Far luce nell'ombra. Storie della giustizia
Qualche lettore se ne sarà accorto: da un paio di settimane a questa parte, oltre ai maggiori processi, dal tribunale siamo tornati a raccontare nel dettaglio anche le vicende comuni, di gente semplice e invischiata, sua volontà o suo malgrado, in quel rito laico ch’è la giustizia, o almeno la convenzione che se ne dà. Negli ultimi giorni è stato scritto della signora derubata che ha riconosciuto i ladri senza riuscire a mandarli in galera (udienza rimandata, per accertare le reali responsabilità), di uno straniero spiantato e maldestro che ha arraffato un portafoglio vuoto al mercato (condannato), di due poveri diavoli che per ripararsi avevano sottratto da un cantiere abbandonato un paio di assi di legno (assolti), di una vicina di casa maligna e impicciona, che si divertiva ad otturare con della colla la serratura di una giovane sposa (condannata). Storie. Cronache di amministrazione ordinaria, che prese una ad una solleticano curiosità e tutte insieme dipingono uno spicchio della città in cui viviamo. Certo il palazzo di giustizia di Como non è il Beth Din, il tribunale rabbinico che in via Krochmalna a Varsavia era presieduto dal padre di Isaac Singer e che lo stesso scrittore elegge a teatro. E nemmeno la colonia penale descritta da Kafka o il proscenio scelto da un Brecht o da un Sciascia, né la corte d’Assise che Gide descrive cruda e limpida. Non è un caso tuttavia che tanti scrittori abbiano scelto l’aula del tribunale come spina dorsale del loro narrare: c’è vita lì, in quel palazzo grigio, il cui atrio alto e immenso incute soggezione e il cui solo entrarvi ispira disagio. Raccontarlo è anche il modo di farlo sentire meno distante, meno “altro”. Dedicarvi attenzione è altresì la scelta di accendere la luce dove cova l’ombra. Ecco perché siamo contrari a qualsiasi tentativo di privatizzare, di rendere segreta – pur con nobili intenzioni - l’amministrazione della giustizia: raccontare, in questo senso, non è rispondere a un prurito, bensì dare pieno compimento ad una garanzia.
La Provincia, 25.10.09
Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
lunedì 2 novembre 2009
Attenti a quei...
Attenti a quei due
Nei giorni scorsi abbiamo fatto di tutta l’erba un fascio, definendo la classe politica nel complesso mediocre. Qualcuno per la verità ha cercato di trarsi fuori da sé, come naufrago che per salvarsi si aggrappa ai marosi. Un paio di nomi. Mario Lucini (Pd), che s’è studiato il progetto con la meticolosità di uno studente alla tesi di laurea. Ma anche Lionetti (Lega), accusato in passato dal suo stesso partito di opportunismo, ma dimostrando nella circostanza di avere una faccia sola e di parlare chiaro.
Giovedì Gnorri
Qualcuno potrebbe chiedersi perché con alcuni siamo duri e con altri meno. Semplice: alcuni (leggi Cosenza, amministrazione provinciale) quando vengono tirati in ballo, telefonano e convinti delle proprie ragioni accettano di rispondere alle domande, mettono le cose in chiaro; altri (leggi Viola, comune di Como) alla richiesta di spiegazioni tacciono, scrivendo al più due righe, per dire di stare attenti e di essere molto precisi, altrimenti quereleranno.
La finestra sul cantiere
Ieri abbiamo ironizzato sul capo ufficio stampa del Comune, Marco Fumagalli, che si è eclissato sul più brutto, cioé quando l’arrosto delle paratie è diventato fumo (un fumo denso denso, quanto un muro). Se quel che dice è vero, gli va però dato atto che fu lui a volere le finestre in plexiglas che hanno permesso al pensionato di curiosare e lanciare l’allarme. Se è così, è giusto riconoscerlo. Senza dimenticare però che qualcuno del cantiere ha provveduto a oscurarne buona parte con dei fogli di giornali, senza che nessuno del Comune muovesse un dito e questo la dice lunga su come a Palazzo Cernezzi abbiano a cui la trasparenza, il giudizio schietto del cittadino.
A misura di piede
Ci scrive un amico, ingegnere e imprenditore: «Perché a Como non adottiamo come unità di misura (invece del metro) quella del muro a lago? Potremmo chiamarla “piede comasco” (nel senso di fatto coi piedi)».
La Provincia, 24.10.09
Nei giorni scorsi abbiamo fatto di tutta l’erba un fascio, definendo la classe politica nel complesso mediocre. Qualcuno per la verità ha cercato di trarsi fuori da sé, come naufrago che per salvarsi si aggrappa ai marosi. Un paio di nomi. Mario Lucini (Pd), che s’è studiato il progetto con la meticolosità di uno studente alla tesi di laurea. Ma anche Lionetti (Lega), accusato in passato dal suo stesso partito di opportunismo, ma dimostrando nella circostanza di avere una faccia sola e di parlare chiaro.
Giovedì Gnorri
Qualcuno potrebbe chiedersi perché con alcuni siamo duri e con altri meno. Semplice: alcuni (leggi Cosenza, amministrazione provinciale) quando vengono tirati in ballo, telefonano e convinti delle proprie ragioni accettano di rispondere alle domande, mettono le cose in chiaro; altri (leggi Viola, comune di Como) alla richiesta di spiegazioni tacciono, scrivendo al più due righe, per dire di stare attenti e di essere molto precisi, altrimenti quereleranno.
La finestra sul cantiere
Ieri abbiamo ironizzato sul capo ufficio stampa del Comune, Marco Fumagalli, che si è eclissato sul più brutto, cioé quando l’arrosto delle paratie è diventato fumo (un fumo denso denso, quanto un muro). Se quel che dice è vero, gli va però dato atto che fu lui a volere le finestre in plexiglas che hanno permesso al pensionato di curiosare e lanciare l’allarme. Se è così, è giusto riconoscerlo. Senza dimenticare però che qualcuno del cantiere ha provveduto a oscurarne buona parte con dei fogli di giornali, senza che nessuno del Comune muovesse un dito e questo la dice lunga su come a Palazzo Cernezzi abbiano a cui la trasparenza, il giudizio schietto del cittadino.
A misura di piede
Ci scrive un amico, ingegnere e imprenditore: «Perché a Como non adottiamo come unità di misura (invece del metro) quella del muro a lago? Potremmo chiamarla “piede comasco” (nel senso di fatto coi piedi)».
La Provincia, 24.10.09
Innocente e...
Innocente. E umile
In principio fu Innocente Proverbio, il pensionato meticoloso che ha lanciato l’allarme, in lizza per l’Abbondino. Avevamo un timore: che con l’improvvisa notorietà si montasse la testa. Perciò abbiamo spulciato con attenzione le cronache, temendo di vederlo parlare in pubblico, tenere comizi o vestire i panni del capopopolo. Dubbi spazzati via quando lo abbiamo sentito su Rai Tre, con Frizzi che gli chiedeva della mega manifestazione in piazza e lui che se n’è candidamente uscito con un: «Mi spiace, non posso dire niente, non ho partecipato». Una frase che fa il paio con l’ombra in cui è restato e che ci ha rincuorato, convincendoci d’un fatto: Innocente Proverbio quell’Abbondino se lo merita sul serio.
La forza della televisiùn
Il consiglio comunale in diretta su Espansione tv è stato davvero meritorio, permettendo a migliaia di persone di trarre dei nostri amministratori un giudizio avveduto, mai a senso unico. Ce ne siamo accorti leggendo i commenti dei telespettatori che usano anche i social network: l’intervento di questo o quel politico che a noi pareva ridicolo o borioso, veniva da altri apprezzato e viceversa. Sappiamo che ciò che stiamo per scrivere comporterà il duro monito («Giorgio, i cavoli tuoi mai?») di Mauro Maggi, responsabile tecnico della tv, e di tutti gli altri amici che lì vi lavorano e che non hanno bisogno di un impegno aggiuntivo, ma la proprietà di Etv e il direttore del tg, Mario Rapisarda, dovrebbero pensarci: sarebbe utile mandare in onda tutti i consigli comunali in diretta, come si faceva un tempo. E visto che le trasmissioni hanno un costo, il Comune invece di spendere in spot e campagne promozionali sulla stessa tv, potrebbe investire contribuendo a un servizio davvero pubblico.
Dov’è il soldato Marco?
Quanto sono lontani i giorni in cui, armato di microfono e caschetto, il capo ufficio stampa del Comune, Marco Fumagalli, intervistava sul cantiere delle paratie l’assessore Caradonna per dire «Ma quant’è buono!», «Ma quant’è bello!». Da quando è scoppiato il caso, Fumagalli s’è eclissato. Prima era a Bilbao, poi «si sta occupando d’altro», così - su una vicenda tanto delicata - sono i suoi collaboratori a tenere banco. E noi ci chiediamo: è giusto? Ma forse la nostra è soltanto un’inutile malignità, forse vorrebbe esser più presente e forse il capo ufficio stampa ricomparirà, appena si sarà ricordato dove diavolo ha appoggiato il caschetto.
La Provincia, 23.10.09
In principio fu Innocente Proverbio, il pensionato meticoloso che ha lanciato l’allarme, in lizza per l’Abbondino. Avevamo un timore: che con l’improvvisa notorietà si montasse la testa. Perciò abbiamo spulciato con attenzione le cronache, temendo di vederlo parlare in pubblico, tenere comizi o vestire i panni del capopopolo. Dubbi spazzati via quando lo abbiamo sentito su Rai Tre, con Frizzi che gli chiedeva della mega manifestazione in piazza e lui che se n’è candidamente uscito con un: «Mi spiace, non posso dire niente, non ho partecipato». Una frase che fa il paio con l’ombra in cui è restato e che ci ha rincuorato, convincendoci d’un fatto: Innocente Proverbio quell’Abbondino se lo merita sul serio.
La forza della televisiùn
Il consiglio comunale in diretta su Espansione tv è stato davvero meritorio, permettendo a migliaia di persone di trarre dei nostri amministratori un giudizio avveduto, mai a senso unico. Ce ne siamo accorti leggendo i commenti dei telespettatori che usano anche i social network: l’intervento di questo o quel politico che a noi pareva ridicolo o borioso, veniva da altri apprezzato e viceversa. Sappiamo che ciò che stiamo per scrivere comporterà il duro monito («Giorgio, i cavoli tuoi mai?») di Mauro Maggi, responsabile tecnico della tv, e di tutti gli altri amici che lì vi lavorano e che non hanno bisogno di un impegno aggiuntivo, ma la proprietà di Etv e il direttore del tg, Mario Rapisarda, dovrebbero pensarci: sarebbe utile mandare in onda tutti i consigli comunali in diretta, come si faceva un tempo. E visto che le trasmissioni hanno un costo, il Comune invece di spendere in spot e campagne promozionali sulla stessa tv, potrebbe investire contribuendo a un servizio davvero pubblico.
Dov’è il soldato Marco?
Quanto sono lontani i giorni in cui, armato di microfono e caschetto, il capo ufficio stampa del Comune, Marco Fumagalli, intervistava sul cantiere delle paratie l’assessore Caradonna per dire «Ma quant’è buono!», «Ma quant’è bello!». Da quando è scoppiato il caso, Fumagalli s’è eclissato. Prima era a Bilbao, poi «si sta occupando d’altro», così - su una vicenda tanto delicata - sono i suoi collaboratori a tenere banco. E noi ci chiediamo: è giusto? Ma forse la nostra è soltanto un’inutile malignità, forse vorrebbe esser più presente e forse il capo ufficio stampa ricomparirà, appena si sarà ricordato dove diavolo ha appoggiato il caschetto.
La Provincia, 23.10.09
domenica 25 ottobre 2009
Lapalisse e la politica

Sosteneva Martinazzoli (un uomo che stimo), che "la politica è importante ma la vita è più importante della politica". Da qualche parte, in questo blog, l'avevo già scritto, ma mi piace al punto da ripeterlo. Riguardo la politica metto qui in fila tre o quattro cose sentite e lette in questi giorni.
Primo: Piero Marrazzo, presidente della regione Lazio, si è autosospeso dopo che aveva accettato di pagare dei carabinieri che lo ricattavano per un video che lo immortalava con dei transessuali. Apprezzo il gesto, raro in un Italia in cui troppi non si prendono le responsabilità delle proprie azioni, anche se avrei preferito le dimissioni, piuttosto di una "autosospensione" che serve soltanto alla sua parte politica per prendere tempo e andare subito alle elezioni. In ogni caso, è giusto che lasci non per ciò che ha fatto a letto e che, tra consenzienti, è lecito, bensì per aver pagato migliaia di euro chi pretendeva soldi per non rivelarlo. Un pubblico amministratore non può essere ricattato e ricattabile.
Secondo: oggi ci sono le primarie nel Pd. Le tre persone in lista sono, per quel che ne so, stimabili. Gramellini su "La Stampa" di ieri, commentando la scelta di Franceschini di indicare come suoi eventuali vice una persona di colore e una donna, ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere e che ora mi appare come una rivelazione (e questo è il segno distintivo dei grandi: ci illuminano su cose apparentemente banali e scontate ma oscure fino al momento in cui sono state esplicitate). Quello di Franceschini è "veltronismo, senza per giunta Veltroni". Veltroni ha creduto di sostituire la politica delle persone con quella delle figurine. Per questo (e per una sostanziale freddezza, aggiungo io, che ero rimasto deluso dalla sua assenza di passione, di entusiasmo, di convinzione, nell'unica tappa comasca della scorsa campagna elettorale) ha fallito. Di lui ho sempre stima, ma gli manca qualcosa per essere un leader vero.
Terzo: s'è risolta con il solito incontro a quattr'occhi (sei per la verità, Berlusconi e Bossi e Tremonti) la mini crisi in seno al Pdl. Dichiarazione di Bossi: "Tremonti non si tocca, perché vale. C'è chi pensa che le elezioni si vincano solo se si spende, ma se spendiamo l'Europa ci uccide. E poi la gente non vota chi spende, ma vota chi stima". Lapalissiano ma inappuntabile. Per una volta, sottoscrivo.
Primo: Piero Marrazzo, presidente della regione Lazio, si è autosospeso dopo che aveva accettato di pagare dei carabinieri che lo ricattavano per un video che lo immortalava con dei transessuali. Apprezzo il gesto, raro in un Italia in cui troppi non si prendono le responsabilità delle proprie azioni, anche se avrei preferito le dimissioni, piuttosto di una "autosospensione" che serve soltanto alla sua parte politica per prendere tempo e andare subito alle elezioni. In ogni caso, è giusto che lasci non per ciò che ha fatto a letto e che, tra consenzienti, è lecito, bensì per aver pagato migliaia di euro chi pretendeva soldi per non rivelarlo. Un pubblico amministratore non può essere ricattato e ricattabile.
Secondo: oggi ci sono le primarie nel Pd. Le tre persone in lista sono, per quel che ne so, stimabili. Gramellini su "La Stampa" di ieri, commentando la scelta di Franceschini di indicare come suoi eventuali vice una persona di colore e una donna, ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere e che ora mi appare come una rivelazione (e questo è il segno distintivo dei grandi: ci illuminano su cose apparentemente banali e scontate ma oscure fino al momento in cui sono state esplicitate). Quello di Franceschini è "veltronismo, senza per giunta Veltroni". Veltroni ha creduto di sostituire la politica delle persone con quella delle figurine. Per questo (e per una sostanziale freddezza, aggiungo io, che ero rimasto deluso dalla sua assenza di passione, di entusiasmo, di convinzione, nell'unica tappa comasca della scorsa campagna elettorale) ha fallito. Di lui ho sempre stima, ma gli manca qualcosa per essere un leader vero.
Terzo: s'è risolta con il solito incontro a quattr'occhi (sei per la verità, Berlusconi e Bossi e Tremonti) la mini crisi in seno al Pdl. Dichiarazione di Bossi: "Tremonti non si tocca, perché vale. C'è chi pensa che le elezioni si vincano solo se si spende, ma se spendiamo l'Europa ci uccide. E poi la gente non vota chi spende, ma vota chi stima". Lapalissiano ma inappuntabile. Per una volta, sottoscrivo.
mercoledì 21 ottobre 2009
Lettere a una professoressa

"Un blog non è una raccolta di articoli di giornale"... Lo scrive a commento del post precedente una persona che non si firma ma che per la sincerità considero amica. Ha ragione, non può essere solo quello. Li pubblico perché questo, d'un blog, è una sorta di diario personale e pubblicarli significa raccoglierli, tenerli a portata di mano. E probabilmente per vanità, per quella "vanitas" con cui - lo imparo da De Luca - San Gerolamo traduce l'ebraico "Hèvel", il cui significato letterale è "spreco". Ecco, li copio e incollo qua anche perché non vadano sprecati, pur nella consapevolezza che non si tratta di un salvare a vita eterna, bensì prolungamento effimero, rimando d'agonia. Avevo pensato, per la verità, di creare un altro blog: ho cambiato idea perché, in fondo, ciò che scrivo sul giornale non è estraneo dalla vita.
Oggi sono andato a colloquio con un insegnante di mio figlio e sono rimasto ammirato dall'impegno, dalla preparazione, dalla profondità dimostrata. Sono tornato a casa sereno, convinto di lasciarlo in buone mani e con una speranza rinnovata non soltanto per la scuola pubblica, bensì per questa società intera, in cui c'è chi fa il proprio lavoro con amore, con passione, cercando di trasmetterla. Ripenso alla mia maestra di quinta, Emiliana, morta giovanissima, che ci fece leggere in classe "Lettere a una professoressa", di don Milani. E Milani era anche il nome di un'insegnante di filosofia al liceo, in terza. Debbo a lei la promozione di quell'anno gramo, in cui la classe fu decimata (in senso letterale: restammo in dieci e nel settembre successivo fummo accorpati a un'altra quarta). Da allora non l'ho più vista, mi dicono che sia ancora in vita, che abiti a Como. Vorrei sapere dov'è e andare a trovarla, adesso, in questo preciso istante d'autunno, e dirle che non si era sbagliata, che non ho tradito la sua fiducia. Potrei fare lo stesso, ora, con un'altra professoressa, delle medie, che ha casa a poche centinaia di metri dalla mia. Mi sa che lo farò: spengo il computer, vado a comprarle un fiore e glielo porto. L'ho pensato mille volte e fatto nessuna. Oggi cambio, non voglio che l'ennesima occasione che mi è data sia "hèvel", venga sprecata.
Foto by Leonora
martedì 20 ottobre 2009
Voto palese...
Voto palese, please
La coda lunga del muro è anche scialba, a immagine e somiglianza di una classe politica mediocre.A parte i soldati Tenace e Molinari (assai simili però a Vianello e Tognazzi, nell’interpretazione dei due marmittoni che eseguono ordini di cui non comprendono il significato) nella maggioranza nessuno ha mostrato uno scatto d’orgoglio. Tutti pettinati a puntino, coi loro bei gessati, impegnati nell’improbabile tentativo di stare con un piede nella scarpa del sindaco e con l’altra in quelle del popolo imbufalito. Tutti - meno uno, Gelpi, l’unico dimissionario per davvero - avvinghiati alla propria poltrona. Più semplice il compito dell’opposizione, a cui sarebbe bastato seguire il flusso della corrente per emergere. Invece, pur in codesta non irresistibile impresa, sono riusciti a perdere di vista l’obiettivo principale e ad arenarsi, a dividersi, ad eccepire su questioni tutto sommato marginali. Prendiamo l’ultima: il voto segreto o palese sulla sfiducia a Caradonna. Da giorni è in atto uno scontro di pignolerie, a colpi di invettive e regolamento, perché il sindaco vuole sia palese, così da impedire "tradimenti", mentre la minoranza pretende che sia com’è sempre stato, ossia segreto, sperando così di spuntare una sfiducia comunque non vincolante. Andando al sodo, noi per una volta avremmo accontentato il sindaco, che si crede più furbo degli altri, ignorando tuttavia che una votazione palese potrebbe far conoscere i nomi e mostrare le facce di chi, tra un’intera città e Caradonna, sceglie Caradonna. E dunque di stare dall’altra parte del muro.
La Provincia, 19.10.09
La coda lunga del muro è anche scialba, a immagine e somiglianza di una classe politica mediocre.A parte i soldati Tenace e Molinari (assai simili però a Vianello e Tognazzi, nell’interpretazione dei due marmittoni che eseguono ordini di cui non comprendono il significato) nella maggioranza nessuno ha mostrato uno scatto d’orgoglio. Tutti pettinati a puntino, coi loro bei gessati, impegnati nell’improbabile tentativo di stare con un piede nella scarpa del sindaco e con l’altra in quelle del popolo imbufalito. Tutti - meno uno, Gelpi, l’unico dimissionario per davvero - avvinghiati alla propria poltrona. Più semplice il compito dell’opposizione, a cui sarebbe bastato seguire il flusso della corrente per emergere. Invece, pur in codesta non irresistibile impresa, sono riusciti a perdere di vista l’obiettivo principale e ad arenarsi, a dividersi, ad eccepire su questioni tutto sommato marginali. Prendiamo l’ultima: il voto segreto o palese sulla sfiducia a Caradonna. Da giorni è in atto uno scontro di pignolerie, a colpi di invettive e regolamento, perché il sindaco vuole sia palese, così da impedire "tradimenti", mentre la minoranza pretende che sia com’è sempre stato, ossia segreto, sperando così di spuntare una sfiducia comunque non vincolante. Andando al sodo, noi per una volta avremmo accontentato il sindaco, che si crede più furbo degli altri, ignorando tuttavia che una votazione palese potrebbe far conoscere i nomi e mostrare le facce di chi, tra un’intera città e Caradonna, sceglie Caradonna. E dunque di stare dall’altra parte del muro.
La Provincia, 19.10.09
Benedetto sia Brunetta, non...
Benedetto sia Brunetta, non chi si chiude a riccio
Ai lettori si può mentire, ma prima o poi se ne accorgono. Un motivo in più per dire la verità, anche con rivelazioni che avremmo remore persino ad ammettere in un confessionale. L’altra sera, ad esempio, abbiamo visto la puntata di "Porta a porta". Tutta! Lo sappiamo, è grave, ma ci appelliamo alla vostra comprensione, illustrandone il motivo. In studio c’era il ministro Brunetta, che ci incuriosisce già di suo, per le smorfie che fa, per come se ne sta seduto sgambettando in punta di poltrona, per quella spavalderia da "femme fatale" impiantata su un corpo da putto. Il ministro Brunetta, se non lo avete capito, ci sta simpatico. Molto simpatico. Gli perdoniamo persino l’ego smisurato e le "peggio cose", dichiarazioni che se provenissero dalla bocca d’un altro apriremmo l’intero guardaroba dello sdegno e grideremmo allo scandalo, invocando la bella cavalleria dei gentiluomini di un tempo. Di fronte a lui, di quei gentiluomini d’un tempo ce n’era uno: Pietro Ichino, spuntato nel salotto tv direttamente dall’Ottocento, con quell’aria inappuntabile di chi ha un cottage a Oxford. In mezzo c’era Vespa, ma non si notava nemmeno e per una volta nessuna coscia lunga, nessuna macchietta da esibire per patinare lo spettacolo. Solo un discutere appassionato, tra due che per carattere non si pigliano ma alla fine se la intendono. Perciò siamo rimasti ipnotizzati: ci sembrava un Italia migliore di quella che è.Questa però è soltanto la premessa. Il nocciolo è l’argomento che trattavano, cioè il riconoscimento del merito dei dirigenti pubblici, le ipotesi per far funzionare meglio (a volte anche far funzionare soltanto) la macchina degli enti locali, dello Stato e, soprattutto, la trasparenza. Un "mettere in chiaro" le cose che - a chi vede corto - può apparire dannoso, ma è l’essenza stessa delle giuste decisioni. Se fosse per noi rovesceremmo il concetto: essere trasparenti per i buoni amministratori pubblici non dovrebbe essere un dovere, bensì un diritto. A Como accade il contrario e la vicenda del muro ne è un esempio fulgido: ancora oggi i responsabili si sono chiusi a riccio, neanche fossero "under attack", nel mirino di Al Qaeda o di un commando talebano. Caradonna e Bruni e Viola e Ferro si acquietino, visto che l’unica arma di cui disponiamo è un punto interrogativo e - se non conoscono cosa sia - li rassicuriamo: non ha mai ammazzato nessuno.
La Provincia, 18.10.09
Ai lettori si può mentire, ma prima o poi se ne accorgono. Un motivo in più per dire la verità, anche con rivelazioni che avremmo remore persino ad ammettere in un confessionale. L’altra sera, ad esempio, abbiamo visto la puntata di "Porta a porta". Tutta! Lo sappiamo, è grave, ma ci appelliamo alla vostra comprensione, illustrandone il motivo. In studio c’era il ministro Brunetta, che ci incuriosisce già di suo, per le smorfie che fa, per come se ne sta seduto sgambettando in punta di poltrona, per quella spavalderia da "femme fatale" impiantata su un corpo da putto. Il ministro Brunetta, se non lo avete capito, ci sta simpatico. Molto simpatico. Gli perdoniamo persino l’ego smisurato e le "peggio cose", dichiarazioni che se provenissero dalla bocca d’un altro apriremmo l’intero guardaroba dello sdegno e grideremmo allo scandalo, invocando la bella cavalleria dei gentiluomini di un tempo. Di fronte a lui, di quei gentiluomini d’un tempo ce n’era uno: Pietro Ichino, spuntato nel salotto tv direttamente dall’Ottocento, con quell’aria inappuntabile di chi ha un cottage a Oxford. In mezzo c’era Vespa, ma non si notava nemmeno e per una volta nessuna coscia lunga, nessuna macchietta da esibire per patinare lo spettacolo. Solo un discutere appassionato, tra due che per carattere non si pigliano ma alla fine se la intendono. Perciò siamo rimasti ipnotizzati: ci sembrava un Italia migliore di quella che è.Questa però è soltanto la premessa. Il nocciolo è l’argomento che trattavano, cioè il riconoscimento del merito dei dirigenti pubblici, le ipotesi per far funzionare meglio (a volte anche far funzionare soltanto) la macchina degli enti locali, dello Stato e, soprattutto, la trasparenza. Un "mettere in chiaro" le cose che - a chi vede corto - può apparire dannoso, ma è l’essenza stessa delle giuste decisioni. Se fosse per noi rovesceremmo il concetto: essere trasparenti per i buoni amministratori pubblici non dovrebbe essere un dovere, bensì un diritto. A Como accade il contrario e la vicenda del muro ne è un esempio fulgido: ancora oggi i responsabili si sono chiusi a riccio, neanche fossero "under attack", nel mirino di Al Qaeda o di un commando talebano. Caradonna e Bruni e Viola e Ferro si acquietino, visto che l’unica arma di cui disponiamo è un punto interrogativo e - se non conoscono cosa sia - li rassicuriamo: non ha mai ammazzato nessuno.
La Provincia, 18.10.09
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