mercoledì 14 luglio 2010

Bella scoperta


L'aria condizionata in auto d'estate e la coperta elettrica per quando si va a letto, d'inverno. Distanziati, di molto: il computer portatile, il decoder di Sky che registra, il navigatore satellitare, il forno a microonde, l'Ipod... E' la mia personale classifica delle invenzioni dell'ingegno umano che ci hanno reso migliore la vita e certo ne dimentico qualcuna. Se il conto viene esteso poi all'ultimo secolo, l'elenco è strabiliante. Basti pensare all'automobile, all'aereo, al telefono, all'energia elettrica, al riscaldamento delle abitazioni, all'acqua corrente nelle case. Siamo seduti su una miniera d'oro e non ce ne rendiamo conto. Non sono le cose più importanti, è vero: ci sono i sentimenti, i valori, le passioni, gli ideali, compagni di viaggio da quando l'uomo è uomo. Però sarebbe ingratitudine verso coloro che ci hanno preceduto non riconoscere quanto siamo fortunati, quante comodità in più abbiamo. Lo penso ogni volta che faccio un lavoro pesante e torno in casa sporco, stanco, sudato, mentre faccio la doccia: la maggior parte delle persone a questo mondo non può permetterselo. Stasera, con Loris e Roberta, parlavamo dell'abbondanza in cui crescono i nostri figli, delle difficoltà per loro di apprezzare il molto che hanno non avendo mai vissuto con il poco. Un concetto banale. Meno invece se lo si declina guardando i bambini pigri e indolenti sul divano. Mi consolo pensando che il mio timore è il medesimo che avranno avuto i miei genitori, quarant'anni or sono. Il progresso può averci portato in dono mille comodità, senza tuttavia toglierci un'oncia delle preoccupazioni che padri e madri hanno sempre avuto pensando ai loro cuccioli d'uomo.

Foto by Leonora

martedì 13 luglio 2010

Andar per osterie (Liguria, ponente)


Sapore di mare, meglio se accompagnato da un vinello bianco, fresco, leggermente fruttato. Sono reduce da un fine settimana in Liguria, con un caldo boia ma un paio di locali da annotare, grazie a Sara, che prima di trasferirsi a Torino, collaborava con il Corriere di Como. Ricordavo che il suo fidanzato Luigi era di Pietra Ligure, così prima di partire le ho scritto, sfruttando le potenzialità del social network: se si hanno amici in quasi ogni posto è facile farsi consigliare e così evitare di prendere cantonate. Segnalati a mia volta da Sara, dopo averli provati, cito qui due ristoranti meritevoli.

Primo: Osteria Du Casè, a Calice Ligure. Tre antipasti (tutti ottimi, dalla mousse di zucchine al tortino di pesce e carote, passando per il carpaccio con fondo di grana, sedano e mandorle tostate), due primi (buone le lasagne pomodoro e basilico, non eccezionali i ravioli con sugo di stracotto), due secondi (entrambi di carne: eccellente il roast beaf, discrete le quaglie, delicati i peperoni in agrodolce), dolce (pesche, con crema chantilly e una cialda al cioccolato fondente), caffé, digestivo: prezzo fisso, trenta euro. Gianluca, che serve ai tavoli e ha una faccia da buono vero, è un archeologo prestato, con successo, alla ristorazione. Ai fornelli c'è sua mamma che, riferisce Sara, è una donna dolcissima e se me l'avesse detto prima avrei chiesto di conoscere. Il luogo è incantevole, a mezza costa, con un terrazzo che in estate rende il locale speciale. Mi è piaciuto appena visto dov'era, ma di buon umore mi ha messo Gianluca quando m'ha detto che il vino lo fa suo zio, indicandomi la vigna poco distante.

Secondo: Osteria Loco, in centro a Pietra Ligure. Posto alla buona, di quelli che piacciono a me, con poche portate in menù (tipo tre antipasti, tre primi, tre secondi), specialità pesce e prezzi abbordabili (attorno ai sette euro gli antipasti; meno di dieci euro un primo; sui sedici euro un secondo). Io ho mangiato le acciughe fritte (ottime) e spaghetti alle vongole, che definire incantevoli è riduttivo. Ha detto bene Mauro, che insieme con Zoia ci ha fatto buona compagnia al tavolo: "Erano in perfetto equilibrio tra gusto, sapore e delicatezza".

Basta così, che a ripensarci mi viene l'acquolina.
Foto by Leonora

mercoledì 7 luglio 2010

Su per giù(sy)


Il cielo è azzurro sopra Berlino, ma non è male neanche visto da qui. M'infilo le cuffie dell'Ipod e tutto il mondo si riduce a questo schermo, bianco quanto un foglio che attende d'esser scritto. Penso alle cose che non ho mai fatto: andare in barca a vela, affittare un battello e navigar per fiumi in Olanda, passare qualche giorno in un'isola della Croazia avendo per casa un faro, salire sul Monte Bianco, metter piede in Sicilia, bere sotto una tenda in Marocco, visitare Gerusalemme, costruire una casa su un albero, ascoltare dal vivo Fossati, stare ad ascoltare per ore un reduce di Russia... Desideri in ordine sparso, alcuni attesi, altri scoperti soltanto adesso, con sorpresa anche per me stesso. Oggi bevevo il caffé con Magda, siamo capitati a parlare dei locali notturni e della sensazione di starci stretti, anzi di non starci affatto, ch'è passato il nostro tempo. E' realmente così oppure è una resa non richiesta quella che ci fa chiudere a guscio, alla ricerca di un'intimità che fa da contraltare alle luci elettriche, ai colori, al chiasso? Ricordo il disagio di quand'ero ragazzo e vedevo gente più vecchia frequentare la discoteca di turno: "Ma dai - pensavo - hai quarant'anni, cos'è che vai in giro, che sembri una rana con l'abito bianco". Ora quarant'anni li ho io, infatti ho pudore e contegno. Però ho simpatia per quelli che resistono, specie per gli arzilli vecchietti che di questi tempi non si perdono una festa di paese con ballo liscio. C'è una mia compagna delle scuole medie ch'è diventata una star del genere. Si chiamava Giuseppina Mercuri, ora Giusy Mercury, perché anche il nome vuole la sua parte e passando dal banco al palco non bisogna lasciar nulla al caso. Non è il mio genere e devo stare attento a non farne beffa, peccando di supponenza, ricordando che in ogni caso s'è ritagliata in questa vita uno spazio, facendo probabilmente qualcosa che le piace invece di un lavoro duro e mal pagato. Detto ciò, con tutto il rispetto, non la aggiungerò alla compilation dell'Ipod. Provare simpatia umana è un conto, esser masochisti un altro.


P.S. Uno dei ricordi che ho di Giuseppina riguarda il secondo o il terzo giorno di prima media. Avevamo un compagno alto e grosso quanto lo sono io adesso. Si chiamava Bartolomeo e evidentemente le aveva detto qualcosa di sconveniente, perché appena messo piede sul marciapiedi fu affrontato dal papà della ragazzina, un signore piccoletto ma che - senza dire né a né bé - affibiò al povero Bartolomeo uno schiaffone da stendere un toro. Da quel giorno Bartolomeo, nonostante la mole, non ci fece più paura, ma a Giuseppina nessuno di noi osò più rivolgere non dico parola, ma nemmeno uno sguardo. Semmai passasse di qua, forse non mi perdonerà il fatto che non apprezzo la sua musica, ma certo si farà una ragione del perché in tutti i tre anni di scuola non le ho quasi mai parlato.


Foto by Lyonora

martedì 6 luglio 2010

Il primo passo


Sono reduce da una pizza con David e Rossella, compagni di università e - pur a distanza - di vita. Una serata di ricordi e confidenze, come raramente mi capita. David lo nomino spesso, anche in questo blog. Rossella meno. E' forse la persona più sensibile che conosca e ha una dolcezza direttamente proporzionale alla complessità con cui si pone di fronte ai problemi, perciò mi ha fatto piacere oggi sentirla parlare di leggerezza e di vederla ridere, limpida, serena. Soprattutto ha fatto divertire noi, con i racconti di vacanze e di uomini ottusi, che non si sa come gli sono capitati tra i piedi, anche se non è tipo da dar corda e, seria com'è, bisogna proprio essere di coccio per scambiare la sua cortesia in porta aperta.

Tornando, da solo, in auto, pensavo che ciò che mi ero ripromesso venti giorni fa lo sto mantenendo: nelle ultime due settimane ho avuto o sono stato ospite di molte persone a cui tengo, godendo della reciproca presenza, del bene di una parola, un momento insieme, uno sguardo. Nulla allora è perduto, vane non sono state le parole e una volta individuato il sentiero, fissata la meta, davvero si può cambiare. E' una buona estate questa, anche se a casa mi salta spesso la mosca al naso e - proprio come il cielo di questi giorni d'afa e temporali - passo dal chiaro al buio, in un attimo. So ch'è sbagliato e metterne qua l'appunto, ammetterlo, è il primo passo per scavalcare il muro.
Foto by Leonora

venerdì 2 luglio 2010

Felici e contenti


Adoro il primo caldo di maggio e, in questi giorni d'afa, rimpiango novembre. Lo scrivo convinto, ma me ne pento subito, pensando che mi lamento troppo spesso e che se ho un buon carattere lo devo piuttosto alla capacità di vedere (quasi) sempre il bicchiere mezzo pieno. Una visione della vita che in certi momenti può diventare un gioco: un gioco serio.

Prendiamo oggi. Ieri sera ho finito di lavorare che erano già le undici, ma stamattina mi sono svegliato presto. La cosa "è avvenuta da sé naturalmente", senza sforzo, così ho un po' di tempo per me. Prima cosa positiva.

Guardo dalla finestra e nonostante siano le sette del mattino fuori è già un forno. Io dormo in mansarda ma, benedetti gli architetti Ghioldi e Ghirardello (i miei amici Anna e Roberto), grazie al tetto "areato" qui in casa è fresco. Seconda cosa positiva.

Essendo presto, ne approfitto per leggere qualche post dei blog che seguo più spesso. Fuma mi incuriosisce con la storia di un ramo spezzato, che "pigola", proprio come un uccello. Andrea mi fa sorridere, come sempre. Con l'altro Andrea invece rifletto proprio sulle fortune che ho, un concetto che Wilma mi aiuta a marchiarmi addosso a fuoco, anche se provo una fitta al cuore apprendendo che da giorni l'affligge un dolore ch'è come un cane che morde il braccio. Periartrite le ha detto il medico, "una malattia che si cura difficilmente e che colpisce soprattutto i quarantenni": e io che, come credo qualsiasi maschio adulto, propendo ad essere lievemente (lievemente?!?) ipocondriaco già sento un brivido freddo che sale lungo la spina dorsale, fino al collo. Terza cosa positiva: sto bene, non avverto dolore, sofferenza fisica. Domani chissà, ma oggi niente, così come ieri e ieri l'altro e quasi tutti i giorni della mia vita. Si fa presto a essere felici, penso. Sfido chiunque abbia mal di denti o i calcoli renali o qualsiasi altro fastidio fisico, anche meno lancinante, oppure una depressione psichica, a dire altrettanto: neppure un santo riuscirebbe. Incrociando le dita allora, consacro questa come la giornata della consapevolezza dello star bene, del ringraziamento e dello stupore perché ciò avviene, anche se viene naturale ritenerlo scontato, ma scontato non lo è.
Foto by Leonora

mercoledì 30 giugno 2010

B.


Un foglio di carta bianca, scritto a mano, davanti e dietro. Una data: 15 giugno 2010. Una premessa e un'intestazione: caro Giorgio. Una coincidenza: venti righe per pagina. Parole di getto, in italiano fluido, limpido, senza bisogno di esser ricercato. Nessun errore ortografico e una sola ripetizione, che non è sfuggita alla rilettura, corretta con un tratto di penna, senza badare a cancellarla del tutto. Inchiostro blu, calligrafia rotonda, scorrevole. E una firma, di donna. Inizia con la B.
Una lettera ricevuta per posta l'altro giorno. Non so chi l'ha mandata e - a parte qualche flebile indizio - l'autrice ha deciso di restare ignota anche per me. Solo il nome conosco. E' tutto il resto che mi sfugge, ma non vi do peso: mi fa piacere che mi abbia scritto, che abbia deciso di aprire un varco tra noi, di far sì che la lettura di questo blog non rimanga un viaggio di sola andata, senza ritorno. Vorrei risponderle e non ho altro mezzo che questo spazio, confidando sul fatto che passi di qui e che si fidi di nuovo di me, che lei stessa ha scelto. Vorrei dirle che anche se per lei "non è un bel momento", se la sua vita va "letteralmente a rotoli", non è sola, c'è qualcuno a cui importa, qualcuno che non ha risposte di sorta ma è disposto a rimanere in ascolto. Mi tornano in mente le parole della poesia di Saba, "La capra", il cui "belato è fraterno al mio dolore". Così il suo al mio. Pur essendo fortunato, conosco il vuoto che bussa dentro, il picco e l'abisso. Questo vorrei dire a chi - in venti righe più venti - ha dimostrato che la voglia di andare avanti è più forte della paura di esporsi. E che non c'è bisogno di conoscersi di persona per fidarsi l'una dell'altro.


Foto by Leonora

domenica 27 giugno 2010

Faloppiese, olé


I sei giorni di vacanza stanno finendo, da domani si torna in redazione a capofitto. Credo di essermi un po' impigrito, pure arrugginito: in un paio di giorni conto di riprendere ritmo e tono. Non è per questo però che scrivo, quanto per tessere l'elogio di un allenatore, di una società, di una squadra, un gruppo. La Faloppiese, formazione di calcio della categoria esordienti (tredici, dodici anni), nel pomeriggio ha concluso al terzo posto il torneo "Brera", a cui erano iscritte oltre cinquanta squadre provenienti da tutta Italia e anche dall'estero. S'è trattato di un ottimo risultato, anche se sarebbe stato storico se in semifinale non si fosse perso ai calci di rigore contro il Varese, che per metà partita è stato letteralmente messo alla corde e graziato persino a cinque minuti dalla fine da un rigore sbagliato dalla stessa Faloppiese. Il terzo posto, alle spalle di Varese (vincitore poi del trofeo) e dei serbi della Vrbas, unito al titolo di capocannoniere del torneo ricevuto da Gabriele (Gabriele Strazzella, un attaccante nato, che spero rimanga con noi anche l'anno venturo, così come un'altra roccia, Cristian) ha coronato comunque una bellissima annata e concluso in qualche modo un ciclo. Giuseppe (Giuseppe Attanasio, l'allenatore) il prossimo anno passerà al Cantù, dopo cinque anni in cui s'è fatto apprezzare, oltre che per il bel gioco e per i risultati, anche per il cuore e lo spessore umano dimostrato. Lo scrivo ora, che se ne va, perché prima ero in imbarazzo: essendo in squadra mio figlio Giacomo, non volevo che le parole di stima prestassero il fianco a un trattamento diverso da quello che è stato. Ora però che il quadro s'è chiarito, credo sia giusto concedere il tributo a una persona che per questa squadra ha dato tutto, non risparmiandosi in alcun modo e trattando tutti in modo affettuoso ma anche schietto. Potrei citare molti episodi, ne scelgo uno: l'aver organizzato la trasferta di una settimana a Lignano Sabbiadoro, la scorsa Pasqua, per partecipare a un altro torneo. Un momento unico di aggregazione tra ragazzi e anche per i genitori. Adesso le strade di allenatore e società si dividono: come tutti i divorzi, il rischio è che il gusto acre abbia il sopravvento su quanto di buono insieme è stato fatto. I risultati e l'ottimo ricordo che ha lasciato tra ragazzi e genitori testimoniano sul valore di Giuseppe, così come la società, che ha deciso il cambio, merita fiducia e credito, essendo sulla cresta dell'onda da cinquant'anni e distinguendosi sempre per crescere ragazzi non esaltati, insegnando loro a stare al mondo, oltre che giocare a calcio. Chi segue questo blog sa che ad inizio anno ero scettico sulla scelta fatta da Giacomo, di lasciare l'Itala (altra società fatta di brave persone, a cui sono grato) per andare a Faloppio. Undici mesi dopo credo che sia stata una decisione felicissima, avendo trovato l'ambiente di cui dicevo. Lo scrivo per tutte le persone che hanno un figlio che vuole fare sport e magari si fanno trascinare dalle loro ambizioni oppure spaventare dai sogni (spesso destinati a restar tali) del bambino: scegliere un buon ambiente è fondamentale. Conosco personalmente papà e mamme che si sono lasciati incantare da società professionistiche, dal nome glorioso, ma senza alcun riguardo per la crescita dei ragazzi, che vengono presi e lasciati come carne da macello. Altre volte, e io appartengo a quel caso, sempre le mamme e i papà hanno tarpato le ali ai desideri del figlio, accontentadosi della mediocrità, del pressapoco. La Faloppiese credo sia la giusta via di mezzo - elogiata dai latini e che tutt'oggi porta lontano - tra misura e ambizione, tra pazienza nel rispettare i tempi di crescita dei ragazzi e schiettezza nel rilevare i limiti di ognuno, tra serietà agonistica e sport che comunque nella vita non è tutto. Grazie a Giuseppe (ma anche a Roberto e Fabio, suoi aiutanti sul campo) e alla Faloppiese per tutto ciò che hanno fatto per Giacomo: la mia famiglia ha avuto assai più di quanto ha dato; non lo dimenticheremo.

Foto by Leonora