Innanzi tutto, a differenza di molti che si fingono esperti di tutto e non sanno nulla, parla a ragion veduta, con preparazione e ponderatezza. Poi è una persona curiosa, dotata di senso dell'umorismo, che chiacchiera ma sa anche ascoltare. La cosa che mi piaceva di più, oltre sentirlo raccontare episodi curiosi e divertenti che gli sono capitati, era la passione con cui spiegava il suo lavoro. Pure nelle ansie, nelle preoccupazioni sue, scorgevo l'esatta immagine delle mie: il futuro dei figli, il destino del nostro Paese, la capacità di fare bene il proprio mestiere a dispetto delle vicessitudini...
In un tempo in cui le sirene d'allarme suonano all'impazzata e il buio pare incombere su questa nostra Italia, Massimo è una di quelle persone che mi fanno dire: "Ma no, ce la faremo, anche questa volta". Con le armi che più ci sono proprie: la creatività, lo stile, la cultura.
Una mattina, mentre i figli giocavano tra mare e spiaggia, io e lui siamo rimasti tra le onde a parlare un'ora e passa su sogni, speranze, prospettive dell'avvenire.
"Sai Giorgio cosa penso? - mi ha detto a un certo punto - Penso che quando mio figlio andrà alle superiori mi piacerebbe lasciare l'Italia, trasferirmi in America oppure in Asia, dove ho clienti importanti e capisco che si stanno preparando meglio che noi ad affrontare il domani".
Non era la solita sparata, quella che ad ogni vacanza fa esclamare a nove persone su dieci: "Basta, lascio tutto, vado ai tropici e gestisco un bar sulla spiaggia!". No. Era una riflessione profonda, meditata.
Spero non capiti mai, spero che Massimo non lasci mai l'Italia. Non per lui, che se lo meriterebbe, ma per questa nostra terra, che ha bisogno di persone serie, preparate, innovative, che sappiamo continuare a seminare affinché qualche germoglio almeno resista. Vederlo partire, vedere i moltissimo Massimo sparsi per la nazione partire, sarebbe la sconfitta peggiore e probabilmente fatale per l'Italia. Ecco perché spero non accada. Avendo come assi nella manica due alleati: sua moglie Paola, che difficilmente reciderebbe le radici della famiglia, e i tortelli di zucca.
E sì, caro Massimo, perché i tuoi figli, i nostri figli, sarebbero meglio formati frequentando una scuola a Los Angeles o a Taiwan, ma vuoi mettere quei fagottini di pasta con ripieno di zucca, amaretti tritati e una punta di mostarda?
L'America può attendere, noi possiamo rimanere o diventare maestri anche qui: pensando positivo, godendoci la vita.
Foto by Leonora
giovedì 8 settembre 2011
Vecchiaia e gioventù: una corsa in salita

Lo zio Emilio, ottantotto anni il prossimo maggio, si sta addolcendo.
Perde qualcosa ogni giorno in salute, autonomia, indipendenza, ma guadagna in tenerezza. Si commuove spesso e rispetto a prima ha meno aprezze e più riconoscenza.
Sua moglie Angelina, che di anni ne farà ottantanove tra un mese, è diventata invece più arcigna. Forse è il carattere che al volgere del tramonto si mostra più vero o forse è soltanto più preoccupata di un futuro che si assottiglia e diventa al contempo più fragile, incerto.
Ernestina e Gino, invece, domani festeggerano cinquantaquattro anni di matrimonio. La fortuna li ha benedetti con molti figli, moltissimi nipoti e una salute che ha dello straordinario, di ferro. Non sono mancati i sacrifici, i dolori, ma resistono e sono felice per loro, che portano un testimone che molti altri genitori hanno dovuto abbandonare lungo il cammino.
Oggi guardavo mia madre, che i settanta li ha toccati da poco. Ho chiuso gli occhi e ricordato la donna vitale, coriacea che era e che resta, per molti aspetti, ma anche come faccia fatica, ora, a gestire la solitudine, i coetanei che pian piano se ne vanno, l'età che avanza e gli acciacchi che s'accumulano, come polvere dietro la porta.
Pensavo che appartengono a una generazione strana, che ha tirato la cinghia in gioventù e s'è allenata ad affrontare con slancio e coraggio la pienezza della vita, ma non era preparata ad affrontare la vecchiaia. Quando erano piccoli la gente moriva prima e chi restava veniva accudito e riverito come un patriarca. Una questione di spirito, ma anche di braccia: per ogni anziano in famiglia c'erano almeno dieci giovani che davano una mano, per prendersene cura. La percentuale s'è invertita e al di là della retorica è una chiave di lettura per comprendere meglio ciò che sta accadendo, le difficoltà di un crepuscolo per fortuna più ampio ma non privo di nuvole e tempesta.
Tornando a mia madre, ho imparato da lei tutto - specialmente la grinta, la determinazione - quando aveva i capelli neri, senza bisogno di tinta, e mi sta insegnando moltissimo ancora, pur in forma indiretta e talvolta per contrapposizione. "Ricordati Giorgio di non fare così, se ti capiterà" è una frase che ogni tanto fa capolino, assai più rara comunque del "Ricordati Giorgio quanto è generosa. Sii di aiuto per i tuoi figli, se il buon Dio ti concederà lunga vita, almeno un decimo di quanto lei è per te, per noi, tuttora".
Foto by Leonora
Aboliamo le elezioni
Ciascuno ha le proprie fissazioni. Una delle mie è quella di non considerare nessuno come un nemico, un avversario e - se proprio proprio - di evitare il danno maggiore, cioè di farmi diventare simile a lui, a loro.E' una regola, un punto fermo. Per altro sono fortunato, anche a pensarci non mi viene in mente nessuno per cui porto rancore o, peggio, odio. Non ce l'ho nella vita di tutti i giorni, circondato come sono da persone generose, che mi danno assai più di quanto ricevono. Non ce l'ho sul lavoro, pur se qualche furbo non manca. Però potrei sottoscrivere al cento per cento una frase di Enzo Biagi: "Faccio il cronista da quando ero ragazzo: non ho mai conosciuto un personaggio che meritasse il livore, la gelosia, l'acrimonia, persino l'accesa rivalità. Passa tutto molto in fretta e quasi sempre non lascia tracce".
Considero una salutare riserva indiana quella della rivalità sportiva, non la accetto invece nella politica e credo che buona parte del male sia cominciato allorché la sana competizione (per intenderci, quella che esiste tra compagni di squadra per giocare titolare e non sedersi in panchina) si è trasformata in un "di qua o di là", in cui la ragione e il buon senso hanno ceduto il passo al tifo calcistico, alla faziosità, alla partigianeria.
Il risultato è d'una banalità assoluta: individuando e indicando il nemico, si vincono le elezioni e qualche volta la guerra, ma mai il tempo di pace e la sfida per una migliore convivenza.
La crisi che minaccia il nucleo stesso della nostra società non verrà risolta da due punti percentuali di Iva in più né dalla pur equa richiesta di contributo a chi ha redditi dai cinque zeri in su. Occorrono piuttosto nuove regole, un rinnovato patto sociale e soprattutto un diverso spirito di approccio al problema.
Vengo al pratico, con una proposta tanto radicale che io stesso ho timore a evocarla: aboliamo le elezioni. Calma, prima di stracciarvi le vesti, strapparvi i capelli (chi ce li ha) e rotolarvi a terra per lo spregio, leggete ancora qualche riga.
Io credo che sia giunto il capolinea del modello adottato negli ultimi due secoli, quello in cui la gente vota i propri rappresentanti, con il risultato di creare veri e propri professionisti della politica e le degenerazioni di cui scrivevo prima. Non votiamoli più, allora. Sorteggiamoli. Sì, torniamo al buon vecchio Clistene. Ma anche al giovane e ispirato James Surowiechi e al suo "The Wisdom of Crowds" ("La saggezza delle folle", edizione Fusi Orari).
Non è una provocazione, bensì una proposta, una visione, se mi è concesso il termine ambizioso.
Per ora la chiudo qui, ma ci tornerò in futuro.
P.S. Questo post è dedicato all'uomo politico che ho stimato di più: Mino Martinazzoli, scomparso una settimana fa, mentre ero al mare. Probabilmente non sarebbe stato d'accordo con me, con questa proposta, eppure è lui ad avermela ispirata, con una frase pronunciata a Casnate con Bernate, in una delle rare volte che lo incontrai di persona: "Gli innocenti non sapevano che quella cosa era impossibile. E la fecero".
Foto by Leonora
mercoledì 7 settembre 2011
Identikit di un buon capo (Antonello Moscarelli docet)
Ne ho conosciute molte, vorrei raccontarne tre. Sono le persone che il destino mi ha fatto incontrare nella recente vacanza, trascorsa in un angolo incantevole di Calabria.Comincio da quella che ho conosciuto meno. Si chiama Antonello Moscarelli ed era il responsabile delle attività nautiche e dell'intera spiaggia. Con lui ho scambiato sì e no tre parole, ma non occorrono grandi discorsi per capire se una persona ci sa fare o meno. Sono cresciuto in una famiglia di operai, dove il "saper fare" era metro e misura del valore di chi si incontrava: il rispetto si accordava a tutti ma la stima si concedeva soltanto a chi dimostrava nei fatti e non a parole le proprie qualità.
Antonello appartiene a questa seconda categoria e me ne sono accorto da un paio di episodi in apparenza di nessuna importanza, ma che - a saperli cogliere - definiscono il timbro e la pasta di una persona.
Il primo è stato una mattina in cui il vento ha fatto alzare di colpo qualche onda. Nulla di che, sufficiente tuttavia ad ammainare bandiera bianca ed alzare quella rossa. Stavo uscendo con una canoa quando il ragazzo che se ne occupava con urla e gesta teatrali mi ha detto di riportarla a riva, che non potevo uscire, zitto e mosca. Nel frattempo, in spiaggia, tra canoe prese e riportate e barche a vela tirate sulla battigia, s'era creata non poca confusione. E' stato in quell'istante che Antonello, che non conoscevo per nulla e per il quale ero soltanto uno delle migliaia di turisti che in quattro mesi turnano di settimana in settimana, mi ha detto di non preoccuparmi, di andare verso destra che la corrente mi avrebbe riportato sempre sotto costa. E all'altro ragazzo, che un poco scocciato gli chiedeva spiegazioni per quella deroga, non ha fatto valere i gradi, replicando solo che a differenza degli altri ero già sulla canoa. Non ha aggiunto altro, ma sapevo che lui, da una semplice occhiata, aveva compreso che non ero un pirla, né uno scapestrato senza testa, bensì un padre di famiglia, ormai (ahimé) uomo di una certa età, robusto e maturo a sufficienza per ridurre a zero qualsiasi rischio di giornata.
Episodio numero due: ogni mattina, faceva passare un assistente per controllare che fosse rispettata l'assegnazione degli ombrelloni. Non solo. Un giorno ho notato che chiamava a raccolta i suoi collaboratori. Ero troppo distante per udire le parole, ma dalle espressioni, dai gesti mi è parso di capire che non fosse per niente soddisfatto della pulizia delle imbarcazioni. Interpretazione avvolarata dal fatto che, un secondo dopo, tutti sono scattati e hanno provveduto a mettere in ordine ciò che evidentemente non andava.
Lezione numero uno: Antonello è un buon capo, non uno di quello che appena hanno un quarto di mostrina sulla giacca crede d'essere un novello Napoleone sceso sulla terra. Gli ordini che impartiva ai suoi erano perentori ma mai urlati, quando c'era da fare qualcosa era sempre in prima fila, silenzioso ed efficiente al limite della pignoleria.
Antonello - ho saputo dalla titolare del villaggio Porto Kaleo - dopo domani terminerà la stagione in Italia e partirà per quella invernale, a Sharm el Sheik. Fortunato lui, se è quello che gli piace. Però è sprecato, perché per me sarebbe un capo naturale in professioni in cui occorrono calma, disciplina e maestrìa. Lo dico gratis, semplicemente dando voce a un pensiero che m'è venuto ieri l'altro, quando a sua insaputa, sempre da lontano, lo vedevo all'opera, mentre provava e riprovava le virate con un guscio di noce che lì chiamano barca a vela: se fossi in pericolo di vita, vorrei a fianco uno come quell'Antonello, mi sono detto. Lo ripeto qui, affinché il merito venga premiato se non con i soldi, con un'altra e forse più preziosa moneta: una stima disinteressata, sincera, genuina.
Foto by Leonora
Lo sciopero, Susanna e le vere vittime
Metto piede in casa ora, dopo una splendida settimana di mare e con undici ore di ritardo rispetto al previsto, causa sciopero generale.Ho un sacco di cose e almeno tre personaggi di cui vorrei raccontare. Comincio dalla coda: lo sciopero.
Essendo reduce da sette giorni di relax totale non soltanto ho sopportato i disagi con filosofia, ma mi è piaciuto pure, perché l'ho vissuto con occhi e pelle di giornalista, testimone oculare e dunque privilegiato di situazioni che solitamente apprendo per sentito dire.
La parentesi positiva si chiude qua, il resto del capitolo è amaro.
Avrei voluto che Susanna Camusso e i vertici della Cgil avessero spiegato al signor Carlo, settantesei anni, di Lipomo, seduto su una carrozzina e con enormi difficoltà respiratorie, le ragioni di una protesta che per colpire Berlusconi dava schiaffoni a lui, che ha lavorato quarantadue anni in fabbrica e s'era concesso una visita, forse l'ultima, a parenti e nipoti in Calabria. E avrei voluto che invece di parlare in piazza a Roma, di fronte a bandiere e belle ciao, fossero stati in mezzo alle famiglie con bambini piccoli al seguito, bloccati otto ore in una stanzetta tre quattro metri per tre, a contendersi un poco di riservatezza per allattare e cambiare i pannolini con decine di anziani e di disabili, in un buco di aeroporto, dove l'aria condizionata "ci spiace, è rotta" da una vita. Oppure che lo spiegassero alle migliaia di passeggeri che si sono trovati cancellati i voli, costretti a inventarsi una sistemazione, un programma, un'alternativa, mille chilometri lontano da casa, spesso in terra straniera. Solo a Bergamo, ieri notte, a otto ore dalla conclusione dello sciopero ce n'erano centinaia buttati come sacchi d'immondizia, chi dormiva, chi cercava di ripararsi dal freddo abbracciandosi l'un l'altro, chi russava senza curarsi di nulla, nei corridoi, stremati, la faccia accanto alle scarpe di chi passava.
Mi fermo. Concludendo con due contestazioni, una proposta e una morale.
La prima contestazione: le persone, la maggior parte delle persone, non hanno capito le ragioni della protesta. La domanda che ho sentito più spesso è stata: ma se la manovra non esiste ancora (e questo sì che è un dramma) come fanno a dire che è ingiusta, iniqua? "Lo dicono a prescindere? - mi ha risposto una ragazza che doveva prendere l'aereo poiché l'indomani doveva sostenere l'esame di valutazione allo Iulm - E allora dicano che è uno sciopero politico, contro il governo, senza prenderci in giro prendendo un pretesto piuttosto che un altro".
La seconda informazione: la mancata comunicazione dell'astensione dal lavoro. Prendiamo i voli. Mentre su Linate e Malpensa già nei giorni precedenti si sapeva dei voli cancellati, a Bergamo e in altri aeroporti minori non c'era stata alcuna conferma, per cui i disagi sono stati devastanti. Non conosco le altri situazioni, ma per proprietà transitiva penso che sia potuto accadere in molti altri servizi e questo non è degno di un paese civile.
La proposta: è quella di cui parlavo prima. I dirigenti della Cgil (ma anche del Pd, che si sono accodati allo sciopero, più per timore di non raccogliere eventuali frutti in termini di consenso che per reale convinzione, un po' come il governo italiano nella guerra alla Libia) invece che andare nelle piazze, quando c'è lo sciopero provino a stare in mezzo alla gente e vedere con i loro occhi e toccare con le loro mani le conseguenze di una scelta che scalfisce appena o neppure sfiora i potenti che vorrebbero colpire e invece affossa i poveri diavoli che pretendono di difendere.
La morale: scrivo tutte queste cose al di qua e non al di là della barricata. Perché anch'io sono preoccupato dall'azione effimera e sciagurata dell'attuale governo. Perché anch'io credo che senza misure serie e rigore le conseguenze negative peseranno sul futuro dei nostri figli, di questo nostro Paese. Perché anch'io credo nel diritto inalienabile di qualsiasi lavoratore di incrociare le braccia, di scioperare, conquista di civiltà oltre che di dignità per ogni società che si possa definire tale.
Ma proprio perché è uno strumento alto, importante, non si può brandire ad ogni alito di veto o senza che sia posta attenzione sul dove, il come e il chi va a colpire. Il risultato, altrimenti, è di screditare non soltanto la protesta, bensì lo strumento stesso che generazioni di nostri padri hanno conquistato, spezzandosi la schiena, senza andare a far passerella in piazza e soprattutto lasciando che la schiena se la spezzino altri.
Foto by Leonora