venerdì 1 agosto 2008

Stop and go


Sono tornato. Un'ora fa, dopo tre notti e quattro giorni in Friuli, al mare placido (e un poco torbido) della laguna antistante la pineta di Grado. Meravigliosa la pineta, con odore di acqua salata e di resina e di pigne. Grazioso l'albergo, molto curata la cucina, con piatti originali, ben fatti e guarniti (numero uno: il riso basmati con peperoni e gamberi). Troppe, decisamente troppe le zanzare, tenute a bada con scrupolosa aspersione di Off e schiaffoni ben assestati (ben, neanche troppo). Mi sono rilassato, come non mi accadeva da un pezzo. Oltre alle letture (Scalfari, Scerbanenco, Beccaria), mi sono gustato lunghe camminate sulla battigia, talmente preso nei miei pensieri da non accorgermi nemmeno dov'ero. Lunedì riprendo, non mi lamento. Sono un uomo fortunato: ho un lavoro che ho sempre desiderato, dopo averlo atteso per un pezzo invano. Guai a me se non lo ricordo ogni giorno, sarebbe un oltraggio non solo per chi non ha la fortuna che ho avuto io, ma pure per le tante vacanze in cui sulla spiaggia camminavo sì, ma irrequieto, disperando di avere l'occasione di mettere alla prova me stesso.
Foto by Leonora

martedì 29 luglio 2008

PlantiGrado


Tra poche ore parto. Doveva essere l'Olanda, ma sono troppo stanco e ripieghiamo (se di ripiego si può parlare) sul mare. Mare e pineta. Voglia di quiete, relax e buone letture. Ho cominciato oggi "L'uomo che non credeva in Dio", l'autobiografia di Eugenio Scalfari e ho un'altra mezza dozzina di libri in valigia. Sento il bisogno di ricaricare le batterie e temo che se non lo faccio ne risentirà anche il lavoro. Era tanto tempo che non andavo in vacanza con tanta voglia di andarci. Chi mi conosce sa che sono plantigrado e mi muovo con l'entusiasmo di un condannato alla gogna. Questa volta è diverso. Segnale forse che sto cambiando o che davvero sono cotto come una caldarrosta (birolla, in dialetto comasco) e che urge una tregua.
P.S. Una persona speciale mi ha consigliato di abbinare a questi post, invece che esclusivamente fotografia, l'immagine di un quadro. Sono curioso di sapere che opera sceglierebbe per le povere cose che ho scritto oggi.
P.S.S. Per chi non lo sapesse e fosse curioso della meta marina prescelta, sia chiaro che l'ho scritto, pur se in modo non esplicito. Una sorta di "AllenaMente": d'estate i giochi vanno di moda.


Foto by Leonora

mercoledì 23 luglio 2008

Lavori in corso


Dopo la pioggia viene sempre il sereno. L'ho scritto anche come frase di benvenuto, quando accendo il telefono (poi non lo spengo mai, ma è un altro discorso) e in questi giorni sta accadendo davvero: un cielo limpido, un sole splendido, neppure troppo caldo. E' l'estate che preferisco. Non è comunque del meteo (della meteo, direbbero in Svizzera) che voglio parlare, bensì della libertà di stampa. Non l'ho detto il primo giorno che lavoravo a "La Provincia", non l'ho detto il secondo e nemmeno il terzo. Ora però, cinquanta giorni dopo, posso tranquillamente scriverlo: la libertà nei giornali esiste. Nel mio, almeno. Certo, la usiamo con discrezione, poiché libertà non equivale a scrivere quello che frulla per la testa, bensì ricordando che ogni parola messa nero su bianco è destinata a un pubblico, ai propri lettori. Però nessuno mi ha mai detto: "No, questa notizia non la scriviamo" o, peggio, "Guarda che hai scritto questo e invece va scritto quest'altro".
Cosa c'è di nuovo, dirà qualcuno. Per me, tutto.
P.S. A breve, nel mese di settembre, a Como uscirà un terzo quotidiano, "L'Ordine". Un nome a cui sono affezionato: quando ero in quarta elementare mi portarono in visita guidata alle rotative di Grandate, che allora erano un gran esempio di modernità. A dimostrazione che un giornale lo fanno le persone e non le macchine, quel quotidiano fallì pochi mesi dopo. Ora Sandro Sallusti ha rilevato la testata e intende rilanciarlo, puntando su un foglio di pregio, capace di fare appieno ciò per cui i giornali in fondo nacquero: dare un'idea, oltre che una notizia.
Con Sallusti, se risolverà i nodi che ancora lo vincolano, potrebbe esserci Mauro Migliavada, il giornalista "d'inchiesta" che più stimo e con cui ho avuto il piacere di lavorare per otto anni fianco a fianco. Se così fosse sarà ogni giorno un bel duello, perché sanno fare il loro mestiere e non ci saranno alibi, per nessuno. A me, convinto come sono che un "più" d'informazione è sintomo per una città di buona salute, non resta che aggiunger per loro sette parole: in bocca al lupo e buon lavoro.

Foto by Lyonora

lunedì 14 luglio 2008

Nino non aver paura di tirare quel calcio di rigore


Marta, via Facebook, mi ha chiesto come faccio a scrivere in questo blog cose intime, generalmente riservate. Non so come, lo faccio e basta. Mi viene spontaneo e naturale. Poi, ripensandoci, mentre l'altra sera ho fatto un salto dagli amici del "Como blog beer", parlando con Valentina, mi si è accesa una lampadina e ho rivisto questo blog come dall'alto, come invece di solito non succede. Non post dopo post, ma tutto quanto insieme, nella direzione che ha preso e nella forma conseguente: un diario. Un vero diario, uno di quelli che sulla carta non sono mai riuscito a tenere. E ho pensato a me stesso tra dieci anni, mentre lo rileggo e posso rimettere in sequenza i miei passi semplicemente seguendo le impronte che ho lasciato. E ho pensato ai miei amici che potranno fare lo stesso e ricordare chi sono, e agli estranei, che potranno capirlo, e ai miei figli, ai miei nipoti, a cui non avrò soltanto storie da raccontare, bensì potranno scoprire ciò che sono adesso, hic et nunc, qui ed ora. E scoprendo me potranno scoprire anche loro. Lo dico a Giacomo, a mio figlio Giacomo, di 11 anni, che da ieri è partito per la prima vacanza lontano da casa e oggi ci ha già chiamato sei volte, le ultime singhiozzando, perché ha paura la notte e ieri non ha dormito e non vuole che andiamo a prenderlo, ma se lo facessimo sarebbe il bambino più felice del mondo. Non lo faremo, perché è in un posto fidato, con i suoi compagni di scuola, della squadra di calcio. Non lo faremo, perché volergli bene non vuol dire solo tenerlo stretto a sé, bensì aiutarlo a diventare grande, a camminare da solo. Non lo faremo, ma ci si spezza il cuore a pensarlo distante, senza sapere se l'angoscia che aveva gli è passata o se nel suo letto è ancora sveglio, col magone che in gola è un groppo. Lo scrivo adesso, ma avendo per interlocutore immaginario quel Giacomo che quando leggerà queste parole sarà un giovanotto o addirittura un uomo fatto e finito. Perché se gli sembrerà di poter tenere in pugno il mondo, non dimentichi il bambino che è stato e abbia buona memoria anche di suo padre, che in una notte di temporali di luglio, gli era vicino, pur se lontano.

Foto by Leonora

giovedì 10 luglio 2008

Comunity d'intenti


Due cose a proposito di Facebook, che utilizzo in dosi omeopatiche ma più assiduamente del nulla di qualche tempo fa.
La prima positiva. Ritrovo gente di cui per anni non ho avuto notizie e si conoscono un sacco di persone, spesso interessanti, che altrimenti non si incontrerebbero.
La seconda negativa. Si sa troppo di tutti (Tizio ha fatto questo; Caio è diventato amico di Sempronio; Sempronio si è iscritto al gruppo Alfa; Caio ha cambiato la sua foto...) ma poco di ciò che conta veramente, almeno per le priorità che ho io. In questo lo strumento blog rimane insuperabile.
P.S. Domani sera, al birrificio di Lurago Marinone, i blogger comaschi hanno appuntamento. Io ci andrò, magari un po' tardi, visto che lavoro, ma non mancherò poiché questi raduni sono per me una boccata d'ossigeno.

Foto by Leonora

lunedì 30 giugno 2008

E guardo il mondo da un oblò


Oggi ho asciugato una lacrima a Giorgia, che ha otto anni ed è mia figlia e mentre stavamo parlando del più e del meno mi ha sussurrato all'orecchio: "Non voglio diventare grande". Non so perché l'ha detto, certe cose le bambine non le spiegano e i padri imparano presto a non insistere, tanto è lo stesso. "Quando guardo le foto di quand'ero piccola, voglio rimanere così" ha solamente aggiunto. E io sono rimasto zitto, limitandomi a tenerla stretta tra le braccia. Poi, quando il magone l'è passato, ho risposto che diventare grandi non è poi così brutto, solo non bisogna essere impazienti di diventarlo presto, né timorosi che venga quel momento.
Il tempo ("Il ladro d'acqua" come lo chiamavano i greci, che ad acqua avevano le clessidre, come ho imparato da un bel libro di Ben Pastor) se lo si asseconda è meglio. E come avevo scritto in un precedente post (almeno così mi pare, anche se non ho voglia di andare a cercarlo) mi rassicura il fatto che veniamo da lontano e anche se non so dove andremo, certo non ci fermeremo qui e tutto scorre e passa e io un giorno non sarò più come è capitato a mio padre e al padre di mio padre prima di lui e capiterà ai miei figli e ai figli dei miei figli. Ma questo non l'ho detto a Giorgia, anche se per un momento l'ho immaginata con i capelli grigi, asciugare le lacrime di una nipotina che assomigliava dannatamente a lei e diceva le stesse cose che lei oggi ha confidato a me. Non l'ho detto perché i bambini insegnano che in certe occasioni le parole non servono, perché non si può spiegare a voce tutto ed è meglio restare abbracciati, in silenzio.

Foto by Leonora

lunedì 23 giugno 2008

Costruire ponti


Scrivo meno in questi giorni, ma non è una resa. E' mia ferma intenzione dedicare a questo blog e alla lettura di quelli altrui un po' di tempo, ogni giorno. Resto convinto delle risorse infinite che offrono le relazioni in rete. Oggi, ad esempio, leggendo un post di Andrea sulle cose che contano veramente nella vita, mi sono trovato d'accordo con lui ed è stata un'occasione per riflettere sulla mia stessa esistenza, forse troppo affannata in queste ultime settimane (affannata ma densa di soddisfazioni).
P.S. Poiché in fatto di lutti quest'anno la mia famiglia pare non voglia farsi mancare nulla, ieri è morta la zia Carla, sorella di mia nonna e che della nonna stessa, scomparsa trent'anni fa, ha fatto le veci. La zia Carla aveva un rapporto speciale con Gianni, fratello di mia mamma, che se ne prendeva cura, fino a che un male subdolo nel maggio dell'anno scorso se l'è portato via. La zia Carla ha cominciato a morire davvero quel giorno. Sta di fatto che lasciarla in casa da sola, negli ultimi tempi, era diventato un azzardo e giovedì, a malincuore, l'abbiamo accompagnata a Sala Comacina, in una casa di riposo. "Se ci fosse stato lo zio Gianni non sarebbe successo, non lo avrebbe permesso" ha detto mia madre, sulla strada del ritorno. Tre giorni dopo, ieri, come un fulmine a ciel sereno (poiché a noi che eravamo andati a trovarla tra venerdì e sabato era parsa in salute, in forma persino) la crisi, la vana corsa con l'ambulanza in ospedale e il decesso. Il funerale ci sarà domani, 24 giugno, giorno in cui lo zio Gianni se fosse ancora vivo avrebbe festeggiato il compleanno.

Foto by Leonora