mercoledì 30 novembre 2011

Da sabato cambio lavoro

Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io e che sono rimasto chiuso nel ripostiglio del seminterrato per molti anni. Un tempo a cui sono grato, poiché mi ha insegnato a portare rispetto per chi non trova l'ascensore giusto e ancor di più a godere del poco, figuriamoci quando il credito incassato è moltissimo.
Per chi non lo sapesse, da sabato cambio lavoro. Cioè, il lavoro resta identico, ma mi trasferisco una provincia più in là, a Monza, a una testata dal nome stupendo: Il Cittadino.
Se me l'avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto e un po' non me ne rendo pienamente conto neppure adesso, ch'è tutto nero su bianco. Stanotte, ad esempio, mi sono svegliato di soprassalto e m'è capitata una cosa che non era mai successa prima: pensavo di essere diventato il direttore di un giornale e per la prima volta non era un sogno, non c'era nessuna greve amarezza e delusione al risveglio, era vero! Adesso posso dirlo: so cosa si prova a vincere al superenalotto. Non per i soldi, bensì per il piacere di andare a fare quello che mi piace davvero, di poter mettere alla prova le proprie idee dopo tanti anni di un passetto dopo l'altro.
Basta, non voglio dilungarmi, mi fermo. Del resto dai prossimi giorni (da sabato, per la precisione) potrò farlo senza freno. Qui lo segnalo soltanto per ringraziare le tantissime persone, ma proprio tante tante, che in questi anni mi hanno sostenuto, hanno creduto in me, mi hanno dimostrato stima, affetto. Non sarei nulla se fossi solo. Perciò voglio dividere la gioia con tutti, con tutti voi, nessuno escluso, sapendo che la gioia ha proprio questo di straordinario: che si moltiplica quando si divide, quando non la si tiene per sé ma se ne fa agli altri dono.

Foto by Leonora

domenica 27 novembre 2011

Carlo, Alessio e il mondo che non si ferma

L'annuncio è a pagina 18 del giornale di domani e lo vedo in anteprima sul computer. Solo cinque parole: "Ciao nonno Carlo, una roccia". Firmato Gisella e Davide.
Gisella è mia collega e a quel nonno spiccio e brillante, che fino a qualche settimana fa si spostava ancora in bicicletta, era affezionata quanto a un padre. Un acciacco se l'è portato via, con una rapidità da discesa libera, in un ospedale efficiente e modernissimo, dove sempre oggi a pochi metri di distanza, ma in tutt'altro reparto, Alessio piangeva per la prima volta, uscendo dalla pancia della mamma Sonia.
Il papà di Alessio è Marco Migliavada, uno dei miei più cari amici e di cui sono stato testimone di nozze, in un bel giorno di luglio, dentro una chiesetta in mezzo a un bosco che pareva uscita da una favola.
Questo però è un divagare da nulla, ciò che volevo descrivere è il passaggio infinito del testimone, dalla morte alla vita. Per un Carlo che parte c'è un Alessio che arriva ed è sempre stato così e così sarà sempre, perché come rispondeva Carol Wojtyla a quanti lo assillavano con i problemi più tragici: "Il mondo va avanti. Nessuno lo ferma...".
Il pianto di Gisella è lo stesso di quello di Alessio: un pianto di tristezza, di paura. Per entrambi però dopo lo smarrimento arriverà ad asciugare le lacrime quella incredibile forza che è la vita stessa, con il suo erompere e sgorgare instancabile dalle rocce, che aggiusta sempre le cose e medica ogni ferita. Dopo tutto, è proprio questa la lezione di nonno Carlo, che se n'è andato in fretta ma anche in pace, come quando saliva in sella alla sua bicicletta.

Foto by Leonora

martedì 22 novembre 2011

Liberiamo la tigre (storie di quotidiana determinazione)

Io, cinque anni, discesa della Napoleona, in macchina, guida mio zio, qualcuno si rivolge a me e passando di fronte a una grande fabbrica dice: "Lì lavora tuo padre. E tu? Tu cosa vuoi fare da grande?". Ci penso, dico: "Lo scienziato!". Risata generale, ci rimango male.
Non ho fatto lo scienziato, non lo potrei mai fare. Se però ho un seme di ambizione, sono certo ch'è stato piantato lì, allora, in quel preciso istante in cui tutti ridevano e avrei voluto essere già grande.
Camminando a ritroso sono molti i momenti di svolta che potrei elencare, ogni volta un bivio, una scelta da fare. Uno degli incroci decisivi è stato quattro anni fa, quando volevo cambiare lavoro e mi sono messo in testa che l'unico modo era rimboccarmi le maniche, mettermi a studiare, far funzionare il cervello con un obiettivo: migliorare. E' stato allora che ho aperto questo blog, con la disinvoltura di un orso sui pedali, promettendo a me stesso che avrei tenuto duro, che anche se ero imbranato ce la potevo fare e che se cascavo mi sarei dovuto comunque rialzare.
Lo scrivo oggi, ricordando che ogni conquista è sempre figlia di una delusione, che nessun salto in avanti sarebbe possibile senza i passi indietro che nella vita capita sempre di fare. Sta a noi decidere, se lasciarci cadere le braccia e maledire tutto e tutti oppure se stringere i denti e utilizzare lo spazio che si è creato per una ricorsa, per un ricominciare.

P.S. Dedicato ai cinquantenni che hanno perso il posto di lavoro, ma anche ai trentenni che non l'hanno ancora trovato e ai quarantenni come me, che oggi sono fortunati ma domani chissà: meglio essere preparati.

Foto by Leonora

lunedì 21 novembre 2011

Il bene che facciamo

Prendo a prestito le parole che mi ha detto settimana scorsa Maria: "Verremo giudicati sul bene che abbiamo fatto".
Continuo a pensarci, in questi giorni. Il bene che facciamo conta più degli errori, delle debolezze, del male commesso. Non è un alzare le spalle e giustificare i propri torti, semmai uno sprone alle buone azioni, ricordarsi che la regola non è "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te", bensì "fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te". Un "non" di troppo che compromette tutta la prospettiva, trasformando in passiva indifferenza quello che invece presuppone un'azione, un moto a luogo, un impegno reale, una fatica.
Verremo giudicati sul bene che abbiamo fatto e io non ho da mettermi nulla. O troppo poco. Una socievolezza a generosità limitata.
Perciò in questi giorni attingo a una scorta di energia, per prestare ascolto alle persone che mi sono più vicine e per rendermi prossimo anche alle altre, con un'urgenza fino a qualche settimana sconosciuta.
Verremo giudicati sul bene che abbiamo fatto e non è mai troppo tardi, per darsi una mossa.

Foto by Leonora





domenica 20 novembre 2011

Professione fisioterapista: il tocco divino

Odiavo il lunedì. Ora lo tollero, l'ho metabolizzato, come la piccolissima scheggia d'osso che in principio faceva male e adesso neanche ricordo di avere, a pochi millimetri dall'occhio destro.
Marco Arighi è sempre contento. Non l'ho mai visto diverso, fin dai tempi in cui aiutava Vladimiro al PalaSampietro.
L'ho rivisto una settimana fa e non è cambiato: una persona positiva, che fa passare gli acciacchi con le mani e con la testa, trasmettendo un'energia devastante, quella del sorriso.
"Come fai a essere così? Hai davvero un bel carattere" gli ho detto. Mi ha risposto: "Sai Giorgio, ho la fortuna di fare il mestiere che mi piace, come faccio a non essere contento?".
Il mestiere che gli piace è il massofisioterapista e lo fa benissimo. Non è il solo, dalle parti di Como. Senza nulla togliere agli altri, senza dubbio bravissimi (Vladimiro è casinista ma fenomenale e l'ho già nominato, ma anche con Mauro Falzone mi sono trovato bene, pur avendolo frequentato pochissimo, e poi c'è Erica Mowinckel, come posso scordarla, così solare che contagia anch'essa col sorriso), per due di loro metto la mano sul fuoco senza timore di essere chiamato per il resto della mia vita Muzio.
Uno è Marco, appunto. Perché è generoso, disponibile, mai brusco, entusiasta di quello che fa e capace di trascinare persino i più pigri a faticare per tornare in forma, a prescindere dall'acciacco che hanno.
L'altro è Andrea Lanzi, forse il più professionale, quello che ha più esperienza di tutti e se si trattasse di farmi consigliare, tra lui e un medico sceglierei comunque lui (anche perché, essendo bravo, quando ti serve un medico è lui stesso a dirtelo).
Al di là dei gusti e dei pareri disinteressati e personali, la cosa che più mi colpisce di tutti loro è le belle persone che sono. Ogni mestiere ha il buono e il gramo, ma deve esserci un motivo se tra i massofisioterapisti la percentuale di bravi uomini e donne sfiora il cento per cento. Sarà il contatto con la sofferenza altrui che ne affina il carattere. Sarà che per spronare gli altri ad impegnarsi a tornare quello che erano o a migliorare le prestazioni devono crederci per primi loro. Sarà che stare a contatto con le persone non li aliena affatto, ricevendo in cambio un pizzico della molta energia che infondono. Sarà per tutto questo e per molto altro, ma la maggior parte dei fisioterapisti ha una marcia in più e va dato loro atto.
Detto ciò, spero di non doverli vedere in azione, preferendo incontrarli per caso o per piacere reciproco, ma se dovesse capitare qualcosa di storto (incrocio le dita e tutto il resto) so che ci suono buone mani in giro, per rimettermi in sesto.

Foto by Leonora

sabato 19 novembre 2011

Il capretto curioso e i cartoni dei bimbi anni Settanta

Prendo spunto da Davide, ch'è stufo di guardare i Teletubbies con la figlia.
Sono stato fortunato, nessuno dei miei ha avuto passione per gli inquietanti (a mio parere) pupazzi prodotti a suo tempo dalla Bbc, a dimostrazione che anche il servizio pubblico migliore del mondo a volte fa cadere le calze. Lo ammetto, è una presunzione di sonnolenza: non ne ho mia vista una puntata per intero, mi irritano persino le voci. Giovanni, l'unico che ogni tanto li guarda, non ne è entusiasta e questo giova al clima in famiglia, che già attorno alla televisione ruota la maggior parte delle frizioni e discussioni domestiche.
Lo dico io, che pur ho vissuto buona parte dell'infanzia sorbendomi improbabili trasmissioni ecumeniche, imposte dal compromesso storico, in cui i cartoni animati svedesi ("Gustavo") e pupazzi animati della Germania Federale ("Filopat e Patafil") oscuravano e sostituivano gli assai più invitanti protagonisti del mondo Disney o di Hanna & Barbera.
Ce n'era uno, in particolare, che mi ha accompagnato dai quattro ai sei anni e di cui s'è smarrita memoria. S'intitolava, credo, "Il capretto curioso" e rappresentava appunto le avventure di un capretto bianco, vagabondo, con il classico fazzoletto attaccato ad un bastone portato a spalla. Ricordo solo questo. Cerco poco disperatamente qualcuno che ne condivida la memoria.

Foto by Leonora

venerdì 18 novembre 2011

Cinquantenni sull'orlo di una crisi non solo di nervi

Alla fine è arrivata. Vicino a casa, accanto alla mia porta, tra persone che conosco da una vita.
Sto parlando della crisi. La crisi più subdola e pestifera che esista, perché non falcia tutti indistintamente, dimezzando il potere d'acquisto dell'intero paese, bensì toglie di mezzo donne e uomini pian piano, uno alla volta, mettendo in mezzo a una strada alcuni mentre per gli altri l'esistenza continua, meglio di prima.
Fra tutti coloro che devono caricarsi la croce in spalla ce n'è qualcuno che più di ogni altro paga dazio allo stillicidio di licenziamenti, dismissioni, contratti in scadenza, mancati rinnovi e chi più ne ha più ne metta. E' la fascia dei cinquantenni, coloro che sono né così vecchi da raggiunger l'età della pensione né abbastanza giovani da rimmettersi in gioco sulla giostra.
Prima ne conoscevo uno, poi due, ora sono diventati una decina. Uomini coi capelli sale e pepe e in molti casi un filo di pancetta, che per decenni hanno tirato la carriola, neppure immaginando di restare un giorno non lontano in mezzo a una strada, con figli ancora piccoli, un mutuo da pagare, la moglie che piange o si lamenta.
Prima di arrivare nel mezzo del cammin, in qualche caso erano riusciti a sbarcare il lunario, vivendo momenti di prosperità e gloria grazie ad attività in proprio. In qualche altro erano rimasti nei binari dell'onesta sopravvivenza, con un posto fisso e uno stipendio dignitoso, che permetteva di vivere non da nababbi ma neppure da barboni, farsi una casa, uscire ogni tanto a mangiarsi una pizza e andare una volta all'anno in vacanza.
Delle due tipologie, questa seconda è quella che meglio si adatta, perché abituata a una vita da formica, ma l'acqua si alza per tutti e in questi casi finisce per arrivare alla gola.
Chi invece è già immerso e affoga sono i primi, che neanche hanno la benzina di riserva e rischiano di restare tagliati fuori, passando dal benessere alla povertà nel giro di qualche settimana. Chi infatti li prende, chi li assume, chi offre un'altra opportunità lavorativa? Pochissimi, nessuno.
E' a loro che penso di più, ai cinquantenni che dovrebbero essere il ramo robusto di questa nostra società e invece non hanno più orizzonte, prospettiva.
I giovani se la caveranno appunto perché sono giovani e hanno fantasia, spirito di adattamento, energia, perché possono andare a ballare, addormentarsi alle cinque di mattina e svegliarsi due ore dopo ed essere freschi come una rosa.
Gli anziani sopravviveranno, pure tagliando loro un quarto di pensione, un po' perché appartengono a generazioni cresciute col gramo, un po' perché come certi orsi che vanno in letargo hanno imparato a rallentare il sistema fisiologico, moderando le esigenze e calibrandole al crepuscolo di vita.
Sono i cinquantenni a pagare più alto il dazio, è per loro che dovrebbe esser spesa dal nuovo governo un'urgenza. Sono cresciuti con "hai voluto la bicicletta, pedala" e ora sono troppo grandi per ammettere che qualcuno la bicicletta gliel'ha rubata, figuriamoci per rincorrerla e acciuffarla. I cinquantenni non hanno genitori che li possono accudire, né figli tanto grandi da essere indipendenti e dare una mano all'occorrenza.
O lo comprendiamo in fretta e troviamo una soluzione al problema o ci troveremo per la prima volta di fronte a una situazione mai verificata: la grande depressione orizzontale, che preserva la testa e la coda della nostra comunità minandone il cuore, falcidiando i più deboli, che paradossalmente sono quelli che fino ad oggi erano la parte più immobile, perché fatta di gente che si sentiva arrivata.

Foto by Leonora