lunedì 19 settembre 2011

Non smettere mai di sognare

Non smettere mai di sognare. L'ho detto ieri, a Giacomo, prima che scendesse dall'auto ed entrasse nello spogliatoio, per la prima partita del campionato (Regionale eccellenza giovanissimi A: Faloppiese contro Insubria).
Non smettere mai di sognare lo diceva sempre mio padre e anch'io - che a volte lo scordo, preso come sono dal caricarmi sulle spalle il contingente - ho sempre avuto cari i sogni, le aspirazioni, i progetti, i desideri, anche quelli immensi, impossibili.
Giacomo, a differenza dell'anno scorso, in campo non è partito titolare.
Giusto così. Di notte evidentemente qualcuno lo tira per i piedi ed è diventato ancora più alto, superando il metro e ottanta nonostante i suoi quattordici anni. Ed è magro. Non magrissimo. Anzi, bello tosto. Ma asciutto. E così alto da sembrarlo ancora di più.
Sta di fatto che rispetto a un paio d'anni fa qualcosa ha perso in smalto e molto altro deve ancora riequilibrarsi, in quel corpo d'albatro che stenta a spiegare le ali.
Comunque sia, ieri è entrato che mancavano dieci minuti, non combinando gran che fino al primo di recupero, quando su un passaggio teso ha stoppato la palla non perfettamente: cinquanta centimetri di troppo verso destra, che sembravano essergli costati il pallone.
Invece no. Con un calcio potente è riuscito a scagliarlo dritto come un fuso nella rete. Un gol spettacolare, che ha consentito alla Faloppiese di pareggiare. Ma la cosa più bella è avvenuta un istante dopo, quando Giacomo, pazzo di felicità, ha cominciato a correre verso il centrocampo cercando lo sguardo dell'allenatore, che a sua volta era scattato dalla panchina, modello Mourinho, con una rapidità che pure Usain Bolt sarebbe stato battuto senza fiatare. Si sono incrociati nel cerchio di centrocampo e abbracciati d'instinto, con una gioia, una foga commovente.
Quell'abbraccio è stato il regalo più bello che Giacomo potesse farmi, perché ha dimostrato di non lasciarsi cadere le braccia, di sapere accettare le scelte di chi è più grande di lui, di essere più intelligente del suo stesso genitore, che come tutti i genitori - anche se non lo dice né lo ammetterebbe, neppure con una pistola puntata sul crapone - pensa di essere lui stesso più bravo, più scaltro, più capace di qualsiasi allenatore.
"Sai papà - mi ha detto Giacomo, quando è salito in macchina e io facevo la faccia seria, di quello che vuol fare intendere che non gliene importa nulla ma ha un sorriso da un orecchio all'altro, difficile da dissimulare - sai papà, sono contento di aver segnato soprattutto per l'allenatore, perché io ero lì, in panchina, e sentivo come ci teneva, come era teso per questa partita, quanto desiderava vincere o almeno non perdere. E' per quello che appena ho visto il pallone entrare sono corso da lui, era quello che se lo meritava di più".
Bravo Giacomo, tuo padre è orgoglioso di te, anche se non te lo dice e preferisce scriverlo qua, senza doverti guardare negli occhi, che se no si imbarazza e imparpaglia pure. Ora sai che non è importante partire titolare, che si può anche stare seduti in panchina per partite e partite e partite, ma basta un minuto per ripagarti di rabbia, sconforto e delusione. Non perdere mai la speranza di trovarlo quel minuto, non smettere mai di sognare.

Foto by Leonora

domenica 18 settembre 2011

La perla sotto il tappeto (ci deve essere, basta trovarla

Lo ammetto, non ce l'ho fatta. Mi hanno massacrato i cabasisi, picchiato ai fianchi per due giorni, chiuso all'angolo e pestato come Alì contro Foreman a Kinshasa. Alla fine io, a differenza di Alì, sono andato al tappeto. Sotto il tappeto, in quel luogo dove generalmente si getta la polvere che Terry De Nicolò (ebbene sì, è della sua intervista che parlo) ha tirato fuori spacciandocela per oro che luccica.
Abituato ai miei cent'anni da pecora, non è che mi sia stupito sentendomi dire come si diventa leone. Lo so benissimo e se non lo dico chiaro e netto è perché mi pare perfettamente inutile, lo sanno tutti, esattamente come tutti sanno come si espletano i bisogni intestinali ma non è che poi ci rilascio un'intervista o ci scrivo un libro o scateno migliaia di commenti, tra cui il mio, non raro esempio di predicare bene e razzolare male.
Chiedo ammenda per la mia debolezza, dunque, tramite questa umilissima confessione. A differenza di molti peccati commessi in vita mia, di questo tuttavia mi pento, amaramente, tanto che al minuto tre e ventidue secondi ho interrotto il filmato e sono tornato qui, cosparso di cenere. Con un traguardo, un obiettivo da raggiungere e per cui mi occorre un aiuto dall'alto, essendo impresa improba per qualsiasi essere umano scovare e leggersi tutte le intercettazioni, al solo scopo d'ottenere risposta a una domanda semplice semplice: "Ma in questo spaccato di mondo scintillante e putrido insieme, c'è uno straccio di telefonata, un dialogo, anche solo un sms in cui qualcuno, qualcuna dica qualcosa di serio, di dignitoso, di non sconveniente?".
Che ne so, una vent'enne che quando le propongono la casa del grande fratello dopo le lenzuola del piccolo nonno dica: "Ma mi faccia il piacere!". Oppure un politico, un funzionario pubblico, un professinista, un imprenditore che invitato in modo allusivo ai party delle mille tette risponda: "Brutti zozzoni, vergognatevi!".
Non scherziamo, ce ne dev'essere almeno una, fra tutte le intercettazioni.
Per chi la trova, metto una taglia, con premio. Una pizza assieme. Pizza e birra e basta, perché mica sono un leone, bensì una bella (bella?) pecora anche un po' incazzata, con i miei bei duemila euro al mese e la barba quasi bianca.
Foto by Leonora

sabato 17 settembre 2011

Godersi la vita senza venderla

E Dio creò la colpa, perché la perfezione avrebbe reso l'uomo pazzo. M’è venuto in mente stamane, mentre facevo scendere dal distributore automatico una bottiglietta d’acqua e pensavo che davvero sono di poche pretese, che mi accontento.
“E se dovessero levarmi tutto?” ho pensato.

La salute, i figli, gli amici più cari… Anche la casa, la mia casa. Le cose importanti insomma.

No, quelle no. Ma il resto? I piccoli privilegi che pian piano uno si conquista, i benefici di un lento e paziente accumulo?
Sto uscendo dal seminato, ritorno al punto. L’asceta che non ha desideri o, peggio, che non conosce vizi, rischia una durezza che schianta chi gli sta accanto.

Pur essendo immune da alcuni vizi (invidia, avarizia, ingordigia, brama di potere e ricchezza...) sono comprensivo con chi ne è ostaggio poiché conosco i punti deboli, le tentazioni, gli errori che commetto io stesso.

Cambio pagina, nel senso letterale, e mi imbatto nelle intercettazioni su Berlusconi, Tarantini e tutto il circo Togni (mi perdoni il buon Togni) che si portavano appresso.

I commenti sulla faccenda si sprecano e non sarò io a estrarre dalla custodia il trombone per aggiungere all'ampio coro il mio fiato. Del resto, su un uomo che si vanta in una sera di averne avute alla porta undici ragazze ma di essersela spassata soltanto con otto, avevo già scritto tempo fa. Stavolta cambio spartito, o almeno soggetto, mettendo a fuoco l'altra parte del letto. Non è più lui, il satrapo, bensì le cortigiane che mi lasciano stupito.

Leggo un passaggio di Guido Ruotolo ("La Stampa") in cui si scrive dell'insistenza con cui Tarantini convinceva le ragazze a concedersi al primo ministro. "Chi è fidanzata e non vuole tradire, chi è a Parigi...". Faticava, nell'opera di persuasione, ma alla fine riusciva.

Ed è qui che mi fermo. Perché se penso a me stesso sulla soglia degli ottant'anni, come ho già detto in un post di un anno fa, mi immagino su una panchina sotto il faggio, a giocare con in braccio i nipoti o a leggere un libro e non in un guazzabuglio di gambe e seni da far venire l'infarto pure a un toro.

Ammesso che io possa impazzire, che la lussuria sia l'ultimo appiglio a una vita che mi sta sfuggendo di mano, vorrei che "chi è fidanzata" e ha sessant'anni meno dell'uomo che la vuole concupire voglia continuare a "non tradire" il suo fidanzato e che "chi è a Parigi" non si sogni nemmeno di tornare e se ne stia là, a godersi l'esistenza al meglio.

Se la domanda è incontrollabile, sull'offerta possiamo immaginare un freno?

Non posso infatti assicurare - ahimè - sulla mia salute mentale e sulle derive che possa prendere una navicella svuotata di regole e allo sbando, però posso insegnare qui e ora a mia figlia Giorgia la linea neppure troppo sottile tra il giusto e lo sbagliato, tra l'ambizione e la decenza, tra la frivolezza e la dignità del proprio corpo, oltre che dello spirito. Godersi la vita non significa venderla, neppure a caro prezzo. Perché una volta che l'hai venduta, non è più tua.



Foto by Leonora

venerdì 16 settembre 2011

Giuseppe, Fortuna e la magia di Lampedusa

Sì, viaggiare.
Esiste un incipit più banale del copiare una canzone di Battisti? Non credo.
Cerco di farmi perdonare prendendo a prestito le parole che un'amica, Sabine, tedesca di origine ma ormai italiana di cuore e spirito, mi ha scritto in un messaggio, a proposito di un suo recente soggiorno su una delle isole incantevoli del Mediterraneo.
Lo scrivo qua perché così prolungo l'estate e mi sembra di essere là dov'è stata lei e dove un giorno, spero, andrò anch'io.

"Sono stata a Lampedusa poco fa e mi sono innamorata pazzamente dell'isola, delle persone, del posto, dell'alberghetto in cui sono stata con una mia amica. E del cibo siciliano, che adoro già da qualche tempo. Il pescatore Giuseppe, un uomo di 68 anni ma che ne dimostra molti di più, porta i turisti con la sua barca e fa il giro dell'isola. Con timidezza, cerca di spiegare tutto ciò che conosce del mare, di quel fazzoletto di terra emersa, senza stancarsi delle nostre domande insistenti e curiose. Ho conosciuto una famiglia con due ragazzi, lui di 11 anni, lei di 14 anni, che sono venuti già tre volte sull'isola e ogni volta si fanno portare fuori da Giuseppe. Senz'altro, hanno detto, torneranno una quarta volta e non soltanto per il cibo buono, che prepara direttamente sulla barca. In via Roma, la "via principale", abitano due sorelle, Fortuna e Francesca, ciascuna con il suo negozio. Ti dico soltanto che appena siamo entrate, prima ancora di acquistare qualcosa - e in seguito abbiamo acquistato parecchio - Fortuna ci ha invitato per un caffè. Le siamo entrate subito in simpatia e così lei per noi: sono queste le cose belle, che mi fanno vivere bene. Prima di artire per il ritorno a casa ci ha dato un suo biglietto da visita. Se abbiamo voglia di fare una telefonata, lei ci sarà, ci ha detto. Dimenticavo: non abbiamo potuto incontrare neanche uno profugo. Strano. L'isola a sentire tg e giornali ne è talmente piena da non fanno arrivare i turisti...... Buona giornata, Sabine".

Foto by Leonora

giovedì 15 settembre 2011

Porto Kaleo: una recensione

Che mi sia piaciuto l'ho già scritto, però sul Porto Kaleo ho promesso una recensione e una recensione qui la metto. Non è mia, ma di un altro ospite, più severo di me nel giudizio.

Preferisco la sua, perché sono convinto che è solo alzando l'asticella si possa imparare a saltare più in alto. Conoscendo i proprietari del villaggio, so che terranno conto di ciò che c'è scritto, sorridendo per le cose che vanno bene e sforzandosi di cambiare quelle che si possono migliorare. In ogni caso, troverete in neretto qualche nota a margine, scritta di mio pugno. Il succo del mio giudizio è questo: per me Porto Kaleo è un ottimo villaggio, con alcuni aspetti da migliorare ma che ripaga alla grande il rapporto qualità prezzo.

Ho soggiornato a Porto Kaleo la prima settimana di Settembre 2011 con mia moglie e i miei due figli di 3 e 6 anni, alloggiando in una “family suite”. (le "family suite" sono ampie e belle, perché tutte al piano superiore, con tanto di terrazzo)

La vacanza ci ha lasciato in generale un ricordo abbastanza positivo, nonostante diversi aspetti da migliorare.

Tra i punti di forza metterei al primo posto l’ubicazione del villaggio, una buona struttura con una ventina d’anni sulle spalle portati discretamente, adiacente ad una riserva naturale che tutela un mare bello e pulito, anche se non paragonabile alla Sardegna, e una spiaggia dalla sabbia grossa ma non fastidiosa ben gestita dall’ottimo Antonello, al quale è affidata anche la gestione degli ombrelloni, ben distanti l’uno dall’altro. (concordo)

Per chi non sa nuotare, segnalo che il fondale degrada, si, ma in modo abbastanza repentino.

Il noleggio gratuito di varie tipologie di natanti come canoe, windsurf e barche a vela consentono di diversificare le attività della giornata, ritmate altresì da un’animazione molto efficiente e, almeno in spiaggia, discreta. (c'è un po' di coda per quanto riguarda le canoe a due o tre posti, può capitare di dover attendere un dieci minuti prima di salirci; sempre disponibili quelle singole)

I 400 m che separano la spiaggia dal villaggio sono ben coperti da un trenino elettrico che accompagna i turisti in modo pressoché continuo e comunque si possono tranquillamente percorrere anche a piedi in un viale non trafficato. (io andavo sempre a piedi; l'anno scorso dicono ci fosse un trattore geniticamente modificato, ora il trenino elettrico è perfetto, oltre che ecologico)

Anche le piscine mi sono piaciute.

Sono pulite, sicure e non troppo affollate, inoltre la più piccola prospiciente alle family suite è meno frequentata e consente anche un po’ di nuoto libero soprattutto nel tardo pomeriggio.

Grande affluenza, invece, sugli scivoli della piscina grande dove purtroppo le normali regole di condotta civile sembrano dimenticate e ciò che più sconcerta è che sovente sono i genitori stessi che inducono i figli a saltare le code, anzi, usandoli come teste di ponte per conquistare posizioni in fila. (io agli scivoli non ho incontrato molti maleducati; il tempo di attesa per quelli più ripidi sono dieci secondi, mentre un paio di minuti occorrono per chi vuole scendere dai due con le curve)

Le camere sono spaziose, confortevoli e pulite e all’occorrenza le richieste eccezionali come un cuscino o un asciugamano supplementari vengono esaudite dal discreto personale addetto. (verissimo: ogni giorno cambiavano teli, asciugamani e fornivano di bagnoschiuma in abbondanza, cosa che ormai non capita più nemmeno negli hotel più costosi)

In generale il servizio è buono e tutti gli operatori, camerieri, animatori, inservienti, receptionist si sono dimostrati professionali e disponibili.

Tra gli animatori mi sento di evidenziare la fenomenale Natasha che la sera canta, balla, recita con un talento e una professionalità degna di un’artista di Broadway e di giorno insegna umilmente acquagym in spiaggia. (l'animazione - in qualsiasi struttura sia ospite - non mi vede neppure dipinto sul muro, però erano davvero bravi, anche negli spettacoli serali. A me era simpatico il capo animazione, Diego, a parte il tastierista, Mauro, che è cresciuto con me all'oratorio ed è bravissimo. Bellissima, ma bellissima davvero, la ballerina di tango, Ilaria credo)

Passiamo in rassegna ora agli aspetti da migliorare.

Il primo che mi sovviene è la qualità e la gestione del cibo al ristorante. Abbiamo trovato una certa ridondanza di piatti di qualità per altro mediamente non eccellente. Cotture approssimative, poca varietà e poca ricercatezza. (in parte concordo: credo che il problema principale sia la varietà. I primi due giorni mi sembrava tutto buono, poi - complici le abbuffate iniziali - ho cominciato a notare qualche pecca e i sapori mi parevano sempre uguali)

Curioso come la creatività influisca solo la denominazione dei piatti: una torta bianca può essere presentata come una torronita o una cassata siciliana o un semifreddo al cocco….ma sa sempre di panna e ricotta.

Gelato giallo? Spacciato per gusto crema o zabaione o zuppa inglese, indifferente….ma in bocca è vaniglia.

Trancio di pesce? Mi è stato presentato come trancio di branzino, che notoriamente si taglia a filetti e non a tranci. Infatti era un pesce spada. Bah! (non "Bah", ma "Beh": beh, lì era colpa del cameriere, che sorrideva ed era gentilissimo, ma neanche sapeva cosa metteva nel piatto)

Anche in questo caso, al ristorante, sarebbe auspicabile l’abolizione del self service al buffet, a favore di operatori che distribuiscano in modo equo e civile le pietanze. Meno libertà ma più democrazia. (io, in questo caso - e ormai solo in questo caso - sono per il Popolo della Libertà: viva il buffet. Anche perché sceglievo orari in cui l'orda dei primi ad accorrere al banchetto fosse passata e i camerieri riportassero nuovi vassoi con tutto)

Lo scenario che si presenta ai pasti, infatti, è talmente sconcertante da chiedersi se certa gente sia stata a digiuno per giorni prima di giungere a Porto Kaleo. (sconcertante è un termine forte, però un po' è vero: ma quanto mangia certa gente?)

Già alle 13 o alle 20 si trovano i vassoi degli antipasti saccheggiati da orde di ingordi che prelevano portate smisurate di cibo, per altro spesso abbandonate sui tavoli senza essere state consumate dai medesimi, cosa moralmente disdicevole. (concordo sul "moralmente disdicevole")

A poco valgono le compensazioni di un imbarazzato metre in quanto ad ogni nuova uscita dalla cucina i vassoi vengono assaliti dai soliti invasati. (qui c'è da dire che il mitico recensore - che ringrazio per la schiettezza - era anche sfortunato, tipo Fantozzi, perché io gli invasati riuscivo quasi sempre ad evitarli)

Alcuni piatti li ho sentiti solo raccontare e non ho mai avuto il piacere di degustarli (gamberi, cozze, seppie….apprezzati solo nei piatti altrui).

L’assenza di un’educazione civica porta i voraci predatori a vantare i propri trofei senza pudore anche in pubblico: “ Stamane mi son portato via 20 monoporzioni di Nutella” ; “ Mi sono fatto 3 piatti di cozze”; “ Tengo occultati nello zaino 5 panini col prosciutto prelevati abusivamente al ristorante, così me li mangio dopocena (!) ” (purtroppo questo è clamorosamente vero!)

In una fila per i dessert sono stato speronato dalla pancia e poi superato da una bambina che con gli occhi sgranati ha richiesto 8 coppette di gelato 8….ed era il secondo giro. (l'ho vista anch'io, c'era davvero!)

Deducendo anche dalle braccia aperte e rassegnate dei camerieri, che la linea di condotta era assolutamente abituale per la struttura, ho riposto ogni velleità di ribellione o incazzatura nel subire tutte queste piccole ma fastidiose ingiustizie, limitandomi a segnalare con ironia gli abusi ai protagonisti – o ai loro genitori - nell’illusione di impartire un minimo di senso civico educazione.

In alcune occasioni, questi valori vengono purtroppo compromessi anche dall’animazione e indirettamente dalla direzione generale che dovrebbe essere deputata ad organizzare gli orari degli eventi interni al villaggio.

Mi riferisco agli spettacoli serali che si svolgono nell’arena poco distante dalle family suite.

Il volume degli altoparlanti è talmente alto da essere fastidiosamente distorto e gli orari non sono certo rispettosi del sonno dei bambini. Gli inviti di diverse famiglie a riconsiderare decibel e timing non hanno avuto successo e la musica da discoteca ad alto volume è garantita tutte le notti fino all’1 se non oltre. (è vero, ma soprattutto è un disagio che si avverte il primo giorno, poiché nel resto del soggiorno si è talmente stanchi e soddisfatti che ci si addormenta lo stesso)

A mio parere la Proprietà di questa struttura dalle grandi potenzialità, sebbene ovviamente incolpevole in merito all’educazione civica dei turisti, potrebbe con una miglior organizzazione risolvere concretamente e nel breve diversi punti di debolezza e offrire un servizio d’eccellenza valorizzando un sito meritevole. (concordo. Ripetendo ciò che è già stato scritto: la maleducazione di molti ospiti non è imputabile alla proprietà. Ma questo è un problema che non si limita al Porto Kaleo. Credo che se i gestori di albergo potessero permettersi di selezionare la clientela all'ingresso, metà dei clienti sarebbero esclusi. A volte pensiamo che pagare un servizio dia il diritto di essere padroni in casa d'altri, fino all'abuso).

mercoledì 14 settembre 2011

Calabria: l'educazione civica, i ceci tostati e lo scempio

Rimando di un giorno la recensione del villaggio Porto Kaleo (tanto sta chiudendo e fino al giugno prossimo non riapre) per due parole sulla Calabria.
Scrive Cafecaracas a commento del post che precede questo: "La vacanza piu' bella della mia vita l'ho passata proprio in Calabria, a Soverato. L'accoglienza, l'ospitalità, la gentilezza che trovammo lì, ci sorprese e ci fece riflettere sui nostri stupidi preconcetti".
Verissimo. Ospitalità, gentilezza, accoglienza li ho sperimentati anch'io.
Non solo. Mi ha affascinato il racconto di un signore di Arezzo, che a Marinella di Cutro andava a fare campeggio libero trent'anni addietro, quando non esistevano alberghi e strutture attrezzate ma unicamente sperdute case di contadini. Uomini e donne dai volti segnati dal sole e dalla terra grigia di quelle parti, persone d'una povertà che faceva spavento ma che non accettavano soldi o compensi per le verdure che andavi a chieder loro, per abbinare alla carne il companatico. "Gli uomini - ci ha detto il toscano, che nel frattempo s'è costruito una casetta a Scalea - quando ti fermavi a chiacchierare un minuto, avevano sempre in tasca dei ceci tostati, che ti offrivano al momento del congedo, in segno di amicizia. E le donne guai a farti pagare quattro uova o mezzo chilo di pomodori. Per lasciare un mille lire dovevo fare i salti mortali e, quasi sempre, lasciarli sul tavolo e scappare, mentre erano affaccendati in qualcos'altro".
Una fierezza e una generosità senza pari, come dicevo, ed è questa la Calabria che tuttora ci fa restare ammirati, quella che leggevamo nei libri di Alvaro, una terra aspra eppure per molti aspetti del tutto simile a mille altre zone rurali d'Italia, da Ragusa a Bolzano.
Ma c'è un'altra Calabria che in tutta onestà e schiettezza detesto. E' la Calabria dei paesi dove le case sono tutte appiccicate, brutte, quasi sempre senza intonaco oppure non finite o lasciate a metà, con enormi pilastri di cemento, il tetto e qualche parte finita qua e là, a seconda del caso.
E più ancora la Calabria dell'immondizia lasciata ai bordi delle strade, lungo i sentieri incantevoli che dal mare si inerpicano sui rilievi circostanti, sulle spiagge: bottiglie, sacchetti di plastica, imballaggi di polistirolo, vecchi frigoriferi, sacchi neri, pneumatici... Di tutto.
Non ne conosco la ragione, non so perché avvenga, come mai non si abbia cura della propria terra, della culla stessa in cui ogni essere umano lì è cresciuto.
So di rischiare il ridicolo, proponendo soluzioni a problemi complessi e profondi e che sono intrecciati con la natura stessa di una gente che non conosco a fondo. Tuttavia, sforzandomi di pensare che la via migliore che unisce due punti sia sempre la linea retta, ho un suggerimento: cinque ore settimanali di educazione civica in tutte le scuole della penisola, dalle elementari fino al liceo.
Se non possiamo convincere gli adulti dello scempio che attuano, proviamo a formare i nostri figli, insegnando loro che non si gettano i rifiuti per terra, non si abbandonano, che occorre avere rispetto per l'ambiente, in qualche modo preservarlo, custodirlo.
Ore e ore di educazione civica, sia teorica, mostrando il disastro che viene compiuto da chi è incivile, sia applicata sul campo, portando tutti i ragazzi in età scolare a pulire, a eliminare e in qualche modo compensare ciò che generazioni di nonni e di padri ha creato. I figli devono essere coinvolti e responsabilizzati in prima persona, in modo che quando tornano a casa diventino loro i paladini del buon costume e pretendano dai genitori un comportamento più congruo, assillandoli e stressandoli finché la smetteranno di essere sciatti, di comportarsi come se l'intero creato non sia altro che una fogna, dove abbandonare il superfluo.

Foto by Leonora

martedì 13 settembre 2011

Porto Kaleo e la donna che l'ha inventato

Non c'è il due senza il tre: che il tre sia.
Dopo Antonello e Massimo, ecco la terza persona che ho incontrato in vacanza. Una donna. Due donne. Una famiglia anzi.
Un passo indietro: il villaggio in cui siamo stati si chiama Porto Kaleo, a Marinella di Cutro (domani metto un post con il giudizio sulla struttura stilato da un amico di cui mi fido, aggiungendo anche il parere mio).
Al quarto giorno che ero lì, notando una cura, un'attenzione ai particolari insolita per strutture così grandi, mentre mi crogiolavo al sole ho detto a Isabella: "Mi piacerebbe conoscere il direttore, domandargli come fa a gestirlo così".
Isabella, che se avesse fatto la giornalista avrebbe fatto un baffo a "Dagospia", mi ha spiegato che non esisteva un direttore. O meglio, che il villaggio non è proprietà di un grande gruppo, bensì di una famiglia e che una delle sorelle era la signora gentile che ci aveva accolto, la prima sera.
Salto i convenevoli. Con quella signora (Paola) ho parlato, scoprendo una storia che merita di essere raccontata.
Il villaggio è stato costruito, vent'anni fa, da una donna. Il suo nome è Carla Rettura, moglie di Michelangelo Notarianni, un calabrese diventato ingegnere a Pisa e imprenditore di materie plastiche nella sua terra d'origine (sulla sponda tirrenica), è la mamma di Paola. Alla fine degli anni Ottanta, quando il turismo era visione di pochi e non frutto di una strategia, fu lei a decidere di trasformare quel fazzoletto di terra brulla, a trecento metri dal mare, in un complesso dotato di parco acquatico, campi da tennis, calcetto, teatro all'aperto e trecento camere, tenute in ordine, con precisione svizzera.
All'inizio era in società con un gruppo più grande, poi - dopo un avvio stentato - decise di rilevare tutte e quante le quote e di occuparsi anche della gestione in prima persona.
"Chi non è calabrese - mi ha detto sua figlia - non può capire cosa significhi non soltanto essere una donna, qui, ma essere una donna imprenditrice. Mia madre diceva agli operai: quell'albero lo pianterei lì e loro nemmeno l'ascoltavano. Pretendevano che decidesse un uomo".
Paola parla di sua madre con trasporto e insieme una tenerezza contagiosa. Il giorno dopo ce la presenta. La signora Carla è una signora colta, d'una dolcezza di sostanza e non di facciata, che fa velo però su una tempra d'acciaio e una determinazione straordinaria. Carla ha una scintilla negli occhi, mentre parla, e una modestia pari soltanto alla cortesia. Scambiamo quattro chiacchiere, poco per conoscere meglio l'intera storia, abbastanza per capire cosa gli sta più a cuore, il motivo che la rende orgogliosa: che i figli vadano d'accordo, che ciò ch'è stato costruito non vada in malora e soprattutto non crei divisioni, bensì unisca la famiglia. I figli, come detto, sono quattro: Paola Notarianni, che ha studiato architettura, vive a Firenze e aiuta nei mesi di apertura; Simona, che si occupa della gestione in prima persona; Giovanni, al quale sono delegate le questioni amminisrative; Gabriella, che vive e insegna negli Stati Uniti, a Pasadena.
La chiudo qua, perché lì ero un normale turista e non un giornalista curioso, che poteva permettersi domande irriverenti.
Aggiungo soltanto, chiudendo la parentesi delle persone incontrate in vacanza, il filo rosso che le accomuna: in un tempo di crisi, quando aprire i quotidiani ogni giorno è una ferita e un macigno di sofferenza, loro sono un esempio positivo, di gente seria, che lotta in ciò che crede, che si distingue, che non si fa cadere le braccia, che mi fa dire: "Nonostante tutto, ce la faremo, non sarà per questa nostra Italia il capolinea".

P.S. Per chi mi conosce è inutile scriverlo, per tutti gli altri lo metto così da evitare sospetti o dietrologie maliziose: al Porto Kaleo non ho avuto un euro di sconto o un favore in più di quelli concessi alla normale clientela. E non accadrà in futuro, per il semplice fatto che con Isabella non siamo tornati in un posto dove siamo già stati in vacanza. Anche questo, come tutti gli altri, è un commento all'insegna della gratuità, verso gente che se l'è meritato, per semplice riconoscenza.
Mi scuso anche per eventuali imprecisioni: al mare non porto taccuini, solo buona volontà e memoria.

Foto by Leonora