domenica 2 luglio 2023

Carla Porta Musa (La scrittrice lieve)

Ricordo lei e le casa che le assomigliava. Un villino grazioso di inizio Novecento, interamente coperto d'edera, unica abitazione a due piani rimasta in mezzo a palazzoni alti il triplo, il quadruplo, che la sovrastavano senza annientarla. Anzi, per chi sapeva scorgerla, quella casa spiccava ancor più, appiglio e opposizione resistente all'inesorabile tempo che passa.
Carla Porta Musa ha vissuto fino a centodieci anni compiuti, con la lievità dei gerridi, gli insetti che hanno l'abilità di scivolare sull'acqua senza affondare, poggiando i tarsi delle zampe come per pattinare, sfidando la nostra idea di gravità e di superficie solida o liquida.
Non fu l'unico nostro incontro, anche se sono altri i colleghi che l'hanno conosciuta meglio.
Da parte mia, il ricordo più fulgido è quando mi raccontò che da bimba aveva visto Buffalo Bill esibirsi  con i pellerossa a Como, al Pra' Pasqué, dove qualche anno dopo costruirono il vecchio - ora - stadio Sinigaglia.
Quel nome, Buffalo Bill, per me era sinonimo di passato, di storia,  e ne provai uno stupore come mi avesse detto che aveva conosciuto Carlo Magno, Napoleone, Alessandro Magno e tutta la sua scorta. Realizzai invece che non è così, che il tempo è proprio tale e quale al rampicante che avvolgeva la sua casa: copre ciò che c'è sotto, dando ad esso una forma vaga, tranne chi ha la pazienza di scoprirla, togliendo foglia a foglia.

P.S. Nell'intervista Carla Porta Musa si soffermò molto su Margherita Sarfatti, che conobbe e frequentò. Segnalo questo bel programma della Rai, in cui l'attrice Sonia Bergamasco la interpreta.

Soltanto i bambini guardano dal parabrezza posteriore delle automobili.
Carla Porta Musa ha la loro stessa instancabile curiosità, il medesimo candido stupore. Davvero gli anni si sono inchinati. Davvero il tempo l'è diventato amico.
Non le crediamo noi, quando confessa di avere ormai novantasei anni, ma non deve crederci neppure lei. Più tardi, infatti, parlando delle sue amicizie, prima dice: “c'è una vecchiettina che viene spesso a trovarmi”, poi scuote il capo, sorride e aggiunge: “la chiamo vecchiettina, ma avrà almeno vent'anni meno di me.”
Carla Porta Musa vive come parla e parla come scrive. In modo semplice, limpido, chiaro. Eppure magico. Senza tempo, appunto. Anche se il tempo lo ha vissuto pienamente, attraversando per intero questo secolo.
Le sue memorie rappresentano una tra le testimonianze più serene delle stagioni che furono. Scrittrice e poetessa “di momenti lirici”, come ama precisare, iniziati per una delusione d'amore.
«Dopo tre anni di fidanzamento il dottor Porta mi piantò. Soffersi moltissimo e cominciai in quel periodo a scrivere poesie. Diversi anni più tardi ci ritrovammo e lui comprese di essere ancora innamorato di me. Io dicevo sempre: o sposo il dottor Porta o sposo nessuno.
Era un uomo di enorme cultura, dal quale imparai moltissimo. Ma era anche un uomo molto severo, con un carattere difficilissimo. Non è stata una vita facile con lui, non sempre serena, ma tutto questo è servito perché mi ha fatto diventare quello che sono.
La persona che devo ringraziare maggiormente è però mio padre. In vita mia non ho conosciuto un secondo Enrico Musa.
Tra l'altro, egli fondò l'Istituto Carducci e fu segretario della grande Esposizione Voltiana del 1927 e, due anni prima, fu tra coloro che fecero acquistare Villa Olmo, con il contributo di quattro milioni del Comune e reperendo l'importo restante grazie ad una sottoscrizione popolare.
Ricordo Enrico Musa come un uomo incredibile, ma soprattutto come un padre dolce, che sapeva insegnare con molto garbo. Giannino Porta, se non capivo subito, si arrabbiava; mio padre, invece, amava moltissimo ascoltare. Tra noi c'era vero dialogo».
Musa, Porta, Linati, Casnati, Rovelli...Una girandola di uomini importanti. Più arduo, ma non impossibile, udire il nome di una donna.
«Margherita Sarfatti. La donna più intelligente e colta che abbia mai conosciuto. Un vulcano. Pensare che non era mai stata un giorno a scuola e sul passaporto aveva perfino scritto “analfabeta”. Invece parlava alla perfezione cinque lingue e possedeva una cultura enciclopedica. Insegnò persino otto anni all'università. Era conosciuta in tutto il mondo. Allora era chiamata “la regina senza corona”.
Veneziana di nascita (e della sua regione aveva i colori) frequentò e amò moltissimo Como. Ricordo le numerose sere trascorse insieme da Collina, per sentirlo leggere, man mano che li scriveva, i “Promessi Sposi” tradotti in dialetto. Margherita abitava in una villa di campagna, donatale dal padre, a Cavallasca, in una località che lei stessa battezzò col nome di Lieto Colle e in cui volle esser sepolta».
Tra i “volti luminosi” che la mente rievoca, la città di Como mantiene una luce vivissima, che non si è affievolita col trascorrere del tempo.
«Io difendo la mia città. E la chiamo “mia” perché tale la sento, anche se mia madre era spagnola, mio padre milanese e ho parenti svizzeri, tedeschi, inglesi, austriaci. Appartengo ad una famiglia cosmopolita, ma ho trovato in Como una dimora ideale, poiché non si tratta di una città provinciale.
Anche fisicamente non lo è. È una città che ha una sua nobiltà, una città che definirei persino aristocratica, come certi suoi palazzi, certi suoi giardinetti.
A Como ci sono molte persone di ingegno, anche estrose. Semmai a Como non siamo uniti. È un carattere difficile quello del comasco, non si amalgama bene con gli altri.
Quando però dicono che a Como non si fa niente, mi arrabbio.
C'è un'università, che ancora non ha sviluppato tutte le proprie potenzialità, ma potrà farlo in futuro.
C'è un Istituto Carducci, che attualmente ospita la facoltà di giurisprudenza e propone anche concerti, scuole serali ed estive, viaggi e una biblioteca abbastanza consistente.
Ci sono i “nuovi venerdì letterari”. Quando ero molto giovane, con Carlo Linati, organizzammo i “lunedì letterari”. Durarono solo due anni.
Poi dal ’46 al ’53, al Carducci, tutte le settimane, da novembre ad aprile, proposi i “venerdì letterari”. Vennero i nomi più importanti della letteratura. I Bacchelli, Quasimodo, Errante, Savinio, Devoto, Saggio e altri ancora.
Di recente, l'amministrazione comunale ha insistito per l'allestimento dei “nuovi venerdì”. Mi è parsa un'idea preziosa, che ha potuto rendersi concreta con l'aiuto di Alberto Longatti.
C'è un Centro Volta, che a Como non è abbastanza conosciuto, ma all'estero è assai apprezzato. Sapesse quanti stranieri mi hanno detto: ma voi a Como avete il Centro Volta, che è una cosa importantissima. Tante altre più importanti città non hanno un circolo tanto prestigioso».
Alessandro Sallusti, dalle colonne del suo giornale, si è chiesto se proprio il Centro Volta non possa fare di più per Como.
«Tutti noi potremmo fare di più, ma io insisterei maggiormente sul valore di ciò che già esiste. Quel che manca è piuttosto la comunicazione.
Dico sempre all'amico Canobbio, un uomo di enorme intelligenza, cultura e sensibilità (tre virtù che, se compresenti, conferiscono alla persona carattere di eccezionalità), che è necessario divulgare un resoconto periodico di ciò che propone il Centro.
Chi sa che, dopo Venezia, Como è stata scelta dall'Unesco per la promozione di incontri culturali ad altissimo livello?
D'accordo, ci sono le pubblicazioni specifiche, ma chi va a leggerle?
È necessario informare il pubblico, comunicando in maniera più discorsiva, cominciando dalla A per arrivare alla Z e non viceversa. Altrimenti le persone, specialmente le più umili e semplici, non capiscono nulla».
Sulla sedia accanto alla sua c'è una busta colma di ritagli.
«Sono articoli di giornali italiani ed esteri. Quando accade qualche fatto importante ne faccio una raccolta e la dono alla biblioteca.
Ecco, se c'è una cosa che rimprovero alla mia città è di non investire abbastanza nelle biblioteche.
Alla nuova amministrazione provinciale, ad esempio. rinnovo una richiesta minima, che avevo già proposto a quella precedente. Nella nostra città ci sono diversi e validi editori.
Le biblioteche della nostra provincia sono numerose.
Perché non mettere a disposizione cinque o sei milioni e acquistare i libri degli scrittori comaschi, mandandoli in tutti i paesi dove esiste una biblioteca? Fino ad ora promesse, ma nulla di concreto. Che ci vuole? Meno di nulla. Solo gente che ami la cultura».

4 gennaio 1998

sabato 1 luglio 2023

Gianni Passera (Il ristoratore sagace)

Il club dei "noisti". Coloro che dicono sempre di no. Un dettaglio che avevo dimenticato e che ha un padre d'autore, Giovanni Guareschi, uno degli umoristi più sottili e sapidi che il secolo scorso ci ha regalato. 
Per il resto, ricordo un signore spiccio e svelto, che nel paio d'ore scarse in cui siamo restati uno di fronte all'altro, non sono riuscito a farmi un'idea certa se la severità che ostentava fosse d'indole oppure soltanto un vezzo, uno veste con la quale s'ammantava per marcare una distanza tra se stesso e il mondo sconosciuto.
Per scoprirlo dovrei chiederlo ai figli, a Bianca o Corrado, perché nel frattempo Antonello se n'è andato, lasciando però eredi che portano della famiglia Passera il vessillo, continuando la tradizione di un "modesto ristoratore" di inizio Novecento.

Ottant'anni. Con qualche acciacco, è vero. Nulla però di tanto grave da indurlo a rinunciare al lavoro quotidiano.
Possiede due alberghi, il Terminus e il Villa Flori.
Una moglie, quattro nipoti, tre figli. Tutti e tre laureati alla Bocconi.
Bianca ha partorito pochi giorni fa. Corrado è niente meno che amministratore delegato delle Poste Italiane. Antonello lo ha affiancato «in bottega», regalandogli la soddisfazione di costatare che l'impresa di famiglia «non si è volatilizzata».
Se è vero che un uomo, per essere fortunato, deve contare su qualche santo in paradiso, Gianni Passera si è di certo ingraziato l'intera corporazione dei beati.
Non che in vita sua i momenti bui siano mancati. Solo che ogni volta ha trovato qualcuno che l'aiutasse a riaccendere la luce. Come nel 1943. Campo di concentramento, prigioniero dei tedeschi. Due anni di violenze, privazioni, stenti. «Ero una larva - ricorda - pesavo quarantun chili». Lo preservò dalla disperazione solo la solidarietà tra compagni. Uno di loro portava un nome destinato a diventare celebre: Guareschi Giovannino, l'inventore di Don Camillo e Peppone e del Candido.
«Era un personaggio incredibile. Riusciva a sorridere di tutto, anche nelle circostanze più tragiche. Quando passava davanti alla fotografia di Hitler porgeva un saluto tutto cerimonie e ossequi, ma sostituendo il saluto romano col gesto dell'ombrello».
«Avremmo fatto tutto per un tozzo di pane, tranne che rinnegare la nostra Patria. Dicemmo no quando ci proposero di passare tra le truppe naziste. Ripetemmo il rifiuto quando fummo invitati a lavorare per loro come bibliotecari. Dicemmo no anche allorché ci fu chiesto di aderire alla Repubblica Sociale di Salò e replicammo picche dopo la liberazione degli alleati, che ci volevano collaborazionisti. "Sai Gianni cosa facciamo - mi disse Guareschi - fondiamo il club dei "noisti", quelli che rispondono sempre no».
Gianni Passera delle parole non abusa. Ricerca ogni aggettivo con la stessa meticolosa cura con cui le signore scelgono l'abito per le serate di gala. Di tanto in tanto, per sottolineare un concetto che gli pare di speciale importanza, tira in lungo una vocale e traccia con la punta dell'indice un immaginario rigo a mezz'aria o un punto interrogativo sul cuoio della cartella poggiata sulla scrivania.
Sbrigativo e spiccio nei modi, Passera è sagace nel replicare con ironia a ciò che lo indispettisce.
Cosa pensa del turismo a Como?
«Signori studiosi dell'informazione - risponde pepato - dovreste fare delle richieste più precise. Un mio professore chiamava questi argomenti "scatoloni vuoti". Quando sento discutere se la vocazione di Como debba essere industriale o commerciale o turistica, penso: "quante parole inutili". Tutte le zone economicamente più evolute sono a natura plurima. A un'attività industriale, ne affiancano una commerciale, una agricola e anche una turistica. In Italia abbiamo due modelli a cui mirare: l'Alto Adige e la Valsassina».
Il potenziale turistico di Como è sfruttato pienamente?
«No. C'è ancora molto da fare».
Che cosa?
«Aumentare la cultura. Investire in cultura. A questo ho sempre creduto. Quando mi laureai, nel 1940, discussi una tesi sull'industria alberghiera e turistica. Solo due studenti avevano in precedenza trattato quel tema. Fortunatamente oggi la biblioteca è zeppa di studi simili».
Come mai scartò il settore serico, la libera professione, il pubblico impiego e scelse di fare l'albergatore, che allora più di oggi doveva aver sapor di bancone e di osteria?
«Mi piaceva l'idea di continuare il sogno di mio padre Antonio, che iniziò come modesto ristoratore a inizio secolo. Terminando le scuole complementari alla sera, gradatamente diventò gestore del più bel albergo di Como. Un vero “self made-man”. Nel 1920, con l'aiuto dell'avveduto proprietario della Banca Taiana & Perti, poi Banco Lariano, arrivò dapprima ad affittare l'hotel San Gottardo e successivamente ad acquistare il Terminus. Con mio fratello Corrado non feci altro che continuare proficuamente la sua attività».
E ora è un suo figlio a mantenere viva la tradizione.
«Terminata l'università, Antonello decise di accettare le proposte di prestigiosi hotel. Ha fatto esperienza in tutti i settori di albergo, dall'economato all'amministrazione, dal ricevimento alla direzione e persino in cucina. Al Danieli di Venezia diventò aiuto cuoco».
"Dottor Passera, mi dia il passino delle uova!". Lo chef non sarà stato in imbarazzo, ma lei?
«Per me un figlio con l'umiltà di voler imparare è un orgoglio, non una vergogna. Fui lieto anche quando decise di rinunciare alla carriera per dedicarsi all'azienda di famiglia. Gli alberghi diventano facilmente obsoleti. Se non si tengono aggiornati decadono. Per rinnovare i nostri occorreva una forza giovane, con un po' di prurito, un po' di grinta».
E l'altro figlio?
«Fa il postino» ribatte sornione.
Le ha già spedito qualche lettera o cartolina?
«Certo, ed è arrivata in tempissimo. L'ha fatto apposta, per azzittirmi».
Parla sovente con lei di lavoro?
«Sì, anche se a volte siamo in contrasto, non mi ritiene un vecchio bacucco. Di recente mi ha mandato una sintesi del piano di impresa, imponendomi l'ovvia riservatezza».
Andreotti ha dichiarato che, in Italia, i matti che non affermano di essere Napoleone, dicono di voler risanare il bilancio delle Ferrovie. Non è che per le Poste il compito sia più agevole.
«Il compito di rendere efficienti le Poste è improbo. È come far camminare un carro dalle ruote quadre».
Perché Corrado ha accettato?
«Ha risposto ad una sollecitazione di Ciampi, che voleva un non politico e un non asservito».
Quando le confidò di voler accettare un tale incarico?
«Il giorno in cui fui operato per la quarta volta di artroprotesi. Era la prima decade di febbraio. Io non sapevo da che parte prendere e lui mi disse: "sai papà, mi hanno chiesto se...sto pensando di...". Figuriamoci se in un momento del genere mi mettevo a dare consigli».
Va d'accordo coi suoi figli?
«Moltissimo, ma bisogna intenderci. Se io dico bianco loro rispondono sempre rosso e le discussioni proseguono a lungo. Quello che infine cede sono io».
Cosa più ammira in loro?
«Come, non aveva detto che a quest'ora doveva andarsene?».
Appunto.

Como, 23 agosto 1998

sabato 24 giugno 2023

A futura memoria (La scala di Gaspar)

Eravamo sette amici al bar. Che poi era un ristorante e Gino Paoli non cantava e non noi volevano cambiare il mondo, bensì è il mondo ad essere cambiato da quando ci siamo incontrati la prima volta, dovendo stare al passo noi, chi quieto, chi di corsa.
Storia breve di una parentesi lunga, oltre che tonda.
Con un prologo.
La sera di lunedì 19 novembre del 2007, zona Sant’Agostino, Como. Una ventina di ragazzi e ragazze e un paio di uomini già maturi che si incontrano, senza essersi mai visti prima, avendo in comune soltanto la sensazione di essere pionieri e l’esperienza di un blog.
Il loro blog. E il primo “pizza blog” di Como e province limitrofe, Canton Ticino compreso (qui uno, due, tre resoconti di allora)
Sedici anni dopo in sette, più due accompagnatori, ci siamo ritrovati attorno a un tavolo, scoprendoci identici e differenti insieme.
Differenti per qualche tratto del viso e i capelli brizzolati (chi li ha), identico per lo spirito curioso, la voglia di scoprire, conoscere, condividere.
I blog, nel frattempo, “sono morti” (come sentenzia Gaspar); la maggior parte non li ha più; qualcuno l’ha ancora ma mai aggiornato; qualcuna pensava fosse stato cancellato e invece ha scoperto che nel web si conserva (quasi) tutto e l’ha ritrovato; uno continua imperterrito a tenerlo in vita e quell’uno sono io.
Fine della breve storia speciale ed emozionante di un raduno che si è tenuto ieri l’altro, in cui è apparso chiaro come l’informatica ha rivoluzionato il mondo, ma è sempre la filosofia - cioè conoscere, discutere, confrontarsi, dialogare, interrogarsi, tentare di dare risposte, narrare - a spingerlo e renderlo interessante, degno di nota.

P.S. Per amor di cronaca e piacere di condivisione, aggiungo qualche postilla, a futura memoria, ringraziando Elena (Trombetta) che ha organizzato la rimpatriata, e Denise (Canu), sempre puntuale e riflessiva.
- L’assioma di Luca (Zappa)
“Il bello è che è tutta matematica”. Lo dice sottovoce, sorridendo, contento quanto un bimbo la mattina di Natale, mentre parliamo di intelligenza artificiale, anche se non è vera intelligenza, constatando come i computer possono già ora disegnare o scrivere testi, in autonomia.
- Il teorema di Frenz (Francesco Lietti)
Data la traccia audio e video di una persona, moltiplicata per enne volte, sommata a un numero X di testi da essa scritti e di cui viene conservata memoria, l’intelligenza artificiale sarà in grado di riprodurne voce e nuovi discorsi all’infinito, come se fosse viva, anche s’è morta.
- La profezia di Giorgio (me medesimo)
Considerato il teorema di Frenz, avendo io infinite tracce audio e video, oltre che migliaia di testi scritti conservati in internet, potrete vedermi e ascoltarmi e chiedermi cose e sentirmi rispondere per secoli e secoli, in versione ologramma (una scoperta beffarda per me, il cui mantra da decenni è che nulla si conserva e che è giusto metterci il cuore in pace e dormire quieti, considerato che nel volgere di un paio di generazioni siamo destinati all’oblio, senza eccezione alcuna. E invece…).
- Il monito di Valentina (Orsucci)
“Non sono preoccupata per me, bensì per i ragazzi di oggi, perché questi social, questa tecnologia… Cosa comporterà? Dove finiremo?”. Lo dice lei, mi sembra di sentire Isabella. Con tutte le loro ragioni, ma pure i torti, o meglio, la parzialità di un punto di vista. Perché che il futuro sia meglio o peggio non dipende dal futuro in sé, bensì da come lo si osserva. Se a prevalere è un approccio negativo, pessimista, allora preoccupazioni e paure dipingeranno ombra. Se predominante è uno sguardo positivo, ottimista, in ogni innovazione vedremo un’opportunità, invece di un problema, e andremo a dormire contenti sereni e sorridenti, ogni sera.
- La scala di Gaspar (Torriero)
La chiamo così, anche se ha precisato che non è sua, però tale e quale riporto la frase, com’è stata enunciata e che, a suo modo, compendia e spiega i timori di Valentina.
“Le tecnologie introdotte prima che avessimo quindici anni sono buone, quelle introdotte tra i quindici e i trent’anni sono una figata pazzesca, quelle dopo i trent’anni sono una boiata che condurrà l’umanità all’estinzione assoluta”.
A dimostrazione che il mondo cambia, noi esseri umani poco o nulla. Continuando a mantenerci in equilibrio, andando avanti e nel contempo guardando indietro, con nostalgia.

giovedì 15 giugno 2023

Di troppa ragione (Vocabolario per i tempi attuali)

Di troppa razionalità si muore.
(Quanta tragicità. Scusate.
Rifaccio)
Di troppa razionalità si sta male, non si vive bene, in certi casi ci si inacidisce, finendo dalla parte del torto, pure partendo dalla ragione.
Un pensiero fisso, che gravita impertinente e che provo a sviluppare qua, per scrupolo di autocritica, consapevole che l’assenza di prove non cancella gli indizi.
Siamo fatti di testa, ma anche di pancia, di stomaco, di cuore.
“Sapere” non è l’unico criterio per giudicare, comprendere, prendere decisioni: esiste il “sentire”.
In questo tempo, tra i molti ostacoli alla discussione serena, alla comprensione reciproca sui più vari e vasti temi (guerra, migranti, morte e giudizio su Berlusconi…) senz’altro metto l’incapacità di riconoscere dignità all’opinione altrui, di accettare che il metro di giudizio possa non essere la logica, i numeri.
Si vorrebbero tutti scienziati, quando fatichiamo già a riconoscerci l’un l’altra come esseri umani.
Riteniamo di escludere la possibilità di errore considerando il massimo dell’intelligenza quella delle macchine, dei computer.
Ma quella dei computer, delle macchine, è il contrario dell'intelligenza, del saper "leggere tra le cose".
Smetterla di considerare la razionalità l'unico criterio interpretativo, il solo modo corretto per prendere decisioni, lasciare spazio al dubbio, potrebbe essere un buon modo per aprire spazi di possibilità, invece di continuare ad alzare muri con le nostre certezze.
"Sensibilità", potremmo definire tutto questo. Così come "esuberanza" è il nome che darei a quella condizione di produzione feconda, di continuo seminare e fiorire, contrapposto al primato dell'efficienza, della tecnica, dell'ottenere "il massimo risultato con il minimo sforzo", come direbbe Umberto Galimberti.
Sono pensieri complessi, me ne rendo conto.
Rispondono, più che a uno studio, ad una intuizione.
Tuttavia, messi in fila, mi paiono costituire una sorta di vocabolario della modernità, chiavi di lettura per le stagioni attuali.
Per questo li rendo pubblici, non avendo altro pulpito di questo diario privato (privato di tutto, tranne che della vanità e dell'ambizione di provare a capire, di voler condividere).

P.S. "Chi ha ragione deve essere ragionevole" è una delle frasi che mi piace di più, che ripeto più spesso.
Un invito alla dolcezza, all'esser miti, che è il contrario della debolezza: è anzi soltanto dei forti.
Poiché solo i forti sanno farsi carico dei dubbi e della responsabilità, evitando di schiacciare chiunque sotto il peso delle loro certezze.

domenica 4 giugno 2023

Voce del verbo amare (Prima persona plurale)

In amore lezioni da dare non ho.
Semmai impronte, dove io stesso ho poggiato i piedi, imparando ad esempio che “tenere” all’altro o all’altra non significa essere “gelosi”, poiché l’amore non è un laccio, non si può “imporre”, piuttosto è mano tesa, che l’altro o l’altra possono pure non accettare.
Per il resto, ho poche certezze e molti “se” (come nella poesia di Kipling).
Se guarderai dritto negli occhi e dritta negli occhi ti lascerei guardare…
Se avrai pazienza e saprai abbracciare, pelle a pelle, prendendoti il tempo per respirare…
Se sentirai corpo e mente in sincronia, come un tambureggiare…
Se avrai curiosità, desiderio di conoscere, esplorare…
Se lascerai fuori dalla porta paronoie e pregiudizi…
Se ti abbandonerai per almeno un istante ai sensi, alla parte più istintiva, quella che sopravvive da millenni, generazioni…
Se vivrai l’attimo, senza null’altro contare…
Se ascolterai il tuo cuore e l’unica bussola sarà lo stare bene…
Allora e solo allora, figlia mia, “vivere” sarà voce del verbo “amare” (tempo presente, prima persona plurale).

P.S. L’amore passionale è fuoco, vento di tramontana, turbine, discesa impetuosa, vetta altissima, immersione totale, onda che infrange, picco dei sensi.
Merita di essere vissuto, sarei falso e bigotto se dicessi altrimenti.
Con una nota a margine, una postilla a fare da bussola, indicazione.
Ricercare “momenti intensi” di felicità è umano, profondamente umano, così come “cogliere l’occasione”, l’attimo fuggente, non scordando però di dare valore al resto che si ha e che completa, “compone”.
Poiché solamente l’equilibrio, la stabilità, la coscienza in pace, portano serenità, una vita buona, di quelle che si dorme quieti la notte e ci si alza al mattino, guardandosi allo specchio senza abbassare gli occhi.

sabato 20 maggio 2023

Separarsi (In quegli occhi limpidi)

È un lembo sottile, un angolo acuto quello che distingue la discrezione dall’indifferenza, il restare vigili sull’uscio dal celarsi oltre la porta, senza segnali di vita e men che meno mano tesa nel buio.
Me ne accorgo seduto da una parte del tavolo, con di fronte una persona che stimo e a cui per mesi non ho inviato neanche un messaggio.
“Non siamo più insieme, ci siamo separati”.
Lo dice così, senza girarci attorno, esaurito il nicchiare cortese e tutti i tentativi di sviare il discorso, un filo esasperata dal mio incalzare, facendomi sentire uno sciocco.
Per due ragioni.
Non aver neppure immaginato che due persone ai miei occhi così complici potessero prendere strade diverse, recidere l'asse del loro giunto cardanico.
Averlo scoperto soltanto adesso, conscio di esser stato latitante nel mezzo, quando chi è amico ne ha più bisogno.
Vorrei rimediare dicendo molto, mi accontento del poco.
Così guardo chi ho di fronte e in quegli occhi limpidi scorgo non soltanto l’esperienza di milioni di persone, ma anche i miei, quelli dei miei figli, di amici, parenti, realizzando che l’unico reagire alla constatazione del “separarsi” è “stare vicino”.

P.S. Appartengo a una generazione e a un ceto in cui il “lasciarsi” non era contemplato, un’opzione che mancava persino nel libretto di istruzioni per l’uso. Quel mondo, pian piano, s’è sgretolato, e anch’io ho imparato che non esistono soltanto i tasti “on” e “off”, ma un ampio spettro, nel mezzo. Così come ho compreso l’ovvietà che al di là di torti e ragioni la “separazione” comporta quasi sempre sofferenza, dolore, stranianento, disagio. Ecco perché al turbamento che inevitabilmente crea occorrerebbe non aggiungere sensi di colpa, carichi emotivi, ipocrisia, stigma, giudizio.

domenica 7 maggio 2023

Figli (Vicini e lontani)

Ogni suo ritorno “a casa” è un regalo grande e pure un piccolo intaglio di emozioni, sentimenti, anche insegnamenti, su cosa significhi essere genitore, su un legame così forte che fa sentire i figli sempre vicini, anche quando scelgono rotte d'alto mare invece d'un ormeggiare quieto, sotto costa, al riparo da bonacce e fortunale.
Abbraccio Giacomo ogni volta che sbarca in Italia da Dublino, mettendomi in punta di piedi e “arrampicandomi” fino alle sue spalle forti, stringendolo per un istante che ha i contorni del sempre.
Gli dico spesso che ha cuore sensibile e testa cocciuta, tale e quale alla madre, eppure non le è “eguale” perché i figli prendono in dote qualcosa dall’una e dall’altro, sono sempre addizioni. Di più. Moltiplicazioni. Per fortuna più di virtù che di vizi, fragilità, debolezze.
Ci preoccupiamo per loro nei più svariati modi e “proteggere” è verbo che vorremmo declinare in tutte le accezioni possibili e immaginabili, costantemente, dimenticando troppo spesso che renderli liberi, indipendenti, fare in modo che ragionino con la loro testa e camminino sulle loro gambe è il solo compito a cui siamo attesi e, anche se a volte costa fatica, soltanto così dimostriamo di amare loro e non noi stessi.

P.S. Diversi. Diversi tra loro, da noi. Una sorprendente varietà di gusti, abitudini, attitudini, desideri, comportamenti, aspirazioni. Pur se chi li osserva da fuori individua in essi un filo rosso, caratteristiche che li accomunano - dal modo in cui sorridono o salutano alla gestualità, ai tratti somatici - è proprio la diversità che li rende unici. E anche se non ce ne accorgiamo, poiché ci manca la giusta distanza, perché risultiamo troppo distanti o troppo vicini, già ora ad essi appartiene il mondo e il mondo, grazie a loro, è un posto migliore.