venerdì 30 settembre 2011

Buon compleanno Laura

La superbia. Se non conosco tra i vizi capitali l'invidia, sono tentato spesso dalla superbia. Talvolta allo stato puro (io buono, bravo, intelligente, compassionevole, l'altro stolto, arrogante, incompetente), altre volte mascherata da orgoglio, "machismo", cocciutaggine per una buona meta.
Umiltà. Ci vuole più umiltà. Lo riconosco ora, in un giorno ormai agli sgoccioli, ma che ha avuto la sua importanza. Era, è il compleanno di mia sorella, Laura, la persona più dolce, generosa, buona che conosca. La vita non lo è stato altrettanto, con lei, è il risultato è più sorprendente ancora, a dimostrazione che non importa quanti acri di terra ti abbia concesso madre natura, bensì la voglia di coltivarla e trarne frutto, contro ogni avversità e carestia.
Gli faccio gli auguri qui, scusandomi per le troppe distrazioni e ringraziandola per tutto ciò che è per me, per noi, cioè il regalo più grande: farci sentire una famiglia.

P.S. E in più, fa la torta di mele più deliziosa che abbia mai assaggiata.

Foto by Leonora

giovedì 29 settembre 2011

Dieci posti da sogno

Oggi non ho nulla da dire. Ma, a differenza delle donne di Oscar Wilde, quel nulla non lo so neppure dire bene.


Perciò, alzo le mani, m'arrendo e mi accontento di fare l'elenco incompleto dei posti dove vorrei essere e non sono.






  • Nella stanza della lanterna di un faro in Croazia, mentre fuori c'è burrasca.

  • Seduto a un tavolino di piazza delle Cinque Lune a Roma.

  • Con i piedi a mollo sulla battigia di Zanzibar.

  • Sulla quinta strada, a New York.

  • A mangiare gamberi e polpa di granchio su un molo della baia di San Francisco.

  • Su un divano a prendere il thé con la mia compagna di liceo, Carla Molteni, al King's college di Londra.

  • In una cantina da qualsiasi parte nelle Langhe, ad ascoltare un vecchio contadino che mi racconta come si produce il vino buono.

  • In una masseria della Puglia, da un altro vecchio contadino, mentre assaggio sul pane l'olio.

  • A potare cipressi in Val Chianina.

  • Davanti al computer, nella redazione di un giornale.

Per fortuna, almeno in uno di questi posti, stamattina sarò. E con i tempi che corrono non è poco.



Foto by Leonora

mercoledì 28 settembre 2011

Le cose brutte (ma io corro più veloce)

"Dentro ogni ragazza si cela una principessa". Lo leggo in un articolo che in anteprima mi ha proposto una collaboratrice del giornale (quando sarà pubblicato, metterò il link) e non mi è mai parso vero quanto adesso, che invece dentro mi sento sgraziato elefante, goffo bradipo, rospo.
Basta infatti poco per farmi cadere le braccia e diventare fumentino, scuro in volto e grigio dentro.
Poi ripenso a mio padre, al suo insegnamento, alla capacità di sorridere quando impazza il vento, poiché non esiste modo migliore di rispondere ai detrattori, agli invidiosi che restando sereni, sicuri di sè, positivi, senza scendere al loro livello, che immancabilmente è basso.
Lo spiego a Giorgia, che principessa lo è davvero, come tutte le bimbe di undici anni. Nei giorni scorsi ho scritto di Giovanni, di Giacomo e non di lei. Rimedio ora, per raccontare le paure che l'assalgono quando va a letto, rubandogli il sonno.
"Papà, penso sempre alle cose brutte" mi dice, con gli occhi lucidi. Le cose brutte sono la morte, la caduta di un aereo l'auto dove viaggiamo che casca in un canale e affonda, trascinandoci a fondo. Stralci di episodi realmenti accaduti da qualche parte nel mondo e letti sul giornale o ascoltati in tv, che nell'universo ovattato di una bambina si diffondono come eco in una valle dai mille monti uno di fronte all'altro.
Allora l'abbraccio, le dico parole rassicuranti, la prendo anche in giro, cercando di sottolineare con l'umorismo la possibilità di domarli, quei brutti pensieri, di riportarli alla proporzione che meritano, sgonfiando il gigante spropositato che sono. Più delle parole però vale il contatto fisico, quel tenerla stretta, mettere il mio viso accanto al suo, mentre la stanchezza per la lunga giornata introduce il sonno e scaccia l'incubo.
Cinque minuti dopo mi alzo da letto, quatto quatto, senza però riuscire ad uscire senza che lei apra un'ultima volta gli occhi e mi dica: "Papà, ti voglio benissimo".
E poi dovrei prendermela se al mondo c'è qualcuno che credendo di farmi un dispetto si dà una mazzata con il suo stesso martello?

Foto by Leonora





martedì 27 settembre 2011

Contro il mammonismo (Lasciamoli pedalare, ma davvero)

Completo un pensiero lasciato a metà - me ne rendo conto solo adesso - nel post precedente. Aggiungendo questo: non si fanno crescere i giovani, i ragazzi, a parole, bensì evitando di metterli sotto una cappa di vetro, non proteggendoli troppo, lasciando loro quella libertà che noi stessi abbiamo avuto ma che ora difficilmente concediamo. Un quesito semplice semplice, proprio in base all'esempio citato ieri: se mio figlio volesse prendere la bicicletta e a quindici anni, cioè adesso, andarsene con un paio di amici al lago di Ghirla, lo lascerei andare. O penserei: "Oddio, e il traffico? E se gli succede qualcosa? Almeno che abbia il cellulare. Ma deve proprio andare? Ma se facesse dieci volte avanti e indietro da qui a Gironico (il paese accanto al nostro) non sarebbe lo stesso? Non può aspettare l'anno prossimo?".
Il fatto, come riconosce Angelo - sì, lo stesso Angelo che veniva con me in bici a Ghirla - è che spesso vogliamo usare l'esperienza maturata negli anni e non soltanto metterla a disposizione dei nostri figli, ma anche imporla, senza tener conto che l'esperienza è giusto se la facciano loro, sbattendo pure il muso, a volte, ma imparando ad osare, cadere e rialzarsi, quando è il caso.
Siamo una generazione di mammoni e lo scrivo senza giudizi sprezzanti, sapendo che il primo ad esserlo sono io. Confondiamo la vicinanza con l'invadenza, lo stare a fianco con il mettersi davanti e tracciare il sentiero. Così facendo però non solo non scopriranno mai una strada loro, ma saranno pure deboli, passivi, dimessi, senza visione, oltre che uno spazio proprio.

Foto by Leonora

lunedì 26 settembre 2011

Forza giovani: lasciamoli pedalare

Pedala che ti passa. E in effetti ci doveva passare se in bicicletta, anni fa, percorrevamo distanze che ora fatichiamo a raggiungere in macchina.
Me ne sono accorto ieri, andando a Luino e passando per il lago di Ghirla.
D'estate con Angelo, quando avevamo quindici, sedici anni, partivamo di pomeriggio e non ci fermavamo per chilometri, con pausa in Valganna, appena dopo la galleria, in quella che adesso è un'enorme casa vuota ma allora ospitava ristorante, birreria. Poco prima, in uno spiazzo sulla destra, c'era sempre un venditore ambulante di frutta. Insieme compravamo mezzo chilo d'uva e lo mangiavamo, lavandola alla cascata d'acqua di fronte. Quando tornavamo invece, giunti a Lurate, era sosta obbligatoria al bar Bugnoni e la gara ricominciava, ma a suon di gelati al limone. Anche tre, quattro coppette per volta, io, Angelo altrettanti, ma preferiva i coni.
Questi però sono dettagli. Che importa è l'ardire, l'assenza di timore, di calcolo. Sessanta, settanta, cento chilometri in bicicletta e non da corsa, con i cambi, ma da donna. Non ci spaventava la fatica, la meta cancellava tutto ciò che stava nel mezzo. Il resto era un salto, pur se durava mezza giornata e ora, visto da qui, assomiglia a un'impresa se non folle, certo ardua.
Se lo scrivo qui è perché in quell'incoscienza sta tutta la grandezza dei giovani. E lo dico ora, che pur non farei cambio con i miei sedici anni in fatto di consapevolezza, di serenità, di soddisfazione per la vita. Ma il non porsi limiti, il coraggio, il cuor di leone, la generosità non hanno pari.
Perciò, se dipendesse da me, darei ai ragazzi più responsabilità civili, sociali, mentre accade l'esatto contrario: siamo un paese in cui ci si abbarbica al potere e non lo si molla fino agli spasimi. Perdendoci in due: i giovani, perché diventano vecchi senza poter contare, e i vecchi, perché si condannano a comandare mentre potrebbero passare il tempo godendosi appieno la pienezza degli anni.

Foto by Leonora

sabato 24 settembre 2011

Il dissuasore di talpe

So cos'è una gazzarra e senza bisogno di cercare la parola sui vocabolari.
Sdraiato sul terrazzo, all'ombra dell'ultimo sole senza neanche essere un pescatore, stavo leggendo un saggio di Edward W. Said, ascoltando prima la brezza del vento (un vento a cui, a dispetto della poesia di De Luca, non so associare un nome) e poi qualche canzone sull'iPod.
Tutt'attorno, nei prati, non c'era un rumore. Fino a che nella compilation anni Ottanta non è partita una canzone di Alison Moyet, Love resurrection. Due secondi dopo sei gazze, nere e bianche, bellissime, eleganti, come mai potrebbe essere neppure un abito di Giorgio Armani, sono planate sul faggio poco distante e a turno, ritmicamente, hanno cominciato a lanciare versi striduli, acuti, fortissimi, in una danza ch'è durata quanto la canzone. Poi, com'erano venute, se ne sono andate, lasciandomi a bocca aperta per quell'estemporanea esibizione. Il silenzio è tornato e nel pomeriggio di un settembre incantevole, non una mosca ha disturbato la quiete.
Oggi, senza Alison Moyet, le gazze sono tornate, ma senza far troppo chiasso, tenendosi distanti. Poco distanti, maestosi ma meno chic e pure un filo inquietanti, c'erano un paio di cornacchie e un corvo, nero pece. Nel prato qualche piuma di piccione: il loro banchetto, nel cerchio della vita che per ogni preda pretende un predatore.
Io, nel mio piccolo, cerco di farlo con le talpe, che in questo periodo devastano i prati. L'anno scorso le ho lasciate fare ed è stato un disastro. Quest'autunno provo un sistema diverso: ogni volta che sbucano in superfice lasciando una piramide, prima disperdo la terra in modo che non faccia danni all'erba, poi lascio cadere della saliva nel tunnel dove passano. La talpa avverte l'odore dell'uomo a metri di distanza e da lì non passa più.
La mia speranza è così che restino o se ne vadano al di là della recinzione, dove il prato è incolto e possono svernare in pace. Non so se ci riuscirò, in ogni caso mi sento assai fiero di questo passaggio nell'evoluzione di uomo: ieri cacciatore, oggi dissuasore.

Foto by Leonora

giovedì 22 settembre 2011

I nostri bambini e la violenza subdola

Non c'è soltanto uno schiaffo, il pizzico sul braccio, una pedata.
La violenza peggiore che possiamo fare ai bambini è far ricadere su di loro la colpa della nostra durezza, della nostra irragionevolezza.
Le lacrime del capriccio sono così differenti da quelle della sofferenza vera, che è terribile quando viene subita.
Una ventina di giorni fa ne ho avuto sulla mia pelle la riprova.
Dovevamo uscire, la sera, per andare a casa di amici. Poi, nei minuti precedenti, era successo qualcosa che mi era andato di traverso (non ricordo cosa, questo a testimonianza che sono una testa di cavolo vera).
La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l'insistenza di Isabella nel voler portare anche Giovanni (otto anni), che - impegnato come era con i suoi dinosauri e Lego e macchinine varie - ovviamente non ne voleva sapere ed è iniziata una lagna, con tanto di urla, lacrime, strepiti da parte sua, caricato comunque a forza sulla macchina. La tiritera era continuata fino a che, dopo un paio di chilometri, avevo fatto inversione di marcia ed ero tornato a casa, con conseguente litigio tra me e Isabella. Risultato: lei e Giorgia erano andate, io e Giovanni rimasti a casa.
Il peggio è successo appena loro sono ripartite ed io ho aperto la porta. Invece di assumermi le mie responsabilità me la sono presa con Giovanni, dicendogli in poche parole che se eravamo dovuti tornare, se avevamo rovinato la serata, se io e la mamma avevamo litigato era colpa sua. Il capriccio allora s'è trasformato in disperazione vera, palpabile, sfogata con voce strozzata. "Ma non dovevate ascoltarmi! Io venivo, ero in macchina!" mi ha detto.
Ed è lì che mi sono sentito una schifezza. L'ho preso in braccio, l'ho abbracciato e pentito di tanta mia cattiveria, con sua grande sorpresa gli ho detto: "E' vero Giovanni, non è colpa tua, ma mia, che sono nervoso e ho esagerato a prendermela. Tu non devi fare i capricci, ma tu non c'entri se se siamo tornati e abbiamo litigato".
Quello che ci siamo detti dopo - tra padre e figlio - non aggiunge, né toglie nulla a questa storia, perciò preferisco tenerlo per me. Dico soltanto che abbiamo visto insieme un film, un bel film, e quando è tornata Isabella ho chiesto scusa anche a lei. Abbiamo chiesto scusa: io per la parte mia, Giovanni per la sua. E tra le pur belle serate d'estate quella è stata ancora più bella.

Foto by Leonora