lunedì 8 gennaio 2024

Un terno all'otto (Il giorno non qualunque)

Me ne sono ricordato all'ultimo, al termine di una telefonata in coda alla serata, quando il campanile di sant'Agata batteva le undici e già stavo per salutare spiccio mia mamma, curioso di vedere l'ultima bozza della prima pagina.
"Hai cominciato nel giorno del papà" mi ha detto, incrinando d'un tratto la voce, come chi d'improvviso si rattrista.
Il giorno del papà. Lo avevo completamente scordato, non soltanto oggi, che pur ho qualche giustificazione, essendo entrato in un frullatore d'informazioni, nomi, volti, ma altresì in ciascun iniziato degli ultimi due mesi, da che ho saputo che a Brescia avrei iniziato il nuovo lavoro proprio l'8 di gennaio.
Quindici anni fa, una notte di queste fu un'alba d'agonia. Se ne andava colui che più ha inciso nella mia vita, generandomi non soltanto biologicamente e donandomi quella libertà - di essere chi sono, di non adeguarmi a un modello costituito - che considero il vero privilegio tuttora.
Così sono i casi della vita, le coincidenze che sorprendono, dimostrando che la realtà è sempre più creativa della fantasia (perciò aveva ragione Buzzati, che sulla sua macchina per scrivere aveva appiccicato un bigliettino con scritto: "Racconta, non fare il furbo").

P.S. È stato un giorno denso e lieve insieme, una sensazione d'immersione, a metà tra il mare agitato e Gardaland. Qualche breve dettaglio in cronaca: sono arrivato in treno (ecologicamente corretto), ho sorriso molto e cercato di fare un'impressione buona (speriamo), ho voluto esserci all'apertura e restare fino alla chiusura (una sorta di rito di ringraziamento, di iniziazione auto imposta), mangiato da McDonald's (scorrettissimo, eticamente e dieteticamente), chiamato eccezionalmente mia mamma al telefono per rassicurarla che tutto è andato bene (ed è lì che è uscita la vera notizia, anche se poi la data dell'8 ha confuso entrambi, poiché quella esatta sarebbe stata il 10 di gennaio. Però, come pare abbia risposto a un collega scettico l'allora direttore di Repubblica, Ezio Mauro, riguardo una notizia riportata dal suo giornale in prima: "È talmente bella, vuoi anche che sia vera?")


 

domenica 7 gennaio 2024

Lo scarto (Granelli d'opportunità)

“Il viaggio d’una vita non corrisponde a un piano carriera”.
L’ho letto in un libro e lo riporto qui, sentendolo corretto, giusto, vero, in un tempo in cui pretendiamo che tutto - per primi noi stessi - funzioni perfetto, senza incepparsi, un tentennamento, un giro a vuoto, un guasto.
Una perfezione a immagine e somiglianza dell’unico mondo che sappiamo creare e che non ci siamo trovati, un mondo di “macchine” o, per parlar del contemporaneo, di programmi di computer, di algoritmi, catene infinite di simboli numerici che basta un punto o una virgola fuori posto per bloccare tutto.
Nella vita reale accade il contrario: è sempre l’errore, la stortura, il granello nell’ingranaggio che permette un salto in avanti o in alto. Guarda caso chiamiamo con lo stesso nome, “scarto”, sia ciò che ha poco valore e si butta, si elimina, e uno spostamento laterale, brusco, improvviso.
L’errore, lo sbaglio, la debolezza, l’assurdità, la svista, il malinteso, non sono vergogne o sentenze che inchiodano alla croce, bensì limiti da accogliere e possibilmente trasformare, in opportunità.
Un buon motivo per essere esigenti, ma non severi, nei confronti di noi stessi e degli altri.

P.S. Il professor Lombardi Vallauri, all’università, prendeva spunto dall’inglese e insisteva parecchio sul valore del verbo “realizzare”, cioè comprendere pienamente, rendersi esattamente conto.
Momenti così ne abbiamo tutti, il più recente per me è stato scoprire che da che l’essere umano può definirsi tale sono passate ventimila generazioni.
In pratica, ventimila anelli di catena, ventimila padri e nonni uno in fila all’altro, di cui soltanto gli ultimi cinquecento cacciatori o agricoltori, il resto ancora impegnato a restare sugli alberi, a destreggiarsi tra rami e foglie in qualche foresta pluviale a decine di migliaia di chilometri da dove abito adesso.
E io, che domani da qui partirò, alla volta di un'altra città, di una nuova sfida lavorativa, mi sento piccolo piccolo, ma pure sollevato, che per quanto possa essere inadeguato o sbagliare, non ne risentirà l'umanità e men che meno il pianeta.

domenica 31 dicembre 2023

Il seme del bene (Più prezioso Dell'Oro)

Una miriade di semi di bene, quelli che scopro qua e là, grazie alle molte persone che in questo tempo - complice l'imminente partenza da Bergamo - mi dimostrano vicinanza, riconoscenza, affetto.
Una bontà che mi avvolge e a cui spesso replico con imbarazzo, come quei bimbi che diventano rossi e non sanno dove posare lo sguardo. Messaggi inaspettati, parole sussurrate in ascensore, persino abbracci nei corridoi e una festa a sorpresa con pranzo frugale, filmato commemorativo e addirittura un murales composto dalle centinaia di foto polaroid scattate a ciascuno degli ospiti di "Via Novelli", il tutto organizzato dai ragazzi e dalle ragazze di Edoomark. Una grandezza, la loro, che mi fa sentire ancora più piccolo, certo di avere molto dato, non lo nego, ma altresì di aver assai più ricevuto.

P.S. Un altro anno se ne va, pagine spicce consegnate all’archivio, storie a lettere minuscole che interessano una cerchia ristretta, allargata alle persone che negli ultimi dodici mesi ho conosciuto e a coloro che non ci sono più.
L'ultimo - in ordine di tempo - è  un collega che ho stimato. Si chiamava Marco Dell'Oro e, conoscendolo, so che non apprezzerebbe se mi dilungassi o ne tessessi l'elogio. Perciò lo ricordo attraverso uno degli ultimi messaggi che mi ha mandato, prima che d'improvviso, nel maggio scorso, mentre era al lavoro, in una sera simile a tante altre la vita gli scivolasse via, come uno strappo.
"Commosso, ringrazio" mi aveva scritto per ringraziarmi di un saggio di Chesterton, che gli avevo regalato con questa dedica: "Grazie per ciò che fai, quasi sempre sottovoce o addirittura in silenzio...".
Ed è proprio così che se n'é andato, in silenzio, senza alzare la voce, in punta di piedi, come ha sempre vissuto.

sabato 25 novembre 2023

Un fiume più in là (Liscio come l'Oglio)

"Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io".
L'ho scritto dodici anni fa, sempre nel mese di novembre, e lo copio e incollo tale e quale ora, visto che identico è il monito e pure la circostanza di un cambio di lavoro.
Allora lasciavo le sponde del Lario per "sciacquare i panni" in Lambro, attraversando tre anni più tardi la linea dell'Adda, mentre a breve mi spingerò un poco più in là, ancora verso oriente, superando pure il corso dell'Oglio.
Tradotto in spiccioli: dopo esser stato capo redattore ad Espansione Tv, capo cronista a La Provincia di Como, direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza, responsabile a Bergamo Tv, dal prossimo gennaio sarò vice direttore del Giornale di Brescia, TeleTutto e Radio Bresciasette, ritornando ad occuparmi di informazione con diffusione su ogni mezzo, nessuno escluso.

P.S. Lo so, in venti righe si può scrivere tutto, stavolta però nemmeno ci provo, tante sono le ragioni, le sensazioni e i sentimenti che accompagnano il voltare d'una pagina, il principio d'un nuovo capitolo.
Mi limito così a segnare qua soltanto qualche spunto che mi piacerebbe approfondire nei giorni che verranno, nel frattempo annotandolo e concatenandolo, ad uncinetto, passo passo.
Passo da Bergamo a Brescia, nell'anno in cui insieme sono state Capitale della Cultura e si sono definite sorelle.
Sorelle è femminile e donna è pure la direttrice che affiancherò e che stimo da lungo tempo, ma con cui non ho mai avuto occasione di lavorare sul serio.
Serio è uno dei principali corsi d'acqua d'una terra a cui resterò sempre legato, sentendomi - lo confesso - profondamente bergamasco, inteso come appartenente a un popolo, avendo avuto lì occupazione e pure alloggio, sentendomi pienamente accolto, considerato.
Considerato che a breve me ne andrò ed ogni retrogusto viscido di piaggeria è mondato, dichiaro un grazie sincero per il gruppo editoriale nel quale ho lavorato negli ultimi quindici anni e che mi ha dato ciò che per me è la moneta più rara e preziosa: la libertà, di parola e pensiero. Non lo scorderò mai.
Mai altresì cesserò di essere riconoscente nei confronti di chi nelle scorse settimane mi ha cercato, voluto, scelto, senza raccomandazioni o appartenenze a gruppi d'interesse, bensì basandosi soltanto sulla capacità di fare il mio lavoro e avere una visione, un'idea su come affrontare le sfide del presente e del futuro.
Futuro è un'orizzonte ampio, tuttavia sarei disonesto se tacessi che non vedo l'ora di iniziare, di mettermi alla prova, soprattutto di tornare a imparare, di pormi al servizio delle numerose persone che sono certo hanno a cuore la loro terra, il nostro mondo e quello che, per i molti che lo fanno con passione, rimane uno dei mestieri più belli del mondo.


sabato 7 ottobre 2023

La parte limpida (Palombari si diventa)

Li ho messi in fila uno ad uno e tengo per ultimo te, ciliegina sulla torta, con i tuoi quindici anni, quasi sedici, e la tua figura asciutta, tutta muscoli e nervi, con tutte le contraddizioni dei tuoi anni e insieme lo stupore di una personalità in divenire, che si forma.
Mi sorprendi spesso, in positivo, per la luce che porti dentro, anche se non mancano le zone d'ombra, luoghi essenzialmente dell'anima, che non danno traccia di sé, ma di cui intuisco l'esistenza, senza volerli approfondire, scandagliare, per non fare come l'acqua che se peschi troppo a fondo il torbido lo trovi, mentre tu meriti di essere considerato e giudicato per la tua immensa parte limpida.
Forse un giorno deciderai tu di essere palombaro, di setacciare il limo sedimentato dalle vicende di vita, ma fino a quel tempo - se mai verrà - il tuo candore avrà il sopravvento nella considerazione della persona che sei e che ha arricchito come lievito la nostra casa.

P.S. Di molto ti sono grato, più di tutto della possibilità che mi dai di far emergere la parte migliore di me, quella più adulta, paterna, così simile a quella del mio, d'un padre. Un misto di concessione di fiducia e  dolcezza, indulgenza, comprensione, che gli ho sempre invidiato e che ora, senza sforzo, ritrovo in me, nei tuoi confronti. "Complicità". Così la avverto, di tanto in tanto, in alcuni piccoli gesti, in cenni più o meno velati d'intesa, che segnalano affinità, oltre che affetto. Anche per questo sono immensamente grato che tu ci sia.

venerdì 6 ottobre 2023

Io non c’ero (Voi sì)

Come sono belli, sorridenti, tutti in posa, così diversi tra loro, così a specchio del meglio che siamo stati, che siamo.
Cugini di sangue, amici per scelta, testimonianza di come i legami siano più forti del tempo e dimostrazione che chi ci ha preceduto non ha calcato questa terra invano, lasciando un’eredità viva, che vale una fortuna.
“I nove dell’Ave Maria” li chiamerebbero, se fosse un film del secolo scorso, invece sono l'immagine di una preghiera di ringraziamento laica, la mia, la nostra, quella d'una famiglia semplice, la cui ricchezza più grande è appunto il legame, il tenerci gli uni agli altri, il bene reciproco.
E quando scrivo che voi c'eravate, intendo tutti coloro che hanno contribuito a dare loro vita e che questa vita l'hanno attraversata. Non ne faccio i nomi, perché dovrei compilare un lungo elenco, però ho in mente uno a uno tutti i volti di chi ho conosciuto, che mi è stato accanto, che ha condiviso con me il dolore e la festa, lo svago e la fatica, numi tutelari di una storia ch'è ruota che gira, parte da lontano e non è mai finita.

P.S. Siccome l'etica è importante, ma pure l'estetica non scherza - specie ai giorni nostri, nella civiltà dell'immagine - alleggerisco i toni e riporto la sottolineatura di un'amica che lavora nella moda, a commento della foto di gruppo, qui sopra: "Che armonia cromatica". Già. Non ci avevo fatto caso. Se sia questione di buon gusto o di omologazione generazionale non saprei dire, sta di fatto che l'insieme paga l'occhio e rimanda a una bellezza ch'è non soltanto involucro, ma pure nerbo, sostanza.

giovedì 5 ottobre 2023

Tre pere (Così va il mondo)

Tra i beni che mio padre in eredità ha lasciato ci sono decine di alberi, alcuni cresciuti spontanei, altri piantati da lui medesimo.
Tra questi, nel terreno a due passi dalla casa dove vivo, c’è un pero.
Non un’essenza dal tronco possente, la chioma folta, i rami protesi a sfiorare il cielo: un “pirus communis”, lo dice il nome stesso, nulla di eccezionale, poco più di un arbusto (del resto, anche se molti lo ignorano, appartiene alla stessa famiglia delle rose), alto appena un palmo più della mia testa, tanto che a mani protese se ne può cogliere il frutto.
E così è stato fatto, anche quest’anno, con buona pace di mia madre, che per quella sentinella tremula nel mezzo dell’orto ha un legame speciale e fa eccezione persino alla preferenza per i nipoti rispetto al figlio, visto che conserva per me ogni sparuto frutto, cogliendolo in anticipo e conservandolo con cura, finché arriva a maturazione, con l’inizio dell’autunno.
Un rito laico, celebrato pure quest’anno, grazie a tre pere, non una di più, né una di meno.
E se ne parlo qua, con un lungo preambolo - più buccia che polpa, sarebbe da scrivere - è perché mentre le assaporavo non ho potuto fare a meno di riflettere sulle differenze tra ognuna delle tre e il paragone con i figli, i miei, ma pure tutti i figli e le figlie e le persone del mondo.
Perché, pur provenendo dallo stesso albero e cresciute apparentemente con le stesse riserve di acqua e di luce, ciascuna pera aveva un proprio gusto, originale e diverso.
La prima dolcissima, zuccherina, succosa e deliziosa come nettare, la seconda asciutta e compatta, con sapore sciapo e allappante (“questa pera sa di rapa” avrebbe sentenziato, disgustato, mio padre), la terza migliore della seconda ma non della prima, una via di mezza senza infamia e neppure lode.
Ora, certo un motivo scientifico ci sarà per comprendere il perché delle differenze, ma le spiegazioni qui non interessano.
A importarmi invece è che la pianta sia la stessa, che i geni non siano differenti e che dunque la causa consista in altro.
Vale per me genitore, che le discrepanze in ciascuno dei miei figli le noto.
A me pare di esser fortunato, cioè tutti hanno in comune del dolce, del buono, tuttavia neanche qua sta il punto.
Il punto è che non tutto dipende da me, da noi, poiché esiste qualcosa di più grande, di più forte, che orienta carattere, preferenze, ideali, gusto…
Siamo albero, è vero, ma il frutto, pur partorito da noi, risulta essere “altro”, differente, perché così va il mondo (“va”, nel senso proprio che avanza, muta, si evolve, sopravvive, cioè “vive sopra” anche noi, che l’abbiamo generato).
Una ragione in più per mettersi il cuore in pace e considerare la diversità un valore, qualcosa di buono, bello.

P.S. Piantare alberi. Un gesto antico, che nella civiltà contadina era appannaggio di tutti, mentre ora si delega per di più all’esperto di turno, il giardiniere o la persona - per lo più anziana - che cura l’orto. Piantare alberi tuttavia ha un significato profondo, poiché legato a filo doppio all'aspettativa di futuro, alla volontà di costruirlo o, quanto meno, prepararlo. Vale per i popoli e pure per il singolo, per chi mette a dimora un seme non per sé, bensì lasciandolo in eredità e dunque a beneficio di qualcun altro.